Archivio Citazioni

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Luc de Clapiers de Vauvenargues
(1715 - 1747)

INTRODUZIONE ALLA CONOSCENZA DELLO SPIRITO UMANO


La clemenza vale più della giustizia.

 

Baltasar Gracian
(1601 - 1658)

ORACOLO MANUALE E ARTE DI PRUDENZA

Il diritto spinto all'eccesso diviene torto, e l'arancia troppo strizzata sprizza umore amaro.

 

Nicolas de Chamfort
(1740 - 1794)

MASSIME E PENSIERI - CARATTERI E ANEDDOTI

A certe cose è più facile dare veste legale che legittima.

 

Johann Wolfgang Goethe
(1749 - 1832)

MASSIME E RIFLESSIONI

Se la società rinuncia al diritto di infliggere la pena di morte, ricomparirà immediatamente il diritto alla difesa personale: la vendetta batterà alla porta.

 

Johann Wolfgang Goethe
(1749 - 1832)

MASSIME E RIFLESSIONI

Tutte le leggi sono fatte da vecchi e da uomini. I giovani e le donne vogliono l'eccezione, i vecchi la regola.

 

Johann Wolfgang Goethe
(1749 - 1832)

MASSIME E RIFLESSIONI

E' meglio lasciare che accadano ingiustizie, piuttosto che rimuoverle commettendo illegalità.

 

André Gide

RICORDI DELLA CORTE D'ASSISE

(Traduzione di Giancarlo Vigorelli, Sellerio Editore Palermo, 1994, p.9)

I tribunali hanno sempre esercitato su di me un fascino irresistibile. Quando viaggio, in una città, quattro cose soprattutto mi attirano: i giardini pubblici, il mercato, il cimitero e il tribunale.
Ma oggi so per esperienza che una cosa è ascoltare il verdetto, un'altra aiutare di persona a render giustizia. Quando uno è fra il pubblico può crederci ancora. Seduto sul banco dei giurati, ripete a se stesso la parola di Cristo: "Non giudicare".
Certo, sono persuaso che una comunità non può fare a meno di tribunali e di giudici; ma a che punto la giustizia umana sia dubbia e precaria, l'ho potuto sentire per dodici giorni consecutivi, sino all'angoscia. E ciò, spero, apparirà un po' da queste note.

 

Ambrose Bierce
(1842 - 1914)

IL DIZIONARIO DEL DIAVOLO

imputato (s.m.)

Termine giuridico per designare quella persona così gentile che dedica tutto il suo tempo e le sue energie per mantenere prospere le condizioni del suo avvocato.

 

Carlo Dossi
(1849 - 1910)

NOTE AZZURRE

Il torto di molti ladri in faccia al pubblico e alla giustizia è quello di non aver rubato abbastanza per celare il furto.

 

Carlo Dossi
(1849 - 1910)

NOTE AZZURRE

Perché, o stolti, far birberie fuor delle leggi? C'é tanto posto di farne dentro!

Carlo Dossi
(1849 - 1910)

NOTE AZZURRE

La legge è uguale per tutti gli straccioni.

 

Ugo Bernasconi
(1874 - 1960)

PAROLE ALLA BUONA GENTE

La giustizia dei giusti consiste più che altro nel rammaricarsi per tutte le ingiustizie che fanno.

 

Arthur Schnitzler
(1862 - 1931)

APHORISMEN UN BETRACHTUNGEN

Quando l'odio diventa codardo, se ne va mascherato in società e si fa chiamare giustizia.

 

Italo de Feo

SISTO V, Un grande Papa tra Rinascimento e Barocco

(Mursia, 1987, pag. 90-91)

Cortesemente segnalato da Giuseppe Alù

Si comminò contro i bestemmiatori pene severissime. Dovevano avere la lingua forata da un gancio di ferro, esposto pubblicamente a terrore della gente e, in caso di recidiva, pene maggiori. Idem per chi non denunciava i colpevoli! Si attribuirono poteri estesissimi ai sacerdoti, essi dovevano vigilare che tutti osservassero le precrizioni e in fatto di sesso, che non dessero adito alla minima critica. Le madri che lasciavano violare, consenzienti, l'onore delle proprie figlie prima del matrimonio, erano senz'altro condannate a morte. E così anche le donne colpevoli di aborto. L'adulterio era punito alla stessa maniera e la separazione tra i coniugi, quando non fosse sufficientemente motivata, subiva identica pena.

 

Stanislaw Jerzy Lec

(1909-1966)

(Pensieri spettinati, a cura di Pietro Marchesini,
Tascabili Bompiani, IV Ed., Milano, 2001, p.103)

Un esempio di allestimento scenico d'un processo: i colpevoli siedono dietro le quinte.

 

Stanislaw Jerzy Lec

(1909-1966)

(Pensieri spettinati, a cura di Pietro Marchesini,
Tascabili Bompiani, Milano, IV Ed., 2001, p.11)

Le leve dell'Ingiustizia sono sempre nelle giuste mani.

 

Johann Wolfgang Goethe
(1749 - 1832)

MASSIME E RIFLESSIONI

Se si dovessero studiare tutte le leggi non rimarrebbe il tempo di trasgredirle.

 

Sant'Alfonso de Liguori
(1696-1787)

ISTRUZIONE E PRATICA PER LI CONFESSORI

Capo XIII, Punto III

(da Degli obblighi de' giudici, avvocati, accusatori e rei, a cura di Nino Fasullo, Sellerio editore Palermo, Palermo, II Ed., 1999, p.35)

Circa i giudici, si noti, per primo, che il giudice non può condannare alcun reo senza che vi sia l'accusatore; eccetto che se 'l delitto fosse di lesa maestà o d'eresia, o pure se il reo fosse confesso in giudizio avanti due testimoni, o pure se 'l delitto fosse notorio o ve ne fosse fama pubblica, contestata almeno per due testimoni. Acciocché non però possa il giudice inquirere, basta la sola fama, e bastano anche gl'indizi noti alla maggior parte del paese o del vicinato; e basta anche la semipiena prova, come un testimonio degno di fede.

 

Sant'Alfonso de Liguori
(1696-1787)

DODICI REGOLE MORALI
DELL'AVVOCATO ALFONSO DE LIGUORI

(da Degli obblighi de' giudici, avvocati, accusatori e rei, a cura di Nino Fasullo, Sellerio editore Palermo, Palermo, II Ed., 1999, pp.83-4)

1. Non bisogna accettare mai cause ingiuste, perché sono perniciose per la coscienza e pel decoro.

2. Non bisogna difendere una causa con mezzi illeciti e ingiusti.

3. Non si deve aggravare il cliente di spese indoverose, altrimenti resta all'avvocato l'obbligo della restituzione.

4. Le cause dei clienti si devono trattare con quell'impegno con cui trattano le cause proprie.

5. E' necessario lo studio dei processi per dedurne gli argomenti validi alla difesa della causa.

6. La dilazione e la trascuratezza negli avvocati spesso dannifica i clienti, e si devono rifare i danni, altrimenti si pecca contro la giustizia.

7. L'avvocato deve implorare da Dio l'aiuto nella difesa, perché Iddio è il primo protettore della giustizia.

8. Non è lodevole un avvocato che accetta molte cause superiori a' suoi talenti, alle sue forze, e al tempo, che spesso gli mancherà per prepararsi alla difesa.

9. La giustizia e l'onestà non devono mai separarsi dagli avvocati cattolici, anzi si devono sempre custodire come la pupilla degli occhi.

10. Un avvocato che perde una causa per sua negligenza, si carica dell'obbligazione di rifar tutt'i danni al suo cliente.

11. Nel difender le cause bisogna essere veridico, sincero, rispettoso e ragionato.

12. I requisiti di un avvocato sono la scienza, la diligenza, la verità, la fedeltà e la giustizia.

 

Anatole France
(1844-1924)

CRAINQUEBILLE

(A cura di Carlo Nordio, Liberilibri, Macerata, 2003, p.23)

La maestà della giustizia risiede integralmente in ogni sentenza resa dal giudice nel nome del popolo sovrano. Jérôme Crainquebille, venditore ambulante, conobbe quanto la legge sia angusta quando fu portato in tribunale per oltraggio a un agente della forza pubblica.

Avendo preso posto, nell'aula magnifica e tetra, sul banco degli accusati, vide i giudici, i cancellieri, e, dietro un tramezzo, le teste nude degli spettatori silenziosi. E vide se stesso seduto su uno scranno rialzato, come se comparendo davanti ai magistrati anche l'accusato ne ricevesse un onore funesto. In fondo all'aula, tra i due giudici a latere, sedeva il presidente Bourriche. Le palme di ufficiale dell'Accademia erano attaccate al suo petto. Un busto della Repubblica e un Cristo in croce dominavano il pretorio cosicché tutte le leggi umane e divine erano sospese sulla testa di Crainquebille. Egli ne concepì un giusto terrore. Non avendo per niente lo spirito filosofico, non si domandò cosa volessero dire questo busto e questo Crocifisso e nemmeno se Gesù e Marianna in aula andassero d'accordo.


Cesare Ripa

(1560 ? - 1625 ?)

ICONOLOGIA

(Milano, Tascabili degli Editori Associati S.p.A. (T.E.A.), 2002, p.191, a cura di Piero Buscaroli)

 

INGIUSTITIA

Donna vestita di bianco tutta macchiata, tenendo nella destra mano una spada, & un rospo nella sinistra; per terra vi saranno le tavole della legge rotte in pezzi, & un libro, & sarà cieca dall'occhio destro, & sotto ai piedi terrà le bilancie.

 



Stanislaw Jerzy Lec

(1909-1966)

(Pensieri spettinati, a cura di Pietro Marchesini,
Tascabili Bompiani, Milano, IV Ed., 2001, p.59)

Scostiamoci dalla strada della Giustizia. E' cieca.

 

Cesare Ripa

(1560 ? - 1625 ?)

ICONOLOGIA

(Milano, Tascabili degli Editori Associati S.p.A. (T.E.A.), 2002, p.149, a cura di Piero Buscaroli)

FORZA ALLA GIUSTIZIA SOTTOPOSTA

Racconta Pierio Valeriano nel primo libro, haver veduto una Medaglia antica al suo tempo ritrovata, nella quale v'era impressa una donna vestita regalmente, con una corona in capo, à sedere sopra'l dorso d'un Leone, e che stava in atto di metter mano ad una spada: la quale fu per la Giustitia interpretata, & il Leone per la Forza, si come chiaramente si vede essere il suo vero Ieroglifico.

 

Anatole France
(1844-1924)

CRAINQUEBILLE

(A cura di Carlo Nordio, Liberilibri, Macerata, 2003, p.35)

Il metodo che consiste nell'esaminare i fatti secondo le regole della critica è inconciliabile con la buona amministrazione della giustizia. Se il magistrato avesse l'imprudenza di seguire questo metodo, i suoi giudizi dipenderebbero dalla sua saggezza personale, che il più delle volte è minima, e dalla fallibilità umana, che è costante. Quale ne sarebbe l'autorità? Non si può negare che il metodo storico è del tutto inadatto a procurargli le certezze di cui ha bisogno.

 

Gaio Giulio Cesare

LA GUERRA CIVILE

(Commentario III, 1)

(Traduzione di Enrico Oddone, "I classici di storia",
Rusconi Editore, Milano, 1976, p.153)

2. Chiusi i comizi, c'era il problema, in tutta Italia, che il credito era molto in ribasso e quello di un'insolvenza molto diffusa; perciò Cesare predispose delle commissioni di arbitri al posto dei giudici ordinari. Essi dovevano fissare la stima di beni mobili e immobili rapportata al periodo precedente alla guerra, e in questa misura i creditori dovevano essere regolarmente soddisfatti.
3. Il provvedimento mirava a dissolvere o per lo meno ad attenuare la paura della pubblicazione di nuovi registri dove i vecchi debiti fossero cassati - e tali timori sorgono quasi sempre dopo lo scoppio di una guerra e dopo rivolgimenti di politica interna - e poi servivano a mantenere una pubblica credibilità del debito.

 

Gaio Giulio Cesare

LA GUERRA GALLICA

(Commentario VI, 12)

(Traduzione di Elio Marinoni,
Rusconi Editore, Milano, 1997, p.217-218)

 

1. In tutta la Gallia vi sono due classi di persone che godono di particolare distinzione e onore..... 3. una è quella dei druidi e l'altra dei cavalieri. 4. I primi si occupano delle cerimonie sacre, provvedono ai sacrifici pubblici e privati, decidono in materia di religione; da loro accorre per imparare un gran numero di giovani, presso i quali essi godono di molta considerazione. 5. E in effetti deliberano su quasi tutte le controversie di carattere pubblico e privato e, se è stato commesso qualche crimine, se viene compiuto un omicidio, se vi è una lite per eredità o per questioni di confine, sono loro a decidere, a fissare i risarcimenti e le pene; 6. se un privato o una comunità non si attiene alla loro decisione, lo escludono dalle pratiche del culto. Questa pena presso di loro è la più grave. 7. Coloro che sono stati interdetti in tal modo sono considerati empi e scellerati, e tutti li scansano, evitano di avvicinarsi e di parlare con loro per non subire qualche danno dal contatto; non viene resa loro giustizia, anche se la chiedono, e non vengono messi a parte di alcun onore.

 

 

Tucidide

LE STORIE

(Libro VI, LX - LXI, Edizioni Club del Libro Tomo II, 1969, p.132,
Traduzione di Gianluigi Piazza)

 

[Il processo ai sacrileghi]

LX 1. A questo pensava il popolo d'Atene, che, ricordandosi di tutto quanto aveva sentito dire, era allora duro e sospettoso con gli accusati d'aver profanato i Misteri, anche perché pensava che avessero congiurato per instaurare l'oligarchia e la tirannide.
2. Per questa indignazione popolare erano ormai in carcere molti rispettabili cittadini, e non si vedeva nessun sintomo di distensione, poiché anzi l'irritazione cresceva ogni giorno, e gli arrestati erano sempre piu numerosi; a questo punto uno degli incarcerati, proprio quello che sembrava piu colpevole, viene pesuaso da uno dei compagni di prigionia a far delle rivelazioni, non si sa se vere o false; sono possibili: infatti le supposizioni in entrambi i sensi, ma nessuno poté né allora né poi dirsi sicuro della verità circa gli autori del fatto.
3. Lo persuase dicendogli che doveva confessare anche se era innocente, per sa:lvare se stesso procurandosi l'impunità e per liberare la città dai sospetti che l'opprimevano: sarebbe stata più sicura per lui la salvezza se avesse confessato con la garanzia dell'impunità che se avesse continuato a negare sottoponendosi al processo.
4. Quello allora accusa se stesso e altri della mutilazione delle erme; il popolo ateniese, lieto d'aver appurato, come credeva, la verità, poiché prima repu tava grave non conoscere chi tendesse insidie alla democrazia, liberò subito il denunciatore e con lui anche tutti gli altri che egli non aveva denunciato. Si fece un processo, e tutti gli accusati che erano in prigione furono uccisi, mentre quelli latitanti furono condannati a morte, e si promise un premio in denaro a chi li avesse uccisi.
Benché non fosse chiaro se in questa faccenda le vittime fossero state uccise giustamente, era tuttavia evidente il vantaggio che ne era venuto al resto della cittadinanza.

[Crescono i sospetti contro Alcibiade, che fugge nel Peloponneso]

LXI. Quanto ad Alcibiade, l'indignazione degli Ateniesi contro di lui era fomentata da quegli stessi suoi avversari che l'avevano attaccato anche prima che partisse; quando poi si credette di sapere la verità sulla questione delle erme, si era convinti ancor più di prima che anche le profanazioni dei Misteri nelle quali egli era implicato fossero state da lui organizzate allo stesso scopo, per congiurare contro la democrazia.

 

 

Senofonte
(430 ? - 355 ? a.C.)

ANABASI

(Libro I, 6,1 - 6,10)

(A cura di Valerio Manfredi, "I classici di storia",
Rusconi Editore, Milano, 1980, pp.82-85)

Processo ad Oronta

In quel momento, un nobile persiano di nome Oronta, parente del Re e noto come uno dei maggiori esperti di guerra fra i Persiani, organizza una congiura contro Ciro; anche in passato era stato suo nemico ma poi si era riconciliato con lui. 2. Chiede a Ciro di affidargli mille cavalieri per distruggere lo squadrone di cavalieri nemici impegnato a far terra bruciata, tendendo loro un agguato oppure per cercare di prendeme molti vivi e impedire loro di riferire al Re sull'esercito di Ciro. Udito il piano, Ciro si dice d'accordo e gli consente di racimolare il contingente con gruppi presi dai vari comandanti. 3. Oronta allora, dopo aver messo insieme il suo squadrone di cavalleria, scrive una lettera al Re in cui gli dice che si accinge a raggiungerlo col maggior numero di cavalieri che gli è riuscito di radunare e gli chiede di dare disposizione alla cavalleria regia affinché lo accolga amichevolmente. Conclude la lettera ricordandogli le passate prove di amicizia e di fedeltà, e la consegna ad un uomo che ritiene fidato, ma costui, appena l'ha in mano, la dà a Ciro. 4. Questi, dopo averla letta, fa arrestare Oronta e convoca nella sua tenda sette fra i più nobili dignitari del suo consiglio e ordina ai generali greci di portare degli opliti che dovranno presidiare armati la sua tenda. 5. Chiama poi dentro come consigliere anche Clearco che sembra, sia a lui che agli altri suoi consiglieri, l'ufficiale più influente tra i Greci. Questi poi, dopo essere uscito, racconta ai compagni come si è svolto il giudizio di Oronta: il processo infatti non era da considerarsi segreto. 6. Dice che Ciro aveva cominciato a parlare in questo modo: "Amici, vi ho convocati per consigliarmi con voi su quello che sia giusto fare ad Oronta qui presente, dopo aver tenuto conto sia del diritto umano che di quello divino. Costui, per volontà di mio padre, era mio suddito, dopo di che, convinto da mio fratello, come lui stesso ha ammesso, mi ha mosso guerra occupando l'acropoli di Sardi. lo poi, passato al contrattacco, l'ho costretto a desistere dalla sua azione e ci siamo stretti la mano suggellando la pace".
Ciro si rivolge poi ad Oronta: 7. "Da allora" gli chiede "ho mai mancato nei tuoi confronti?".
"No" risponde quello.
Ciro lo interroga ancora: "E non è forse vero che senza aver patito nessuna ingiustizia da parte mia, come tu stesso ammetti, ti sei unito ai Misi devastando senza remissione il mio territorio?".
Oronta ammette.
"E allora," lo incalza ancora Ciro "visto che non potevi farcela contro di me, ti sei rifugiato sull'altare di Artemide giurando che eri pentito, e io ti ho creduto accettando da te ancora pegni di fedeltà e dandoteli a mia volta."
Oronta annuisce nuovamente.
8. "Cosa ti ho fatto di male allora, dato che di nuovo per la terza volta chiaramente trami contro di me?" "Non mi hai fatto nulla" risponde Oronta.
"Dunque ammetti di avermi tradito?" gli chiede ancora Ciro.
"Non posso fare altro" risponde Oronta.
A queste parole Ciro gli fa ancora una domanda: "C'è possibilità che tu diventi nemico di mio fratello e che io mi possa fidare di te come di un vero amico?". "Anche se lo diventassi non potresti credermi" risponde quello.
Ciro a questo punto si rivolge ai presenti: 9. "Costui ha riconosciuto di aver fatto tutto ciò di cui è accusato; a te, dunque, Clearco, prima degli altri esprimere il tuo parere".
"Se vuoi sapere come la penso," risponde Clearco "prima lo fai fuori e meglio è per non dover continuare a guardarci le spalle da lui ma per essere liberi, una volta che l'abbiamo tolto di mezzo, di tenere in considerazione quelli che lo meritano."
10. Anche gli altri si dichiarano dello stesso parere. Dopo di che - racconta sempre Clearco -, a un ordine di Ciro tutti si alzano e toccano la cintura di Oronta, anche i parenti, in segno di condanna a morte. Poi, a un ordine di Ciro, alcuni lo portano fuori e i suoi sottoposti, pur sapendo che è condotto a morte, si inchinano davanti a lui come erano soliti fare prima. 11. Quindi viene condotto alla tenda di Artapate, il più fido della guardia del corpo di Ciro, e da allora nessuno più lo vedrà uscire di là, né vivo né morto, né alcuno potrà mai dire di sicuro che morte abbia fatto. Si sono fatte molte congetture ma nessuno ha mai visto la sua sepoltura.

 

Senofonte
(430 ? - 355 ? a.C.)

ANABASI

(Libro IV, 6,14 - 6,16)

(A cura di Valerio Manfredi, "I classici di storia",
Rusconi Editore, Milano, 1980, pp.199-200)

 

Senofonte ateniese e Chirisofo spartano

14. "... So benissimo, Chirisofo, che voi "Uguali" di Sparta imparate fin da piccoli a rubare e che il rubare non è certo per voi cosa da vergognarsi, anzi è considerato un bel colpo se non si tratta di un'azione vietata dalla legge. 15. E poi, perchè impariate meglio a rubare e a farla franca, vi frustano quando vi fate pescare con le mani nel sacco. Adesso è il momento buono per dimostrare che da ragazzo hai imparato bene la lezione e badare a non farci sorprendere a soffiare il passo ai nemici per non buscarci un sacco di legnate".
16. "Guarda che anch'io", ribatte Chirisofo "so che voi Ateniesi la sapete lunga quando si tratta di rubare i soldi dello stato benché i ladri rischino grosso, e so che più uno è bravo e più è ladro, dato che da voi si ritiene che i più bravi debbano comandare. Come vedi anche tu hai di che dimostrare che hai imparato bene la lezione.".

 

Senofonte
(430 ? - 355 ? a.C.)

ANABASI
(Libro V, 7,30-34; 8,1-26)

(A cura di Valerio Manfredi, "I classici di storia", Rusconi Editore, Milano, 1980, pp.247-253)

Processi nell'esercito. Difesa di Senofonte.

7. 30. "Quelli poi che hanno ammazzato gli ambasciatori hanno fatto sì che voi, unici tra i Greci, non possiate mettere il naso a Cerasunte senza essere in pericolo, a meno che non siate in assetto di guerra. Hanno fatto anche in modo che quei morti che gli stessi uccisori ci avevano chiesto di seppellire non si possano più recuperare in pace nemmeno con una ambasceria. D'altra parte, c'è qualcuno che abbia il coraggio di presentarsi come araldo dopo che ha partecipato al linciaggio di una delegazione? Certo che no, e così abbiamo dovuto pregare i cittadini di Cerasunte di seppellire loro quei morti. 31. Insomma, se vi sta bene che le cose vadano così, prendete una decisione ufficiale in modo che quando succederanno ancora fatti del genere ognuno si arrangi a difendersi da sé e cerchi di accamparsi in posti ben difesi. 32. Se invece siete d'accordo con me che un comportamento di questo genere è da belve feroci e non da uomini, vedete di farla finita in un modo o nell'altro. Altrimenti, per Zeus, come potremo offrire sacrifici agli dei come se niente fosse commettendo simili nefandezze? E come potremo combattere i nemici se ci scanniamo fra di noi? 33. Quale città potrà accoglierci in amicizia vedendoci in preda ad una completa anarchia? Chi volete che abbia il coraggio di aprirci un mercato se vede che commettiamo simili spropositi? E chi avrà parole di lode per noi fra tutti coloro da cui ci aspettiamo un tributo di gloria se ci comportiamo in questa maniera? Sono sicuro che noi stessi definiremmo poveri disgraziati quelli che commettessero simili infamie".
34. A questo punto tutti si alzano dicendo che chi ha dato inizio a simili azioni criminali deve avere il giusto castigo, e che in futuro non devono più verificarsi atti di indisciplina: chi dovesse cominciare di nuovo dovrà essere messo a morte. Gli strateghi dovranno mettere sotto processo tutti i colpevoli e si dovrà processare anche ogni reato commesso dopo la morte di Ciro. Viene subito insediata una giuria composta di locaghi; 35. su richiesta di Senofonte e per consiglio degli indovini, si decide di purificare l'esercito e la cerimonia ha luogo immediatamente.

8. 1. L'assemblea decide poi che anche gli strateghi siano sottoposti a giudizio per il loro comportamento passato. Filesio e Xantikles sono così condannati a pagare una multa di venti mine per la perdita del carico delle navi loro affidate, Sofeneto viene multato di dieci mine per aver trascurato l'incarico conferitogli. Alcuni accusano anche Senofonte dicendo di essere stati picchiati da lui e vogliono che sia processato per abuso di potere. 2. Senofonte allora chiede a quello che ha parlato per primo quando mai lo abbia picchiato. E quello risponde: "Fu quella volta che c'era quella tormenta di neve che si moriva dal freddo".
3. Senofonte allora di rimando: "Ma se c'era quella tempesta che dici, e non c'era rimasto niente da mangiare, del vino nemmeno l'odore, la maggior parte degli uomini sfiniti dalla fatica, i nemici che ci incalzavano, e in una situazione del genere ho avuto il coraggio di aggredirti, ammetto di essere stato più testardo di un asino che nessuna stanchezza riduce alla ragione. Ad ogni buon conto, dimmi" prosegue Senofonte "per che cosa le hai prese. 4. Forse ti avevo chiesto qualcosa e t'ho picchiato perché non me la volevi dare? Oppure volevo indietro qualcosa? O forse ci siamo azzuffati per questione di donne o perché ero ubriaco?".
5. "Niente di tutto questo" risponde l'altro.
Senofonte allora gli chiede se prestava servizio come oplita o come peltasta. Quello risponde: "Né l'uno né l'altro. Benché non fossi certo uno schiavo" dice"avevo accettato dai miei commilitoni l'incarico di spingere avanti un mulo".
6. Senofonte allora lo riconosce e gli chiede: "Non eri forse tu quello che doveva portare quel soldato infermo?".
"Proprio lui, accidenti," risponde quello "e tu mi ci avevi costretto e buttasti via la roba dei miei compagni per fargli posto."
7. "Un momento," risponde Senofonte "quanto al fatto che io abbia buttato via quella roba, le cose sono andate così: io l'ho consegnata ad altri con l'ordine di restituirmela appena tu mi avessi riconsegnato l'uomo. E adesso state a sentire come si sono svolti i fatti: 8. c'era uno degli uomini che era rimasto indietro perché non ce la faceva più a camminare; non sapevo altro di lui se non che era uno dei nostri. Ordinai dunque a costui di portarlo perché non morisse; se ben ricordo, tra l'altro, i nemici ci erano alle costole, e costui parve d'accordo. 9. Senonché," continua Senofonte "dopo avergli ordinato di andare avanti, essendomi fatto sotto con quelli della retroguardia, lo ritrovo che sta scavando una fossa per seppellire quel poveretto. Mi avvicino per lodarlo della sua buona azione e mentre ce ne stiamo li dintorno quello muove una gamba. "Ma è vivo!" Gridano tutti. E questo qui mi dice: "Può essere vivo finché vuole, io non lo porto più." Allora l'ho preso a pugni, lo ammetto, anche perché ero sicuro che lui sapesse benissimo che quel disgraziato era ancora vivo."
11. "E allora?" ribatte l'altro. "Non era forse morto lo stesso quando te l'ho restituito?"
"Se è per questo" risponde Senofonte "dobbiamo morire tutti, ma non è una buona ragione perché tu ci seppellisca vivi."
12. Tutti allora gridano che le botte sono state anche poche. Senofonte chiede se ci sono altri che vogliono accusarlo per averli picchiati: nessuno si fa avanti. 13. Senofonte allora prosegue: "Soldati, io ammetto di avere anche picchiato qualcuno, ma solo perché si era mostrato indisciplinato, me la sono presa con quelli che si curavano solo di salvarsi sfruttando voi che marciavate in ordine combattendo quando ce n'era bisogno mentre loro abbandonavano le file per correre avanti a fare bottino e a prendere anche la vostra parte. Se avessimo fatto tutti così nessuno di noi si sarebbe salvato. 14. Ho anche preso a botte qualcuno che si lasciava andare e che non voleva alzarsi abbandonandosi lì in preda al nemico e l'ho costretto a rimettersi in marcia. Anch'io, in quella terribile tormenta, essendomi fermato a sedere per aspettare alcuni che rifacevano il carico, mi accorsi che dopo poco riuscivo a stento ad alzarmi e avevo difficoltà a distendere le gambe. 15. Avendo fatto dunque questa esperienza su di me, tutte le volte che vedevo uno seduto che si lasciava andare alla stanchezza lo costringevo a muoversi; infatti il movimento e un comportamento energico davano un po' di calore e di scioltezza mentre vedevo che a starsene seduti e inerti si favoriva il ristagnare del sangue e la necrosi delle dita dei piedi, cosa che è capitata a molti, come ben sapete. 16. Se poi qualcuno, per indolenza, era rimasto indietro e impediva a voi dell'avanguardia e a noi della retroguardia di andare avanti, ecco, posso avergli dato un pugno ma solo per risparmiargli un colpo di lancia da parte dei nemici. 17. Adesso che questi signori sono sani e salvi hanno la possibilità di valersi su di me: se ho fatto loro qualcosa di illegale possono avere giustizia. Certo, se fossero finiti in mano ai nemici, vorrei vedere come farebbero adesso a chiedere soddisfazione di un torto ricevuto, per quanto fosse grande. 18. Il mio discorso è semplice," continua Senofonte "se ho punito qualcuno per il suo bene allora merito un castigo proprio come se i genitori fossero castigati dai figli e i maestri dai discepoli per essere stati severi nei loro confronti. Anche i medici tra l'altro bruciano e tagliano a fm di bene. 19. Ma se pensate che io mi sia comportato in un certo modo solo perché in preda alla collera, state ad ascoltarmi: ora che grazie agli dei ho più coraggio e più sicurezza di allora e bevo anche più vino, forse che prendo a botte qualcuno? 20. Certo che no, perché la situazione per voi è tranquilla. Non è forse vero che quando c'è tempesta e la nave è sballottata dalle onde il nostromo se la prende coi suoi uomini a prora se anche solo voltano la testa, e lo stesso fa il timoniere che strapazza i suoi a poppa? In simili circostanze infatti anche il minimo errore può mandare tutto in malora. 21. Ma io vi dico che voi stessi avete giudicato che io davo punizioni a ragion veduta e allora avevate in mano le spade, non certo i sassolini per votare, e avreste certo potuto prendere le difese di chi era punito, ma non l'avete fatto. Per Zeus! Se non volevate aiutare quelli che io punivo allora avreste potuto, almeno, darmi una mano a mettere a posto chi era indisciplinato; 22. davate invece ai lavativi la possibilità di fare i comodi loro. Date un'occhiata intorno e scoprirete che quelli che ora fanno più chiasso sono gli stessi che allora erano i più vigliacchi. 23. Boisco, tanto per dire, il pugile tessalo, che allora si dava malato per non portare lo scudo e che adesso, a quanto sento, ha già depredato parecchi cittadini di Cotiora. 24. Se volete un buon consiglio, trattate costui come si fa con i cani pericolosi, ma alla rovescia: quelli si tengono alla catena di giorno e si lasciano liberi di notte: costui invece legatelo di notte e lasciatelo andare di giorno. 25. Comunque, mi meraviglio molto di una cosa: se ho malmenato qualcuno ve ne ricordate e non me la perdonate, ma di quelli che ho protetto dal freddo, difeso dai nemici, aiutato quando erano sfiniti o erano privi di tutto, di queste cose nessuno si ricorda. E nemmeno vi ricordate degli elogi che ho fatto a chi si è comportato bene e degli encomi che ho tributato, quando me lo consentiva la situazione, ai valorosi. 26. Eppure è certo più bello e giusto e cosa sacrosanta oltre che piacevole ricordarsi delle cose buone più che di quelle cattive."
I soldati si alzano, ognuno si ricorda adesso, e tutto finisce per il meglio.

Senofonte
(430 ? - 355 ? a.C.)

ANABASI
(Libro VI, 6,19-34)

(A cura di Valerio Manfredi, "I classici di storia", Rusconi Editore, Milano, 1980, pp.284-286)

Processo davanti a Cleandro.

Parlano gli strateghi: 20. "Siamo inviati dal nostro esercito alla tua presenza, o Cleandro, per dirti che, se ci accusi tutti insieme, puoi decidere di fare di noi ciò che ti sembra giusto, se invece è un uomo solo, o due o più che accusi essi sono pronti a consegnarteli perché tu li giudichi. Se poi c'è qualcuno di noi qui presenti che intendi accusare, eccoci qua, a tua disposizione, se invece è un altro che cerchi non hai che da dirlo, nessuno di quelli che sono sottoposti alla nostra autorità si rifiuterà di comparire ". 21. Dopo di che Agasias si fa avanti e prende la parola: "Cleandro, sono io quello che ha strappato quell 'uomo di mano a Dexippo e che ha dato l'ordine di dargli addosso. 22. Conosco infatti il mio soldato come un valoroso mentre so che Dexippo, prescelto dal nostro esercito per guidare la pentecontore fornitaci dai Trapezuntini per raccogliere una flottiglia che ci permettesse di portarci in salvo, se ne è andato per i fatti suoi tradendo i suoi commilitoni con i quali si era salvato. 23. Cosi abbiamo fatto la figura di rubare una pentecontore ai Trapezuntini come dei volgari delinquenti: per questo avremmo anche potuto morire. Sapevo benissimo infatti che noi, procedendo a piedi, non avremmo mai potuto attraversare i fiumi e arrivare salvi in Grecia. 24. A un delinquente di questa risma dunque ho tolto di mano il mio soldato. Se fossi stato tu ad arrestarlo, o qualcuno dei tuoi invece che un nostro disertore, sta' sicuro che non avrei preso nessuna iniziativa. Puoi ammazzarmi se vuoi: ma sappi che ammazzerai un galantuomo per causa di un vigliacco traditore".
25. Dopo essere stato a sentirlo, Cleandro dice:
"Dexippo non riscuote certo la mia approvazione per quanto ha fatto ma ritengo che, per quanto possa essere un delinquente, non possiate liquidarlo con un linciaggio. Bisogna che abbia il suo castigo, e anche voi ne con verrete, dopo un regolare processo. 26. Ma ora andate pure lasciando quest'uomo a mia disposizione: quando sarà il momento di processarlo vi manderò a chiamare. lo prosciolgo da ogni accusa l'esercito e anche qualunque altro di voi, dal momento che costui ha ammesso di aver sottratto il soldato". 27. A questo punto il soldato in questione interviene: "Cleandro, anche se tu sei convinto che io sia stato arrestato per aver commesso un qualche reato voglio dirti che non ho aggredito nessuno né ho lanciato pietre: ho solo detto che quelle pecore erano roba di tutti. L'assemblea del nostro esercito ha infatti stabilito che se qualcuno fa razzia di qualcosa mentre l'esercito è fuori, la preda raccolta deve essere considerata patrimonio comune. 28. lo non ho detto che questo e per ciò quello là mi ha tratto in arresto perché non si levasse qualcun altro a protestare. Cosi dopo essersi preso la sua parte avrebbe conservato il resto per quegli altri ladri in aperto dispregio del nostro regolamento. Cleandro allora gli risponde: "Ad ogni buon conto essendo anche tu sotto imputazione, resta qui: prenderemo anche per te i provvedimenti necessari".
29. Dopo questi discorsi Cleandro e i suoi uomini se ne vanno a fare colazione ma Senofonte raccoglie in assemblea l'esercito e suggerisce di mandare a Cleandro una delegazione che parli in favore dei due uomini arrestati. 30. Si decide allora di inviare gli strateghi e i locaghi e inoltre lo spartiate Dracontio e altri ancora che sembrino i più adatti per scongiurare Cleandro in ogni modo di lasciare liberi i due uomini. 31. Senofonte, che è tra gli inviati, gli si rivolge con queste parole: "Cleandro, tu trattieni a tua discrezione questi uomini e l'esercito ti ha riconosciuto la facoltà di decidere di loro e di tutti quanti noi come ti piace. Ora però ti scongiurano in ogni modo di restituirceli e di risparmiare la loro vita perché hanno affrontato in passato molte durissime prove per la salvezza dell'esercito. 32. Se sei disposto a fare questa concessione, in cambio dei due uomini, essi si impegnano, col favore degli dei e qualora tu voglia metterti al loro comando, a dimostrarti quanto sanno essere disciplinati e come non temano, con l'aiuto degli dei, nessun nemico, obbedendo da bravi soldati al loro comandante. 33. Ti chiedono anche un'altra cosa: quando ti sarai recato da loro e avrai preso il comando, di giudicare il valore di Dexippo e quello degli altri, individualmente, e di dare a ciascuno il suo giusto riconoscimento". Cleandro li sta a sentire, poi: 34. "Eh sì, per i Dioscuri!" dice "vi rispondo subito; vi rendo i due uomini e verrò anch'io da voi e, se gli dei ci assistono, vi riporterò in Grecia perché mi rendo conto che queste vostre parole sono l'opposto di certe voci che ho udito sul vostro conto, secondo le quali avreste avuto intenzione di sottrarre l'esercito all'autorità di Sparta".

 

La figlia del re nostro or se ritrova
bisognosa d'aiuto e di difesa
con tra un baron che Lurcanio si chiama,
che tor le cerca e la vita e la fama.
LVIII
Questo Lurcanio al padre l'ha accusata
(forse per odio piu che per ragione)
averla a mezza notte ritrovata
trarr'un suo amante a sé sopra un verrone.
Per le leggi del regno condannata
al fuoco fia, se non truova campione
che fra un mese, oggimai presso a finire,
l'iniquo accusator faccia mentire.
LIX
L'aspra legge di Scozia, empia e severa,
vuol ch'ogni donna, e di ciascuna sorte,
ch'ad uom si giunga, e non gli sia mogliera,
s'accusata ne viene, abbia la morte.
Né riparar si può ch'ella non pèra,
quando per lei non venga un guerrier forte
che tolga la difesa, e che sostegna
che sia innocente e di morire indegna.
LX
Il re, dolente per Ginevra bella
(che cosf nominata è la sua figlIa),
ha publicato per città e castella,
che s'alcun la difesa di lei piglia,
e che l'estingua la calunnia fella
(pur che sia nato di nobil famiglia),
l'avrà per moglie, et uno stato, quale
fìa convenevol dote a donna tale.
LXI
Ma se fra un mese alcun per lei non viene,
o venendo non vince, sarà uccisa.
Simile impresa meglio ti conviene,
ch'andar pei boschi errando a questa guisa:
oltre ch'onor e fama te n'aviene
ch'in eterno da te non fìa divisa,
guadagni il fior di quante belle donne
da l'lndo sono all' Atlantee colonne;
LXII
e una ricchezza appresso, et uno stato
che sempre far ti può viver contento;
e la grazia del re, se suscitato
per te gli fia il suo onor, che è quasi spento.
Poi per cavalleria tu se' ubligato
a vendicar di tanto tradimento
costei, che per commune opinione,
di vera pudicizia è un paragone. -


LXIII
Pensò Rinaldo alquanto, e poi rispose:
- Una donzella dunque de' morire
perché lasciò sfogar ne l'amorose
sue braccia al suo amator tanto desire?
Sia maladetto chi tal legge pose,
e maladetto chi la può patire!
Debitamente muore una crudele,
non chi dà vita al suo amator fedele.
LXIV
Sia vero o falso che Ginevra tolto
s'abbia il suo amante, io non riguardo a questo:
d'averlo fatto la loderei molto,
quando non fosse stato manifesto.
Ho in sua difesa ogni pensier rivolto:
datemi pur un chi mi guidi presto,
e dove sia l'accusator mi mene;
ch'io spero in Dio Ginevra trar di pene.
LXV
Non vo' già dir ch'ella non l'abbia fatto;
che nol sappiendo, il falso dir potrei:
dirò ben che non de' per simil atto
punizion cadere alcuna in lei;
e dirò che fu ingiusto o che fu matto
chi fece prima li statuti rei;
e come iniqui rivocar si denno,
e nuova legge far con miglior senno.
LXVI
S'un medesimo ardor, s'un disir pare
inchina e sforza l'uno e l'altro sesso
a quel suave fin d'amor, che pare
all'ignorante vulgo un grave eccesso;
perché si de' punir donna o biasmare,
che con uno o piu d'uno abbia commesso
quel che l'uom fa con quante n'ha appetito,
e lodato ne va, non che impunito?
LXVII
Son fatti in questa legge disuguale
veramente alle donne espressi torti;
e spero in Dio mostrar che gli è gran male
che tanto lungamente si comporti. -
Rinaldo ebbe il consenso universale,
che fur gli antiqui ingiusti e male accorti,
che consentiro a così iniqua legge,
e mal fa il re, che può, né la corregge.

Ludovico Ariosto

ORLANDO FURIOSO

(Canto IV, LVIIl - LXVIII)

 

Ovidio Nasone

METAMORFOSI
(V, 340-343)

(Traduzione di Ferruccio Bernini, Zanichelli Editore Bologna, 1989, pp.212-213)

- Cerere smosse per prima le zolle col vomero adunco,
diede per prima le biade alla terra e i soavi alimenti;
diede per prima le leggi: ogni dono proviene da lei.

- Prima Ceres unco glaebam dimovit aratro,
prima dedit fruges alimentaque mitia terris,
prima dedit leges: Cereris sunt omnia munus.

 

Ludovico Ariosto

ORLANDO FURIOSO

(Canto IX, XII - XIII)

 

XII

Voi dovete saper ch'oltre l'Irlanda,
fra molte che vi son, l'isola giace
nomata Ebuda, che per legge manda
rubando intorno il suo popul rapace;
e quante donne può pigliar, vivanda
tutte destina a un animal vorace
che viene ogni di allito, e sempre nuova
donna o donzella, onde si pasca, truova;

XIII

che mercanti e corsar che vanno attorno,
ve ne fan copia, e piu delle piu belle.
Ben potete contare, una per giorno,
quante morte vi sian donne e donzelle.
Ma se pietade in voi truova soggiorno,
se non sète d'Amor tutto ribelle,
siate contento esser tra questi eletto,
che van per far si fruttuoso effetto.

 

Traduzione dall'originale francese del contratto (conservato al Museo del Risorgimento di Milano) stipulato tra

Agostino Bertani, in nome di
Giuseppe Garibaldi

e

Armand Lévy

Il Domenicale

n.53, sabato 3 gennaio 2004,

articolo di commento a firma di Luciano Garibaldi

Tra i sottoscritti dottor Agostino Bertani, deputato al Parlamento nazionale italiano, domiciliato in Genova, via Nuovissima 13, operante in nome del generale dittatore Giuseppe Garibaldi, sia in virtù della delega generale a lui conferita dal generale Garibaldi all’atto della sua partenza per la Sicilia e rinnovata in numerose successive occasioni, sia in ragione della speciale autorizzazione contenuta nell’allegata lettera datata 30 luglio u.s., e Armand Lévy, editore, domiciliato a Parigi, rue de l’Est 17, ma residente a Ginevra, Camp des Paquis 3, e oggi di passaggio a Genova, nella sua veste di direttore e proprietario del quotidiano L’Espérance che si pubblica a Ginevra, in lingua francese, dal 25 ottobre 1859, si conviene quanto segue:

Nella fase in cui si trova attualmente la causa italiana, la questione dell’unità nazionale precede tutte le altre e l’avvenire della patria dipende in maniera determinante dal successo dell’eroica impresa di Garibaldi. Per conseguenza, tutti gli sforzi devono tendere a favorire l’impresa stessa. È quanto ha compreso il giornale L’Espérance che, dopo avere sostenuto costantemente e fortemente la questione dell’annessione degli Stati dell’Italia Centrale allo Stato lombardo-sardo, ha, fin dal primo giorno, abbracciato la causa della Sicilia e dell’unità italiana.

Ma, poiché questo giornale, fondato con spirito patriottico, non ha fino a oggi vissuto che di sacrifici, appaiono opportuni nuovi, ulteriori sacrifici che, aggiunti a quelli già fatti, consentiranno non soltanto la sua sopravvivenza almeno per altri sei mesi, ma anche la possibilità che esso possa avere ulteriori sviluppi, rendendo al tempo stesso un servigio giorno dopo giorno sempre più efficace alla causa che rappresenta e promuove il generale Garibaldi.

È inteso pertanto che, a partire da oggi e per durata di sei mesi, il giornale L’Espérance si metterà a disposizione di Garibaldi o del suo rappresentante, impegnandosi a pubblicare articoli, lettere, proclami, corrispondenze, rettifiche, polemiche, discussioni che essi giudicheranno utili alla causa.

L’Espérance difenderà l’Unità, l’Indipendenza e la Libertà d’Italia, combattendo tutto ciò che vi si oppone o vi opporrà, e mettendo in luce tutto ciò che può aiutare e accelerare il loro trionfo. In nessuna occasione e sotto nessun pretesto verrà pubblicato nulla che suoni come approvazione delle remore o dei ritardi in contrasto con il bene supremo che perseguono gli Italiani: l’unità della loro patria e, conseguentemente, la sua grandezza e la sua forza. Editoriali saranno molto di frequente pubblicati in apertura del giornale dedicati all’Italia nel senso anzidetto.

Il dottor Bertani provvederà ad illustrare, per maggiore precisione, i tratti principali della politica del generale Garibaldi affinché possano servire di regola per la redazione: tanto in rapporto alle potenze straniere quanto in relazione ai partiti politici italiani. E se sopravverranno eventi o circostanze che necessitino di prese di posizione particolari, ne sarà dato tempestivamente avviso alla redazione a cura del dottor Bertani.

Il signor Lévy, da parte sua, farà tutto il possibile per supplire, con il suo patriottismo franco-italiano, a ciò che non potrà mai essere sufficientemente e interamente spiegato, prendendo impegno di fare, scrivere e desiderare per l’Italia tutto ciò che egli vorrebbe fosse fatto, scritto e desiderato per la Francia. Quanto all’impegno da parte del dottor Bertani stimato equo per questi sei mesi, la cifra viene stabilita in sessantamila franchi, ripartiti in due tranches:

la prima metà, ossia trentamila franchi, valevoli per i primi tre mesi, viene saldata all’atto della firma della presente con un assegno all’ordine del signor Armand Lévy firmato dal dottor Bertani da riscuotersi a 60 giorni data, stabilito che il signor Lévy rimborserà personalmente al dottor Bertani la quantità proporzionale al periodo restante se, prima della scadenza del termine dei tre mesi, il giornale dovesse violare i princìpi della politica indicata nel presente accordo, e ciò a giudizio di due arbitri scelti l’uno dal dottor Bertani e l’altro dal signor Lévy, i quali, a loro volta, ne sceglieranno un terzo, al bisogno, in caso di disaccordo;

la seconda metà, cioè gli altri trentamila franchi per i tre mesi successivi, saranno coperti da tratte di cinquemila franchi cadauna che il dottor Bertani autorizza il signor Lévy a riscuotere ogni quindici giorni a partire dall’inizio del quarto mese del presente accordo, fatto salvo il diritto del dottor Bertani di sospendere i pagamenti, previa lettera inviata alla redazione, qualora il giornale avesse a deviare dalla linea stabilita. In tal caso, la quindicina iniziata sarà comunque dovuta al giornale, ma ogni appoggio cesserà automaticamente all’inizio della quindicina successiva.

La redazione invierà una copia di ogni numero del giornale, durante l’intero periodo di validità dell’accordo, a duecento indirizzi italiani che saranno forniti dal dottor Bertani.

Il presente accordo viene stipulato in esecuzione di quanto scritto nella seguente lettera di Garibaldi al dottor Bertani:

«Messina, 30 luglio ’60. Caro Bertani, ho veduto il signor Armand Lévy, e vi autorizzo a far quelle spese che crederete necessarie perché L’Espérance possa servire [cancellato: «sviluppare»] i principii da noi propugnati.
Vostro G. Garibaldi».

 

LE ARMI I CAVALLI L'ORO
Giovanni Acuto e i condottieri nell'Italia del trecento

(Duccio Balestracci, Editori Laterza, Roma-Bari, 2003, pp.70-71)

 

Chi si rivolge a questo tipo di soldati, in genere, si impegna a corrispondere, oltre alla paga in denaro, anche gli anticipi per dotarli di cavalcature, armature e armi; a indennizzare i cavalli morti o feriti e a riscattare gli uomini eventualmente presi prigionieri. In genere questa voce copre un terzo o un quarto di quanto pattuito per il periodo iniziale del servizio; quando l'ingaggio è superiore a un anno, l'anticipo può coprire anche la metà della cifra totale. Raramente questo beneficio è concesso al singolo: più frequentemente è un gruppo capeggiato e garantito da uno o più comandanti a poterne usufruire. Più frequentemente ancora, è il comandante generale della compagna a ricevere il prestito, come avviene, per citare solo un caso, nel 1390 quando il comune di Perugia concede un mutuo di cento fiorini a Giovanni Cane capitaneus gentium del Conte di Virtù. La somma, ovviamente, è detratta dalle paghe future.

Può accadere che i tesorieri si trovino in difficoltà quando il signore impone loro di versare immediatamente anticipi sostanziosi. In questi casi, quindi, sono costretti a loro volta a chiedere soldi a prestatori privati, come devono fare talvolta i tesorieri milanesi nel Trecento.

I patti tra Firenze e l'Acuto offrono un ottimo osservatorio per capire su quali basi viene reclutato un condottiero. Quando la città ingaggia l'inglese e i suoi uomini, nel 1390, si accorda con lui per una ferma annuale, conclusa la quale il comune eserciterà il diritto di opzione per l'eventuale riconferma per un ulteriore anno, previo avviso entro l'ultimo mese di servizio. Il condottiero, per parte sua, si impegna a svolgere, oltre alle operazioni di guerra, anche una serie di servizi di guardia e di pubblica sicurezza in città, tanto di giorno quanto di notte. Terminata la condotta, il comandante promette di non combattere contro Firenze per due anni come capo di compagnia propria e per sei mesi qualora sia stipendiato da altro capitano. La clausola dell'impegno al temporaneo rispetto nei confronti dell'ingaggiatore si ritrova correntemente ma è superfluo aggiungere che raramente viene rispettata e non di rado, appena terminata la condotta, i soldati non esitano a saccheggiare le terre di chi li ha pagati fino al giorno prima.

Essere assoldati non significa necessariamente venire immediatamente impegnati in zona di operazioni: dal XIV secolo, infatti, si sviluppa il "soldo di attesa" o "condotta in aspetto", un sistema che viene applicato in tempo di pace e che troverà il suo pieno sviluppo nel corso del Quattrocento. In base a questo tipo di accordo, i soldati ricevono un soldo ridotto ma si tengono a disposizione, pronti ad accorrere in servizio in caso di bisogno. In attesa di essere impegnato, peraltro, il condottiero può utilizzare i suoi soldati come gli pare, compreso farli combattere per altri committenti finché non lo richieda il primo assoldatore.

Come giustamente sottolinea Mallett, questo sistema si rivela particolarmente conveniente per quei condottieri che dispongono anche di una loro signoria, della quale possono occuparsi fin quando non si rende indispensabile il loro utilizzo come mercenari.

Naturalmente, chi ingaggia si tutela e si garantisce il controllo della qualità degli assoldati. Proprio in occasione della condotta che Firenze stipula nel 1389 con Giovanni Acuto e con Corrado Lando, il commissario Matteo di Iacopo Arrighi riceve una dettagliata lettera di istruzioni dalla signoria su ciò che deve fare e ciò che deve controllare: dovrà accertarsi di persona che il Lando abbia a disposizione le quattrocento lance (mille e duecento uomini) pattuite e che l'Acuto disponga delle sue sessanta e, si sottolinea, controlli bene anche che i soldati siano di buona qualità ("intendendo tre huomini e tre cavalli per lancia e non femine"). Stia inoltre attento, l'Arrighi, a non farsi ingannare da quelle due volpi: ad essi dovrà dire che, appena firmato l'accordo per la condotta, mandino a Firenze i loro procuratori perché allora, ma solo allora, "noi daremo loro le loro paghe".

 

Jacqueline de Romilly

ALCIBIADE

(Garzanti, 2001, pag. 48-49)

 

[Segnalazione di Giuseppe Alu]

 

Se si voleva essere influenti, bisognava esercitare una carica. Ora, non bisogna mai dimenticarlo, tutte le cariche pubbliche ad Atene erano estratte a sorte, collegiali e non rinnovabili. Mai una democrazia ha fatto tanto per evitare l'ascendente dei singoli e la formazione (di cui senza dubbio soffriamo oggi) di una "personale politico". Nessuna carica, nessuna amministrazione potevano dare adito alla minima forma di influenza. C'era però un'eccezione. La più alta magistratura, dato che comportava responsabilità militari, era elettiva e rinnovabile. Era quella che esercitavano i dieci strateghi, eletti per alzata di mano per la durata di un anno. Gli strateghi erano i veri capi della democrazia: Pericle aveva guidato la città nelle vesti di stratego; era stato rieletto a questa carica quindici volte.

 

Francois Rabelais
(1494 ? - 1553)

GARGANTUA E PANTAGRUELE

(Traduzione di Gildo Passini - Formiggini editore, Roma 1925)

 

Da www.liberliber.it

 

CAPITOLO XXXIX.

Come qualmente Pantagruele assiste al processo del giudice Brigliadoca, il quale dava sentenze secondo la sorte dei dadi.

Il giorno seguente all'ora della citazione, Pantagruele arrivò a Mirlinga. Il presidente, i senatori e consiglieri lo pregarono di entrare con loro per udire la decisione sulle cagioni e ragioni che avrebbe addotto Brigliadoca, per giustificarsi d'aver pronunziato sentenza contraria all'eletto Toccarotondo, sentenza che non pareva in tutto equa a quella Corte centumvirale.
Pantagruele entra di buon grado e trova là Brigliadoca seduto in mezzo alla sala. Per tutte ragioni e scuse egli nulla rispondeva se non che era divenuto vecchio e non aveva più la vista tanto buona come il solito, e allegava parecchie miserie e calamità che la vecchiaia porta con sé, le quali not. per Archid D. L.XXXVI C. tanta. Egli non vedeva dunque più tanto distintamente i punti dei dadi come pel passato onde come era avvenuto a Isacco che, vecchio e debole di vista aveva scambiato Giacobbe per Esaù, così nel decidere il processo in questione, aveva potuto scambiare un quattro per un cinque, tanto più considerando che aveva adoperato i suoi dadi più piccoli. Per norma di diritto le imperfezioni di natura non devono esser imputate a crimine. (come appare ff. de re milit. l. qui cum uno. ff. de reg. iur. l. fere ff. de oedil. ed. per totum. ff. de term. mod. l. divus Adrianus resolut. per Lud. Ro. in l. si vero, ff. fol. mair). E chi altrimenti facesse non accuserebbe l'uomo, ma la natura. (com'è evidente in l. maximum vitium C. de lib. praeter).
- Di che dadi intendete parlare, amico mio? domandò Trincamella, gran presidente della Corte.
- I dadi delle sentenze, rispose Brigliadoca; (Alea judiciorum, dei quali è scritto da Docto. 26, quaest. 2 cap. sort. l. nec emptio. ff. de contrahend. empt. quod debetur. ff. de pecul. et ibi Bartol.); dei quali dadi voialtri, Signori, usate comunemente in questa Corte Sovrana; così fanno anche tutti gli altri giudici per decidere i processi (secondo ciò ch'è stato notato da D. Hen. Ferrandat, et not. gl. in c. fin. de sortil. et l. sed cum ambo ff. de jud. Ubi doct.). E osservano che la decisione è eccellente, onesta, utile e necessaria alla risoluzione dei processi e delle dissensioni. Più apertamente ancora l'hanno detto Bald. Bartol. e Alex. (communia. de leg. l. si duo).
- Ma come procedete voi, amico mio? domandò Trincamella.
- Risponderò brevemente, disse Brigliadoca, (secondo l'insegnamento della legge ampliorem, § in refutatoriis. C. de appel., e ciò che dice gloss. L. I. ff. quod met. causa. Gaudent brevitate moderni). Faccio come voialtri, Signori, e come vuole l'uso di giudicatura al quale il nostro diritto comanda sempre essere ossequenti: (ut not. extra de consuet. c. ex. litteris et ibi Innoc.). Ecco dunque: quando ho ben veduto, riveduto, letto, riletto, ripassato e sfogliato le querele, citazioni, comparizioni, commissioni, informazioni, pregiudiziali, produzioni, allegazioni, interdetti, contraddetti, istanze, inchieste, repliche, duplicati, triplicati, scritture, biasimi, accuse, riserve, raccolte, confronti, contradditorî, libelli, documenti apostoloci, lettere reali, compulsazioni, declinazioni, anticipatorie, evocazioni, invii, rinvii, conclusioni, non luogo a procedere, accomodamenti, rilievi, confessioni, atti e altrettali amminicoli e droghe, da una parte e dall'altra, come deve fare il buon giudice (secondo ciò che ne ha notato Spec. de ordinario § 3 et lit. de offic. omn. jud. § fin. et de rescript. praesentat. §1), allora poso da una parte della tavola del mio gabinetto, tutti gl'incartamenti dell'imputato e getto i dadi per lui dandogli la precedenza della sorte, come voialtri, Signori (Et est not. l. favorabiliores. ff. de reg. iur. et in cap. cum sunt. cod. tit. lib. VI, che dice: Cum sunt partium iura obscura reo favendum est potius quam actori). Ciò fatto poso gl'incartamenti del querelante, come voialtri, Signori, dall'altra parte della tavola. (visum visu poiché, opposita iuxta se posita magis elucescunt, ut not. in l. I. § videamus ff. de his qui sunt sui vel alieni iuris, et in l. numerum. § mixta. ff. de muner. et honor). E parimenti getto di nuovo i dadi.
- Ma, domandò Trincamella, da che cosa conoscete, amico mio, l'oscurità dei pretesi diritti delle parti contendenti?
- Come voialtri, Signori, rispose Brigliadoca, vale a dire quando vi sono molti incartamenti da una parte e dall'altra. E allora adopero i miei dadi più piccoli, come voialtri, Signori, secondo la legge: semper in stipulationibus ff. de regulis iuris, e la legge versale versificata quae eod. tit.
Semper in obscuris quod minimum est sequimur, canonizzata in c. in obscuris. eod. tit. lib. VI).
Possiedo anche dei dadi grossi ben belli e armoniosi che adopero, come voialtri, Signori, quando la materia è più liquida, vale a dire quando c'è meno incartamenti.
- Dopo ciò, come sentenziavate voi, amico mio? chiese Trincamella.
- Come voialtri, Signori, rispose Brigliadoca; do sentenza favorevole a colui che primo arriva al punto richiesto dalla sorte giudiziaria, tribuniana, pretoriale dei dadi. Così comanda il nostro diritto. (ff. qui pot. in pign. l. creditor. C. de consul., l. I. Et de regulis iuris in 6. Qui prior est in tempore potior est iure).

 

Pierluigi Battista

LA FINE DELL'INNOCENZA

(Marsilio Editori, I grilli Marsilio, 2000, p.80)


 

Il reo deve morire "convinto" di "meritare" la condanna. Riconoscendo pubblicamente di aver meritato la pena capitale al termine di un supplemento di processo in cui la piazza "disputa"chiassosamente con l'imputato intorno alle colpe commesse, il condannato dichiara così di essere pronto a portare sin dentro la tomba il fardello di un sincero pentimento per aver commesso un imperdonabile delitto e conferisce così la definitiva legittimazione al macabro rito di espiazione attraverso cui la comunità si purifica e rinsalda i suoi legami. Deve trattarsi di un atto di genuina contrizione. Tanto più che il reo confesso e pubblicamente pentito è perfettamente consapevole che la sua dichiarazione non avrà nessuna influenza effettiva sugli eventi e di certo non provocherà nessuna attenuazione del verdetto. La pubblica confessione infatti non commuoverà più di tanto i suoi carnefici giacché, e lo scrive una vittima di atroci e prolungate torture come Campanella, "senza misericordia si esequisce" la sentenza.
Sembra di scorgere la prefigurazione degli orrori contenuti nella pratica della confessione così maniacalmente ricercata nei sistemi totalitari del nostro secolo e registrata con veristica precisione da Arthur Koestler in Buio a mezzogiorno. Un sovrappiù di crudeltà apparentemente incomprensibile ma in realtà motivato dalla convinzione che il successo dell'esperimento utopistico si giochi sul presupposto dell'intangibilità della coesione morale comunitaria.

 

Tommaso Campanella
(1568 - 1639)

LA CITTA' DEL SOLE

Da www.liberliber.it

 

Or qui hai da sapere che ognun è giudicato da quello dell'arte sua; talché ogni capo dell'arte è giudice, e punisce d'esilio, di frusta, di vituperio, di non mangiar in mensa commune, di non andar in chiesa, non parlar alle donne. Ma quando occorre caso ingiurioso, l'omicidio si punisce con morte, ed occhio per occhio, naso per naso si paga la pena della pariglia, quando è caso pensato. Quando è rissa subitanea, si mitiga la sentenza, ma non dal giudice, perché condanna subito secondo la legge, ma dalli tre Principi. E s'appella pure al Metafisico per grazia, non per giustizia, e quello può far la grazia. Non tengono carceri, se non per qualche ribello nemico un torrione. Non si scrive processo, ma in presenza del giudice e del Potestà si dice il pro e il contra; e subito si condanna dal giudice; e poi dal Potestà, se s'appella, il sequente dì si condanna; e poi dal Sole il terzo dì si condanna, o s'aggrazia dopo molti dì con consenso del popolo. E nessuno può morire, se tutto il popolo a man comune non l'uccide; ché boia non hanno, ma tutti lo lapidano o brugiano, facendo che esso s'elegga la polvere per morir subito. E tutti piangono e pregano Dio, che plachi l'ira sua, dolendosi che sian venuti a resecare un membro infetto dal corpo della republica; e fanno di modo che esso stesso accetti la sentenza, e disputano con lui fin tanto che esso, convinto, dica che la merita; ma quando è cosa contra la libertà o contra Dio, o contra gli offiziali maggiori, senza misericordia si esequisce. Questi soli si puniscono con morte; e quel che more ha da dire tutte le cause perché non deve morire, e li peccati degli altri e dell'offiziali, dicendo quelli meritano peggio; e se vince, lo mandano in esilio e purgano la città con preghiere e sacrifizi ed ammende; ma non però travagliano li nominati.

 

Lorenzo da Ponte
(1749 - 1838)

COSI' FAN TUTTE OSSIA LA SCUOLA DEGLI AMANTI
(Dramma giocoso in due atti)

Scena diciassettesima

Fiordiligi, Dorabella, Ferrando, Guglielmo e Don Alfonso; poi Despina travestita da notaio.

Archi, 2 Flauti, 2 Oboi, 2 Fagotti.

ALLEGRO

Don Alfonso [entrando]

Miei signori, tutto è fatto:
Col contratto nuziale
Il notaio è sulle scale,
E, ipso facto, qui verrà.

Fiordiligi, Dorabella, Ferrando e Guglielmo

Bravo, bravo! Passi subito!

Don Alfonso

Vò a chiamarlo.
Eccolo qua.

Despina
[entrando, con voce nasale]

Augurandovi ogni bene,
Il notaio Beccavivi
Coll'usata a voi sen viene
Notarile dignità.
E il contratto stipulato
Colle regole ordinarie
Nelle forme giudiziarie,
Pria tossendo, poi sedendo,
Clara voce leggerà.

Fiordiligi, Dorabella, Ferrando, Guglielmo e Don Alfonso

Bravo, bravo, in verità!

Despina

Per contratto da me fatto,
Si congiunge in matrimonio
Fiordiligi con Sempronio
E con Tizio Dorabella,
Sua legittima sorella:
Quelle, dame ferraresi;
Questi, nobili albanesi.
E, per dote e controdote…

Fiordiligi, Dorabella, Ferrando e Guglielmo

Cose note, cose note!
Vi crediamo, ci fidiamo!

Archi, 2 Flauti, 2 Oboi, 2 Fagotti, 2 Trombe in re.

Sottoscriviam: date pur qua.

(solamente le due donne sottoscrivono)

Despina e Don Alfonso

Bravi, bravi, in verità!

(la carta resta in mano di Don Alfonso. Si sente un gran suono di tamburo e canto lontano)

 

Nicolò Machiavelli
(1469 - 1527)

FAVOLA DI BELFAGOR ARCIDIAVOLO

Da www.liberliber.it

 

Leggesi nelle antiche memorie delle fiorentine cose come già s'intese, per relatione, di alcuno sanctissimo huomo, la cui vita, apresso qualunque in quelli tempi viveva, era celebrata, che, standosi abstracto nelle sue orazioni, vide mediante quelle come, andando infinite anime di quelli miseri mortali, che nella disgratia di Dio morivano, all'inferno, tucte o la maggior parte si dolevono, non per altro, che per havere preso moglie essersi a tanta infelicità condotte. Donde che Minos et Radamanto insieme con gli altri infernali giudici ne havevano maravigla grandissima. Et, non potendo credere, queste calunnie, che costoro al sexo femmineo davano, essere vere, et crescendo ogni giorno le querele, et havendo di tutto facto a Plutone conveniente rapporto, fu deliberato per lui di havere sopra questo caso con tucti gl'infernali principi maturo examine, et piglarne dipoi quel partito che fussi giudicato miglore per scoprire questa fallacia, o conoscerne in tutto la verità. Chiamatogli adunque a concilio, parlò Plutone in questa sentenza:

"Anchora che io, dilettissimi miei, per celeste dispositione et fatale sorte al tutto inrevocabile possegga questo regno, et che per questo io non possa essere obligato ad alcuno iudicio o celeste o mondano, nondimeno, perché gli è maggiore prudenza di quelli che possono più, sottomettersi più alle leggi et più stimare l'altrui iuditio, ho deliberato essere consiglato da voi come, in uno caso, il quale potrebbe seguire con qualche infamia del nostro imperio, io mi debba governare. Perché, dicendo tucte l'anime degli huomini, che vengono nel nostro regno, esserne stato cagione la moglie, et parendoci questo impossibile, dubitiamo che, dando iuditio sopra questa relatione, ne possiamo essere calunniati come troppo creduli, et, non ne dando, come manco severi et poco amatori della iustitia. Et perché l'uno peccato è da huomini leggieri, et l'altro da ingiusti, et volendo fuggire quegli carichi, che da l'uno et l'altro potrebbono dependere, et non trovandone il modo, vi habbiamo chiamati, acciò che, consiglandone, ci aiutiate et siate cagione che questo regno, come per lo passato è vivuto sanza infamia, così per lo advenire viva".

 

Giuseppe Rovani
(1818 - 1874)

CENT'ANNI

Da www.liberliber.it

 

Dobbiamo saltare alcuni giorni dal tempo in cui avvennero le cose che noi raccontiamo; per ora non son che giorni, ma in seguito ci accadrà di saltar mesi ed anni e olimpiadi e lustri, e non è del tutto improbabile che si debbano saltar via anche decenni. Egli è a questo modo che il lettore potrà farsi capace della possibilità di passar in rivista gli avvenimenti di cento anni in un sol anno; perchè, se dovessimo continuare a tener dietro ai giorni colla fedeltà di un calendario, converrebbe venire a patti colla morte, tanto a chi scrive come a chi legge; la qual cosa, quand'anche fosse possibile, non sarebbe certo un buon affare... parliamo per noi; de' lettori non sappiamo.

Tornato ora a' nostri personaggi, a quelli segnatamente che vennero arrestati, il tenore Amorevoli, Lorenzo Bruni, il pittore Clavelli, erano stati trasferiti al capitano di giustizia; di modo che il primo, dopo cinque giorni, e gli altri dopo ventiquattro ore, avean lasciato il Pretorio in santa Margherita. - Diciamo in santa Margherita, non già nell'odierno locale della Direzione di Polizia, perchè a quel tempo qui sussisteva ancora il convento delle monache Benedettine. Del rimanente codesto fatto del trovarsi il Pretorio nella contrada di santa Margherita, in quell'anno o in quel torno, noi lo abbiamo ricavato da alcune ordinanze e avvisi a stampa che abbiamo sott'occhio, ordinanze di quella classe, che, applicabili al momento fuggitivo, non v'è per consueto chi ne tenga conto, onde si perdono senza venir raccolte a fermare ne' libri una notizia stabile di un accidente passeggiero. E da tali ordinanze e avvisi abbiam potuto congetturare appunto, come nel locale assegnato pel Pretorio vi fossero pure delle celle suppletorie pei detenuti. Ognuno sa poi, che l'antico Pretorio non era che l'attuale palazzo dell'Archivio nella piazza dei Mercanti, e che là erano i sedili per il Podestà, pei due giudici, così detti del cavallo e del gallo, i quali rendevan ragione nelle cause civili e criminali; infine pel giudice dei dazj e pel vicario, ecc. Ma tali ordini di cariche e di località, modificate, sebben lentamente, col tempo hanno fatto trasportare il Pret