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Giacomo Leopardi

ZIBALDONE

(I meridiani, Arnoldo Mondadori Editore, 1997,
Tomo I, pp.249)

L'abuso e la disubbedienza alla legge, non può essere impedita da nessuna legge.

 

Cesare Beccaria

DEI DELITTI E DELLE PENE

(Capitolo 30: Processi e prescrizione)

Conosciute le prove e calcolata la certezza del delitto, è necessario concedere al reo il tempo e mezzi opportuni per giustificarsi; ma tempo cosí breve che non pregiudichi alla prontezza della pena, che abbiamo veduto essere uno de' principali freni de' delitti. Un mal inteso amore della umanità sembra contrario a questa brevità di tempo, ma svanirà ogni dubbio se si rifletta che i pericoli dell'innocenza crescono coi difetti della legislazione.



Molière

L'AVARO

(Atto V, ScenA I)

(Molière, Tutto il teatro, Fratelli Melita Editori; 1982, p.161)

(Arpagone, un Commissario e il suo scrivano)

Il Commissario: Lasci fare a me: conosco il mio mestiere, per fortuna. Non è il primo giorno che m'occupo di scoprire furti: vorrei avere tante migliaia di lire quanta gente ho mandato sulla forca.

Arpagone: Tutta la magistratura ha interesse ad occuparsi di quest'affare: se non mi fanno ritrovare i miei denari chiederò giustizia contro la giustizia.

Il Commissario: Bisogna fare le indagini del caso. Dice che in questa cassetta c'erano ...

Arpagone: Diecimila scudi precisi.

Il Commissario: Diecimila scudi?

Arpagone (piangendo): Diecimila scudi.

Il Commissario: Il furto è considerevole.

Arpagone: Non ci sono supplizi abbastanza grandi per l'enormità di questo delitto. Se rimane impunito, le cose più sacre non potranno dirsi sicure.

Il Commissario: In che monete era la somma?

Arpagone: Dei bei luigi d'oro e delle doppie di peso perfetto.

Il Commissario: Chi sospetta lei del furto?

Arpagone: Tutti. Voglio che portiate in prigione la città e i sobborghi.

Il Commissario: Invece, dia retta a me; non bisogna dar l'allarme a nessuno e tentare sotto sotto di afferrare qualche indizio, per provvedere poi, con rigore, al recupero della somma che le è stata rubata.



Antico Testamento - Qohélet

(3,16)

(Versione di P. Sacchi, da La Bibbia,
Edizioni Paoline, 1989)

Un'altra cosa ho visto sotto il sole: al posto del diritto c'è l'iniquità, al posto della giustizia c'è l'iniquità.

 

Aristide Briand

(Uomo politico francese 1862-1932)

da F. Palazzi, Il libro degli aneddoti,
Garzanti Editore S.p.a., Milano, 1989

Briand andò a visitare un'esposizione d'arte e si fermò davanti ad un quadro raffigurante due donne abbracciate. L'autore spiegò:
- Eccellenza, questa è un'allegoria: rappresenta la Giustizia che abbraccia la pace.
- Ah, capisco, rispose il ministro, si abbracciano, poverine, perchè si incontrano di rado!

 

Heinrich Von Kleist

MICHELE KOHLHAAS

Nella sezione ARTEDIRITTO

Questo incidente, per quanto poco, in realtà, il mercante ne avesse colpa, suscitò tuttavia nel paese, anche fra gli uomini migliori e più moderati, uno stato d'animo estremamente pericoloso per il buon esito della sua causa. Si trovava del tutto intollerabile il suo rapporto con lo Stato e, nelle case private e sulle pubbliche piazze, si fece strada l'opinione che fosse meglio commettere contro di lui una palese ingiustizia, e mettere di nuovo tutto quanto a tacere, piuttosto di rendergli una giustizia estorta con azioni violente, in una questione così insignificante, soltanto per soddisfare la sua folle ostinazione.

 

Teodoro Klitsche de la Grange

Breve storia della guerra "giusta"

(In Palomar, n.2/2001, Le Lettere, Firenze)

In uno schema come quello sotteso alla teoria criticata della "guerra giusta" sarebbe, di converso, sufficiente redigere una dichiarazione colma di principi edificanti, accusare il proprio confinante di violarla, giudicarlo di conseguenza, ed eseguire la "sentenza" con aerei e carri armati: con ciò divenendo il legislatore, il giudice, e l'esecutore del "teoricamente" pari. Il quale è pari, per l'appunto proprio perché leggi, sentenze e atti esecutivi del vicino non costituiscono obblighi per il medesimo.

 

Antico Testamento - Qohélet

(5, 7)

(Versione di P. Sacchi, da La Bibbia,
Edizioni Paoline, 1989)

Se vedi nello stato l'oppressione del povero, il diritto e la giustizia conculcati, non ti stupire della cosa, perchè un funzionario è sopra un altro funzionario e lo sorveglia, e sopra tutti e due vi sono altri funzionari ancora.

 

Bruno Leoni

LA LIBERTA' E LA LEGGE

Estratti

Traduzione di Maria Chiara Pievatolo, Liberilibri,
Macerata, 1995, p.97.

Secondo il principio inglese della rule of law, che è strettamente intrecciato con tutta la storia della common law, le norme non erano propriamente il risultato dell'esercizio dell'attività arbitraria di uomini particolari. Esse sono oggetto di una indagine spassionata da parte delle corti di giustizia, proprio come le norme romane erano oggetto di una ricerca spassionata da parte dei giuristi romani cui le parti sottomettevano le loro cause.

 

Guy de Maupassant

ALTRI TEMPI


(
Racconti (1882), Traduzione di Rosanna Pelà, Edizioni per il Club del Libro, Novara, 1969, p.159)

IN ARTEDIRITTO

Il giudice, un omone asmatico, è insediato dietro una larga tavola e ha a fianco il suo cancelliere. Indossa una giacca grigia ornata di bottoni metallici, e parla lentamente espettorando aria che gli sibila nelle vie respiratorie come se vi si fosse manifestata una perdita.
In fondo allo stanzone vi sono alcuni contadini in casacca azzurra, seduti su panche, con il berretto o il cappello fra le gambe. Hanno l'aria grave, abbrutita e scaltra; e preparano mentalmente argomenti per la loro faccenda. A ogni momento sputano accanto al proprio piede calzato d'una scarpa grande come una barca da pesca; una pozzanghera di saliva indica il posto di ciascuno. Di fronte al giudice, proprio sull'altro lato della tavola, ci sono i litiganti di cui è stata chiamata la causa.

 

Friedrich August von Hayek

LA SOCIETA' LIBERA

(Edizioni SEAM, Roma, 1998, pp.210-211)

La concezione della libertà sotto la legge, ..., si fonda sull'asserzione che quando obbediamo alle leggi, intese come norme generali e astratte stabilite senza tener conto del loro applicarsi a noi, non siamo soggetti alla volontà di altri e, pertanto, siamo liberi. In quanto il legislatore non conosce tutti i casi individuali cui la legge sarà applicata, e il giudice che le applica non ha nessuna possibilità di scelta nel tirare le conclusioni (che derivano dalla legislazione vigente e dagli aspetti individuali del caso in giudizio), si può affermare che le leggi e non gli uomini governano. La legge non è arbitraria proprio perchè la norma è stabilita nell'ignoranza del caso individuale e nessuna volontà umana avrà deciso la corcizione usata per garantirla. Tuttavia ciò è vero solo se per "legge" intendiamo le norme generali che si applicano uniformemente a tutti. Questa generalità è, probabilmente, il più rilevante aspetto di quel carattere della legge che abbiamo definito "astrattezza". Una vera legge come non dovrebbe nominare nulla di particolare, così non dovrebbe nemmeno indicare specificamente una persona o un gruppo di persone.

 

Vangelo secondo Luca

(18, 1-8)

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi.

C'era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva rigurado per nessuno. In quella città c'era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario.
Per un certo tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: Anche se non temo Dio e non ho rispetto per nessuno, poichè questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi.

E il Signore soggiunse:

Avete udito ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà a lungo aspettare? Vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il figlio dell'uomo quando verrà, troverà la fede sulla terra?

 

Ippolito Nievo

LE CONFESSIONI
DI UN ITALIANO

(Capitolo IV)

Il giorno dopo capitò al Conte di Fratta un gran letterone del signore di Venchieredo, nel quale costui senza tanti preamboli pregava il suo illustre collega di dar lo sfratto al Cappellano nel più breve spazio di tempo possibile, accusandolo di mille birberie, fra le altre di dar mano a frodare le gabelle della Serenissima tenendo il sacco ai contrabbandieri più arrisicati della laguna. "E quanto un tal delitto sia inviso all'Eccellentissima Signoria (così diceva la lettera), e quanto grande il merito di coloro che si affrettano a punirlo, e quanto capitale il pericolo degli sconsigliati che per mire private lo lasciano impunito, Ella, Illustrissimo Signor Giurisdicente, lo deve sapere al pari di chiunque. Gli statuti ed i proclami degli Inquisitori parlano chiaro; e ne può andar di mezzo la testa, perché i denari sono come il sangue dello Stato, ed è reo di Stato colui che colla sua negligenza cospira a dissanguarlo di questo vero fluido vitale".

 

Giacomo Leopardi

ZIBALDONE

(I meridiani, Arnoldo Mondadori Editore,
1997, Tomo I, pp.220-221)

La politica non deve considerar solamente la ragione, ma la natura, dico la natura vera e non artefatta né alterata. Il codice de' Cristiani in queste cose si scosta dalla fredda ragione per accostarsi alla natura! Esempio poco o nulla imitato dai legislatori moderni.

 

Frédéric Bastiat
(Scrittore e uomo politico francese,
1801-1850)

LA LEGGE

(Leonardo Facco Editore,
Treviglio (BG), 2001, p.43)

Nessuna società può esistere se il rispetto delle Leggi non vi regna in qualche grado; ma la cosa più sicura, affinché le leggi siano rispettate, è che siano rispettabili. Quando la Legge e la morale sono in contraddizione, il cittadino si trova nella crudele alternativa o di perdere la nozione di Morale o di perdere il rispetto della Legge, due disgrazie altrettanto grandi e tra le quali è difficile scegliere.

 

Carlo Goldoni

MEMORIE

Libro 1, Capitolo XLIX

(Traduzione di Paola Ranzini,
Arnoldo Mondadori Editore,
Meridiani, Milano, 1993, p.144)

Uno dei guadagni essenziali dell'avvocato veneziano è rappresentato dalle consultazioni; a un avvocato di prim'ordine una consultazione di soli tre quarti d'ora viene pagata due o tre zecchini; e, prima di apparire davanti al giudice, talvolta, per una causa complicata e di una certa importanza, vi sono dodici, quindici o anche venti consultazioni.

Se l'avvocato ha il compito di scrivere e di formulare una domanda o una risposta, negli atti della procedura, gli vengono dati subito quattro, sei o dodici zecchini.

 

William Shakespeare

RE LEAR

(Atto IV, scena VI)

Lear:

Come! sei pazzo? (riferito a Gloucester) Un uomo può vedere anche senza gli occhi, come va il mondo. Guarda con gli orecchi: vedi come quel giudice là maltratta quel ladroncello. Ascolta in un orecchio: cambia i loro posti e, ruota, ruota, quale è il giudice, e quale è il ladro? ... Hai mai visto il cane di un fattore abbaiare dietro a un povero?

Gloucester:

Sì, signore.

Lear:

E il pover'uomo scappare davanti al cagnaccio? Allora hai potuto osservare la grande immagine dell'autorità: un cane che è obbedito quand'è nelle sue funzioni .... Birbante d'un aguzzino, ferma la tua mano sanguinosa! Perché frusti quella puttana? Denuda le tue proprie spalle: tu ardi dalla brama di usare con lei in quel modo, per il quale, appunto, tu la frusti. L'usuraio impicca il truffatore. Attraverso le vesti stracciate si mostrano i vizi minori: i roboni e le pellicce li nascondono tutti. Ricopri il peccato con una lamina d'oro, e la forte lancia della giustizia si spezza ancora: armalo di stracci, la paglia di un pigmeo lo trafigge. Nessuno è colpevole, nessuno, dico, nessuno: resto garante io. Credilo a me, amico mio, a me che ho il potere di suggellare le labbra dell'accusatore. Mettiti gli occhiali, e, come un volgare politicastro, fingi di vedere ciò che non vedi ... Via, via, via, via, levatemi le scarpe ... più forte, più forte ... così.

 

Benjamin Constant

(1767 - 1830)

Riflessioni sulle costituzioni e le garanzie

(Ideazione Editrice, Roma, 1999, p.179)

La durata di una costituzione è meglio garantita quando è costretta nei suoi limiti naturali e non quando riposa sull'appoggio ingannatore di una venerazione superstiziosa. A sentire tutti i nostri architetti di costituzioni, si sarebbe detto che l'attaccamento e l'entusiasmo fossero delle proprietà trasmissibili, appartenenti di diritto alla costituzione del momento. Queste dimostrazioni di rispetto per l'insieme di una costituzione nuova e poco conosciuta, perché non ha ancora subìto la prova dell'esperienza, sono atti di ipocrisia o perlomeno di affettazione. Esse hanno gli inconvenienti che derivano dall'assenza di precisione e di verità. Il popolo può credervi o non credervi. Se vi crede, considera la costituzione come un tutto indivisibile, e, quando gli inconvenienti occasionati dai difetti di questa costituzione lo toccano, se ne distacca e la prende in odio. Se al contrario il popolo non crede alla venerazione che si professa, si abitua a sospettare di doppio gioco i suoi capi e mette in dubbio tutto ciò che gli dicono.

 

Antico Testamento - Proverbi

(11, 5-11)

(Versione di G. Bernini, da La Bibbia,
Edizioni Paoline, 1989)

La giustizia spiana la via all'uomo integro,
ma l'empio cade nella sua empietà.
La propria giustizia salva gli uomini retti,
ma nella loro brama sono presi i perfidi.
Con la morte dell'empio finisce la sua speranza,
l'attesa dei perversi è annientata.
Il giusto è liberato dall'angoscia,
l'empio invece vi cade al suo posto.
Con la sua bocca l'empio manda in rovina il prossimo,
ma con la scienza i giusti si districano.
Per il benessere dei giusti la città gioisce,
ma per la rovina degli empi manda grida di giubilo.

 

Per l'ebreo "Giustizia" significava l'osservanza piena della legge del Signore, non solo dare a ciascuno il suo o rispettare le cose altrui

 

Giacomo Leopardi

ZIBALDONE

(I meridiani, Arnoldo Mondadori Editore,
1997, Tomo II, pp.2092)

Se l'idea del giusto e dell'ingiusto, del buono e del cattivo morale, non esiste o non nasce per se nell'intelletto degli uomini, niuna legge di niun legislatore può far che un'azione o un'omissione sia giusta né ingiusta, buona né cattiva. Perocchè non vi può esser niuna ragione per la quale sia giusto né ingiusto, buono né cattivo, l'ubbidire a qualsiasi legge; e niun principio vi può avere sul quale si fondi il diritto che alcuno abbia di comandare a chi che sia, se l'idea del giusto, del dovere e del diritto, non è innata o ispirata (come vuole Voltaire, cioè naturalm. e p. innata disposizione nascente nelle menti degli uomini, com'ei son giunti all'età della ragione) negl'intelletti umani.

(4 Sett. 1823)

 

 

Bernard de Mandeville

LA FAVOLA DELLE API

Nella sezione ARTEDIRITTO

E poiché nulla poteva prosperare
meno che gli avvocati in un alveare onesto,
tutti, tranne quelli che avevano guadagnato abbastanza,
scapparono via con i loro calamai portatili.
La giustizia impiccò qualcuno, altri mandò liberi;
e dopo la liberazione dalle prigioni,
non essendo più necessaria la sua presenza,
si ritirò con il suo seguito e in pompa.
Per primi marciavano i fabbri, con serrature e grate,
catene e porte rinforzate di ferro;
poi i carcerieri, secondini e aiutanti;
prima della dea, a qualche distanza,
il suo principale e fedele ministro,
il signor BOIA, che dà l'ultimo compimento alla legge,
portava non la spada immaginaria,
ma i suoi strumenti, ascia e corda.
Infine, su una nuvola, la bella con gli occhi bendati,
la GIUSTIZIA era spinta dal vento;
intorno al suo carro, e dietro,
vi erano sergenti, funzionari di polizia di ogni tipo,
ufficiali giudiziari, e tutti quelli
che si guadagnano da vivere con le lacrime degli altri.

 

Guy de Maupassant

ALTRI TEMPI


(
Racconti (1882), Traduzione di Rosanna Pelà,
Edizioni per il Club del Libro, Novara, 1969, p.159)

IN ARTEDIRITTO

Allora la sposina, a sua volta, si fece avanti veemente, esasperata e, alzando la mano verso la signora impassibile e rossa:

"Ma dateci un pò una guardata, signor giudice, dateci una guardata. Se non si può dire che questo valeva questo!".

Il giudice, di fatto, esaminò a lungo la vecchia, consultò il suo cancelliere, capì che effettivamente questo valeva ben questo, e congedò la querelante. E gli astanti unanimi approvarono la decisione.

 

Cesare Beccaria

DEI DELITTI E DELLE PENE

(Capitolo 37: Attentati, complici, impunità)

Perché le leggi non puniscono l'intenzione, non è però che un delitto che cominci con qualche azione che ne manifesti la volontà di eseguirlo non meriti una pena, benché minore all'esecuzione medesima del delitto. L'importanza di prevenire un attentato autorizza una pena; ma siccome tra l'attentato e l'esecuzione vi può essere un intervallo, cosí la pena maggiore riserbata al delitto consumato può dar luogo al pentimento. Lo stesso dicasi quando siano piú complici di un delitto, e non tutti esecutori immediati, ma per una diversa ragione. Quando piú uomini si uniscono in un rischio, quant'egli sarà piú grande tanto piú cercano che sia uguale per tutti; sarà dunque piú difficile trovare chi si contenti d'esserne l'esecutore, correndo un rischio maggiore degli altri complici. La sola eccezione sarebbe nel caso che all'esecutore fosse fissato un premio; avendo egli allora un compenso per il maggior rischio la pena dovrebbe esser eguale. Tali riflessioni sembreran troppo metafisiche a chi non rifletterà essere utilissimo che le leggi procurino meno motivi di accordo che sia possibile tra i compagni di un delitto.

 

Benjamin Constant

(1767 - 1830)

Riflessioni sulle costituzioni e le garanzie

(Ideazione Editrice, Roma, 1999, p.168)

Si confondono sempre i libelli con la libertà di stampa, ma è l'asservimento della stampa che produce questi libelli e che ne decreta anche il successo. Sono proprio queste minuziose precauzioni contro gli scritti, come se fossero falangi nemiche; sono proprio esse che, attribuendo loro una immaginaria influenza, ne ingrandiscono quella reale. Allorquando gli uomini vedono interi codici di leggi proibitive ed eserciti inquisitori, devono supporre come particolarmente temibili gli attacchi che vengono respinti. Se ci si dà tanta pena per allontanare da noi questi scritti, l'impressione che potrebbero produrre deve essere molto più profonda! Essi devono essere senza dubbio dotati di una capacità di convincere del tutto irresistibile.

 

Frédéric Bastiat
(Scrittore e uomo politico francese,
1801-1850)

LA LEGGE

(Leonardo Facco Editore,
Treviglio (BG), 2001, p.51)

Non si vuole solamente che la Legge sia giusta; si vuole anche che sia filantropica. Non ci si accontenta che essa garantisca a ogni cittadino il libero e inoffensivo esercizio delle sue facoltà, applicate al suo sviluppo fisico, intellettuale e morale; si esige da essa che diffonda direttamente sulla nazione il benessere, l'istruzione e la moralità.

 

Mario Vargas Llosa

LA ZIA JULIA E LO SCRIBACCHINO

Einaudi Editore S.p.a., Torino, 1994, p.88 (capitolo VI)

Un limpido mattino d'estate, attillato e puntuale com'era sua abitudine, entrò il dottor don Pedro Barreda y Zaldivar nel suo ufficio di giudice istruttore della Corte d'Appello (sezione Penale) del Tribunale Superiore di Lima. Era un uomo giunto nel fiore dell'età, la cinquantina, e nella sua persona - fronte spaziosa, naso aquilino, sguardo penetrante, rettitudine e bontà nello spirito - la correttezza etica traspariva da una gagliardia che gli valeva sin dal primo momento il rispetto della gente. Vestiva con la modestia che si confà a un magistrato dal magro stipendio, costituzionalmente impermeabile alla corruzione, ma con una correttezza tale che produceva un'impressione di eleganza. Il Palazzo di Giustizia cominciava a sgranchirsi dal suo riposo lucifugo e la sua mole andava inondandosi di un'affannosa ressa di avvocati, legutei, portieri, querelanti, notai, esecutori testamentari, baccellieri e curiosi. Nel cuore di quest'alveare, il dottor don Barreda y Zaldivar aprì la sua valigetta, ne estrasse alcuni incartamenti, si sedette alla scrivania e si accinse a iniziare la giornata. Qualche secondo dopo si materializzò nel suo ufficio, rapido e silenzioso come un meteorite nello spazio, il segretario, il dottor Zelaya, ometto occhialuto, con baffetti a spazzolino che mentre parlava si muovevano ritmicamente.
- Buongiorno, caro dottore, - salutò il magistrato, facendogli una riverenza a cerniera.
- Anche a lei, Zelaya, - gli sorrise affabilmente il dottor don Barreda y Zaldivar. - Cosa ci appresta la mattinata?
- Stupro di minorenne con l'aggravante di violenza men tale, - posò sulla scrivania un pingue incartamento il segretario. - Il responsabile, un abitante della Victoria di aspetto lombrosiano, nega i fatti. I principali testimoni sono in corridoio.
- Prima di ascoltarli, devo rileggere il rapporto della polizia e la denuncia della parte civile, - gli ricordò il magistrato.
- Aspetteranno tutto il tempo che ci vorrà, - rispose il segretario. E uscì dall'ufficio.
Il dottor don Barreda y Zaldivar aveva, sotto la sua solida corazza giuridica, un animo da poeta. Una lettura dei gelidi documenti giudiziari gli bastava per, scostando la crosta retorica di clausole e latinate, giungere con l'immaginazione ai fatti. Così, leggendo il rapporto redatto alla Victoria, ricostruì con vivezza di dettagli la denuncia. Vide entrare il lunedì precedente, nel commissariato del composito e variopinto distretto, la bimba di tredici anni, alunna della scuola Mercedes Cabello de Carbonera, chiamata Sarita Huanca Salaverria. Veniva piangente e con lividi sul viso, sulle braccia e sulle gambe, fra i suoi genitori don Casimiro Huanca Padron e donna Catilina Salavercia Melgar. La minorenne era stata oltraggiata il giorno prima, nella casa popolare di avenida Luna Pizarro n. 12, camera H, dal soggetto Gumercindo Tello, inquilino della stessa casa popolare (camera J). Sarita, dominando la sua confusione e il suo strazio, aveva rivelato ai custodi dell'ordine che lo stupro non era altro che la tragica conclusione di un lungo e segreto assedio cui si era vista sottomessa dal violentatore. Questi, infatti, già da otto mesi - ossia dal giorno in cui era venuto a installarsi, qual stravagante uccello di malaugurio, nella casa popolare n. 12 - molestava Sarita Huanca, senza che i genitori di costei o gli altri inquilini avessero potuto notarlo, con complimenti di cattivo gusto e insinuazioni audaci (sul genere di: "Mi piacerebbe spremere i limoni del tuo giardino" o "Un giorno di questi ti mungerò"). Dalle profezie, Gumercindo Tello era passato agli atti, concretizzando diversi tentativi di palpamenti e baci del- la pubere, nel cortile della casa popolare n. 12 o in vie adiacenti, quando la giovane tornava dalla scuola o quando usciva a far commissioni. Per naturale pudore, la vittima non aveva informato i genitori dell'assedio.
La sera della domenica, dieci minuti dopo che i suoi genitori erano usciti diretti al cinema Metropolitan, Sarita Huanca, che stava facendo i compiti, udì alcuni colpetti all'uscio. Andò ad aprire e si trovò davanti Gumercindo Tello. - Desidera? - gli domandò cortesemente. Lo stupratore, simulando l'aria più innocente del mondo, addusse il pretesto che il suo fornello era rimasto senza combustibile: ormai era tardi per andare a comprarlo e veniva a farsi prestare un po' di cherosene per prepararsi la cena (prometteva di restituirlo l'indomani) Generosa e ingenua, la piccola Huanca Salaverria fece entrare l'individuo e gli indicò la latta del cherosene che si trovava fra il fornello e il secchio che fungeva da gabinetto.

 

Tacito

ANNALI

In uno Stato corrotto si fanno moltissime leggi.

 

Seneca

Ciò che le leggi non vietano, può vietarlo l'onestà.

 

Carlo Goldoni

MEMORIE

Libro 1, Capitolo L

(Traduzione di Paola Ranzini,
Arnoldo Mondadori Editore,
Meridiani, Milano, 1993, pp.281 e ss.)

Dopo avere inviato Il Figlio di Arlecchino al signor Sacchi, che doveva esserne il padre, ripresi il normale corso delle mie occupazioni quotidiane. Avevo molte cause da sbrigare; cominciai da quella che mi sembrava più interessante.
Il cliente che dovevo difendere era soltanto un contadino, ma i contadini della Toscana sono assai benestanti, intentano sempre processi e pagano bene.
Quasi tutti hanno eredità in enfiteusi per loro, per i figli e per i nipoti. Pagano una somma convenuta all'entrata in vigore del contratto e una tassa annuale; considerano poi tali beni come di loro proprietà, vi si affezionano, si danno cura di migliorarli; e sono i proprietari ad approfittarne alla fine del contratto d'affitto.
Il mio cliente aveva a che fare con un priore di convento che voleva revocare il contratto, per la ragione che i monaci sono sempre minori e che si poteva ricavare miglior profitto dalle loro terre. Io scoprii l'inganno: si trattava di una giovane vedova che, con la protezione del reverendo, voleva destituire del possesso i contadini.
Scrissi un Memoriale che interessava la nazione tutta, che provava l'importanza del mantenimento dei contratti di enfiteusi; vinsi la causa e la mia arringa mi arrecò onore infinito.
Qualche giorno dopo fui costretto a recarmi a Firenze a sollecitare un'ordinanza del governo per fare rinchiudere in convento una signorina, per tutta la durata durata della procedura avviata.
Si trattava di una fanciulla di maggiore età, una ricca ereditiera, che aveva firmato un contratto di matrimonio con un gentiluomo fiorentino, ufficiale nelle truppe della Toscana, e che voleva, invece, sposare un giovane che le piaceva di più.
Mentre il mio cliente e io ci trovavamo nella capitale la signorina si accordò con il nuovo pretendente in modo da eludere i nostri tentativi. Il processo mutava aspetto e poteva farsi serio. Prestammo ascolto alle proposte, la signorina era ricca, l'affare fu risolto in modo amichevole.
Al ritorno da Firenze un altro processo mi obbligò partire per Lucca. Ero ben contento di vedere tale repubblica, che non è estesa, né potente, ma che è ricca, piacevole e governata in modo assai saggio.
Portai con me mia moglie e vi passammo sei giorni nella maniera più piacevole. Si era agli inizi di maggio. Il giorno dell'Invenzione della Santa Croce è la festa prin- cipale della città; nella cattedrale vi è un'immagine del Salvatore, che si chiama il Volto Santo, e che in quel giorno viene esposta nella più solenne pompa e con una musica così ricca di voci e strumenti, come non ho mai visto fare né a Roma né a Venezia.
C'è poi un uso istituito da un devoto lucchese che ordina di accogliere quel giorno nella cattedrale tutti i musicanti che vi si presentino e di pagarli, non in proporzione alloro talento, ma in proporzione alla strada che hanno percorso; e il compenso è fissato a un tanto per lega, o per miglio.
Tale musica doveva essere più rumorosa che gradevole, ma l'opera che veniva contemporaneamente rappresentata a Lucca era fra le meglio scelte e le meglio composte. La graziosa Gabrielli faceva la delizia di tale teatro musicale. Era di buon umore: il celebre Guadagni, che era il suo eroe sulla scena e in privato, aveva sottomesso all'impero dell'amore i capricci della virtuosa. La faceva cantare ogni giorno e il pubblico, abituato a vederla malinconica, schizzinosa e sgradevole, godeva pienamente della sua bella voce e del suo superiore talento.
Sistemati gli affari e soddisfatta la mia curiosità, lasciai con dispiacere quel paese rispettabile, che, sotto la protezione dell'Imperatore, pro tempore, gode di una tranquilla libertà e si occupa di mantenere l'ordine più salutare e civile.
Ero ben contento di visitare io stesso e di far visitare a mia moglie un'altra parte molto interessante della Toscana; così attraversammo i territori di Pescia, Pistoia e Prato.
Non ci sono coste meglio esposte, terre meglio coltivate, campagne più ridenti, più deliziose. Se l'Italia è il giardino dell'Europa, la Toscana è il giardino dell'Italia.


Jonathan Swift

I VIAGGI DI GULLIVER

(Viaggio a Lilliput, Capitolo VI)

(Traduzione di Renato Ferrari, Milano, Edizioni per il Club del Libro, 1964, p.104-106)

Dirò ora solo poche cose della loro cultura che per molti secoli è fiorita tra loro in ogni suo ramo, ma il loro modo di scrivere è assai peculiare perché non va né da sinistra a destra come fanno gli Europei, né da destra a sinistra come è uso presso gli Arabi; né dall'alto al basso come i Cinesi e neppure dal basso in alto al modo dei Cascagiani, ma per traverso da un angolo del foglio all'altro, alla maniera delle dame d'Inghilterra.
Essi seppelliscono i loro morti con la testa in giù perché hanno la credenza che tra undicimila lune dovranno risorgere tutti; nel quale periodo la terra (ch'essi immaginano piatta) si volterà sottosopra e in tal modo alla loro resur\: rezione si troveranno pronti e ritti in piedi. Le persone colte del paese ammettono l'assurdità di questa dottrina, ma l'usanza continua tuttora per compiacere il volgo.
In questo impero vi sono leggi e consuetudini assai peculiari, e se non fossero in così diretto contrasto con quelle del mio caro paese sarei tentato di dire qualche cosa a loro giustificazione. C'è solo da augurarsi che la loro applicazione sia altrettanto esemplare. Menzionerò per prima quella riguardante i delatori. Tutti i delitti contro lo Stato vengono puniti qui con la massima severità, ma se la persona accusata riesce a provare la sua completa innocenza al processo, l'accusatore è immediatamente mandato a morte ignominiosa, e l'innocente viene risarcito in modo quadruplo con i beni e con le terre di quello, per il danno subito, per gli stenti sopportati in prigione e per tutte le spese avute per la difesa. O, se quei fondi non fossero sufficienti, vi supplirebbe largamente la Corona. L'imperatore gli conferisce inoltre alcuni pubblici segni del suo favore, e la sua innocenza viene proclamata in tutta la città.
Essi considerano la frode un delitto più grave del furto e perciò non mancano se non raramente di punirla con la morte. Essi affermano infatti che la cura e la vigilanza, insieme con un normalissimo buon senso, possono tutelare i beni dell'uomo dai ladri, ma l'onestà non ha protezione contro una superiore scaltrezza: e poiché è necessario che vi sia un continuo movimento di acquisti e di vendite e di commerci a credito, in cui la frode è permessa o tollerata oppure non vi sono leggi che la puniscono, il commerciante onesto ha sempre la peggio e il furfante tutto il profitto. Ricordo che una volta intercedevo presso il re a favore di un criminale; questi aveva defraudato il suo padrone di una grande somma di denaro che aveva incassato per suo conto, ed era fuggito; e accadendomi di dire a sua Maestà, a titolo di attenuante, che si trattava soltanto di abuso di fiducia, l'imperatore considerò mostruoso da parte mia presentare a difesa la massima aggravante del delitto; e veramente potei replicare ben poco in aggiunta alla comune risposta che diversi paesi hanno diverse usanze, poiché, lo confesso, sentivo una profonda vergogna.
Sebbene siamo soliti chiamare ricompensa e punizione i due cardini sui quali gira il governo, non ho tuttavia mai potuto notare che questa massima venga messa in atto da qualche nazione eccetto da quella di Lilliput. Chiunque possa portare prove sufficienti di aver rigorosamente obbedito alle leggi del proprio paese per settantatré lune, ha diritto a certi privilegi, secondo la sua posizione sociale e il suo tenore di vita, e a una somma di denaro proporzionale, prelevata da un apposito fondo destinato a questo uso; egli acquista altresì il titolo di Snilpall, ovvero legale, che viene aggiunto al suo nome, ma non è trasferibile ai suoi discendenti. Quando dissi loro che le nostre leggi venivano fatte rispettare soltanto per mezzo di penalità, senza qualsiasi menzione di ricompensa, quella gente giudicò la cosa una enorme imperfezione politica. Per questo fatto l'immagine della giustizia nei loro tribunali è raffigurata con sei occhi, due davanti, altrettanti dietro e uno per ciascun lato, a significare circospezione, con un sacchetto d'oro aperto nella mano destra e una spada inguainata nella sinistra, per mostrare ch'essa è piu disposta a ricompensare che non a punire.
Nella scelta delle persone per tutti gli impieghi, essi tengono in maggior conto la buona moralità che non la grande capacità: poiché, essendo il governo necessario all'umanità, essi pensano che la comune misura degli intelletti umani si addica per un certo posto o per un altro, e che la Provvidenza non abbia mai inteso fare dell'amministrazione degli affari pubblici un mistero comprensibile solo a poche persone di genio sublime, di cui raramente nascono tre in un'epoca; ma essi sono convinti che la verità, la giustizia, la temperanza e simili virtù possono risiedere in ogni uomo e che l'esercizio di tali vitù, aiutate dall'esperienza e dalla buona intenzione, qualificano chicchessia per il servizio del proprio paese, salvo il caso in cui sia richiesto un corso di studio. Ma reputano che la mancanza di vitù morali sia così lontana dal poter essere supplita da doti superiori di mente, che gli impieghi non possono mai essere affidati a mani pericolose come quelle di persone di tali qualità; e che per lo meno gli errori commessi per ignoranza da un'indole virtuosa non potranno mai avere cosi fatali conseguenze per il pubblico bene come le azioni di un uomo la cui inclinazione lo porta ad essere corrotto e che ha grandi capacità di manipolare, moltiplicare e difendere le proprie corruzioni.

Aristotele

POLITICA (VII, 4,5)

La legge è ordine; e una buona legge è un buon ordine.

 

Antico Testamento - Sapienza

(I, 1)

(Versione di M. Conti, da La Bibbia,
Edizioni Paoline, 1989)

Amate la giustizia, voi che governate la terra.

 

Ferdinando d'Asburgo

Motto

Fiat iustitia et pereat mundus

(sia fatta giustizia a qualunque costo, il mondo vada pure in rovina)

 

William Shakespeare

MISURA PER MISURA

(Atto II, scena 1)

Angelo
Io non nego che la giuria che decide della vita d'un prigioniero possa tra i dodici giurati annoverare un ladro o due più colpevoli di colui che processano; quello che è reso manifesto alla giustizia, di questo la giustizia s'impadronisce; che importa alle leggi se sono ladri che giudican ladri? E' ovvio che il gioiello che noi troviamo, ci chiniamo a raccattarlo perchè lo vediamo; ma quel che non vediamo, ci camminiamo sopra senza neanche pensarci.

 

Luigi Einaudi

IL PROBLEMA DELLE ABITAZIONI

Milano, Fratelli Treves Editori, 1920

Il problema delle abitazioni è fra quelli che al momento presente interessano maggiormente, perchè molto diffusa in tutte le classi della popolazione è la preoccupazione di trovare case o stanze per alloggio. Il problema delle case è anche molto interessante non perchè sia molto diverso da altri del genere, ma perchè è un esempio tipico del modo con cui l'intervento del governo con i suoi decreti è riuscito a rendere di difficilissima soluzione un problema che se fosse stato lasciato a se stesso forse non si sarebbe presentato così grave.

 

Donatien-Alphonse-Francois de Sade

IL GIUDICE BEFFATO

(Sellerio Editore, Palermo, 2002, p.88)

Se punissimo solo i crimini comprovati, ci potremmo concedere il piacere di trascinare al patibolo i nostri simili quattro volte al secolo, ed è l'unico mezzo che abbiamo per farci rispettare. Vorrei sapere che cosa diventerebbe un parlamento se avesse la borsa sempre aperta alle necessità dello Stato, non facesse mai rimostranze, registrasse tutti gli editti e non ammazzasse nessuno: sarebbe un'assemblea di balordi cui nessuno farebbe caso ... Coraggio, presidente, coraggio, hai fatto solamente il tuo dovere, amico mio: lascia pure sbraitare i nemici della magistratura, non riusciranno mai a distruggerla. Il nostro potere, fondato sulla debolezza dei re, durerà quanto la monarchia, e Dio voglia per i sovrani che non finisca per rovesciarli.

 

William Shakespeare

AMLETO

(Atto V, Scena 1)


[Il primo becchino getta dalla fossa un teschio]

Amleto: Eccone un altro; perchè non potrebbe questo essere il teschio di un avvocato? Dove sono le sue sottigliezze ora, i suoi cavilli, le sue cause, i suoi titoli di proprietà e i suoi espedienti? perchè permette egli ora che questo zotico manigoldo gli percuota la zucca con una sudicia pala, e non lo denuncia per lesioni?

 

Donatien-Alphonse-Francois de Sade

IL GIUDICE BEFFATO

(Sellerio Editore, Palermo, 2002, p.45)

Noi magistrati sappiamo privarci dell'uso della ragione più che di qualunque altra cosa. Bandendola dai nostri tribunali e dalla nostra testa, ci divertiamo a calpestarla, ed è questo che fa dei nostri decreti dei veri capolavori: giacchè, anche se sono del tutto privi di buon senso, vengono eseguiti altrettanto fermamente che se avessero un significato intellegibile.

 

Donatien-Alphonse-Francois de Sade

IL GIUDICE BEFFATO

(Sellerio Editore, Palermo, 2002, p.120)

Sono forse concessi degli strumenti di difesa a un arrestato, e una delle vostre usanze più rispettabili non è forse quella di farlo marcire prima di ascoltarlo?

 

Georg Christoph Lichtenberg
(Filosofo e scrittore, 1742 - 1799)

(Da: Lo scandaglio dell'anima, Aforismi e lettere, a cura di Anacleto Verrecchia, Biblioteca Universale Garzanti, 2002, p.393)

La mattina diciamo talvolta una frase che non ci abbandona più per tutto il giorno. Così, il 28 febbraio del 1778, io dicevo quasi ogni quarto d'ora: "Law is a bottomless pit" ("La legge è un pozzo senza fondo").

Tucidide

LE STORIE

(Libro I, LXXVI, Edizioni Club del Libro, 1969, p.101, Traduzione di Gianluigi Piazza)

 

Gli Ateniesi giustificano la loro condotta.

Si comporta lodevolmente chi, dominando sugli altri secondo le leggi della natura umana, rispetta la giustizia più di quanto gli permetterebbe la sua potenza.

 

Albert Camus

LO STRANIERO

(Milano, Bompiani, Edizione Tascabili, 2001, p.101, Traduzione di Alberto Zevi)

 

Sono venuti a prendermi la mattina alle sette e mezza e la vettura cellulare mi ha condotto al palazzo di giustizia. I due gendarmi mi hanno fatto entrare in una stanzetta odorosa d'ombra; abbiamo aspettato, seduti presso una porta dietro alla quale si sentivano voci, grida di gente che si chiamava, rumore di seggiole e tutto un trambusto che mi ha fatto pensare a quelle feste di sobborgo dove, dopo il concerto, si libera la sala per poter ballare. I gendarmi mi hanno detto che bisognava aspettare la corte e uno di loro mi ha offerto una sigaretta che ho rifiutata. Dopo un po' mi ha chiesto se ero nervoso e ho risposto di no. In un certo senso, anzi, mi interessava vedere un processo. Non avevo mai avuto l'occasione di assistervi in vita mia. "Sì", mi ha detto il secondo gendarme, "ma finisce per stancare".

 

Antonio Di Pietro

IL SACCO DI ROMA

Milano, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Le Scie, 2002, p.270)

 

Moltissime sono le controversie sorte tra gli stessi romani dopo l'uscita dei lanzichenecchi, e tutte ruotano intorno allo stesso ordine di problema: per procurarsi i soldi con i quali pagare le taglie agli imperiali molta gente ha dovuto vendere in fretta e furia beni immobili o oggetti preziosi ricevendo spesso in cambio da concittadini senza scrupoli somme notevolmente più basse rispetto al loro valore reale. C'è anche chi ha dovuto pagare interessi da usura per avere in prestito piccole somme di danaro. Ora tutti chiedono che quei contratti capestro vengano annullati o, quantomeno, se ne possano rivedere le condizioni. Le liti sono talmente tante che il papa [Clemente VII, n.d.r.] da Viterbo ha dovuto ordinare la creazione a Roma di un ufficio che esaminasse caso per caso e decidesse secondo giustizia.



Tucidide

LE STORIE

(Libro I, LXXVI, Edizioni Club del Libro, 1969, p.101, Traduzione di Gianluigi Piazza)

 

Gli Ateniesi spiegano perchè la loro egemonia sia malvista.

Noi, che ci troviamo svantaggiati nelle controversie civili con i nostri alleati e che presso di noi abbiamo stabilito norme processuali eguali per tutti, abbiamo fama di litigiosi; ma nessuno dei nostri alleati considera che questo rimprovero non viene rivolto a tutti gli altri che hanno un impero e son meno moderati di noi con chi è loro soggetto; infatti chi può dominare con la forza non ha nessun bisogno di ricorrere alla giustizia.

I nostri alleati invece, abituati a trattare con noi su un piano di parità, quando, o per una sentenza o per la forza stessa del nostro potere o in qualsiasi altro modo si trovano danneggiati in maniera che essi considerano ingiusta, non ci sono grati per non aver perso di più, ma per quella piccola perdita si sdegnano più che se noi, mettendo da parte la legge, avessimo agito con aperta prepotenza: anzi, in tal caso neppur essi obietterebbero che il più debole non deve essere sottomesso al più forte. A quanto sembra, gli uomini si sdegnano più per l'ingiusizia che per la violenza; quella infatti sembra propotenza d'un eguale, questa invece necessità imposta dal più forte.

 

Albert Camus

LO STRANIERO

(Milano, Bompiani, Edizione Tascabili, 2001, pp.121-2, Traduzione di Alberto Zevi)

 

Persino da un banco di imputato è sempre interessante sentire parlare di sé. Durante le arringhe del P.M. e del mio difensore si è effettivamente parlato molto di me, e forse più di me che del mio delitto. E in definitiva erano tanto differenti fra loro, le arringhe dell'uno e dell'altro? L'avvocato alzava le braccia e ammetteva la colpabilità, ma con attenuanti. Il P.M. tendeva le mani e denunciava la colpabilità, ma senza attenuanti. C'era tuttavia una cosa che mi metteva a disagio. A volte, nonostante le mie preoccupazioni, ero tentato di intervenire, e allora l'avvocato mi diceva "Stia zitto, che è meglio per lei". In un certo qual modo avevano l'aria di trattare la cosa al di fuori di me. Tutto si svolgeva senza il mio intervento. Si decideva la mia sorte senza chiedere il mio parere. Di tanto in tanto avevo voglia di interrompere tutti quanti e dire: "Ma insomma, chi è l'accusato qui? E' una cosa importante, essere l'accusato! E io ho qualcosa da dire!". Ma dopo averci riflettuto un po', non avevo da dire nulla. Del resto devo riconoscere che l'interesse che si prova a tener occupate delle persone non dura molto a lungo.

 

Ottaviano Augusto

RES GESTAE

(A cura di Luca Canali, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.,
Oscar Mondadori, Milano, 2002, pp.8-9)

2

1. Cacciai in esilio gli assassini di mio padre, punendo il loro crimine con sentenze legittime, e in seguito, portando essi guerra alla repubblica, li sconfissi due volte sul campo.

1. Qui parentem meum trucidaverunt, eos in exilum expuli iudiciis legitimis ultus eorum facinus, et postea bellum inferentis rei publicae vici bis acie.

 

Albert Camus

LO STRANIERO

(Milano, Bompiani, Edizione Tascabili, 2001, pp.124-5, Traduzione di Alberto Zevi)

 

... il P.M. si è messo a parlare della mia anima. Diceva che si era chinato su di essa e non vi aveva trovato nulla, signori giurati. Diceva che in verità io non ne avevo affatto, di anima, e che nulla di umano mi era accessibile, nessuno dei principi morali che presiedono al cuore degli uomini. "Naturalmente", aggiungeva, "non è questo che vogliamo rimproverargli. Non abbiamo il diritto di lamentarci che sia privo di ciò che egli non potrà mai possedere. Ma quando si tratta di questa Corte, la virtù tutta negativa della tolleranza deve cedere il passo a quella meno facile ma più elevata della giustizia. Soprattutto quando il vuoto dell'animo quale si ritrova in quest'uomo diventa un abisso dove la società può perire". E' a questo punto che ha parlato del mio contegno verso la mamma. Ha ripetuto quello che aveva detto durante il dibattimento. Ma è stato molto più lungo di quando aveva parlato del mio delitto, talmente lungo che alla fine non ho sentito più altro che il calore del mattino d'estate. Perlomeno fino al momento in cui il P.M. si è interrotto, e dopo un istante di silenzio, ha ripreso a bassa voce e con accento commosso: "Questa stessa Corte, signori giurati, dovrà giudicare domani il più abominevole dei misfatti, l'assassinio di un padre". Secondo lui l'immaginazione indietreggiava di fronte a un così atroce gesto ed egli osava sperare che la giustizia degli uomini avrebbe colpito senza pietà. Ma, non aveva paura di dirlo, l'orrore che gli ispirava quel delitto era quasi inferiore a quello che provava dinanzi alla mia insensibilità. Sempre a sentire lui, un uomo che uccideva moralmente sua madre radiava se stesso dal consorzio umano allo stesso titolo di colui che alzava una mano assassina sull'autore dei suoi giorni..".

 

Albert Camus

LO STRANIERO

(Milano, Bompiani, Edizione Tascabili, 2001, pp.144-5, Traduzione di Alberto Zevi)

 

Egli [il prete, n.d.r.] era sicuro, diceva, che il mio ricorso sarebbe stato accolto, ma io portavo il peso di un peccato di cui dovevo liberarmi. Secondo lui la giustizia degli uomini non era nulla e la giustizia di Dio era tutto. Gli ho fatto notare che era la prima che mi aveva condannato. Ma ha risposto che essa non aveva, con la sua condanna, lavato nulla del mio peccato. Gli ho detto che non sapevo che cosa fosse un peccato: mi era stato detto soltanto che ero un colpevole. Ero colpevole, pagavo, non si poteva chiedermi nulla di più.

 

Giacomo Casanova

MEMOIRES

(Da Il Duello, di Giacomo Casanova, a cura di Elio Bartolini, Ed. Adelphi, 1987)

 

Se gli offesi, chiamando in giustizia gli offensori, potessero lusingarsi di esser per ottener dal giudice una pingue sentenza in loro favore, potrebbe darsi che i duelli non avvenissero tanto di frequente, malgrado le infelici massime del punto d'onore; ma l'esperienza fa che non possano sperar niente più di una fredda scusa o di una ridicola ritrattazione, che secondo il parer di certi pensatori sembra più atta ad accrescere la macchia che a toglierla. In Inghilterra però un uomo che ha detto ad un altro una parola offensiva, se tradotto in giustizia non può provare di avergli detto il vero, è mezzo rovinato.

 

Ottaviano Augusto

RES GESTAE

(A cura di Luca Canali, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.,
Oscar Mondadori, Milano, 2002, pp.20-1)

8

5. Con nuove leggi, promulgate dietro mia proposta, rimisi in vigore consuetudini dei nostri avi, già quasi cadute in disuso nel nostro tempo, e io stesso tramandai ai posteri molte consuetudini da imitare.

5. Legibus novis me auctore latis multa exempla maiorum exolescentia iam ex nostro saeculo reduxi et ipse multarum rerum exempla imitanda posteris tradidi.

Georg Christoph Lichtenberg
(Filosofo e scrittore, 1742 - 1799)

(Da: Lo scandaglio dell'anima, Aforismi e lettere, a cura di Anacleto Verrecchia, Biblioteca Universale Garzanti, 2002, p.440)

J1161.

Non vedo che cosa ci sia di male nel sostituire al patriottismo, che non tutti sentono, l'amore per il re, se il sovrano regna così bene che tutto accada per amore e per fedeltà verso di lui. L'amore e la fedeltà verso una persona giusta sono molto più comprensibili, per l'uomo, che non l'amore e la fedeltà verso una legge, fosse pure la migliore delle leggi.

 

Georg Christoph Lichtenberg
(Filosofo e scrittore, 1742 - 1799)

(Da: Lo scandaglio dell'anima, Aforismi e lettere, a cura di Anacleto Verrecchia, Biblioteca Universale Garzanti, 2002, p.371)

F23.

Non capisco perchè un libro dovrebbe restare nella scrivania per nove anni, visto che l'autore è rimasto solo nove mesi nel corpo della madre. Non ci si può immaginare niente di più sciocco. Non mi meraviglia assolutamente che non possa esistere uno Stato con simili leggi (ma scommetto che si tratta di uno scherzo di Orazio, il quale allude ai nove mesi della gravidanza). Non conosco nessuna provincia tedesca dove i dotti tengano per nove anni chiuse nel cassetto le loro opere, ma so di una regione in cui i giudici seguono la regola oraziana: trascurano per nove anni i processi e alla fine giudicano in maniera molto più balorda che non dove i processi vengono fatti su due piedi.

 

Georg Christoph Lichtenberg
(Filosofo e scrittore, 1742 - 1799)

(Da: Lo scandaglio dell'anima, Aforismi e lettere, a cura di Anacleto Verrecchia, Biblioteca Universale Garzanti, 2002, p.447)

Le leggi, anche le migliori, si possono solo rispettare o temere, ma non amare. I buoni regnanti, invece, si rispettano, si temono e si amano. Quale grande fortuna per un popolo!

 

Vittorio Alfieri
(1749 - 1803)

(Virginia, Atto II, Scena II)

Appio:

Ove son leggi / tremar non dee chi leggi non infranse

 

Cesare Ripa

(1560 ? - 1625 ?)

ICONOLOGIA

(Milano, Tascabili degli Editori Associati S.p.A. (T.E.A.), 2002, p.162, a cura di Piero Buscaroli)

 

GIUSTITIA

Donna vestita di bianco, habbia gli occhi bendati; nella destra mano tenga un fascio di verghe, con una scure legata insieme con esse, nella sinistra una fiamma di fuoco, & a canto haverà uno struzzo, overo tenga la spada; & le bilancie.

Questa è quella sorte di giustizia, che esercitano ne' Tribunali i Giudici & gli essecutori secolari.

Si veste di bianco, perchè il giudice dev'essere senza macchia di proprio interesse, o d'altra passione: tien gli occhi bendati, non guardando alcuna cosa della quale s'adoperi per giudice il senso nemico della ragione. Il fascio di verghe con la scure, era portato anticamente in Roma da littori innanzi a' Consoli, & al Tribuno della Plebe, per mostrar che non si deve rimanere dal castigare, ove richiede la Giustitia, ne si deve essere precipitoso: ma dar tempo a maturare il giuditio nello sciorre delle verghe. La fiamma mostra che la mente del Giudice deve esser sempre drizzata verso il Cielo.

Per lo struzzo s'impara, che le cose, che vengono in giuditio, per intricate che siano, non si deve mancare di strigarle, & isnodarle, con animo patiente, come lo struzzo digerisce il ferro, ancorché sia durissima materia, come raccontano molti scrittori.

 

Georges Simenon
(1903 - 1989)

LETTERA AL MIO GIUDICE

(Biblioteca Adelphi, Adelphi Edizioni S.p.a., Milano, 2002, p.9)

Signor giudice,

vorrei tanto che un uomo, un uomo solo, mi capisse. E desidererei che quell'uomo fosse lei.

Durante le settimane dell'istruttoria abbiamo passato lunghe ore insieme: ma allora era troppo presto. Lei era il giudice, il mio giudice, e io avrei fatto la figura di chi cerca di scolparsi. Adesso sa che non si tratta di questo. Vero?

Non so quale impressione lei abbia provato quando è entrato nell'aula del tribunale, che le è ovviamente familiare. Quanto a me, ricordo benissimo il suo arrivo. Ero solo, tra le mie due guardie. Erano le cinque di pomeriggio e nell'aula la penombra si addensava in nubi.




Francois de la Rochefoucauld
(1613 - 1680)

RIFLESSIONI O SENTENZE E MASSIME

Per la maggior parte degli uomini l'amore della giustizia è soltanto paura di patire l'ingiustizia.

 

Jean de la Bruyère
(1645 - 1696)

CARATTERI DI TEOFRASTO

Dovere dei giudici è rendere giustizia; loro mestiere, differirla. Alcuni conoscono il loro dovere e fanno il loro mestiere.

 

Jean de la Bruyère
(1645 - 1696)

CARATTERI DI TEOFRASTO

Meravigliosa trovata, la tortura, assolutamente sicura per perdere l'innocente dal fisico debole e salvare il colpevole di costituzione robusta.

 

Jean de la Bruyère
(1645 - 1696)

CARATTERI DI TEOFRASTO

Un colpevole punito è un esempio per la canaglia; un innocente condannato è uno scandalo per tutte le persone oneste.