Carlo Goldoni
MEMORIE
Libro 1, Capitolo L
(Traduzione di Paola Ranzini,
Arnoldo Mondadori Editore,
Meridiani, Milano, 1993, pp.281
e ss.)
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Dopo avere inviato Il
Figlio di Arlecchino al signor Sacchi, che doveva esserne
il padre, ripresi il normale corso delle mie occupazioni quotidiane.
Avevo molte cause da sbrigare; cominciai da quella che mi sembrava
più interessante.
Il cliente che dovevo difendere era soltanto un contadino, ma
i contadini della Toscana sono assai benestanti, intentano sempre
processi e pagano bene.
Quasi tutti hanno eredità in enfiteusi per loro, per
i figli e per i nipoti. Pagano una somma convenuta all'entrata
in vigore del contratto e una tassa annuale; considerano poi
tali beni come di loro proprietà, vi si affezionano,
si danno cura di migliorarli; e sono i proprietari ad approfittarne
alla fine del contratto d'affitto.
Il mio cliente aveva a che fare con un priore di convento che
voleva revocare il contratto, per la ragione che i monaci sono
sempre minori e che si poteva ricavare miglior profitto dalle
loro terre. Io scoprii l'inganno: si trattava di una giovane
vedova che, con la protezione del reverendo, voleva destituire
del possesso i contadini.
Scrissi un Memoriale che interessava la nazione tutta, che provava
l'importanza del mantenimento dei contratti di enfiteusi; vinsi
la causa e la mia arringa mi arrecò onore infinito.
Qualche giorno dopo fui costretto a recarmi a Firenze a sollecitare
un'ordinanza del governo per fare rinchiudere in convento una
signorina, per tutta la durata durata della procedura avviata.
Si trattava di una fanciulla di maggiore età, una ricca
ereditiera, che aveva firmato un contratto di matrimonio con
un gentiluomo fiorentino, ufficiale nelle truppe della Toscana,
e che voleva, invece, sposare un giovane che le piaceva di più.
Mentre il mio cliente e io ci trovavamo nella capitale la signorina
si accordò con il nuovo pretendente in modo da eludere
i nostri tentativi. Il processo mutava aspetto e poteva farsi
serio. Prestammo ascolto alle proposte, la signorina era ricca,
l'affare fu risolto in modo amichevole.
Al ritorno da Firenze un altro processo mi obbligò partire
per Lucca. Ero ben contento di vedere tale repubblica, che non
è estesa, né potente, ma che è ricca, piacevole
e governata in modo assai saggio.
Portai con me mia moglie e vi passammo sei giorni nella maniera
più piacevole. Si era agli inizi di maggio. Il giorno
dell'Invenzione della Santa Croce è la festa prin- cipale
della città; nella cattedrale vi è un'immagine
del Salvatore, che si chiama il Volto Santo, e che in
quel giorno viene esposta nella più solenne pompa e con
una musica così ricca di voci e strumenti, come non ho
mai visto fare né a Roma né a Venezia.
C'è poi un uso istituito da un devoto lucchese che ordina
di accogliere quel giorno nella cattedrale tutti i musicanti
che vi si presentino e di pagarli, non in proporzione alloro
talento, ma in proporzione alla strada che hanno percorso; e
il compenso è fissato a un tanto per lega, o per miglio.
Tale musica doveva essere più rumorosa che gradevole,
ma l'opera che veniva contemporaneamente rappresentata a Lucca
era fra le meglio scelte e le meglio composte. La graziosa Gabrielli
faceva la delizia di tale teatro musicale. Era di buon umore:
il celebre Guadagni, che era il suo eroe sulla scena e in privato,
aveva sottomesso all'impero dell'amore i capricci della virtuosa.
La faceva cantare ogni giorno e il pubblico, abituato a vederla
malinconica, schizzinosa e sgradevole, godeva pienamente della
sua bella voce e del suo superiore talento.
Sistemati gli affari e soddisfatta la mia curiosità,
lasciai con dispiacere quel paese rispettabile, che, sotto la
protezione dell'Imperatore, pro tempore, gode di una tranquilla
libertà e si occupa di mantenere l'ordine più
salutare e civile.
Ero ben contento di visitare io stesso e di far visitare a mia
moglie un'altra parte molto interessante della Toscana; così
attraversammo i territori di Pescia, Pistoia e Prato.
Non ci sono coste meglio esposte, terre meglio coltivate, campagne
più ridenti, più deliziose. Se l'Italia è
il giardino dell'Europa, la Toscana è il giardino dell'Italia.
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