William Shakespeare

Amleto

(a cura di Antonio Zama)

 

Non cadremo nel tranello di cercare di fornire in questa sede una biografia del drammaturgo inglese. Infatti, non trascorre anno nel quale illustri ricercatori avanzino nuove teorie sulla vita di Shakespeare e sulle sue opere, si è così passati da un estremo all'altro: alcuni hanno sostenuto che non sia mai esistito, altri ne hanno attentamente esaminato le inclinazioni sessuali, altri ancora le amicizie per scoprirvi questo o quel plagio, o viceversa questa o quella manipolazione dei testi tramandati a noi, ed infine si è giunti a sostenere, per la verità con non troppa originalità, che il suo talento visionario sia dovuto al consumo di droghe.

Con tutto il dovuto rispetto per gli emeriti studiosi che così passano il loro tempo, forse è meglio che Shakesperare continui a parlarci attraverso le sue opere, che, del resto, hanno molto da dire senza che si vada ad escogitare altri filoni di indagine per guadagnare i titoli dei giornali e magari qualche sostanziosa sovvenzione per la ricerca.

In realtà, quello che lascia sconcertati di William Shakespeare è che, nonostante il successo che gli arrise negli anni della maturità, poco si conosce della sua vita, circostanza che lascia attonito e privo di sostanziosi punti fermi il biografo.

Nato a Stradford-upon-Avon nel 1564 ed ivi morto nel 1616, nei primi anni novanta del secolo è già un affermato attore e drammaturgo che ha viste rappresentate le sue opere da diverse compagnie. Partecipa così a Londra alla turbinosa vita teatrale nella quale si richiedono ad attori e autori (ruoli non sempre ben distinti) nuove rappresentazioni che esercitano sul pubblico una ascendenza straordinaria tanto da creare forse il primo mercato dello spettacolo, che esige anche nuove soluzioni tecniche ed architettoniche. E' singolare, e forse meriterebbe maggiori attenzioni da parte dei ricercatori, che mentre a Londra si afferma il teatro moderno grazie alla concorrenza tra le diverse compagnie e pure tra le strutture ricettive (Globe e Blackfriars in testa), in Italia si sviluppa l'embrione del teatro musicale. A supremi modelli di queste esperienze possono assurgere l'Amleto di Shakespeare e l'Orfeo ed Euridice di Monteverdi che nel torno del primo decennio del 1600 hanno gettato le basi di una nuova epoca.

Il suo periodo più prolifico va dal 1595 al 1612: sono infatti di questa felice stagione le opere più famose, tra le quali, Romeo e Giulietta (1592-1595), Sogno di una notte di mezza estate (1593-1596), Il mercante di Venezia (1594-1597), Giulio Cesare (1598-1599), Amleto (1600-1601), Otello (1602-1611), Re Lear (1605-1606), Macbeth (1605-1608), Antonio e Cleopatra (1606-1608) e La tempesta (1611).

Presentiamo qui una pagina che non ha bisogno di particolari commenti: il famoso monologo di Amleto nella scena prima dell'atto terzo del dramma omonimo. Nel crescendo degli oltraggi che l'uomo subisce nel corso della sua vita, Amleto cita anche the laws delay, e the insolence of office, ossia i ritardi della legge, ma anche della giustizia, e la protervia subita da chi detiene posizioni di potere dovute al proprio incarico. Si tratta di situazioni che direttamente o indirettamente il giurista vive con una certa frequenza e da cui sorgono frustrazioni di ogni genere.

Rammentare i versi di Amleto può essere un utile balsamo tonificante, anche se buon gusto vorrebbe che non si abusasse di essi, come invece si è visto fare con inaudita improntitudine inserendoli in memorie o, peggio, quali prologo di questo o quel testo giuridico dal carattere insignificante.

 

 

Amleto (Atto III, scena 1).

Versione originale:

Hamlet:

To be, or not to be, that is the question
Whether 'tis nobler in the mind to suffer
The slings and arrows of outrageous fortune,
Or to take arms against a sea of troubles,
And by opposing, end them. To die, to sleep-
No more and by a sleep to say we end
The heart-ache, and the thousand natural shocks
That flesh is heir to; 'tis a consummation
Devoutly to be wished. To die, to sleep;
To sleep, perchance to dream. Ay, there's the rub;
For in that sleep of death what dreams may come
When we have shuffled of this mortal coil
Must give us pause - there's the respect
That makes calamity of so long life:
For who would bear the whips and scorns of time
Th'oppressor's wrong, the proud man's contumely,
The pangs of despis'd love, the laws delay,
The insolence of office, and the spurns
That patient merit of th'unworthy takes,
When he himself might his quietus make
With a bare bodkin; who would fardels bear,
To grunt and sweat under a weary life,
But that the dread of something after death,
The undiscovered country, from whose bourn
No travellers returns, puzzles the will
And make us rather bear those ills we have,
Than fly to others that we know not of?
Thus conscience does make cowards of us all,
And thus the native hue of resolution
Is sicklied o'er with the pale cast of thought,
And enterprises of great pitch and moment
With this regard their currents turn awry,
And lose the name of action.

 

Traduzione in prosa:

Amleto:

Essere o non essere: questo è il problema: se sia più nobile all'animo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell'iniqua fortuna, o prender l'armi contro un mare di problemi e combattendo disperderli.

Morire dormire; nulla più: - e con un sonno dirsi che poniamo fine al dolore e alle infinite miserie, naturale retaggio della carne, è soluzione da desiderare ardentemente.

Morire - dormire - sognare, forse: ma qui è l'ostacolo che ci trattiene: perchè in quel sonno della morte quali sogni possan venire, quando noi ci siamo sbarazzati di questo groviglio mortale: è la remora, questa, che di tanto prolunga la vita ai nostri tormenti.

Chi vorrebbe, se no, sopportar le frustate e gl'insulti del tempo, le angherie del tiranno, il disprezzo dell'uomo borioso, gli spasimi dell'amore disprezzato, gli indugi della legge, l'insolenza di chi è investito di una carica, e gli scherni che il merito paziente riceve dai mediocri, quando di mano propria potrebbe saldare il suo conto con due dita di pugnale?

Chi vorrebbe caricarsi di grossi fardelli imprecando e sudando sotto il peso di tutta una gravosa vita, se non fosse il timore di qualche cosa, dopo la morte - la terra inesplorata donde mai non tornò alcun viaggiatore - confonde la volontà, e ci fa piuttosto sopportare i mali che abbiamo, che non volare verso altri che non conosciamo?

Così la coscienza ci fa tutti vigliacchi; così la tinta naturale della determinazione si scolora al cospetto del pallido pensiero. E così imprese di grande importanza e rilievo per questo riguardo deviano il loro corso: e dell'azione perdono anche il nome.

 

Per le note bibliografiche e la traduzione ci siamo serviti dei seguenti testi:

Giorgio Melchiori, Shakespeare, Nove Volumi, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1991;

Raffaello Piccoli, Amleto, in Shakespeare - Teatro, a cura di Mario Praz, Vol.II, Sansoni, Firenze, 1961;

Cesare Vico Ludovico, Amleto, Giulio Einaudi Editore (Edizioni per il Club del Libro), Torino, 1969.