Giovanni Boccaccio

Decamerone

(Sesta Giornata - Novella settima)

(a cura di Antonio Zama)

 

Giovanni Boccaccio nasce nel 1313 in Toscana: Firenze e Certaldo se ne contendono i natali. Trascorre gli anni dell'adolescenza e della prima maturità, dal 1325-1328 al 1340, a Napoli, dove dovrebbe imparare il mestiere della mercatura come impiegato presso il banco dei Bardi; ma Giovanni più che dal commercio e dalla contabilità dei debiti e dei crediti è attratto dalla poesia.

Lo studio coltivato con dedizione e sacrifici dei poeti classici latini, tra cui soprattutto l'amato Ovidio, e l'atmosfera che respira negli ambienti napoletani gli ispirano le prime opere: Filocolo, Caccia di Diana, Filostrato, Teseida, che assurgono a suprema espressione dei canoni e delle tematiche della poesia tardomedievale francese ed italiana.

Il fallimento del banco dei Bardi costringe Boccaccio a lasciare Napoli per fare ritorno a Firenze. L'impatto di questo traferimento lo segna profondamente (Quivi beltà, gentilezza e valore, / leggiadri motti, esemplo di virtute, / somma piacevolezza è con amore / ... Lì non si ride mai, se non di rado; / la casa oscura e muta, e molto trista / me ritiene e riceve, mal mio grado / ..), ma il distacco dal mondo che rappresenterà l'età felice per eccellenza della sua vita, gli apre pure l'orizzonte di una nuova stagione letteraria, quella più prolifica e tale da lasciarne imperitura memoria ai posteri.

Tra il 1340 ed il 1345 compone il Ninfale d'Ameto, l'Elegia di madonna Fiammetta, l'Amorosa Visione, il Ninfale Fiesolano. Già si intravvede il mutamento di stile che porterà Boccaccio a forgiare la prosa del Decamerone, insuperabile strumento capace di dare vita ad una architettura insieme sontuosa e semplice, sintesi degli esiti delle nuove avanguardie letterarie e dei classici latini.

A cavallo della metà del secolo riceve incarichi pubblici per conto del governo di Firenze. Il periodo che va dal 1355 al 1375, anno della sua morte, segna l'incontro e l'amicizia con Petrarca, i ritorni amari in una Napoli cambiata e che sente ostile, il cenacolo di letterati che riunisce attorno a sè ed infine il ritiro a Certaldo; ma anche gli anni della redazione di opere simbolo del suo ingegno e dell'amore per gli studi classici, quali De genealogia deorum gentilium, Bucolicum carmen, De casibus virorum illustrium, il De mulieribus claris e il De montibus, silvis, lacubus, come pure dell'omaggio a Dante che si traduce nel Trattetello in laude di Dante e nel Comento alla Divina Commedia.

Il Decamerone ha come fulcro la vita pur avendo quale orizzonte, ora impercettibile, ora nitidamente distinguibile, la morte, sottoforma dell'evento centrale del secolo quattordicesimo, la peste: Quanti valorosi uomini, quante belle donne, quanti leggiadri giovani, li quali non che altri, ma Galieno, Ippocrate o Esculapio avrieno giudicati sanissimi, la mattina desinarono co' loro parenti compagni e amici, che poi la sera vegnente appresso nell'altro mondo cenarono con i loro passati.

Ma i giovani protagonisti narratori (Pampinea, Filomena, Fiammetta, Elissa, Emilia, Lauretta, Neifile, Dioneo, Panfilo, Filostrato) si sottraggono all'atmosfera di caducità che li dovrebbe attanagliare, non solo fisicamente ma soprattutto spiritualmente, mettendo in scena con le proprie novelle un'umanità pulsante di vita così che chi scontrati gli avesse, niun'altra cosa avrebbe potuto dire se non: o costor non saranno dalla morte vinti, o ella gli ucciderà lieti.

La novella che qui presentiamo: Madonna Filippa dal marito con un suo amante trovata, chiamata in giudicio, con una pronta e piacevol risposta sé libera e fa lo statuto modificare, fa parte della sesta giornata, nella quale si narra di chi con alcuno leggiadro motto, tentato, si riscosse, o con pronta risposta o avvedimento fuggì perdita o pericolo o scorno. Siamo in sostanza nel pieno della tenzone medioevale nella quale il motto d'arguzia di spirito e di ironia, oltre che di intelletto superiore, era segno di nobiltà d'animo.

Ebbene, un simile motteggiare farebbe la fortuna degli avvocati d'oggi, vivificando una professione che si va sempre più burocratizzando.

Ma Boccaccio, ci ammonisce anche, con un inciso nascosto nelle pieghe della narrazione, come è suo solito, che le leggi deono essere comuni e fatte con consentimento di coloro a cui toccano.

 

 

Nella terra di Prato fu già uno statuto, nel vero non men biasimevole che aspro, il quale senza niuna distinzion fare, comandava che così fosse arsa quella donna che dal marito fosse con alcuno suo amante trovata in adulterio, come quella che per denari con qualunque altro uomo stata trovata fosse.

E durante questo statuto avvenne che una gentil donna e bella e oltre ad ogn'altra innamorata, il cui nome fu madonna Filippa, fu trovata nella sua propria camera una notte da Rinaldo Pugliesi suo marito nelle braccia di Lazzarino de' Guazzagliotri, nobile giovane e bello di quella terra, il quale ella quanto sé medesimo amava, ed era da lui amata. La qual cosa Rinaldo vedendo, turbato forte, appena del correr loro addosso e di uccidergli si ritenne; e se non fosse che di sé medesimo dubitava (temeva le conseguenze che potevano derivargli, n.d.r.), seguitando l'impeto della sua ira, l'avrebbe fatto.

Rattemperatosi adunque da questo, non si potè temperar da voler quello dello statuto pratese, che a lui non era licito di fare, cioè la morte della sua donna. E per ciò avendo al fallo della donna provare assai convenevole testimonianza, come il dì fu venuto, senza altro consiglio prendere, accusata la donna, la fece richiedere.

La donna, che di gran cuore era, sì come generalmente esser soglion quelle che innamorate son da dovero, ancora che sconsigliata da molti suoi amici e parenti ne fosse, del tutto dispose di comparire e di voler più tosto, la verità confessando, con forte animo morire, che, vilmente fuggendo, per contumacia in essilio vivere e negarsi degna di così fatto amante come colui era nelle cui braccia era stata la notte passata. E assai bene accompagnata di donne e d'uomini, da tutti confortata al negare, davanti al podestà venuta, domandò con fermo viso e con salda voce quello che egli a lei domandasse.

Il podestà, riguardando costei e veggendola bellissima e di maniere laudevoli molto, e, secondo che le sue parole testimoniavano, di grande animo, cominciò di lei ad avere compassione, dubitando non ella confessasse cosa per la quale a lui convenisse, volendo il suo onor servare, farla morire. Ma pur, non potendo cessare di domandarla di quello che apposto l'era, le disse:

- Madonna, come voi vedete, qui è Rinaldo vostro marito, e duolsi di voi, la quale egli dice che ha con altro uomo trovata in adulterio; e per ciò domanda che io, secondo che uno statuto che ci è vuole, faccendovi morire di ciò vi punisca; ma ciò far non posso, se voi nol confessate, e per ciò guardate bene quel che mi rispondete, e ditemi se vero è quello di che vostro marito v'accusa.

La donna, senza sbigottire punto, con voce assai piacevole rispose:

- Messere, egli è vero che Rinaldo è mio marito, e che egli questa notte passata mi trovò nelle braccia di Lazzarino, nelle quali io sono, per buono e perfetto amore che io gli porto, molte volte stata; né questo negherei mai; ma come io sono certa che voi sapete, le leggi deono essere comuni e fatte con consentimento di coloro a cui toccano. Le quali cose di questa non avvengano, ché essa solamente le donne tapinelle costrigne, le quali molto meglio che gli uomini potrebbero a molti sodisfare; e oltre a questo, non che alcuna donna, quando fatta fu, ci prestasse consentimento, ma niuna ce ne fu mai chiamata; per le quali cose meritamente malvagia si può chiamare.

E se voi volete, in pregiudicio del mio corpo e della vostra anima, esser di quella esecutore, a voi sta; ma, avanti che ad alcuna cosa giudicar procediate, vi prego che una piccola grazia mi facciate, cioè che voi il mio marito domandiate se io ogni volta e quante volte a lui piaceva, senza dir mai di no, io di me stessa gli concedeva intera copia o no.

A che Rinaldo, senza aspettare che il podestà il domandasse, prestamente rispose che senza alcun dubbio la donna ad ogni sua richiesta gli aveva di sè ogni suo piacer conceduto.

- Adunque, - seguì prestamente la donna - domando io voi, messere podestà, se egli ha sempre di me preso quello che gli è bisognato e piaciuto, io che doveva fare o debbo di quel che gli avanza? Debbolo io gittare ai cani? Non è egli molto meglio servirne un gentile uomo che più che sè m'ama, che lasciarlo perdere o guastare?

Eran quivi a così fatta essaminazione, e di tanta e sì famosa donna, quasi tutti i pratesi concorsi i quali, udendo così piacevol risposta, subitamente, dopo molte risa, quasi ad una voce tutti gridarono la donna aver ragione e dir bene; e prima che di quivi si partissono, a ciò confortandogli il podestà, modificarono il crudele statuto e lasciarono che egli s'intendesse solamente per quelle donne le quali per denari a' lor mariti facesser fallo.

Per la qual cosa Rinaldo, rimaso di così matta impresa confuso, si partì dal giudicio; e la donna lieta e libera, quasi dal fuoco risuscitata, alla sua casa se ne tornò gloriosa.