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Cap.24
OZIOSI
Chi turba la tranquillità
pubblica, chi non ubbidisce alle leggi, cioè alle condizioni
con cui gli uomini si soffrono scambievolmente e si difendono, quegli
dev'esser escluso dalla società, cioè dev'essere bandito.
Questa è la ragione per cui i saggi governi non soffrono,
nel seno del travaglio e dell'industria, quel genere di ozio politico
confuso dagli austeri declamatori coll'ozio delle ricchezze accumulate
dall'industria, ozio necessario ed utile a misura che la società
si dilata e l'amministrazione si ristringe. Io chiamo ozio politico
quello che non contribuisce alla società né col travaglio
né colla ricchezza, che acquista senza giammai perdere, che,
venerato dal volgo con stupida ammirazione, risguardato dal saggio
con isdegnosa compassione per gli esseri che ne sono la vittima,
che, essendo privo di quello stimolo della vita attiva che è
la necessità di custodire o di aumentare i comodi della vita,
lascia alle passioni di opinione, che non sono le meno forti, tutta
la loro energia. Non è ozioso politicamente chi gode dei
frutti dei vizi o delle virtú de' propri antenati, e vende
per attuali piaceri il pane e l'esistenza alla industriosa povertà,
ch'esercita in pace la tacita guerra d'industria colla opulenza,
in vece della incerta e sanguinosa colla forza. E però non
l'austera e limitata virtú di alcuni censori, ma le leggi
debbono definire qual sia l'ozio da punirsi.
Sembra che il bando dovrebbe esser dato a coloro i quali, accusati
di un atroce delitto, hanno una grande probabilità, ma non
la certezza contro di loro, di esser rei; ma per ciò fare
è necessario uno statuto il meno arbitrario e il piú
preciso che sia possibile, il quale condanni al bando chi ha messo
la nazione nella fatale alternativa o di temerlo o di offenderlo,
lasciandogli però il sacro diritto di provare l'innocenza
sua. Maggiori dovrebbon essere i motivi contro un nazionale che
contro un forestiere, contro un incolpato per la prima volta che
contro chi lo fu piú volte.
Cap.25
BANDO E CONFISCHE
Ma chi è bandito
ed escluso per sempre dalla società di cui era membro, dev'egli
esser privato dei suoi beni? Una tal questione è suscettibile
di differenti aspetti. Il perdere i beni è una pena maggiore
di quella del bando; vi debbono dunque essere alcuni casi in cui,
proporzionatamente a' delitti, vi sia la perdita di tutto o di parte
dei beni, ed alcuni no. La perdita del tutto sarà quando
il bando intimato dalla legge sia tale che annienti tutt'i rapporti
che sono tra la società e un cittadino delinquente; allora
muore il cittadino e resta l'uomo, e rispetto al corpo politico
deve produrre lo stesso effetto che la morte naturale. Parrebbe
dunque che i beni tolti al reo dovessero toccare ai legittimi successori
piuttosto che al principe, poiché la morte ed un tal bando
sono lo stesso riguardo al corpo politico. Ma non è per questa
sottigliezza che oso disapprovare le confische dei beni. Se alcuni
hanno sostenuto che le confische sieno state un freno alle vendette
ed alle prepotenze private, non riflettono che, quantunque le pene
producano un bene, non però sono sempre giuste, perché
per esser tali debbono esser necessarie, ed un'utile ingiustizia
non può esser tollerata da quel legislatore che vuol chiudere
tutte le porte alla vigilante tirannia, che lusinga col bene momentaneo
e colla felicità di alcuni illustri, sprezzando l'esterminio
futuro e le lacrime d'infiniti oscuri. Le confische mettono un prezzo
sulle teste dei deboli, fanno soffrire all'innocente la pena del
reo e pongono gl'innocenti medesimi nella disperata necessità
di commettere i delitti. Qual piú tristo spettacolo che una
famiglia strascinata all'infamia ed alla miseria dai delitti di
un capo, alla quale la sommissione ordinata dalle leggi impedirebbe
il prevenirgli, quand'anche vi fossero i mezzi per farlo!
Cap.26
DELLO SPIRITO DI FAMIGLIA
Queste funeste ed
autorizzate ingiustizie furono approvate dagli uomini anche piú
illuminati, ed esercitate dalle repubbliche piú libere, per
aver considerato piuttosto la società come un'unione di famiglie
che come un'unione di uomini. Vi siano cento mila uomini, o sia
ventimila famiglie, ciascuna delle quali è composta di cinque
persone, compresovi il capo che la rappresenta: se l'associazione
è fatta per le famiglie, vi saranno ventimila uomini e ottanta
mila schiavi; se l'associazione è di uomini, vi saranno cento
mila cittadini e nessuno schiavo. Nel primo caso vi sarà
una repubblica, e ventimila piccole monarchie che la compongono;
nel secondo lo spirito repubblicano non solo spirerà nelle
piazze e nelle adunanze della nazione, ma anche nelle domestiche
mura, dove sta gran parte della felicità o della miseria
degli uomini. Nel primo caso, come le leggi ed i costumi sono l'effetto
dei sentimenti abituali dei membri della repubblica, o sia dei capi
della famiglia, lo spirito monarchico s'introdurrà a poco
a poco nella repubblica medesima; e i di lui effetti saranno frenati
soltanto dagl'interessi opposti di ciascuno, ma non già da
un sentimento spirante libertà ed uguaglianza. Lo spirito
di famiglia è uno spirito di dettaglio e limitato a' piccoli
fatti. Lo spirito regolatore delle repubbliche, padrone dei principii
generali, vede i fatti e gli condensa nelle classi principali ed
importanti al bene della maggior parte. Nella repubblica di famiglie
i figli rimangono nella potestà del capo, finché vive,
e sono costretti ad aspettare dalla di lui morte una esistenza dipendente
dalle sole leggi. Avezzi a piegare ed a temere nell'età piú
verde e vigorosa, quando i sentimenti son meno modificati da quel
timore di esperienza che chiamasi moderazione, come resisteranno
essi agli ostacoli che il vizio sempre oppone alla virtú
nella languida e cadente età, in cui anche la disperazione
di vederne i frutti si oppone ai vigorosi cambiamenti?
Quando la repubblica è di uomini, la famiglia non è
una subordinazione di comando, ma di contratto, e i figli, quando
l'età gli trae dalla dipendenza di natura, che è quella
della debolezza e del bisogno di educazione e di difesa, diventano
liberi membri della città, e si assoggettano al capo di famiglia,
per parteciparne i vantaggi, come gli uomini liberi nella grande
società. Nel primo caso i figli, cioè la piú
gran parte e la piú utile della nazione, sono alla discrezione
dei padri, nel secondo non sussiste altro legame comandato che quel
sacro ed inviolabile di somministrarci reciprocamente i necessari
soccorsi, e quello della gratitudine per i benefici ricevuti, il
quale non è tanto distrutto dalla malizia del cuore umano,
quanto da una mal intesa soggezione voluta dalle leggi.
Tali contradizioni fralle leggi di famiglia e le fondamentali della
repubblica sono una feconda sorgente di altre contradizioni fralla
morale domestica e la pubblica, e però fanno nascere un perpetuo
conflitto nell'animo di ciascun uomo. La prima inspira soggezione
e timore, la seconda coraggio e libertà; quella insegna a
ristringere la beneficenza ad un piccol numero di persone senza
spontanea scelta, questa a stenderla ad ogni classe di uomini; quella
comanda un continuo sacrificio di se stesso a un idolo vano, che
si chiama bene di famiglia, che spesse volte non è il bene
d'alcuno che la compone; questa insegna di servire ai propri vantaggi
senza offendere le leggi, o eccita ad immolarsi alla patria col
premio del fanatismo, che previene l'azione. Tali contrasti fanno
che gli uomini si sdegnino a seguire la virtú che trovano
inviluppata e confusa, e in quella lontananza che nasce dall'oscurità
degli oggetti sí fisici che morali. Quante volte un uomo,
rivolgendosi alle sue azioni passate, resta attonito di trovarsi
malonesto! A misura che la società si moltiplica, ciascun
membro diviene piú piccola parte del tutto, e il sentimento
repubblicano si sminuisce proporzionalmente, se cura non è
delle leggi di rinforzarlo. Le società hanno come i corpi
umani i loro limiti circonscritti, al di là de' quali crescendo,
l'economia ne è necessariamente disturbata. Sembra che la
massa di uno stato debba essere in ragione inversa della sensibilità
di chi lo compone, altrimenti, crescendo l'una e l'altra, le buone
leggi troverebbono nel prevenire i delitti un ostacolo nel bene
medesimo che hanno prodotto. Una repubblica troppo vasta non si
salva dal dispotismo che col sottodividersi e unirsi in tante repubbliche
federative. Ma come ottener questo? Da un dittatore dispotico che
abbia il coraggio di Silla, e tanto genio d'edificare quant'egli
n'ebbe per distruggere. Un tal uomo, se sarà ambizioso, la
gloria di tutt'i secoli lo aspetta, se sarà filosofo, le
benedizioni de' suoi cittadini lo consoleranno della perdita dell'autorità,
quando pure non divenisse indifferente alla loro ingratitudine.
A misura che i sentimenti che ci uniscono alla nazione s'indeboliscono,
si rinforzano i sentimenti per gli oggetti che ci circondano, e
però sotto il dispotismo piú forte le amicizie sono
piú durevoli, e le virtú sempre mediocri di famiglia
sono le piú comuni o piuttosto le sole. Da ciò può
ciascuno vedere quanto fossero limitate le viste della piú
parte dei legislatori.
Cap.27
DOLCEZZA DELLE PENE
Ma il corso delle
mie idee mi ha trasportato fuori del mio soggetto, al rischiaramento
del quale debbo affrettarmi. Uno dei piú gran freni dei delitti
non è la crudeltà delle pene, ma l'infallibilità
di esse, e per conseguenza la vigilanza dei magistrati, e quella
severità di un giudice inesorabile, che, per essere un'utile
virtú, dev'essere accompagnata da una dolce legislazione.
La certezza di un castigo, benché moderato, farà sempre
una maggiore impressione che non il timore di un altro piú
terribile, unito colla speranza dell'impunità; perché
i mali, anche minimi, quando son certi, spaventano sempre gli animi
umani, e la speranza, dono celeste, che sovente ci tien luogo di
tutto, ne allontana sempre l'idea dei maggiori, massimamente quando
l'impunità, che l'avarizia e la debolezza spesso accordano,
ne aumenti la forza. L'atrocità stessa della pena fa che
si ardisca tanto di piú per ischivarla, quanto è grande
il male a cui si va incontro; fa che si commettano piú delitti,
per fuggir la pena di un solo. I paesi e i tempi dei piú
atroci supplicii furon sempre quelli delle piú sanguinose
ed inumane azioni, poiché il medesimo spirito di ferocia
che guidava la mano del legislatore, reggeva quella del parricida
e del sicario. Sul trono dettava leggi di ferro ad anime atroci
di schiavi, che ubbidivano. Nella privata oscurità stimolava
ad immolare i tiranni per crearne dei nuovi.
A misura che i supplicii diventano piú crudeli, gli animi
umani, che come i fluidi si mettono sempre a livello cogli oggetti
che gli circondano, s'incalliscono, e la forza sempre viva delle
passioni fa che, dopo cent'anni di crudeli supplicii, la ruota spaventi
tanto quanto prima la prigionia. Perché una pena ottenga
il suo effetto basta che il male della pena ecceda il bene che nasce
dal delitto, e in questo eccesso di male dev'essere calcolata l'infallibilità
della pena e la perdita del bene che il delitto produrrebbe. Tutto
il di piú è dunque superfluo e perciò tirannico.
Gli uomini si regolano per la ripetuta azione dei mali che conoscono,
e non su quelli che ignorano. Si facciano due nazioni, in una delle
quali, nella scala delle pene proporzionata alla scala dei delitti,
la pena maggiore sia la schiavitù perpetua, e nell'altra
la ruota. Io dico che la prima avrà tanto timore della sua
maggior pena quanto la seconda; e se vi è una ragione di
trasportar nella prima le pene maggiori della seconda, l'istessa
ragione servirebbe per accrescere le pene di quest'ultima, passando
insensibilmente dalla ruota ai tormenti piú lenti e piú
studiati, e fino agli ultimi raffinamenti della scienza troppo conosciuta
dai tiranni.
Due altre funeste conseguenze derivano dalla crudeltà delle
pene, contrarie al fine medesimo di prevenire i delitti. La prima
è che non è sí facile il serbare la proporzione
essenziale tra il delitto e la pena, perché, quantunque un'industriosa
crudeltà ne abbia variate moltissimo le specie, pure non
possono oltrepassare quell'ultima forza a cui è limitata
l'organizzazione e la sensibilità umana. Giunto che si sia
a questo estremo, non si troverebbe a' delitti piú dannosi
e piú atroci pena maggiore corrispondente, come sarebbe d'uopo
per prevenirgli. L'altra conseguenza è che la impunità
stessa nasce dall'atrocità dei supplicii. Gli uomini sono
racchiusi fra certi limiti, sí nel bene che nel male, ed
uno spettacolo troppo atroce per l'umanità non può
essere che un passeggiero furore, ma non mai un sistema costante
quali debbono essere le leggi; che se veramente son crudeli, o si
cangiano, o l'impunità fatale nasce dalle leggi medesime.
Chi nel leggere le storie non si raccapriccia d'orrore pe' barbari
ed inutili tormenti che da uomini, che si chiamavano savi, furono
con freddo animo inventati ed eseguiti? Chi può non sentirsi
fremere tutta la parte la piú sensibile nel vedere migliaia
d'infelici che la miseria, o voluta o tollerata dalle leggi, che
hanno sempre favorito i pochi ed oltraggiato i molti, trasse ad
un disperato ritorno nel primo stato di natura, o accusati di delitti
impossibili e fabbricati dalla timida ignoranza, o rei non d'altro
che di esser fedeli ai propri principii, da uomini dotati dei medesimi
sensi, e per conseguenza delle medesime passioni, con meditate formalità
e con lente torture lacerati, giocondo spettacolo di una fanatica
moltitudine?
Cap.28
DELLA PENA DI MORTE
Questa inutile prodigalità
di supplicii, che non ha mai resi migliori gli uomini, mi ha spinto
ad esaminare se la morte sia veramente utile e giusta in un governo
bene organizzato. Qual può essere il diritto che si attribuiscono
gli uomini di trucidare i loro simili? Non certamente quello da
cui risulta la sovranità e le leggi. Esse non sono che una
somma di minime porzioni della privata libertà di ciascuno;
esse rappresentano la volontà generale, che è l'aggregato
delle particolari. Chi è mai colui che abbia voluto lasciare
ad altri uomini l'arbitrio di ucciderlo? Come mai nel minimo sacrificio
della libertà di ciascuno vi può essere quello del
massimo tra tutti i beni, la vita? E se ciò fu fatto, come
si accorda un tal principio coll'altro, che l'uomo non è
padrone di uccidersi, e doveva esserlo se ha potuto dare altrui
questo diritto o alla società intera?
Non è dunque la pena di morte un diritto, mentre ho dimostrato
che tale essere non può, ma è una guerra della nazione
con un cittadino, perché giudica necessaria o utile la distruzione
del suo essere. Ma se dimostrerò non essere la morte né
utile né necessaria, avrò vinto la causa dell'umanità.
La morte di un cittadino non può credersi necessaria che
per due motivi. Il primo, quando anche privo di libertà egli
abbia ancora tali relazioni e tal potenza che interessi la sicurezza
della nazione; quando la sua esistenza possa produrre una rivoluzione
pericolosa nella forma di governo stabilita. La morte di qualche
cittadino divien dunque necessaria quando la nazione ricupera o
perde la sua libertà, o nel tempo dell'anarchia, quando i
disordini stessi tengon luogo di leggi; ma durante il tranquillo
regno delle leggi, in una forma di governo per la quale i voti della
nazione siano riuniti, ben munita al di fuori e al di dentro dalla
forza e dalla opinione, forse piú efficace della forza medesima,
dove il comando non è che presso il vero sovrano, dove le
ricchezze comprano piaceri e non autorità, io non veggo necessità
alcuna di distruggere un cittadino, se non quando la di lui morte
fosse il vero ed unico freno per distogliere gli altri dal commettere
delitti, secondo motivo per cui può credersi giusta e necessaria
la pena di morte.
Quando la sperienza di tutt'i secoli, nei quali l'ultimo supplicio
non ha mai distolti gli uomini determinati dall'offendere la società,
quando l'esempio dei cittadini romani, e vent'anni di regno dell'imperatrice
Elisabetta di Moscovia, nei quali diede ai padri dei popoli quest'illustre
esempio, che equivale almeno a molte conquiste comprate col sangue
dei figli della patria, non persuadessero gli uomini, a cui il linguaggio
della ragione è sempre sospetto ed efficace quello dell'autorità,
basta consultare la natura dell'uomo per sentire la verità
della mia assersione.
Non è l'intensione della pena che fa il maggior effetto sull'animo
umano, ma l'estensione di essa; perché la nostra sensibilità
è piú facilmente e stabilmente mossa da minime ma
replicate impressioni che da un forte ma passeggiero movimento.
L'impero dell'abitudine è universale sopra ogni essere che
sente, e come l'uomo parla e cammina e procacciasi i suoi bisogni
col di lei aiuto, cosí l'idee morali non si stampano nella
mente che per durevoli ed iterate percosse. Non è il terribile
ma passeggiero spettacolo della morte di uno scellerato, ma il lungo
e stentato esempio di un uomo privo di libertà, che, divenuto
bestia di servigio, ricompensa colle sue fatiche quella società
che ha offesa, che è il freno piú forte contro i delitti.
Quell'efficace, perché spessissimo ripetuto ritorno sopra
di noi medesimi, io stesso sarò ridotto a cosí lunga
e misera condizione se commetterò simili misfatti, è
assai piú possente che non l'idea della morte, che gli uomini
veggon sempre in una oscura lontananza.
La pena di morte fa un'impressione che colla sua forza non supplisce
alla pronta dimenticanza, naturale all'uomo anche nelle cose piú
essenziali, ed accelerata dalle passioni. Regola generale: le passioni
violenti sorprendono gli uomini, ma non per lungo tempo, e però
sono atte a fare quelle rivoluzioni che di uomini comuni ne fanno
o dei Persiani o dei Lacedemoni; ma in un libero e tranquillo governo
le impressioni debbono essere piú frequenti che forti.
La pena di morte diviene uno spettacolo per la maggior parte e un
oggetto di compassione mista di sdegno per alcuni; ambidue questi
sentimenti occupano piú l'animo degli spettatori che non
il salutare terrore che la legge pretende inspirare. Ma nelle pene
moderate e continue il sentimento dominante è l'ultimo perché
è il solo. Il limite che fissar dovrebbe il legislatore al
rigore delle pene sembra consistere nel sentimento di compassione,
quando comincia a prevalere su di ogni altro nell'animo degli spettatori
d'un supplicio piú fatto per essi che per il reo.
Perché una pena sia giusta non deve avere che quei soli gradi
d'intensione che bastano a rimuovere gli uomini dai delitti; ora
non vi è alcuno che, riflettendovi, scieglier possa la totale
e perpetua perdita della propria libertà per quanto avvantaggioso
possa essere un delitto: dunque l'intensione della pena di schiavitù
perpetua sostituita alla pena di morte ha ciò che basta per
rimuovere qualunque animo determinato; aggiungo che ha di piú:
moltissimi risguardano la morte con viso tranquillo e fermo, chi
per fanatismo, chi per vanità, che quasi sempre accompagna
l'uomo al di là dalla tomba, chi per un ultimo e disperato
tentativo o di non vivere o di sortir di miseria; ma né il
fanatismo né la vanità stanno fra i ceppi o le catene,
sotto il bastone, sotto il giogo, in una gabbia di ferro, e il disperato
non finisce i suoi mali, ma gli comincia. L'animo nostro resiste
piú alla violenza ed agli estremi ma passeggieri dolori che
al tempo ed all'incessante noia; perché egli può per
dir cosí condensar tutto se stesso per un momento per respinger
i primi, ma la vigorosa di lui elasticità non basta a resistere
alla lunga e ripetuta azione dei secondi. Colla pena di morte ogni
esempio che si dà alla nazione suppone un delitto; nella
pena di schiavitù perpetua un sol delitto dà moltissimi
e durevoli esempi, e se egli è importante che gli uomini
veggano spesso il poter delle leggi, le pene di morte non debbono
essere molto distanti fra di loro: dunque suppongono la frequenza
dei delitti, dunque perché questo supplicio sia utile bisogna
che non faccia su gli uomini tutta l'impressione che far dovrebbe,
cioè che sia utile e non utile nel medesimo tempo. Chi dicesse
che la schiavitù perpetua è dolorosa quanto la morte,
e perciò egualmente crudele, io risponderò che sommando
tutti i momenti infelici della schiavitù lo sarà forse
anche di piú, ma questi sono stesi sopra tutta la vita, e
quella esercita tutta la sua forza in un momento; ed è questo
il vantaggio della pena di schiavitù, che spaventa piú
chi la vede che chi la soffre; perché il primo considera
tutta la somma dei momenti infelici, ed il secondo è dall'infelicità
del momento presente distratto dalla futura. Tutti i mali s'ingrandiscono
nell'immaginazione, e chi soffre trova delle risorse e delle consolazioni
non conosciute e non credute dagli spettatori, che sostituiscono
la propria sensibilità all'animo incallito dell'infelice.
Ecco presso a poco il ragionamento che fa un ladro o un assassino,
i quali non hanno altro contrappeso per non violare le leggi che
la forca o la ruota. So che lo sviluppare i sentimenti del proprio
animo è un'arte che s'apprende colla educazione; ma perché
un ladro non renderebbe bene i suoi principii, non per ciò
essi agiscon meno. Quali sono queste leggi ch'io debbo rispettare,
che lasciano un cosí grande intervallo tra me e il ricco?
Egli mi nega un soldo che li cerco, e si scusa col comandarmi un
travaglio che non conosce. Chi ha fatte queste leggi? Uomini ricchi
e potenti, che non si sono mai degnati visitare le squallide capanne
del povero, che non hanno mai diviso un ammuffito pane fralle innocenti
grida degli affamati figliuoli e le lagrime della moglie. Rompiamo
questi legami fatali alla maggior parte ed utili ad alcuni pochi
ed indolenti tiranni, attacchiamo l'ingiustizia nella sua sorgente.
Ritornerò nel mio stato d'indipendenza naturale, vivrò
libero e felice per qualche tempo coi frutti del mio coraggio e
della mia industria, verrà forse il giorno del dolore e del
pentimento, ma sarà breve questo tempo, ed avrò un
giorno di stento per molti anni di libertà e di piaceri.
Re di un piccol numero, correggerò gli errori della fortuna,
e vedrò questi tiranni impallidire e palpitare alla presenza
di colui che con un insultante fasto posponevano ai loro cavalli,
ai loro cani. Allora la religione si affaccia alla mente dello scellerato,
che abusa di tutto, e presentandogli un facile pentimento ed una
quasi certezza di eterna felicità, diminuisce di molto l'orrore
di quell'ultima tragedia.
Ma colui che si vede avanti agli occhi un gran numero d'anni, o
anche tutto il corso della vita che passerebbe nella schiavitù
e nel dolore in faccia a' suoi concittadini, co' quali vive libero
e sociabile, schiavo di quelle leggi dalle quali era protetto, fa
un utile paragone di tutto ciò coll'incertezza dell'esito
de' suoi delitti, colla brevità del tempo di cui ne goderebbe
i frutti. L'esempio continuo di quelli che attualmente vede vittime
della propria inavvedutezza, gli fa una impressione assai piú
forte che non lo spettacolo di un supplicio che lo indurisce piú
che non lo corregge.
Non è utile la pena di morte per l'esempio di atrocità
che dà agli uomini. Se le passioni o la necessità
della guerra hanno insegnato a spargere il sangue umano, le leggi
moderatrici della condotta degli uomini non dovrebbono aumentare
il fiero esempio, tanto piú funesto quanto la morte legale
è data con istudio e con formalità. Parmi un assurdo
che le leggi, che sono l'espressione della pubblica volontà,
che detestano e puniscono l'omicidio, ne commettono uno esse medesime,
e, per allontanare i cittadini dall'assassinio, ordinino un pubblico
assassinio. Quali sono le vere e le piú utili leggi? Quei
patti e quelle condizioni che tutti vorrebbero osservare e proporre,
mentre tace la voce sempre ascoltata dell'interesse privato o si
combina con quello del pubblico. Quali sono i sentimenti di ciascuno
sulla pena di morte? Leggiamoli negli atti d'indegnazione e di disprezzo
con cui ciascuno guarda il carnefice, che è pure un innocente
esecutore della pubblica volontà, un buon cittadino che contribuisce
al ben pubblico, lo stromento necessario alla pubblica sicurezza
al di dentro, come i valorosi soldati al di fuori. Qual è
dunque l'origine di questa contradizione? E perché è
indelebile negli uomini questo sentimento ad onta della ragione?
Perché gli uomini nel piú secreto dei loro animi,
parte che piú d'ogn'altra conserva ancor la forma originale
della vecchia natura, hanno sempre creduto non essere la vita propria
in potestà di alcuno fuori che della necessità, che
col suo scettro di ferro regge l'universo.
Che debbon pensare gli uomini nel vedere i savi magistrati e i gravi
sacerdoti della giustizia, che con indifferente tranquillità
fanno strascinare con lento apparato un reo alla morte, e mentre
un misero spasima nelle ultime angosce, aspettando il colpo fatale,
passa il giudice con insensibile freddezza, e fors'anche con segreta
compiacenza della propria autorità, a gustare i comodi e
i piaceri della vita? Ah!, diranno essi, queste leggi non sono che
i pretesti della forza e le meditate e crudeli formalità
della giustizia; non sono che un linguaggio di convenzione per immolarci
con maggiore sicurezza, come vittime destinate in sacrificio, all'idolo
insaziabile del dispotismo. L'assassinio, che ci vien predicato
come un terribile misfatto, lo veggiamo pure senza ripugnanza e
senza furore adoperato. Prevalghiamoci dell'esempio. Ci pareva la
morte violenta una scena terribile nelle descrizioni che ci venivan
fatte, ma lo veggiamo un affare di momento. Quanto lo sarà
meno in chi, non aspettandola, ne risparmia quasi tutto ciò
che ha di doloroso! Tali sono i funesti paralogismi che, se non
con chiarezza, confusamente almeno, fanno gli uomini disposti a'
delitti, ne' quali, come abbiam veduto, l'abuso della religione
può piú che la religione medesima.
Se mi si opponesse l'esempio di quasi tutt'i secoli e di quasi tutte
le nazioni, che hanno data pena di morte ad alcuni delitti, io risponderò
che egli si annienta in faccia alla verità, contro della
quale non vi ha prescrizione; che la storia degli uomini ci dà
l'idea di un immenso pelago di errori, fra i quali poche e confuse,
e a grandi intervalli distanti, verità soprannuotano. Gli
umani sacrifici furon comuni a quasi tutte le nazioni, e chi oserà
scusargli? Che alcune poche società, e per poco tempo solamente,
si sieno astenute dal dare la morte, ciò mi è piuttosto
favorevole che contrario, perché ciò è conforme
alla fortuna delle grandi verità, la durata delle quali non
è che un lampo, in paragone della lunga e tenebrosa notte
che involge gli uomini. Non è ancor giunta l'epoca fortunata,
in cui la verità, come finora l'errore, appartenga al piú
gran numero, e da questa legge universale non ne sono andate esenti
fin ora che le sole verità che la Sapienza infinita ha voluto
divider dalle altre col rivelarle.
La voce di un filosofo è troppo debole contro i tumulti e
le grida di tanti che son guidati dalla cieca consuetudine, ma i
pochi saggi che sono sparsi sulla faccia della terra mi faranno
eco nell'intimo de' loro cuori; e se la verità potesse, fra
gl'infiniti ostacoli che l'allontanano da un monarca, mal grado
suo, giungere fino al suo trono, sappia che ella vi arriva co' voti
segreti di tutti gli uomini, sappia che tacerà in faccia
a lui la sanguinosa fama dei conquistatori e che la giusta posterità
gli assegna il primo luogo fra i pacifici trofei dei Titi, degli
Antonini e dei Traiani.
Felice l'umanità, se per la prima volta le si dettassero
leggi, ora che veggiamo riposti su i troni di Europa monarchi benefici,
animatori delle pacifiche virtú, delle scienze, delle arti,
padri de' loro popoli, cittadini coronati, l'aumento dell'autorità
de' quali forma la felicità de' sudditi perché toglie
quell'intermediario dispotismo piú crudele, perché
men sicuro, da cui venivano soffogati i voti sempre sinceri del
popolo e sempre fausti quando posson giungere al trono! Se essi,
dico, lascian sussistere le antiche leggi, ciò nasce dalla
difficoltà infinita di togliere dagli errori la venerata
ruggine di molti secoli, ciò è un motivo per i cittadini
illuminati di desiderare con maggiore ardore il continuo accrescimento
della loro autorità.
Cap.29
DELLA CATTURA
Un errore non meno
comune che contrario al fine sociale, che è l'opinione della
propria sicurezza, è il lasciare arbitro il magistrato esecutore
delle leggi d'imprigionare un cittadino, di togliere la libertà
ad un nemico per frivoli pretesti, e di lasciare impunito un amico
ad onta degl'indizi piú forti di reità. La prigionia
è una pena che per necessità deve, a differenza d'ogn'altra,
precedere la dichiarazione del delitto, ma questo carattere distintivo
non le toglie l'altro essenziale, cioè che la sola legge
determini i casi nei quali un uomo è degno di pena. La legge
dunque accennerà gl'indizi di un delitto che meritano la
custodia del reo, che lo assoggettano ad un esame e ad una pena.
La pubblica fama, la fuga, la stragiudiciale confessione, quella
d'un compagno del delitto, le minaccie e la costante inimicizia
con l'offeso, il corpo del delitto, e simili indizi, sono prove
bastanti per catturare un cittadino; ma queste prove devono stabilirsi
dalla legge e non dai giudici, i decreti de' quali sono sempre opposti
alla libertà politica, quando non sieno proposizioni particolari
di una massima generale esistente nel pubblico codice. A misura
che le pene saranno moderate, che sarà tolto lo squallore
e la fame dalle carceri, che la compassione e l'umanità penetreranno
le porte ferrate e comanderanno agl'inesorabili ed induriti ministri
della giustizia, le leggi potranno contentarsi d'indizi sempre piú
deboli per catturare. Un uomo accusato di un delitto, carcerato
ed assoluto non dovrebbe portar seco nota alcuna d'infamia. Quanti
romani accusati di gravissimi delitti, trovati poi innocenti, furono
dal popolo riveriti e di magistrature onorati! Ma per qual ragione
è cosí diverso ai tempi nostri l'esito di un innocente?
Perché sembra che nel presente sistema criminale, secondo
l'opinione degli uomini, prevalga l'idea della forza e della prepotenza
a quella della giustizia; perché si gettano confusi nella
stessa caverna gli accusati e i convinti; perché la prigione
è piuttosto un supplicio che una custodia del reo, e perché
la forza interna tutrice delle leggi è separata dalla esterna
difenditrice del trono e della nazione, quando unite dovrebbon essere.
Cosí la prima sarebbe, per mezzo del comune appoggio delle
leggi, combinata colla facoltà giudicativa, ma non dipendente
da quella con immediata podestà, e la gloria, che accompagna
la pompa, ed il fasto di un corpo militare toglierebbero l'infamia,
la quale è piú attaccata al modo che alla cosa, come
tutt'i popolari sentimenti; ed è provato dall'essere le prigionie
militari nella comune opinione non cosí infamanti come le
forensi. Durano ancora nel popolo, ne' costumi e nelle leggi, sempre
di piú di un secolo inferiori in bontà ai lumi attuali
di una nazione, durano ancora le barbare impressioni e le feroci
idee dei settentrionali cacciatori padri nostri.
Alcuni hanno sostenuto che in qualunque luogo commettasi un delitto,
cioè un'azione contraria alle leggi, possa essere punito;
quasi che il carattere di suddito fosse indelebile, cioè
sinonimo, anzi peggiore di quello di schiavo; quasi che uno potesse
esser suddito di un dominio ed abitare in un altro, e che le di
lui azioni potessero senza contradizione esser subordinate a due
sovrani e a due codici sovente contradittori. Alcuni credono parimente
che un'azione crudele fatta, per esempio, a Costantinopoli, possa
esser punita a Parigi, per l'astratta ragione che chi offende l'umanità
merita di avere tutta l'umanità inimica e l'esecrazione universale;
quasiché i giudici vindici fossero della sensibilità
degli uomini e non piuttosto dei patti che gli legano tra di loro.
Il luogo della pena è il luogo del delitto, perché
ivi solamente e non altrove gli uomini sono sforzati di offendere
un privato per prevenire l'offesa pubblica. Uno scellerato, ma che
non ha rotti i patti di una società di cui non era membro,
può essere temuto, e però dalla forza superiore della
società esiliato ed escluso, ma non punito colle formalità
delle leggi vindici dei patti, non della malizia intrinseca delle
azioni.
Sogliono i rei di delitti piú leggieri esser puniti o nell'oscurità
di una prigione, o mandati a dar esempio, con una lontana e però
quasi inutile schiavitù, a nazioni che non hanno offeso.
Se gli uomini non s'inducono in un momento a commettere i piú
gravi delitti, la pubblica pena di un gran misfatto sarà
considerata dalla maggior parte come straniera ed impossibile ad
accaderle; ma la pubblica pena di delitti piú leggeri, ed
a' quali l'animo è piú vicino, farà un'impressione
che, distogliendolo da questi, l'allontani viepiú da quegli.
Le pene non devono solamente esser proporzionate fra loro ed ai
delitti nella forza, ma anche nel modo d'infliggerle. Alcuni liberano
dalla pena di un piccolo delitto quando la parte offesa lo perdoni,
atto conforme alla beneficenza ed all'umanità, ma contrario
al ben pubblico, quasi che un cittadino privato potesse egualmente
togliere colla sua remissione la necessità dell'esempio,
come può condonare il risarcimento dell'offesa. Il diritto
di far punire non è di un solo, ma di tutti i cittadini o
del sovrano. Egli non può che rinunziare alla sua porzione
di diritto, ma non annullare quella degli altri.
Cap.30
PROCESSI E PRESCRIZIONE
Conosciute le prove e calcolata la certezza del delitto, è
necessario concedere al reo il tempo e mezzi opportuni per giustificarsi;
ma tempo cosí breve che non pregiudichi alla prontezza della
pena, che abbiamo veduto essere uno de' principali freni de' delitti.
Un mal inteso amore della umanità sembra contrario a questa
brevità di tempo, ma svanirà ogni dubbio se si rifletta
che i pericoli dell'innocenza crescono coi difetti della legislazione.
Ma le leggi devono fissare un certo spazio di tempo, sí alla
difesa del reo che alle prove de' delitti, e il giudice diverrebbe
legislatore se egli dovesse decidere del tempo necessario per provare
un delitto. Parimente quei delitti atroci, dei quali lunga resta
la memoria negli uomini, quando sieno provati, non meritano alcuna
prescrizione in favore del reo che si è sottratto colla fuga;
ma i delitti minori ed oscuri devono togliere colla prescrizione
l'incertezza della sorte di un cittadino, perché l'oscurità
in cui sono stati involti per lungo tempo i delitti toglie l'esempio
della impunità, rimane intanto il potere al reo di divenir
migliore. Mi basta accennar questi principii, perché non
può fissarsi un limite preciso che per una data legislazione
e nelle date circostanze di una società; aggiungerò
solamente che, provata l'utilità delle pene moderate in una
nazione, le leggi che in proporzione dei delitti scemano o accrescono
il tempo della prescrizione, o il tempo delle prove, formando cosí
della carcere medesima o del volontario esilio una parte di pena,
somministreranno una facile divisione di poche pene dolci per un
gran numero di delitti.
Ma questi tempi non cresceranno nell'esatta proporzione dell'atrocità
de' delitti, poiché la probabilità dei delitti è
in ragione inversa della loro atrocità. Dovrà dunque
scemarsi il tempo dell'esame e crescere quello della prescrizione,
il che parrebbe una contradizione di quanto dissi, cioè che
possono darsi pene eguali a delitti diseguali, valutando il tempo
della carcere o della prescrizione, precedenti la sentenza, come
una pena. Per ispiegare al lettore la mia idea, distinguo due classi
di delitti: la prima è quella dei delitti atroci, e questa
comincia dall'omicidio, e comprende tutte le ulteriori sceleraggini;
la seconda è quella dei delitti minori. Questa distinzione
ha il suo fondamento nella natura umana. La sicurezza della propria
vita è un diritto di natura, la sicurezza dei beni è
un diritto di società. Il numero de' motivi che spingon gli
uomini oltre il naturale sentimento di pietà è di
gran lunga minore al numero de' motivi che per la naturale avidità
di esser felici gli spingono a violare un diritto, che non trovano
ne' loro cuori ma nelle convenzioni della società. La massima
differenza di probabilità di queste due classi esige che
si regolino con diversi principii: nei delitti piú atroci,
perché piú rari, deve sminuirsi il tempo dell'esame
per l'accrescimento della probabilità dell'innocenza del
reo, e deve crescere il tempo della prescrizione, perché
dalla definitiva sentenza della innocenza o reità di un uomo
dipende il togliere la lusinga della impunità, di cui il
danno cresce coll'atrocità del delitto. Ma nei delitti minori
scemandosi la probabilità dell'innocenza del reo, deve crescere
il tempo dell'esame e, scemandosi il danno dell'impunità,
deve diminuirsi il tempo della prescrizione. Una tal distinzione
di delitti in due classi non dovrebbe ammettersi, se altrettanto
scemasse il danno dell'impunità quanto cresce la probabilità
del delitto. Riflettasi che un accusato, di cui non consti né
l'innocenza né la reità, benché liberato per
mancanza di prove, può soggiacere per il medesimo delitto
a nuova cattura e a nuovi esami, se emanano nuovi indizi indicati
dalla legge, finché non passi il tempo della prescrizione
fissata al suo delitto. Tale è almeno il temperamento che
sembrami opportuno per difendere e la sicurezza e la libertà
de' sudditi, essendo troppo facile che l'una non sia favorita a
spese dell'altra, cosicché questi due beni, che formano l'inalienabile
ed ugual patrimonio di ogni cittadino, non siano protetti e custoditi
l'uno dall'aperto o mascherato dispotismo, l'altro dalla turbolenta
popolare anarchia.
Cap.31
DELITTI DI PROVA DIFFICILE
In vista di questi
principii strano parrà, a chi non riflette che la ragione
non è quasi mai stata la legislatrice delle nazioni, che
i delitti o piú atroci o piú oscuri e chimerici, cioè
quelli de' quali l'improbabilità è maggiore, sieno
provati dalle conghietture e dalle prove piú deboli ed equivoche;
quasiché le leggi e il giudice abbiano interesse non di cercare
la verità, ma di provare il delitto; quasiché di condannare
un innocente non vi sia un tanto maggior pericolo quanto la probabilità
dell'innocenza supera la probabilità del reato. Manca nella
maggior parte degli uomini quel vigore necessario egualmente per
i grandi delitti che per le grandi virtú, per cui pare che
gli uni vadan sempre contemporanei colle altre in quelle nazioni
che piú si sostengono per l'attività del governo e
delle passioni cospiranti al pubblico bene che per la massa loro
o la costante bontà delle leggi. In queste le passioni indebolite
sembran piú atte a mantenere che a migliorare la forma di
governo. Da ciò si cava una conseguenza importante, che non
sempre in una nazione i grandi delitti provano il suo deperimento.
Vi sono alcuni delitti che sono nel medesimo tempo frequenti nella
società e difficili a provarsi, e in questi la difficoltà
della prova tien luogo della probabilità dell'innocenza,
ed il danno dell'impunità essendo tanto meno valutabile quanto
la frequenza di questi delitti dipende da principii diversi dal
pericolo dell'impunità, il tempo dell'esame e il tempo della
prescrizione devono diminuirsi egualmente. E pure gli adulterii,
la greca libidine, che sono delitti di difficile prova, sono quelli
che secondo i principii ricevuti ammettono le tiranniche presunzioni,
le quasi-prove, le semi-prove (quasi che un uomo potesse essere
semi-innocente o semi-reo, cioè semi-punibile e semi-assolvibile),
dove la tortura esercita il crudele suo impero nella persona dell'accusato,
nei testimoni, e persino in tutta la famiglia di un infelice, come
con iniqua freddezza insegnano alcuni dottori che si danno ai giudici
per norma e per legge.
L'adulterio è un delitto che, considerato politicamente,
ha la sua forza e la sua direzione da due cagioni: le leggi variabili
degli uomini e quella fortissima attrazione che spinge l'un sesso
verso l'altro; simile in molti casi alla gravità motrice
dell'universo, perché come essa diminuisce colle distanze,
e se l'una modifica tutt'i movimenti de' corpi, cosí l'altra
quasi tutti quelli dell'animo, finché dura il di lei periodo;
dissimile in questo, che la gravità si mette in equilibrio
cogli ostacoli, ma quella per lo piú prende forza e vigore
col crescere degli ostacoli medesimi.
Se io avessi a parlare a nazioni ancora prive della luce della religione
direi che vi è ancora un'altra differenza considerabile fra
questo e gli altri delitti. Egli nasce dall'abuso di un bisogno
costante ed universale a tutta l'umanità, bisogno anteriore,
anzi fondatore della società medesima, laddove gli altri
delitti distruttori di essa hanno un'origine piú determinata
da passioni momentanee che da un bisogno naturale. Un tal bisogno
sembra, per chi conosce la storia e l'uomo, sempre uguale nel medesimo
clima ad una quantità costante. Se ciò fosse vero,
inutili, anzi perniciose sarebbero quelle leggi e quei costumi che
cercassero diminuirne la somma totale, perché il loro effetto
sarebbe di caricare una parte dei propri e degli altrui bisogni,
ma sagge per lo contrario sarebbero quelle che, per dir cosí,
seguendo la facile inclinazione del piano, ne dividessero e diramassero
la somma in tante eguali e piccole porzioni, che impedissero uniformemente
in ogni parte e l'aridità e l'allagamento. La fedeltà
coniugale è sempre proporzionata al numero ed alla libertà
de' matrimoni. Dove gli ereditari pregiudizi gli reggono, dove la
domestica potestà gli combina e gli scioglie, ivi la galanteria
ne rompe secretamente i legami ad onta della morale volgare, il
di cui officio è di declamare contro gli effetti, perdonando
alle cagioni. Ma non vi è bisogno di tali riflessioni per
chi, vivendo nella vera religione, ha piú sublimi motivi,
che correggono la forza degli effetti naturali. L'azione di un tal
delitto è cosí instantanea e misteriosa, cosí
coperta da quel velo medesimo che le leggi hanno posto, velo necessario,
ma fragile, e che aumenta il pregio della cosa in vece di scemarlo,
le occasioni cosí facili, le conseguenze cosí equivoche,
che è piú in mano del legislatore il prevenirlo che
correggerlo. Regola generale: in ogni delitto che, per sua natura,
dev'essere il piú delle volte impunito, la pena diviene un
incentivo. Ella è proprietà della nostra immaginazione
che le difficoltà, se non sono insormontabili o troppo difficili
rispetto alla pigrizia d'animo di ciascun uomo, eccitano piú
vivamente l'immaginazione ed ingrandiscono l'oggetto, perché
elleno sono quasi altrettanti ripari che impediscono la vagabonda
e volubile immaginazione di sortire dall'oggetto, e costringendola
a scorrere tutt'i rapporti, piú strettamente si attacca alla
parte piacevole, a cui piú naturalmente l'animo nostro si
avventa, che non alla dolorosa e funesta, da cui fugge e si allontana.
L'attica venere cosí severamente punita dalle leggi e cosí
facilmente sottoposta ai tormenti vincitori dell'innocenza, ha meno
il suo fondamento su i bisogni dell'uomo isolato e libero che sulle
passioni dell'uomo sociabile e schiavo. Essa prende la sua forza
non tanto dalla sazietà dei piaceri, quanto da quella educazione
che comincia per render gli uomini inutili a se stessi per fargli
utili ad altri, in quelle case dove si condensa l'ardente gioventù,
dove essendovi un argine insormontabile ad ogni altro commercio,
tutto il vigore della natura che si sviluppa si consuma inutilmente
per l'umanità, anzi ne anticipa la vecchiaia.
L'infanticidio è parimente l'effetto di una inevitabile contradizione,
in cui è posta una persona, che per debolezza o per violenza
abbia ceduto. Chi trovasi tra l'infamia e la morte di un essere
incapace di sentirne i mali, come non preferirà questa alla
miseria infallibile a cui sarebbero esposti ella e l'infelice frutto?
La miglior maniera di prevenire questo delitto sarebbe di proteggere
con leggi efficaci la debolezza contro la tirannia, la quale esagera
i vizi che non possono coprirsi col manto della virtú.
Io non pretendo diminuire il giusto orrore che meritano questi delitti;
ma, indicandone le sorgenti, mi credo in diritto di cavarne una
conseguenza generale, cioè che non si può chiamare
precisamente giusta (il che vuol dire necessaria) una pena di un
delitto, finché la legge non ha adoperato il miglior mezzo
possibile nelle date circostanze d'una nazione per prevenirlo.
Cap.32
SUICIDIO
Il suicidio è
un delitto che sembra non poter ammettere una pena propriamente
detta, poiché ella non può cadere che o su gl'innocenti,
o su di un corpo freddo ed insensibile. Se questa non farà
alcuna impressione su i viventi, come non lo farebbe lo sferzare
una statua, quella è ingiusta e tirannica, perché
la libertà politica degli uomini suppone necessariamente
che le pene sieno meramente personali. Gli uomini amano troppo la
vita, e tutto ciò che gli circonda li conferma in questo
amore. La seducente immagine del piacere e la speranza, dolcissimo
inganno de' mortali, per cui trangugiano a gran sorsi il male misto
di poche stille di contento, gli alletta troppo perché temer
si debba che la necessaria impunità di un tal delitto abbia
qualche influenza sugli uomini. Chi teme il dolore ubbidisce alle
leggi; ma la morte ne estingue nel corpo tutte le sorgenti. Qual
dunque sarà il motivo che tratterrà la mano disperata
del suicida?
Chiunque si uccide fa un minor male alla società che colui
che ne esce per sempre dai confini, perché quegli vi lascia
tutta la sua sostanza, ma questi trasporta se stesso con parte del
suo avere. Anzi se la forza della società consiste nel numero
de' cittadini, col sottrarre se stesso e darsi ad una vicina nazione
fa un doppio danno di quello che lo faccia chi semplicemente colla
morte si toglie alla società. La questione dunque si riduce
a sapere se sia utile o dannoso alla nazione il lasciare una perpetua
libertà di assentarsi a ciascun membro di essa.
Ogni legge che non sia armata, o che la natura delle circostanze
renda insussistente, non deve promulgarsi; e come sugli animi regna
l'opinione, che ubbidisce alle lente ed indirette impressioni del
legislatore, che resiste alle dirette e violente, cosí le
leggi inutili, disprezzate dagli uomini, comunicano il loro avvilimento
alle leggi anche piú salutari, che sono risguardate piú
come un ostacolo da superarsi che il deposito del pubblico bene.
Anzi se, come fu detto, i nostri sentimenti sono limitati, quanta
venerazione gli uomini avranno per oggetti estranei alle leggi tanto
meno ne resterà alle leggi medesime. Da questo principio
il saggio dispensatore della pubblica felicità può
trarre alcune utili conseguenze, che, esponendole, mi allontanerebbono
troppo dal mio soggetto, che è di provare l'inutilità
di fare dello stato una prigione. Una tal legge è inutile
perché, a meno che scogli inaccessibili o mare innavigabile
non dividano un paese da tutti gli altri, come chiudere tutti i
punti della circonferenza di esso e come custodire i custodi? Chi
tutto trasporta non può, da che lo ha fatto, esserne punito.
Un tal delitto subito che è commesso non può piú
punirsi, e il punirlo prima è punire la volontà degli
uomini e non le azioni; egli è un comandare all'intenzione,
parte liberissima dell'uomo dall'impero delle umane leggi. Il punire
l'assente nelle sostanze lasciatevi, oltre la facile ed inevitabile
collusione, che senza tiranneggiare i contratti non può esser
tolta, arrenerebbe ogni commercio da nazione a nazione. Il punirlo
quando ritornasse il reo, sarebbe l'impedire che si ripari il male
fatto alla società col rendere tutte le assenze perpetue.
La proibizione stessa di sortire da un paese ne aumenta il desiderio
ai nazionali di sortirne, ed è un avvertimento ai forestieri
di non introdurvisi.
Che dovremo pensare di un governo che non ha altro mezzo per trattenere
gli uomini, naturalmente attaccati per le prime impressioni dell'infanzia
alla loro patria, fuori che il timore? La piú sicura maniera
di fissare i cittadini nella patria è di aumentare il ben
essere relativo di ciascheduno. Come devesi fare ogni sforzo perché
la bilancia del commercio sia in nostro favore, cosí è
il massimo interesse del sovrano e della nazione che la somma della
felicità, paragonata con quella delle nazioni circostanti,
sia maggiore che altrove. I piaceri del lusso non sono i principali
elementi di questa felicità, quantunque questo sia un rimedio
necessario alla disuguaglianza, che cresce coi progressi di una
nazione, senza di cui le ricchezze si addenserebbono in una sola
mano. Dove i confini di un paese si aumentano in maggior ragione
che non la popolazione di esso, ivi il lusso favorisce il dispotismo,
sí perché quanto gli uomini sono piú rari tanto
è minore l'industria; e quanto è minore l'industria,
è tanto piú grande la dipendenza della povertà
dal fasto, ed è tanto piú difficile e men temuta la
riunione degli oppressi contro gli oppressori, sí perché
le adorazioni, gli uffici, le distinzioni, la sommissione, che rendono
piú sensibile la distanza tra il forte e il debole, si ottengono
piú facilmente dai pochi che dai molti, essendo gli uomini
tanto piú indipendenti quanto meno osservati, e tanto meno
osservati quanto maggiore ne è il numero. Ma dove la popolazione
cresce in maggior proporzione che non i confini, il lusso si oppone
al dispotismo, perché anima l'industria e l'attività
degli uomini, e il bisogno offre troppi piaceri e comodi al ricco
perché quegli d'ostentazione, che aumentano l'opinione di
dipendenza, abbiano il maggior luogo. Quindi può osservarsi
che negli stati vasti e deboli e spopolati, se altre cagioni non
vi mettono ostacolo, il lusso d'ostentazione prevale a quello di
comodo; ma negli stati popolati piú che vasti il lusso di
comodo fa sempre sminuire quello di ostentazione. Ma il commercio
ed il passaggio dei piaceri del lusso ha questo inconveniente, che
quantunque facciasi per il mezzo di molti, pure comincia in pochi,
e termina in pochi, e solo pochissima parte ne gusta il maggior
numero, talché non impedisce il sentimento della miseria,
piú cagionato dal paragone che dalla realità. Ma la
sicurezza e la libertà limitata dalle sole leggi sono quelle
che formano la base principale di questa felicità, colle
quali i piaceri del lusso favoriscono la popolazione, e senza di
quelle divengono lo stromento della tirannia. Siccome le fiere piú
generose e i liberissimi uccelli si allontanano nelle solitudini
e nei boschi inaccessibili, ed abbandonano le fertili e ridenti
campagne all'uomo insidiatore, cosí gli uomini fuggono i
piaceri medesimi quando la tirannia gli distribuisce.
Egli è dunque dimostrato che la legge che imprigiona i sudditi
nel loro paese è inutile ed ingiusta. Dunque lo sarà
parimente la pena del suicidio; e perciò, quantunque sia
una colpa che Dio punisce, perché solo può punire
anche dopo la morte, non è un delitto avanti gli uomini,
perché la pena, in vece di cadere sul reo medesimo, cade
sulla di lui famiglia. Se alcuno mi opponesse che una tal pena può
nondimeno ritrarre un uomo determinato dall'uccidersi, io rispondo:
che chi tranquillamente rinuncia al bene della vita, che odia l'esistenza
quaggiù, talché vi preferisce un'infelice eternità,
deve essere niente mosso dalla meno efficace e piú lontana
considerazione dei figli o dei parenti.
Cap.33
CONTRABBANDI
Il contrabbando è
un vero delitto che offende il sovrano e la nazione, ma la di lui
pena non dev'essere infamante, perché commesso non produce
infamia nella pubblica opinione. Chiunque dà pene infamanti
a' delitti che non sono reputati tali dagli uomini, scema il sentimento
d'infamia per quelli che lo sono. Chiunque vedrà stabilita
la medesima pena di morte, per esempio, a chi uccide un fagiano
ed a chi assassina un uomo o falsifica uno scritto importante, non
farà alcuna differenza tra questi delitti, distruggendosi
in questa maniera i sentimenti morali, opera di molti secoli e di
molto sangue, lentissimi e difficili a prodursi nell'animo umano,
per far nascere i quali fu creduto necessario l'aiuto dei piú
sublimi motivi e un tanto apparato di gravi formalità.
Questo delitto nasce dalla legge medesima poiché, crescendo
la gabella, cresce sempre il vantaggio, e però la tentazione
di fare il contrabbando e la facilità di commetterlo cresce
colla circonferenza da custodirsi e colla diminuzione del volume
della merce medesima. La pena di perdere e la merce bandita e la
roba che l'accompagna è giustissima, ma sarà tanto
piú efficace quanto piú piccola sarà la gabella,
perché gli uomini non rischiano che a proporzione del vantaggio
che l'esito felice dell'impresa produrrebbe.
Ma perché mai questo delitto non cagiona infamia al di lui
autore, essendo un furto fatto al principe, e per conseguenza alla
nazione medesima? Rispondo che le offese che gli uomini credono
non poter essere loro fatte, non l'interessano tanto che basti a
produrre la pubblica indegnazione contro di chi le commette. Tale
è il contrabbando. Gli uomini su i quali le conseguenze rimote
fanno debolissime impressioni, non veggono il danno che può
loro accadere per il contrabbando, anzi sovente ne godono i vantaggi
presenti. Essi non veggono che il danno fatto al principe; non sono
dunque interessati a privare dei loro suffragi chi fa un contrabbando,
quanto lo sono contro chi commette un furto privato, contro chi
falsifica il carattere, ed altri mali che posson loro accadere.
Principio evidente che ogni essere sensibile non s'interessa che
per i mali che conosce.
Ma dovrassi lasciare impunito un tal delitto contro chi non ha roba
da perdere? No: vi sono dei contrabbandi che interessano talmente
la natura del tributo, parte cosí essenziale e cosí
difficile in una buona legislazione, che un tal delitto merita una
pena considerabile fino alla prigione medesima, fino alla servitù;
ma prigione e servitù conforme alla natura del delitto medesimo.
Per esempio la prigionia del contrabbandiere di tabacco non dev'essere
comune con quella del sicario o del ladro, e i lavori del primo,
limitati al travaglio e servigio della regalia medesima che ha voluto
defraudare, saranno i piú conformi alla natura delle pene.
Cap.34
DEI DEBITORI
La buona fede dei
contratti, la sicurezza del commercio costringono il legislatore
ad assicurare ai creditori le persone dei debitori falliti, ma io
credo importante il distinguere il fallito doloso dal fallito innocente;
il primo dovrebbe esser punito coll'istessa pena che è assegnata
ai falsificatori delle monete, poiché il falsificare un pezzo
di metallo coniato, che è un pegno delle obbligazioni de'
cittadini, non è maggior delitto che il falsificare le obbligazioni
stesse. Ma il fallito innocente, ma colui che dopo un rigoroso esame
ha provato innanzi a' suoi giudici che o l'altrui malizia, o l'altrui
disgrazia, o vicende inevitabili dalla prudenza umana lo hanno spogliato
delle sue sostanze, per qual barbaro motivo dovrà essere
gettato in una prigione, privo dell'unico e tristo bene che gli
avanza di una nuda libertà, a provare le angosce dei colpevoli,
e colla disperazione della probità oppressa a pentirsi forse
di quella innocenza colla quale vivea tranquillo sotto la tutela
di quelle leggi che non era in sua balìa di non offendere,
leggi dettate dai potenti per avidità, e dai deboli sofferte
per quella speranza che per lo piú scintilla nell'animo umano,
la quale ci fa credere gli avvenimenti sfavorevoli esser per gli
altri e gli avantaggiosi per noi? Gli uomini abbandonati ai loro
sentimenti i piú obvii amano le leggi crudeli, quantunque,
soggetti alle medesime, sarebbe dell'interesse di ciascuno che fossero
moderate, perché è piú grande il timore di
essere offesi che la voglia di offendere. Ritornando all'innocente
fallito, dico che se inestinguibile dovrà essere la di lui
obbligazione fino al totale pagamento, se non gli sia concesso di
sottrarvisi senza il consenso delle parti interessate e di portar
sotto altre leggi la di lui industria, la quale dovrebb'esser costretta
sotto pene ad essere impiegata a rimetterlo in istato di soddisfare
proporzionalmente ai progressi, qual sarà il pretesto legittimo,
come la sicurezza del commercio, come la sacra proprietà
dei beni, che giustifichi una privazione di libertà inutile
fuori che nel caso di far coi mali della schiavitù svelare
i secreti di un supposto fallito innocente, caso rarissimo nella
supposizione di un rigoroso esame! Credo massima legislatoria che
il valore degl'inconvenienti politici sia in ragione composta della
diretta del danno pubblico, e della inversa della improbabilità
di verificarsi. Potrebbesi distinguere il dolo dalla colpa grave,
la grave dalla leggiera, e questa dalla perfetta innocenza, ed assegnando
al primo le pene dei delitti di falsificazione, alla seconda minori,
ma con privazione di libertà, riserbando all'ultima la scelta
libera dei mezzi di ristabilirsi, togliere alla terza la libertà
di farlo, lasciandola ai creditori. Ma le distinzioni di grave e
di leggero debbon fissarsi dalla cieca ed imparzial legge, non dalla
pericolosa ed arbitraria prudenza dei giudici. Le fissazioni dei
limiti sono cosí necessarie nella politica come nella matematica,
tanto nella misura del ben pubblico quanto nella misura delle grandezze.
proprietà dei beni, che giustifichi una privazione di libertà
inutile fuori che nel caso di far coi mali della schiavitù
svelare i secreti di un supposto fallito innocente, caso rarissimo
nella supposizione di un rigoroso esame! Credo massima legislatoria
che il valore degl'inconvenienti politici sia in ragione composta
della diretta del danno pubblico, e della inversa della improbabilità
di verificarsi. Potrebbesi distinguere il dolo dalla colpa grave,
la grave dalla leggiera, e questa dalla perfetta innocenza, ed assegnando
al primo le pene dei delitti di falsificazione, alla seconda minori,
ma con privazione di libertà, riserbando all'ultima la scelta
libera dei mezzi di ristabilirsi, togliere alla terza la libertà
di farlo, lasciandola ai creditori. Ma le distinzioni di grave e
di leggero debbon fissarsi dalla cieca ed imparzial legge, non dalla
pericolosa ed arbitraria prudenza dei giudici. Le fissazioni dei
limiti sono cosí necessarie nella politica come nella matematica,
tanto nella misura del ben pubblico quanto nella misura delle grandezze.
Con quale facilità il provido legislatore potrebbe impedire
una gran parte dei fallimenti colpevoli, e rimediare alle disgrazie
dell'innocente industrioso! La pubblica e manifesta registrazione
di tutt'i contratti, e la libertà a tutt'i cittadini di consultarne
i documenti bene ordinati, un banco pubblico formato dai saggiamente
ripartiti tributi sulla felice mercatura e destinato a soccorrere
colle somme opportune l'infelice ed incolpabile membro di essa,
nessun reale inconveniente avrebbero ed innumerabili vantaggi possono
produrre. Ma le facili, le semplici, le grandi leggi, che non aspettano
che il cenno del legislatore per ispandere nel seno della nazione
la dovizia e la robustezza, leggi che d'inni immortali di riconoscenza
di generazione in generazione lo ricolmerebbero, sono o le men cognite
o le meno volute. Uno spirito inquieto e minuto, la timida prudenza
del momento presente, una guardinga rigidezza alle novità
s'impadroniscono dei sentimenti di chi combina la folla delle azioni
dei piccoli mortali.
Cap.35
ASILI
Mi restano ancora
due questioni da esaminare: l'una, se gli asili sieno giusti, e
se il patto di rendersi fralle nazioni reciprocamente i rei sia
utile o no. Dentro i confini di un paese non dev'esservi alcun luogo
indipendente dalle leggi. La forza di esse seguir deve ogni cittadino,
come l'ombra segue il corpo. L'impunità e l'asilo non differiscono
che di piú e meno, e come l'impressione della pena consiste
piú nella sicurezza d'incontrarla che nella forza di essa,
gli asili invitano piú ai delitti di quello che le pene non
allontanano. Moltiplicare gli asili è il formare tante piccole
sovranità, perché dove non sono leggi che comandano,
ivi possono formarsene delle nuove ed opposte alle comuni, e però
uno spirito opposto a quello del corpo intero della società.
Tutte le istorie fanno vedere che dagli asili sortirono grandi rivoluzioni
negli stati e nelle opinioni degli uomini. Ma se sia utile il rendersi
reciprocamente i rei fralle nazioni, io non ardirei decidere questa
questione finché le leggi piú conformi ai bisogni
dell'umanità, le pene piú dolci, ed estinta la dipendenza
dall'arbitrio e dall'opinione, non rendano sicura l'innocenza oppressa
e la detestata virtú; finché la tirannia non venga
del tutto dalla ragione universale, che sempre piú unisce
gl'interessi del trono e dei sudditi, confinata nelle vaste pianure
dell'Asia, quantunque la persuasione di non trovare un palmo di
terra che perdoni ai veri delitti sarebbe un mezzo efficacissimo
per prevenirli.
Cap.36
DELLA TAGLIA
L'altra questione
è se sia utile il mettere a prezzo la testa di un uomo conosciuto
reo ed armando il braccio di ciascun cittadino farne un carnefice.
O il reo è fuori de' confini, o al di dentro: nel primo caso
il sovrano stimola i cittadini a commettere un delitto, e gli espone
ad un supplicio, facendo cosí un'ingiuria ed una usurpazione
d'autorità negli altrui dominii, ed autorizza in questa maniera
le altre nazioni a far lo stesso con lui; nel secondo mostra la
propria debolezza. Chi ha la forza per difendersi non cerca di comprarla.
Di piú, un tal editto sconvolge tutte le idee di morale e
di virtú, che ad ogni minimo vento svaniscono nell'animo
umano. Ora le leggi invitano al tradimento, ed ora lo puniscono.
Con una mano il legislatore stringe i legami di famiglia, di parentela,
di amicizia, e coll'altra premia chi gli rompe e chi gli spezza;
sempre contradittorio a se medesimo, ora invita alla fiducia gli
animi sospettosi degli uomini, ora sparge la diffidenza in tutt'i
cuori. In vece di prevenire un delitto, ne fa nascer cento. Questi
sono gli espedienti delle nazioni deboli, le leggi delle quali non
sono che istantanee riparazioni di un edificio rovinoso che crolla
da ogni parte. A misura che crescono i lumi in una nazione, la buona
fede e la confidenza reciproca divengono necessarie, e sempre piú
tendono a confondersi colla vera politica. Gli artificii, le cabale,
le strade oscure ed indirette, sono per lo piú prevedute,
e la sensibilità di tutti rintuzza la sensibilità
di ciascuno in particolare. I secoli d'ignoranza medesimi, nei quali
la morale pubblica piega gli uomini ad ubbidire alla privata, servono
d'instruzione e di sperienza ai secoli illuminati. Ma le leggi che
premiano il tradimento e che eccitano una guerra clandestina spargendo
il sospetto reciproco fra i cittadini, si oppongono a questa cosí
necessaria riunione della morale e della politica, a cui gli uomini
dovrebbero la loro felicità, le nazioni la pace, e l'universo
qualche piú lungo intervallo di tranquillità e di
riposo ai mali che vi passeggiano sopra.
Cap.37
ATTENTATI, COMPLICI, IMPUNITÀ
Perché le
leggi non puniscono l'intenzione, non è però che un
delitto che cominci con qualche azione che ne manifesti la volontà
di eseguirlo non meriti una pena, benché minore all'esecuzione
medesima del delitto. L'importanza di prevenire un attentato autorizza
una pena; ma siccome tra l'attentato e l'esecuzione vi può
essere un intervallo, cosí la pena maggiore riserbata al
delitto consumato può dar luogo al pentimento. Lo stesso
dicasi quando siano piú complici di un delitto, e non tutti
esecutori immediati, ma per una diversa ragione. Quando piú
uomini si uniscono in un rischio, quant'egli sarà piú
grande tanto piú cercano che sia uguale per tutti; sarà
dunque piú difficile trovare chi si contenti d'esserne l'esecutore,
correndo un rischio maggiore degli altri complici. La sola eccezione
sarebbe nel caso che all'esecutore fosse fissato un premio; avendo
egli allora un compenso per il maggior rischio la pena dovrebbe
esser eguale. Tali riflessioni sembreran troppo metafisiche a chi
non rifletterà essere utilissimo che le leggi procurino meno
motivi di accordo che sia possibile tra i compagni di un delitto.
Alcuni tribunali offrono l'impunità a quel complice di grave
delitto che paleserà i suoi compagni. Un tale spediente ha
i suoi inconvenienti e i suoi vantaggi. Gl'inconvenienti sono che
la nazione autorizza il tradimento, detestabile ancora fra gli scellerati,
perché sono meno fatali ad una nazione i delitti di coraggio
che quegli di viltà: perché il primo non è
frequente, perché non aspetta che una forza benefica e direttrice
che lo faccia conspirare al ben pubblico, e la seconda è
piú comune e contagiosa, e sempre piú si concentra
in se stessa. Di piú, il tribunale fa vedere la propria incertezza,
la debolezza della legge, che implora l'aiuto di chi l'offende.
I vantaggi sono il prevenire delitti importanti, e che essendone
palesi gli effetti ed occulti gli autori intimoriscono il popolo;
di piú, si contribuisce a mostrare che chi manca di fede
alle leggi, cioè al pubblico, è probabile che manchi
al privato. Sembrerebbemi che una legge generale che promettesse
la impunità al complice palesatore di qualunque delitto fosse
preferibile ad una speciale dichiarazione in un caso particolare,
perché cosí preverrebbe le unioni col reciproco timore
che ciascun complice avrebbe di non espor che se medesimo; il tribunale
non renderebbe audaci gli scellerati che veggono in un caso particolare
chiesto il loro soccorso. Una tal legge però dovrebbe accompagnare
l'impunità col bando del delatore... Ma invano tormento me
stesso per distruggere il rimorso che sento autorizzando le sacrosante
leggi, il monumento della pubblica confidenza, la base della morale
umana, al tradimento ed alla dissimulazione. Qual esempio alla nazione
sarebbe poi se si mancasse all'impunità promessa, e che per
dotte cavillazioni si strascinasse al supplicio ad onta della fede
pubblica chi ha corrisposto all'invito delle leggi! Non sono rari
nelle nazioni tali esempi, e perciò rari non sono coloro
che non hanno di una nazione altra idea che di una macchina complicata,
di cui il piú destro e il piú potente ne muovono a
lor talento gli ordigni; freddi ed insensibili a tutto ciò
che forma la delizia delle anime tenere e sublimi, eccitano con
imperturbabile sagacità i sentimenti piú cari e le
passioni piú violente, sí tosto che le veggono utili
al loro fine, tasteggiando gli animi, come i musici gli stromenti.
Cap.38
INTERROGAZIONI SUGGESTIVE, DEPOSIZIONI
Le nostre leggi proscrivono
le interrogazioni che chiamansi suggestive in un processo: quelle
cioè secondo i dottori, che interrogano della specie, dovendo
interrogare del genere, nelle circostanze d'un delitto: quelle interrogazioni
cioè che, avendo un'immediata connessione col delitto, suggeriscono
al reo una immediata risposta. Le interrogazioni secondo i criminalisti
devono per dir cosí inviluppare spiralmente il fatto, ma
non andare giammai per diritta linea a quello. I motivi di questo
metodo sono o per non suggerire al reo una risposta che lo metta
al coperto dell'accusa, o forse perché sembra contro la natura
stessa che un reo si accusi immediatamente da sé. Qualunque
sia di questi due motivi è rimarcabile la contradizione delle
leggi che unitamente a tale consuetudine autorizzano la tortura;
imperocché qual interrogazione piú suggestiva del
dolore? Il primo motivo si verifica nella tortura, perché
il dolore suggerirà al robusto un'ostinata taciturnità
onde cambiare la maggior pena colla minore, ed al debole suggerirà
la confessione onde liberarsi dal tormento presente piú efficace
per allora che non il dolore avvenire. Il secondo motivo è
ad evidenza lo stesso, perché se una interrogazione speciale
fa contro il diritto di natura confessare un reo, gli spasimi lo
faranno molto piú facilmente: ma gli uomini piú dalla
differenza de' nomi si regolano che da quella delle cose. Fra gli
altri abusi della grammatica i quali non hanno poco influito su
gli affari umani, è notabile quello che rende nulla ed inefficace
la deposizione di un reo già condannato; egli è morto
civilmente, dicono gravemente i peripatetici giureconsulti, e un
morto non è capace di alcuna azione. Per sostenere questa
vana metafora molte vittime si sono sacrificate, e bene spesso si
è disputato con seria riflessione se la verità dovesse
cedere alle formule giudiciali. Purché le deposizioni di
un reo condannato non arrivino ad un segno che fermino il corso
della giustizia, perché non dovrassi concedere, anche dopo
la condanna, e all'estrema miseria del reo e agl'interessi della
verità uno spazio congruo, talché adducendo egli cose
nuove, che cangino la natura del fatto, possa giustificar sé
od altrui con un nuovo giudizio? Le formalità e le ceremonie
sono necessarie nell'amministrazione della giustizia, sí
perché niente lasciano all'arbitrio dell'amministratore,
sí perché danno idea al popolo di un giudizio non
tumultuario ed interessato, ma stabile e regolare, sí perché
sugli uomini imitatori e schiavi dell'abitudine fanno piú
efficace impressione le sensazioni che i raziocini. Ma queste senza
un fatale pericolo non possono mai dalla legge fissarsi in maniera
che nuocano alla verità, la quale, per essere o troppo semplice
o troppo composta, ha bisogno di qualche esterna pompa che le concilii
il popolo ignorante. Finalmente colui che nell'esame si ostinasse
di non rispondere alle interrogazioni fattegli merita una pena fissata
dalle leggi, e pena delle piú gravi che siano da quelle intimate,
perché gli uomini non deludano cosí la necessità
dell'esempio che devono al pubblico. Non è necessaria questa
pena quando sia fuori di dubbio che un tal accusato abbia commesso
un tal delitto, talché le interrogazioni siano inutili, nell'istessa
maniera che è inutile la confessione del delitto quando altre
prove ne giustificano la reità. Quest'ultimo caso è
il piú ordinario, perché la sperienza fa vedere che
nella maggior parte de' processi i rei sono negativi.
Cap.39
DI UN GENERE PARTICOLARE DI DELITTI
Chiunque leggerà
questo scritto accorgerassi che io ho ommesso un genere di delitti
che ha coperto l'Europa di sangue umano e che ha alzate quelle funeste
cataste, ove servivano di alimento alle fiamme i vivi corpi umani,
quand'era giocondo spettacolo e grata armonia per la cieca moltitudine
l'udire i sordi confusi gemiti dei miseri che uscivano dai vortici
di nero fumo, fumo di membra umane, fra lo stridere dell'ossa incarbonite
e il friggersi delle viscere ancor palpitanti. Ma gli uomini ragionevoli
vedranno che il luogo, il secolo e la materia non mi permettono
di esaminare la natura di un tal delitto. Troppo lungo, e fuori
del mio soggetto, sarebbe il provare come debba essere necessaria
una perfetta uniformità di pensieri in uno stato, contro
l'esempio di molte nazioni; come opinioni, che distano tra di loro
solamente per alcune sottilissime ed oscure differenze troppo lontane
dalla umana capacità, pure possano sconvolgere il ben pubblico,
quando una non sia autorizzata a preferenza delle altre; e come
la natura delle opinioni sia composta a segno che mentre alcune
col contrasto fermentando e combattendo insieme si rischiarano,
e soprannotando le vere, le false si sommergono nell'oblio, altre,
mal sicure per la nuda loro costanza, debbano esser vestite di autorità
e di forza. Troppo lungo sarebbe il provare come, quantunque odioso
sembri l'impero della forza sulle menti umane, del quale le sole
conquiste sono la dissimulazione, indi l'avvilimento; quantunque
sembri contrario allo spirito di mansuetudine e fraternità
comandato dalla ragione e dall'autorità che piú veneriamo,
pure sia necessario ed indispensabile. Tutto ciò deve credersi
evidentemente provato e conforme ai veri interessi degli uomini,
se v'è chi con riconosciuta autorità lo esercita.
Io non parlo che dei delitti che emanano dalla natura umana e dal
patto sociale, e non dei peccati, de' quali le pene, anche temporali,
debbono regolarsi con altri principii che quelli di una limitata
filosofia.
Cap.40
FALSE IDEE DI UTILITÀ
Una sorgente di errori
e d'ingiustizie sono le false idee d'utilità che si formano
i legislatori. Falsa idea d'utilità è quella che antepone
gl'inconvenienti particolari all'inconveniente generale, quella
che comanda ai sentimenti in vece di eccitargli, che dice alla logica:
servi. Falsa idea di utilità è quella che sacrifica
mille vantaggi reali per un inconveniente o immaginario o di poca
conseguenza, che toglierebbe agli uomini il fuoco perché
incendia e l'acqua perché annega, che non ripara ai mali
che col distruggere. Le leggi che proibiscono di portar le armi
sono leggi di tal natura; esse non disarmano che i non inclinati
né determinati ai delitti, mentre coloro che hanno il coraggio
di poter violare le leggi piú sacre della umanità
e le piú importanti del codice, come rispetteranno le minori
e le puramente arbitrarie, e delle quali tanto facili ed impuni
debbon essere le contravenzioni, e l'esecuzione esatta delle quali
toglie la libertà personale, carissima all'uomo, carissima
all'illuminato legislatore, e sottopone gl'innocenti a tutte le
vessazioni dovute ai rei? Queste peggiorano la condizione degli
assaliti, migliorando quella degli assalitori, non iscemano gli
omicidii, ma gli accrescono, perché è maggiore la
confidenza nell'assalire i disarmati che gli armati. Queste si chiaman
leggi non prevenitrici ma paurose dei delitti, che nascono dalla
tumultuosa impressione di alcuni fatti particolari, non dalla ragionata
meditazione degl'inconvenienti ed avantaggi di un decreto universale.
Falsa idea d'utilità è quella che vorrebbe dare a
una moltitudine di esseri sensibili la simmetria e l'ordine che
soffre la materia bruta e inanimata, che trascura i motivi presenti,
che soli con costanza e con forza agiscono sulla moltitudine, per
dar forza ai lontani, de' quali brevissima e debole è l'impressione,
se una forza d'immaginazione, non ordinaria nella umanità,
non supplisce coll'ingrandimento alla lontananza dell'oggetto. Finalmente
è falsa idea d'utilità quella che, sacrificando la
cosa al nome, divide il ben pubblico dal bene di tutt'i particolari.
Vi è una differenza dallo stato di società allo stato
di natura, che l'uomo selvaggio non fa danno altrui che quanto basta
per far bene a sé stesso, ma l'uomo sociabile è qualche
volta mosso dalle male leggi a offender altri senza far bene a sé.
Il dispotico getta il timore e l'abbattimento nell'animo de' suoi
schiavi, ma ripercosso ritorna con maggior forza a tormentare il
di lui animo. Quanto il timore è piú solitario e domestico
tanto è meno pericoloso a chi ne fa lo stromento della sua
felicità; ma quanto è piú pubblico ed agita
una moltitudine piú grande di uomini tanto è piú
facile che vi sia o l'imprudente, o il disperato, o l'audace accorto
che faccia servire gli uomini al suo fine, destando in essi sentimenti
piú grati e tanto piú seducenti quanto il rischio
dell'intrapresa cade sopra un maggior numero, ed il valore che gl'infelici
danno alla propria esistenza si sminuisce a proporzione della miseria
che soffrono. Questa è la cagione per cui le offese ne fanno
nascere delle nuove, che l'odio è un sentimento tanto piú
durevole dell'amore, quanto il primo prende la sua forza dalla continuazione
degli atti, che indebolisce il secondo.
Cap.41
COME SI PREVENGANO I DELITTI
È meglio prevenire
i delitti che punirgli. Questo è il fine principale d'ogni
buona legislazione, che è l'arte di condurre gli uomini al
massimo di felicità o al minimo d'infelicità possibile,
per parlare secondo tutt'i calcoli dei beni e dei mali della vita.
Ma i mezzi impiegati fin ora sono per lo piú falsi ed opposti
al fine proposto. Non è possibile il ridurre la turbolenta
attività degli uomini ad un ordine geometrico senza irregolarità
e confusione. Come le costanti e semplicissime leggi della natura
non impediscono che i pianeti non si turbino nei loro movimenti
cosí nelle infinite ed oppostissime attrazioni del piacere
e del dolore, non possono impedirsene dalle leggi umane i turbamenti
ed il disordine. Eppur questa è la chimera degli uomini limitati,
quando abbiano il comando in mano. Il proibire una moltitudine di
azioni indifferenti non è prevenire i delitti che ne possono
nascere, ma egli è un crearne dei nuovi, egli è un
definire a piacere la virtú ed il vizio, che ci vengono predicati
eterni ed immutabili. A che saremmo ridotti, se ci dovesse essere
vietato tutto ciò che può indurci a delitto? Bisognerebbe
privare l'uomo dell'uso de' suoi sensi. Per un motivo che spinge
gli uomini a commettere un vero delitto, ve ne son mille che gli
spingono a commetter quelle azioni indifferenti, che chiamansi delitti
dalle male leggi; e se la probabilità dei delitti è
proporzionata al numero dei motivi, l'ampliare la sfera dei delitti
è un crescere la probabilità di commettergli. La maggior
parte delle leggi non sono che privilegi, cioè un tributo
di tutti al comodo di alcuni pochi.
Volete prevenire i delitti? Fate che le leggi sian chiare, semplici,
e che tutta la forza della nazione sia condensata a difenderle,
e nessuna parte di essa sia impiegata a distruggerle. Fate che le
leggi favoriscano meno le classi degli uomini che gli uomini stessi.
Fate che gli uomini le temano, e temano esse sole. Il timor delle
leggi è salutare, ma fatale e fecondo di delitti è
quello di uomo a uomo. Gli uomini schiavi sono piú voluttuosi,
piú libertini, piú crudeli degli uomini liberi. Questi
meditano sulle scienze, meditano sugl'interessi della nazione, veggono
grandi oggetti, e gl'imitano; ma quegli contenti del giorno presente
cercano fra lo strepito del libertinaggio una distrazione dall'annientamento
in cui si veggono; avvezzi all'incertezza dell'esito di ogni cosa,
l'esito de' loro delitti divien problematico per essi, in vantaggio
della passione che gli determina. Se l'incertezza delle leggi cade
su di una nazione indolente per clima, ella mantiene ed aumenta
la di lei indolenza e stupidità. Se cade in una nazione voluttuosa,
ma attiva, ella ne disperde l'attività in un infinito numero
di piccole cabale ed intrighi, che spargono la diffidenza in ogni
cuore e che fanno del tradimento e della dissimulazione la base
della prudenza. Se cade su di una nazione coraggiosa e forte, l'incertezza
vien tolta alla fine, formando prima molte oscillazioni dalla libertà
alla schiavitù, e dalla schiavitù alla libertà.
Cap.42
DELLE SCIENZE
Volete prevenire
i delitti? Fate che i lumi accompagnino la libertà. I mali
che nascono dalle cognizioni sono in ragione inversa della loro
diffusione, e i beni lo sono nella diretta. Un ardito impostore,
che è sempre un uomo non volgare, ha le adorazioni di un
popolo ignorante e le fischiate di un illuminato. Le cognizioni
facilitando i paragoni degli oggetti e moltiplicandone i punti di
vista, contrappongono molti sentimenti gli uni agli altri, che si
modificano vicendevolmente, tanto piú facilmente quanto si
preveggono negli altri le medesime viste e le medesime resistenze.
In faccia ai lumi sparsi con profusione nella nazione, tace la calunniosa
ignoranza e trema l'autorità disarmata di ragioni, rimanendo
immobile la vigorosa forza delle leggi; perché non v'è
uomo illuminato che non ami i pubblici, chiari ed utili patti della
comune sicurezza, paragonando il poco d'inutile libertà da
lui sacrificata alla somma di tutte le libertà sacrificate
dagli altri uomini, che senza le leggi poteano divenire conspiranti
contro di lui. Chiunque ha un'anima sensibile, gettando uno sguardo
su di un codice di leggi ben fatte, e trovando di non aver perduto
che la funesta libertà di far male altrui, sarà costretto
a benedire il trono e chi lo occupa
Non è vero che le scienze sian sempre dannose all'umanità,
e quando lo furono era un male inevitabile agli uomini. La moltiplicazione
dell'uman genere sulla faccia della terra introdusse la guerra,
le arti piú rozze, le prime leggi, che erano patti momentanei
che nascevano colla necessità e con essa perivano. Questa
fu la prima filosofia degli uomini, i di cui pochi elementi erano
giusti, perché la loro indolenza e poca sagacità gli
preservava dall'errore. Ma i bisogni si moltiplicavano sempre piú
col moltiplicarsi degli uomini. Erano dunque necessarie impressioni
piú forti e piú durevoli che gli distogliessero dai
replicati ritorni nel primo stato d'insociabilità, che si
rendeva sempre piú funesto. Fecero dunque un gran bene all'umanità
quei primi errori che popolarono la terra di false divinità
(dico gran bene politico) e che crearono un universo invisibile
regolatore del nostro. Furono benefattori degli uomini quegli che
osarono sorprendergli e strascinarono agli altari la docile ignoranza.
Presentando loro oggetti posti di là dai sensi, che loro
fuggivan davanti a misura che credean raggiungerli, non mai disprezzati,
perché non mai ben conosciuti, riunirono e condensarono le
divise passioni in un solo oggetto, che fortemente gli occupava.
Queste furono le prime vicende di tutte le nazioni che si formarono
da' popoli selvaggi, questa fu l'epoca della formazione delle grandi
società, e tale ne fu il vincolo necessario e forse unico.
Non parlo di quel popolo eletto da Dio, a cui i miracoli piú
straordinari e le grazie piú segnalate tennero luogo della
umana politica. Ma come è proprietà dell'errore di
sottodividersi all'infinito, cosí le scienze che ne nacquero
fecero degli uomini una fanatica moltitudine di ciechi, che in un
chiuso laberinto si urtano e si scompigliano di modo che alcune
anime sensibili e filosofiche regrettarono persino l'antico stato
selvaggio. Ecco la prima epoca, in cui le cognizioni, o per dir
meglio le opinioni, sono dannose.
La seconda è nel difficile e terribil passaggio dagli errori
alla verità, dall'oscurità non conosciuta alla luce.
L'urto immenso degli errori utili ai pochi potenti contro le verità
utili ai molti deboli, l'avvicinamento ed il fermento delle passioni,
che si destano in quell'occasione, fanno infiniti mali alla misera
umanità. Chiunque riflette sulle storie, le quali dopo certi
intervalli di tempo si rassomigliano quanto all'epoche principali,
vi troverà piú volte una generazione intera sacrificata
alla felicità di quelle che le succedono nel luttuoso ma
necessario passaggio dalle tenebre dell'ignoranza alla luce della
filosofia, e dalla tirannia alla libertà, che ne sono le
conseguenze. Ma quando, calmati gli animi ed estinto l'incendio
che ha purgata la nazione dai mali che l'opprimono, la verità,
i di cui progressi prima son lenti e poi accelerati, siede compagna
su i troni de' monarchi ed ha culto ed ara nei parlamenti delle
repubbliche, chi potrà mai asserire che la luce che illumina
la moltitudine sia piú dannosa delle tenebre, e che i veri
e semplici rapporti delle cose ben conosciute dagli uomini lor sien
funesti?
Se la cieca ignoranza è meno fatale che il mediocre e confuso
sapere, poiché questi aggiunge ai mali della prima quegli
dell'errore inevitabile da chi ha una vista ristretta al di qua
dei confini del vero, l'uomo illuminato è il dono piú
prezioso che faccia alla nazione ed a se stesso il sovrano, che
lo rende depositario e custode delle sante leggi. Avvezzo a vedere
la verità e a non temerla, privo della maggior parte dei
bisogni dell'opinione non mai abbastanza soddisfatti, che mettono
alla prova la virtú della maggior parte degli uomini, assuefatto
a contemplare l'umanità dai punti di vista piú elevati,
avanti a lui la propria nazione diventa una famiglia di uomini fratelli,
e la distanza dei grandi al popolo gli par tanto minore quanto è
maggiore la massa dell'umanità che ha avanti gli occhi. I
filosofi acquistano dei bisogni e degli interessi non conosciuti
dai volgari, quello principalmente di non ismentire nella pubblica
luce i principii predicati nell'oscurità, ed acquistano l'abitudine
di amare la verità per se stessa. Una scelta di uomini tali
forma la felicità di una nazione, ma felicità momentanea
se le buone leggi non ne aumentino talmente il numero che scemino
la probabilità sempre grande di una cattiva elezione.
Cap.43
MAGISTRATI
Un altro mezzo di
prevenire i delitti si è d'interessare il consesso esecutore
delle leggi piuttosto all'osservanza di esse che alla corruzione.
Quanto maggiore è il numero che lo compone tanto è
meno pericolosa l'usurpazione sulle leggi, perché la venalità
è piú difficile tra membri che si osservano tra di
loro, e sono tanto meno interessati ad accrescere la propria autorità,
quanto minore ne è la porzione che a ciascuno ne toccherebbe,
massimamente paragonata col pericolo dell'intrapresa. Se il sovrano
coll'apparecchio e colla pompa, coll'austerità degli editti,
col non permettere le giuste e le ingiuste querele di chi si crede
oppresso, avvezzerà i sudditi a temere piú i magistrati
che le leggi, essi profitteranno piú di questo timore di
quello che non ne guadagni la propria e pubblica sicurezza.
Cap.44
RICOMPENSE
Un altro mezzo di
prevenire i delitti è quello di ricompensare la virtú.
Su di questo proposito osservo un silenzio universale nelle leggi
di tutte le nazioni del dì d'oggi. Se i premi proposti dalle
accademie ai discuopritori delle utili verità hanno moltiplicato
e le cognizioni e i buoni libri, perché non i premi distribuiti
dalla benefica mano del sovrano non moltiplicherebbeno altresí
le azioni virtuose? La moneta dell'onore è sempre inesausta
e fruttifera nelle mani del saggio distributore.
Cap.45
EDUCAZIONE
Finalmente il piú
sicuro ma piú difficil mezzo di prevenire i delitti si è
di perfezionare l'educazione, oggetto troppo vasto e che eccede
i confini che mi sono prescritto, oggetto, oso anche dirlo, che
tiene troppo intrinsecamente alla natura del governo perché
non sia sempre fino ai piú remoti secoli della pubblica felicità
un campo sterile, e solo coltivato qua e là da pochi saggi.
Un grand'uomo, che illumina l'umanità che lo perseguita,
ha fatto vedere in dettaglio quali sieno le principali massime di
educazione veramente utile agli uomini, cioè consistere meno
in una sterile moltitudine di oggetti che nella scelta e precisione
di essi, nel sostituire gli originali alle copie nei fenomeni sí
morali che fisici che il caso o l'industria presenta ai novelli
animi dei giovani, nello spingere alla virtú per la facile
strada del sentimento, e nel deviarli dal male per la infallibile
della necessità e dell'inconveniente, e non colla incerta
del comando, che non ottiene che una simulata e momentanea ubbidienza.
Cap.46
DELLE GRAZIE
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