Bernard de Mandeville

La favola delle api

(a cura di Antonio Zama)

 

Bernard del Mandeville nasce a Dordrecht, presso Rotterdam, nel 1670. Appartenente ad un'agiata famiglia di politici e medici, frequenta e si laurea in medicina alla celebre Università di Leyden a soli ventuno anni, nel 1691. Ben presto si trasferisce a Londra, dove esercita con eccellenti risultati la pratica medica (specializzandosi nei disturbi nervosi e in quelli dello stomaco) e dove si stabilisce definitivamente dopo essersi sposato, nel 1699, sino al 1733, quando si spegne ad Hackney. A parte questo della sua vita conosciamo poco.

Al debutto del nuovo secolo, pur non abbandonando la professione medica, si dedica all'attività letteraria, prima come traduttore, poi facendo emergere la sua funambolica vena satirica che lo renderà un polemista capace di suscitare entusiasmo come feroci critiche.

Data al 1704 la prima edizione della sua opera di maggiore successo, che gli procura fama e invettive in patria e che lo ha reso famoso ai posteri: The grumbling hive, or knaves turn'd honest (L'alveare ronzante ovvero i truffatori divenuti onesti). Successivamente, nel 1714, ne cura una nuova edizione che pubblica con il titolo The fable of the bees, or, private vices, publick benefits (La favola delle api, ovvero vizi privati, pubbliche virtù), nella quale inserisce anche un saggio intitolato Ricerca sull'origine della morale ed un ricco apparato di note. La favola delle api viene più volte modificata ed integrata sino al 1729 quando raggiunge la sua forma definitiva, alla quale oggi facciamo riferimento.

Tra le altre sue opere che ne hanno fatto un rappresentante del primo illuminismo inglese, insieme a Jonathan Swift e a Alexander Pope, ricordiamo A modest defence of public stews (Una modesta difesa delle case di piacere), An inquiry into the origin of honour (Un'indagine sull'origine dell'onore) e A letter to Dion.

La favola delle api, che fruttò all'autore anche noie giudiziarie, rappresenta il tipico esempio dei trattatelli filosofici di quella stagione felice e prospera di ingegni che fu l'illuminismo inglese, a torto negletta a vantaggio del successivo periodo francese, con la quale ha poco o punto a che vedere. Breve ed estremamente semplice da leggere, colma di sferzante sarcasmo e di immagini immediatamente recepibili, si tratta tuttavia di un'opera che sottende un'articolata indagine sul costume, sulla morale, pubblica e privata, e sull'effetto dell'intervento normativo dell'autorità pubblica. Di questo incessante approfondimento sono espressione le note e soprattutto il saggio che completano la favola.

La parte che presentiamo in questa sede, relativa al mondo giudiziario, è forse tra quelle più rappresentative e ci consente di cogliere, almeno nel suo spirito, l'essenza dell'intero lavoro.

 

 

Un vasto alveare ricco di api
che viveva nel lusso e nell'agio,
e tuttavia era tanto famoso per leggi e armi,
quanto fecondo di grandi e precoci sciami,
era considerato la grande culla delle scienze e dell'industria.
Le api non ebbero mai governo migliore,
più volubilità o meno appagamento:
non erano schiave della tirannide,
nè governate dalla rozza democrazia;
ma da re, che non potevano fare torti, perchè
il loro potere era limitato dalle leggi.

...

Grandi moltitudini affollavano il fecondo alveare,
ma proprio queste moltitudini lo facevano prosperare,
milioni che si sforzavano di soddisfare
ognuno la concupiscenza e la vanità degli altri;
mentre altri milioni si dedicavano
a consumare i loro manufatti.

...

Gli avvocati, il fondamento della cui arte stava nel suscitare liti e trovare cavilli,
si opponevano a tutti i registri, in modo che gli imbrogli
con le proprietà ipotecate dessero più lavoro:
come se fosse illegittimo che uno sapesse
senza un processo che cosa gli apparteneva.
Facevano rinviare apposta le udienze
per intascare una parcella supplementare:
e per sostenere una causa ingiusta,
esaminavano e sondavano le leggi,
come fanno gli scassinatori con le case e i negozi,
per trovare il punto migliore da cui entrare.


La stessa giustizia, famosa per equità,
non aveva perduto la sensibilità a causa della cecità;
la mano sinistra, che avrebbe dovuto reggere la bilancia,
spesso l'aveva lasciata cadere, corrotta dall'oro;
e sebbene apparisse imparziale,
quando la pena era corporale,
ed esigesse un procedimento regolare,
per gli omicidi, e tutti i crimini violenti;
e alcuni, messi alla gogna per truffa,
venissero impiccati con la corda fatta da loro stessi;
tuttavia, si pensava che la spada che essa recava,
fosse rivolta soltanto contro i disperati e i poveri,
che, spinti dalla necessità,
venivano appesi all'albero infame,
non per delitti che meritassero quel destino,
ma per rassicurare il ricco e il grande.
Così ogni parte era piena di vizio,
ma il tutto era un paradiso.

...

Così il vizio nutriva l'ingegnosità,
che insieme con il tempo e con l'industria
aveva portato le comodità della vita,
i suoi reali piaceri, agi e conforti,
ad una tale altezza, che i più poveri
vivevano meglio di come vivessero prima i ricchi;
e nulla si sarebbe potuto aggiungere.
Come è vana la felicità dei mortali!
Se solo avessero conosciuto i limiti della contentezza,
e che quaggiù la perfezione
è più di ciò che gli dèi possono concedere,
gli animali scontenti sarebbero stati soddisfatti
dei ministri e del governo.
Ma essi ad ogni insuccesso,
come creature perdute e senza scampo,
maledivano politici, eserciti, flotte;
ognuno gridava "Maledetti gli imbrogli",
e pur essendo consapevole dei propri,
non sopportava assolutamente quelli degli altri.

...

Appena vi era qualcosa di malfatto,
o di contrario agli interessi pubblici,
tutte le canaglie gridavano sfrontatamente:
"Dèi benedetti, se solo vi fosse un po' di onesta!"
Mercurio sorrideva all'impudenza,
e gli altri dèi chiamavano mancanza di buon senso
prendersela sempre con ciò che amavano.
Ma Giove, mosso da indignazione,
alla fine giurò pieno d'ira di liberare lo schiamazzante alveare dalla frode; e lo fece.
In quello stesso momento, essa si allontana,
e l'onestà riempie tutti i loro cuori,
e lì mostra loro, come appesi alla forca,
i delitti che si vergognavano di vedere,
e che ora confessano in silenzio,
arrossendo per la loro bruttezza:
come bambini che vorrebbero nascondere le loro colpe,
e arrossendo rivelano i loro pensieri,
immaginando, se qualcuno li guarda,
che gli altri vedano ciò che hanno fatto.
Ma, dèi,che costernazione,
come fu ampia e improvvisa la trasformazione!

...

E poiché nulla poteva prosperare
meno che gli avvocati in un alveare onesto,
tutti, tranne quelli che avevano guadagnato abbastanza,
scapparono via con i loro calamai portatili.
La giustizia impiccò qualcuno, altri mandò liberi;
e dopo la liberazione dalle prigioni,
non essendo più necessaria la sua presenza,
si ritirò con il suo seguito e in pompa.
Per primi marciavano i fabbri, con serrature e grate,
catene e porte rinforzate di ferro;
poi i carcerieri, secondini e aiutanti;
prima della dea, a qualche distanza,
il suo principale e fedele ministro,
il signor BOIA, che dà l'ultimo compimento alla legge,
portava non la spada immaginaria,
ma i suoi strumenti, ascia e corda.
Infine, su una nuvola, la bella con gli occhi bendati,
la GIUSTIZIA era spinta dal vento;
intorno al suo carro, e dietro,
vi erano sergenti, funzionari di polizia di ogni tipo,
ufficiali giudiziari, e tutti quelli
che si guadagnano da vivere con le lacrime degli altri.

...

Ora, guardate il glorioso alveare, e considerate
come l'onestà e il commercio vanno d'accordo.
Il bell'aspetto è scomparso, si spopola in fretta,
e si presenta in modo ben diverso.
Infatti, non soltanto se ne erano andati
quelli che ogni anno spendevano grandi somme,
ma le moltitudini, che vivevano grazie a loro,
devono ogni giorno fare lo stesso.
Invano si sono date ad altri mestieri:
erano tutti gremiti allo stesso modo.

...

Restano così in poche nel grande alveare,
che non possono difenderne la centesima parte
contro gli assalti dei nemici.

...

Morale
Smettetela dunque con i lamenti: soltanto gli sciocchi cercano
di rendere onesto un grande alveare
Godere le comodità del mondo,
essere famosi in guerra, e, anzi, vivere nell'agio
senza grandi vizi, è un'inutile
UTOPIA nella nostra testa.
Frode lusso e orgoglio devono vivere,
finché ne riceviamo i benefici:
la fame è una piaga spaventosa, senza dubbio,
ma chi digerisce e prospera senza di essa?
Non dobbiamo il vino
alla vite secca, misera e contorta?
Fin quando i suoi germogli erano trascurati,
soffocava le altre piante, e non dava che legna,
ma ci allietò con il suo nobile frutto,
non appena fu potata e legata.
Così il vizio diviene benefico,
quando è sfrondato e contenuto dalla giustizia.
Anzi, se un popolo vuole essere grande,
esso è necessario allo stato,
quanto la fame per farli mangiare.
La semplice virtù non può fare vivere le nazioni
nello splendore; chi vuole fare tornare
l'età dell'oro deve tenersi pronto per le ghiande come per l'onestà.

 

Il testo riportato è tratto da:

"La favola delle api", a cura di Tito Magri, Biblioteca Universale Laterza, Roma-Bari, 1997.

Di Bernard de Mandeville consigliamo anche:

"Una modesta difesa delle case di piacere" Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, 1995.