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(Da una vecchia cronaca)
Lungo le rive della Havel viveva, intorno alla
metà del sedicesimo secolo, un mercante di cavalli, chiamato
Michele Kohlhaas, figlio di un maestro di scuola: uno degli uomini
più onesti e al tempo stesso più terribilmente implacabili
del suo tempo. Quest'uomo fuori dell'ordinario sarebbe potuto passare
fino al suo trentesimo anno per il modello del buon cittadino. Possedeva
una fattoria, in un villaggio che porta ancora oggi il suo nome,
e vi si manteneva pacificamente, con i frutti del suo lavoro; i
fanciulli che sua moglie gli aveva dato li tirava su nel timor di
Dio, laboriosi e leali; non c'era uno dei suoi vicini che non avesse
provato i benefici della sua generosità, o della sua giustizia;
il mondo, in breve, avrebbe dovuto benedire la memoria se non avesse
ecceduto in una virtù. Il senso di giustizia lo rese brigante
e assassino.
Egli era diretto, un giorno, oltre il confine,
con un branco di cavalli giovani, tutti lustri e ben pasciuti, e
rifletteva per l'appunto a come avrebbe impiegato il guadagno che
sperava di ricavarne sui mercati (un po', da buon massaio, ne avrebbe
investito, perché fruttasse a sua volta, ma un po', anche,
se lo sarebbe goduto seduta stante), quando giunse all'Elba, e qui
si imbatté, nei pressi di un imponente castello, in territorio
sassone, in una barriera che prima di allora non aveva mai trovato
su quella strada.
Fermò i cavalli, mentre proprio in
quel momento si scatenava un acquazzone, e chiamò il cantoniere,
che non tardò, con viso burbero, ad affacciarsi alla finestra.
Il mercante di cavalli gli disse di aprire.
«Che novità è questa?»,
domandò, quando il gabelliere, dopo un bel po' di tempo,
uscì dalla casa.
«Privilegio signorile», rispose
questi, armeggiando con la serratura per aprire, «concesso
al barone Venceslao di Tronka».
«Ah», fece Kohlhaas, «il
barone si chiama Venceslao?», e rimirò il castello,
che dominava i campi con i suoi merli scintillanti. «È
morto il vecchio signore?».
«Morto, gli ha preso un colpo»,
rispose il gabelliere, e alzò l'albero che faceva da sbarra.
«Hm, peccato!», aggiunse Kohlhaas.
«Un degno signore, il vecchio, che aveva piacere a intrattenersi
con la gente, e tutte le volte che poteva dava una mano ai traffici
e ai commerci; una volta fece costruire un argine di pietre perché,
là dietro, dove la strada sbocca nel villaggio, una delle
mie cavalle s'era spezzata una gamba. Dunque, quanto devo?»,
domandò; e cominciò a cavar fuori con fatica, da sotto
il mantello sbattuto dal vento, i denari che il gabelliere gli aveva
chiesto.
«Sì, vecchio mio», aggiunse
ancora, dal momento che quello brontolava «Svelto! Svelto!»,
e imprecava al maltempo: «Se l'albero se ne fosse rimasto
nel bosco, sarebbe stato meglio, per
me e per voi». E, così dicendo,
gli diede il denaro e fece per proseguire. Ma non era neppure arrivato
sotto la stanga, che già un'altra voce gli urlava dietro
«Alto là, sensale!», dalla torre di guardia;
ed egli vide il castaldo sbattere una finestra e precipitarsi verso
di lui.
«Be', che novità è questa?»,
si domandò Kohlhaas fra sé, fermandosi con i suoi
cavalli. Il castaldo arrivò, allacciandosi ancora il panciotto
sulla figura corpulenta, e, piantato di traverso contro le raffiche
di vento, chiese il lasciapassare. «Lasciapassare?»,
domandò Kohlhaas. E disse, un po' confuso, che, per quanto
ne sapesse, non l'aveva: ma se solo avessero voluto descrivergli,
bontà divina, che specie di cosa era, quel lasciapassare,
magari poteva anche darsi che per caso l'avesse.
Il castaldo, guardandolo storto, replicò
che, senza un permesso scritto del sovrano, a nessun sensale era
consentito varcare il confine con i suoi cavalli. Il sensale assicurò
che per diciassette volte, nel corso della sua vita, aveva passato
il confine senza un permesso simile; e che egli conosceva perfettamente
tutte le disposizioni sovrane che riguardavano la sua attività;
non poteva trattarsi, dunque, che di un errore; pregava, perciò,
che volessero ripensarci, e non trattenerlo oltre laggiù
senza costrutto, dal momento che la sua giornata di viaggio era
lunga assai. Ma il castaldo ribatté che la diciottesima non
l'avrebbe fatta franca, che appunto per questo era stata recentemente
emanata quella nuova ordinanza, e che, se non si fosse procurato
lì sul posto il lasciapassare, avrebbe dovuto ritornarsene
di dove era venuto. Il mercante, che cominciava a irritarsi a quelle
estorsioni illegali, scese, dopo una breve riflessione, da cavallo
lo affidò a un servo, e disse che ne avrebbe parlato di persona
con il barone di Tronka. E salì infatti al castello, il castaldo
gli tenne dietro, borbottando di affaristi spilorci e di opportuni
salassi; e, misurandosi l'un l'altro con lo sguardo, i due entrarono
insieme nella sala.
Il barone stava bevendo in mezzo a un'allegra
brigata di amici, e una facezia aveva appena scatenato fra loro
un'interminabile risata, quando Kohlhaas gli si avvicinò
per fargli le sue rimostranze. Il barone gli chiese che cosa volesse;
i cavalieri quando videro lo sconosciuto, ammutolirono; ma non appena
questi ebbe incominciato a esporre le sue richieste a proposito
di cavalli, tutta la brigata salto su, gridando «Cavalli?
Dove sono?», e corse alle finestre per osservarli. Quando
videro quella splendida mandria, scesero di corsa, su proposta del
barone, nella corte; la pioggia era cessata; il castaldo, il fattore,
i servi si raccolsero intorno a loro, e tutti passarono in rassegna
gli animali. Uno lodava il sauro fulvo con la macchia bianca, a
un altro piaceva il baio, il terzo accarezzava il pomellato a macchie
gialle e nere; e tutti dicevano che quei cavalli sembravano dei
cervi, e in tutto il paese non se ne allevava di più belli.
Kohlhaas ribatté allegramente che i cavalli non erano migliori
dei cavalieri che li avrebbero montati; e li invitò a comperare.
Il barone, molto attirato dal poderoso stallone sauro, gli domandò
il prezzo; il fattore gli consigliò di acquistare un paio
di morelli che pensava di poter utilizzare nei lavori agricoli,
perché cavalli ce n'erano pochi; ma, quando il sensale tirò
fuori i prezzi, i cavalieri li trovarono troppo cari, e il barone
disse che, se pretendeva tanto per quelle bestie, doveva cavalcare
fino alla Tavola Rotonda, e andare alla ricerca di Re Artù.
Kohlhaas, vedendo il castaldo e il fattore
bisbigliare tra loro e gettare ai morelli occhiate eloquenti, fece,
per un oscuro presentimento, di tutto, perché si tenessero
quei due animali. Disse al barone: «Signore, i morelli li
ho acquistati sei mesi fa, per venticinque fiorini d'oro; datemene
trenta, e li avrete». Due cavalieri che stavano a fianco del
barone dissero apertamente che i cavalli li valevano senz'altro;
ma il barone dichiarò che era disposto a spendere per il
sauro, semmai, non per i morelli, e fece l'atto di andarsene. Allora
Kohlhaas disse che forse avrebbeconcluso un affare con lui la prossima
volta, quando fosse ripassato con i suoi cavallucci, fece al barone
i suoi rispetti, e afferrò le briglie della sua cavalcatura,
per ripartire. Ma in quel momento il castaldo uscì dal crocchio,
dicendo che senza un lasciapassare, l'aveva sentito, non avrebbe
potuto andarsene.
Kohlhaas si voltò, e domandò
al barone se fosse proprio vera quella faccenda, che rovinava tutta
la sua attività. Il barone rispose, con aria imbarazzata,
allontanandosi: «Sì, Kohlhaas, devi procurarti il lasciapassare.
Parlane con il castaldo, e va' per la tua via». Kohlhaas gli
assicurò che non aveva alcuna intenzione di eludere le ordinanze
sull'esportazione dei cavalli, quali che fossero, promise che, passando
da Dresda, sarebbe andato a prendere il lasciapassare alla Cancelleria,
e lo pregò di lasciarlo passare soltanto per quella volta,
dato che non aveva saputo proprio nulla di una simile richiesta.
«E va bene!», disse il barone,
mentre il temporale, proprio in quel momento, riprendeva, e il vento
sibilando gli passava da parte a parte le membra rinsecchite. «Lasciate
andare questo poveraccio. Venite!», disse rivolto ai cavalieri,
si voltò e fece per rientrare al castello. Il castaldo, rivolto
al barone, disse che il mercante doveva almeno lasciare un pegno,
per essere certi che andasse a ritirare il documento. Il barone
si fermo di nuovo, sotto il portone del castello. Kohlhaas domandò
quale valore, in denaro o in oggetti, dovesse lasciare, come pegno
per i morelli. Il fattore, masticando le parole nella barba, disse
che poteva lasciare per l'appunto i morelli. «Sicuro»,
disse il castaldo; «è la cosa più conveniente;
quando ha ritirato il lasciapassare, può venire a prenderseli
in qualunque momento».
Kohlhaas, sconcertato da una richiesta così
sfacciata, disse al barone, che si stringeva addosso intirizzito
il giustacuore, che i morelli li voleva vendere. Ma questi, mentre
in quell'attimo una raffica scagliava attraverso il portone uno
scroscio di pioggia mista a grandine, gridò, per mettere
fine alla cosa: «Se non vuoi mollare i cavalli, ributtatelo
al di là dello sbarramento», e se ne andò. Il
sensale, rendendosi conto che doveva pur cedere alla violenza, decise
di accogliere la richiesta, visto che non gli restava altro da fare;
sciolse i morelli, e li condusse in una stalla indicatagli dal castaldo.
Lasciò con le bestie un servo, gli rimise del denaro, gli
raccomandò di tenere ben d'occhio i cavalli fino al suo ritorno,
e proseguì, con il resto della mandria, il suo viaggio verso
Lipsia, dove voleva recarsi alla fiera; rimuginando, incerto, fra
sé e sé, se forse, dopo tutto, in Sassonia non potesse
essere stato emanato un simile ordine, per proteggere qualche nuovo
allevamento di cavalli.
A Dresda, dove possedeva, nei sobborghi, una
casa con alcune stalle, perché quella era la base dei suoi
commerci sui mercati minori della regione, si recò subito,
appena arrivato, alla Cancelleria; e qui venne a sapere dai consiglieri,
alcuni dei quali conosceva, che, come aveva sospettato, in realtà,
fin dal primo momento, la storia del lasciapassare era inventata
di sana pianta. Kohlhaas, dopo che i consiglieri, di malavoglia,
gli ebbero rilasciato, su sua richiesta, una dichiarazione scritta
che ne attestava l'infondatezza, sorrise allo scherzo dell'allampanato
barone, anche se non capiva ancora bene a che cosa avesse potuto
mirare; e, venduto con soddisfazione, poche settimane dopo, il branco
di cavalli che aveva con sé, senza portarsi ormai dietro
maggiore amarezza che non fosse quella sulla generale miseria del
mondo, fece ritorno al castello di Tronka.
Il castaldo, al quale mostrò la dichiarazione,
non aggiunse parola sull'argomento; e quando il sensale gli domandò
se ora poteva riavere i cavalli, rispose che scendesse, e andasse
a prenderseli. Ma già attraversando il cortile Kohlhaas ebbe
la spiacevole sorpresa di venire a sapere che il suo servo, soltanto
pochi giorni dopo essere stato lasciato nel castello, per il suo
contegno sconveniente, a quanto dicevano, era stato bastonato e
cacciato via. Al ragazzo che gli aveva dato la notizia Kohlhaas
domandò che cosa avesse fatto, e chi si fosse occupato, nel
frattempo, dei cavalli; al che il ragazzo rispose di non saperlo,
mentre apriva davanti a lui, che aveva già il cuore gonfio
di presentimenti, la stalla in cui si trovavano. Quale fu però
il suo stupore, quando, al posto dei suoi due morelli lustri e ben
pasciuti, scorse un paio di allampanati e sparuti ronzini; ossa
che sarebbero potute servire per appendere i panni, pelame e criniere
intrecciate, che nessuno aveva pulito e rigovernato: il vero ritratto
dello squallore nel regno animale!
Kohlhaas, al quale le bestie nitrirono, con
un debole movimento, era al colmo dell'indignazione, e domandò
che cosa fosse successo ai suoi poveri cavalli. Il ragazzo, che
stava al suo fianco, rispose che no, alle bestie non era successa
nessuna disgrazia, e avevano sempre ricevuto la loro razione di
biada; ma, dato che era appunto il tempo del raccolto, e mancavano
animali da tiro, erano stati adoperati un poco nei campi. Kohlhaas
inveì contro quell'infame, concertato sopruso; ma, sentendosi
impotente, ingoiò la sua rabbia, e stava già preparandosi
poiché non gli restava altro, ad andarsene con i suoi cavalli
da quel covo di briganti, quando apparve il castaldo, richiamato
dal battibecco, e chiese che cosa stava succedendo. «Che cosa
succede?», rispose Kohlhaas. «Chi ha dato al barone
di Tronka e alla sua gente l'autorizzazione di servirsi per il lavoro
dei campi dei miei morelli, che avevo lasciato presso di lui? Era
umano», aggiunse, «comportarsi così?».
E cercò di scuotere gli animali esausti con un colpo di scudiscio,
mostrandogli che non si muovevano neppure. Il castaldo, dopo averlo
squadrato per un pò, con aria di sfida, replicò: «Vedi
un po' il tanghero! Come se non dovesse ringraziare Iddio, il villano,
che i suoi ronzini sono ancora vivi. E chi avrebbe dovuto prendersene
cura», domandò, «dopo che il suo servo se n'era
scappato? Non era stato forse giusto che i cavalli si guadagnassero
sui campi il foraggio che avevano ricevuto?». E chiuse il
discorso dicendo che la smettesse di far storie, o avrebbe chiamato
i cani, e con essi avrebbe saputo come riportare la calma nella
corte.
Al mercante batteva il cuore contro la giubba.
Faceva fatica a non scaraventare quell'ignobile pancione in mezzo
al letame, e a non calpestare col piede la sua faccia di bronzo.
Ma il suo senso di giustizia, che era come la bilancia dell'orafo,
oscillava ancora; davanti al tribunale del suo cuore, non era ancora
certo che il suo avversario fosse colpevole; e, mentre ingoiando
gli improperi si accostava ai cavalli e, soppesando in silenzio
le circostanze, ravviava alle bestie la criniera, domandò
a voce bassa per quale mancanza il suo servo fosse stato allontanato
dal castello. «Perché quella lenza s'è messo
a fare il gradasso, qui nella corte!», rispose il castaldo.
«Perché si è rifiutato di accettare un cambio
di stalla di cui non si poteva fare a meno, e pretendeva che i cavalli
di due gentiluomini giunti al castello di Tronka passassero la notte
sulla strada maestra, per amore dei suoi ronzini!».
Kohlhaas avrebbe dato il valore dei cavalli
per avere sottomano il suo servo, e poter confrontare il suo racconto
con quello che usciva dalla boccaccia del castellano. Era sempre
là, in piedi, sbrecciando ai morelli i crini arruffati, e
riflettendo al da farsi, nella situazione in cui si trovava, quando
la scena mutò di colpo, e il barone Venceslao di Tronka,
con una torma di cavalieri, di servi e di cani, tornando dalla caccia
alla lepre irruppe nel piazzale del castello. Il castaldo, quando
gli fu chiesto che cosa fosse accaduto, prese subito la parola,
e, mentre i cani, alla vista del forestiero, scatenavano contro
di lui dei latrati d'inferno, e i cavalieri a loro volta gridavano
per metterli a tacere, riferì al suo padrone, mettendo il
fatto nella luce peggiore, che razza di rivolta avesse messo su
quel Cavallar, perché si erar fatti lavorare un po' i suoi
morelli. E disse, fra risa di scherno che rifiutava di riconoscere
i cavalli per suoi.
«Non sono i miei cavalli, signore illustrissimo!»,
gridò Kohlhaas. «Non sono i cavalli che valevano trenta
fiorini d'oro! Voglio riavere i miei cavalli sani e ben nutriti!».
Il barone per un attimo impallidì, e
disse, scendendo di sella: «Se mastro Bertoldo non vuole riprendersi
i cavalli, che li lasci pure qui. Vieni qua, Guntiero!», gridò.
«Gianni! Venite qua!», e intanto spazzava con la mano
la polvere dai calzoni.
«Portate del vino!», gridò
ancora, quando fu sulla soglia con i cavalieri; ed entrò
in casa. Kohlhaas disse che avrebbe preferito chiamare lo scortichino,
e portare i suoi cavalli al macello piuttosto che riportarseli nella
sua stalla a Pontekohlhaas così com'erano. Lasciò
le bestie sul piazzale, senza curarsene più saltò
sul suo baio, assicurando che avrebbe saputo farsi giustizia, e
se ne andò.
Correva già, a spron battuto, sulla
strada di Dresda; ma, ripensando al suo servo, e alle accuse che
avevano mosso contro di lui al castello, si mise al passo; e, prima
di averne fatti mille, voltò il cavallo, e, per interrogare
prima di tutto il suo servo, cosa che gli sembrava prudente e giusta,
piegò verso Pontekohlhaas. Perché un sentimento di
giustizia, al quale era ben noto l'ordine imperfetto delle cose
umane, lo rendeva incline nonostante le offese patite, se soltanto
il suo servo si fosse reso realmente responsabile di una colpa qualsiasi,
come pretendeva il castaldo, a rassegnarsi, come a una giusta conseguenza,
alla perdita dei cavalli. Ma se, per contro, gli diceva un sentimento
non meno imperioso, un sentimento che metteva in lui radici sempre
più profonde, man mano che egli proseguiva nella sua cavalcata,
e, dovunque entrasse, sentiva parlare delle ingiustizie quotidianamente
commesse al castello di Tronka, in danno dei viaggiatori: se l'intera
storia, come tutte le apparenze lasciavano credere, non era altro
che una macchinazione, allora egli aveva, di fronte al mondo, il
dovere di procacciare, con tutte le sue forze, a sé stesso
soddisfazione per l'offesa patita, e ai suoi concittadini sicurezza
contro offese future.
Non appena, giunto a Pontekohlhaas, ebbe abbracciato
Lisabetta, la sua fedele moglie, e baciato i suoi figli, che gli
facevano festa alle ginocchia, chiese immediatamente di Ersiano,
il capo della servitù: se n'era sentito qualcosa?
«Già, Michele carissimo, proprio
Ersiano!», disse Lisabetta.
«Pensa un po', quel poveraccio, saranno
quindici giorni, arriva qui tutto pesto da far pietà; no,
ti dico, così conciato da non poter nemmen tirare il respiro.
Lo mettiamo a letto, dove non fa che sputar sangue, e a furia di
chiedere veniamo a sapere una storia che nessuno capisce. Che è
stato lasciato indietro da te a Castel Tronka, con dei cavalli che
non han lasciato passare; che l'hanno costretto, con i maltrattamenti
più vergognosi, a lasciare il castello; e che non ha potuto
portarsi via i cavalli».
«Ah sì?», disse Kohlhaas,
togliendosi il mantello. «E si è già rimesso?».
«Mezzo e mezzo; ma sputa ancora sangue»,
rispose lei. «Volevo mandare subito un servo a Castel Tronka,
perché si prendesse cura dei cavalli, fino al tuo ritorno.
Perché Ersiano si è sempre dimostrato così
sincero con noi, e così fedele, sì, più di
tutti gli altri servi, che non mi è neppure venuto in mente
di dubitare del suo racconto, confermato da tanti particolari; e
di credere, per esempio, che avesse perso i cavalli in altro modo.
Ma lui mi scongiurò di non pretendere da nessuno di metter
piede in quel covo di briganti, e di rinunciare alle bestie, se
non volevo, per loro, sacrificare degli uomini».
«È ancora a letto?», domandò
Kohlhaas, liberandosi della sciarpa.
«È già da qualche giorno
che ha ricominciato a uscire nel cortile. Insomma, vedrai»,
continuò Lisabetta, «che è proprio tutto come
lui ha detto, e che questa faccenda è una delle angherie
che, da un po' di tempo, quelli di Castel Tronka si permettono contro
i forestieri».
«Prima di tutto vedrò coi miei
occhi», replicò Kohlhaas.
«Fallo venire un po' qua, Lisabetta,
se è in piedi!». E con queste parole si sedette, mentre
la massaia, molto contenta che la prendesse così calma, andò
a chiamare il servo.
«Che cosa hai combinato a Castel Tronka?»,
gli domandò Kohlhaas, quando Lisabetta rientrò con
lui nella stanza. «Non sono troppo contento di te».
Il servo, il cui volto pallido si coprì
di macchie rosse, a queste parole, restò per un poco in silenzio,
e poi rispose:
«Avete ragione, padrone! Perchè
una miccia che, per volontà di Dio, avevo con me, per metter
fuoco a quel covo di briganti da cui ero stato scacciato, la buttai,
quando sentii piangere un bambino nel castello, nelle acque dell'Elba,
e pensai: possa ridurlo in cenere la folgore divina! Io non lo farò».
Impressionato, Kohlhaas disse: «E in
che modo ti sei fatto cacciare da Castel Tronka?». E Ersiano:
«Con un tiro mancino, padrone!».
E si asciugò il sudore dalla fronte. «Ma cosa fatta
capo ha. Non volevo che rovinassero i cavalli nel lavoro dei campi;
ho detto che erano giovani, che non erano ancora mai stati aggiogati».
Kohlhaas, cercando di nascondere il suo turbamento,
rispose che qui non aveva detto tutta la verità, perché
all'inizio della primavera scorsa i cavalli, qualche volta, erano
stati messi al tiro. «Al castello», proseguì,
«dove, in fondo, eri una specie di ospite, avresti dovuto
mostrarti compiacente, almeno qualche volta, quando c'era proprio
bisogno, per portare alla svelta il raccolto al coperto».
«È quello che ho fatto, padrone»,
disse Ersiano. «Ho pensato, dal momento che mi guardavano
di brutto, che i morelli non sarebbero morti per questo. La mattina
del terzo giorno li attaccai, e portai dentro tre carichi di grano».
Kohlhaas, al quale il cuore stava per scoppiare,
chinò gli occhi a terra, e commentò: «Di questo
non m'han detto nulla, Ersiano!».
Ersiano l'assicurò che era andata così.
«La mia poca compiacenza è stata questa: che non volli
più riaggiogarli a mezzogiorno, quando i cavalli non avevano
neppure finito la biada. E quando il castaldo e il fattore mi proposero,
in cambio, il foraggio, e mi dissero di mettere in tasca il denaro
che voi mi avevate lasciato per il mantenimento delle bestie, io
risposi "vi faccio vedere io", gli voltai le spalle, e
me ne andai».
«Ma non è stato per questa poca
compiacenza», disse Kohlhaas, «che ti hanno scacciato
da Castel Tronka».
«Dio ne guardi!», gridò
il servo. «Per un'azione che grida vendetta a Dio. Perché
quella sera condussero nella stalla i cavalli di due cavalieri,
arrivati a Castel Tronka, e i miei vennero legati fuori, alla porta
della stalla. E quando tolsi i morelli di mano al castaldo, che
ce li legava di persona, e gli chiesi dove dovevano stare, adesso,
le mie bestie, lui mi indicò un porcile fatto di assi e di
tavole, a ridosso del muro di cinta.
«Vuoi dire», lo interruppe Kohlhaas,
«che era un così cattivo riparo, per dei cavalli, che
assomigliava più a un porcile che a una stalla».
«Era un porcile, padrone», rispose
Ersiano. «Un porcile vero e proprio, dove i maiali correvamo
avanti e indietro, e io non potevo stare in piedi».
«Forse non c'era nessun altro posto,
dove mettere al riparo i morelli», replicò Kohlhaas.
«In un certo senso i cavalli degli ospiti avevano la precedenza».
«Lo spazio», continuò il
servo, abbassando la voce, «era poco. In tutto allora c'erano
sette cavalieri che alloggiavano al castello. Se foste stato voi,
avreste fatto stringere un po' i cavalli. Dissi che mi sarei cercato
una stalla da affittare nel villaggio; ma il castaldo mi rispose
che i morelli non doveva perderli d'occhio, e non mi azzardassi
a portarli via dal cortile».
«Hm», fece Kohlhaas; «e tu
che hai risposto?».
«Dal momento che il fattore disse che
i due ospiti avrebbero passato soltanto la notte, e il mattino dopo
avrebbero proseguito, rinchiusi i cavalli nel porcile. Ma il giorno
seguente passò, e non partirono; e quando venne il terzo
giorno, dissero che i signori si sarebbero trattenuti al castello
per qualche settimana».
«Alla fin fine non si stava poi così
male nel porcile, come ti era parso quando ci avevi messo il naso
la prima volta», disse Kohlhaas.
«È vero», rispose il servo.
«Quando l'ebbi spazzato un po', il posto poteva andare. Ho
dato due soldi alla sguattera, perché andasse a mettere i
maiali da qualche altra parte. E il giorno dopo mi preoccupai anche
che le bestie potessero stare in piedi; alla prima luce dell'alba,
tolsi le tavole del soffitto, e ce le rimisi la sera. Così
allungavano il collo, come le oche, sopra il tetto, e si guardavano
intorno, cercando Pontekohlhaas, o qualche altro posto, dove stare
meglio di là».
«Ma insomma», domando Kohlhaas,
«per quale ragione al mondo ti hanno cacciato via?».
«Padrone, ve lo dico io», rispose
il servo. «Perché volevano liberarsi di me. Perché,
finché c'ero io, non potevano sfiancare del tutto i cavalli.
Dappertutto mi guardavano in cagnesco, in cortile, nei locali della
servitù. E siccome io pensavo, mi storcete la bocca? vi si
sloghino le mascelle!, han preso il primo pretesto che gli è
venuto a tiro, e mi han buttato fuori».
«Ma la ragione!», gridò
Kohlhaas. «Avranno pur avuto qualche ragione!».
«Oh, certamente», rispose Ersiano,
«una ragione giustissima. La sera del secondo giorno che avevo
passato nel porcile,presi i cavalli, che si erano tutti insudiciati,
e volevo portarli allo stagno. E quando sono giù, sotto il
portone principale, e sto per svoltare, sento il castaldo e il fattore,
con servi, cani e randelli, precipitarsi dietro di me dalle stanze
della servitù, gridando: "Ferma, furfante! Ferma, pendaglio
da forca!", come se fossero invasati. Il guardaportone mi sbarra
la strada; io chiedo a lui, e a quel mucchio di forsennati che mi
corrono addosso, che cosa succede. "Che cosa succede?",
risponde il castaldo, e afferra per le briglie i miei due morelli.
"Dove vuole andarsene, questo, coi cavalli?". E mi agguanta
per la camicia. "Dove voglio andarmene, dico io? Fulmini del
cielo! Allo stagno me ne voglio andare. Ma pensate che io...?".
"Allo stagno?", grida il castaldo. "T'insegno io
a fare il bagno sulla strada maestra, imbroglione, dalla parte di
Pontekohlhaas!" E con un colpo vigliacco a tradimento lui e
il fattore, che mi aveva preso per una gamba, mi tirano giù
da cavallo, e finisco nel fango lungo disteso. "Morte e dannazione!",
grido: ma se i finimenti e le coperte sono nella stalla, e c'è
anche il mio fagotto della biancheria! Ma lui e i servi, mentre
il fattore si porta via i cavalli, mi danno tutti addosso, coi calci,
e le fruste e i randelli, finché cado, mezzo morto, al di
là del portone. E poiché io grido: "Briganti!
Dove mi portate i cavalli?", e mi tiro su, "Fuori di qui!",
urla il castaldo; "Dai, Cesare! Dai, Bracco!", si sente
gridare, e: "Dai, Lupo!"; e mi piomba addosso una muta
di una dozzina di cani, e più. Allora io stacco, non so che
cosa, un palo doveva essere, dalla staccionata, e tre cani li stendo
giù vicino a me, morti stecchiti; ma il dolore per i morsi
e i tagli, che fan spavento a vedersi, mi costringe a indietreggiare;
e allora fiuu!, sibila un fischio, i cani rientrano, il portone
chiude i battenti, mettono il catenaccio: e io cado svenuto sulla
strada».
Kohlhaas, pallido in volto, fece ancora, con
malizia un po' forzata: «Ma proprio non te la volevi filare,
Ersiano?». E poiché lui, paonazzo, fissava per terra,
davanti a sé: «Via, confessa», continuò,
«non ti piaceva stare nel porcile; pensavi che nella stalla
di Pontekohlhaas si sta meglio».
«Tuoni e fulmini!», gridò
Ersiano. «Non ho forse lasciato laggiù, nel porcile,
le coperte e i finimenti, e un fagotto di biancheria? E non mi sarei
messo in tasca i tre fiorini imperiali che avevo nascosto dietro
la mangiatoia, nel fazzoletto di seta rossa? Per tutti i diavoli
dell'inferno! Quando parlate così, mi viene voglia di riaccendere
subito quella miccia che ho gettato via!».
«Su, su!», disse il mercante. «Non
intendevo offenderti. Quel che hai detto, guarda, te lo credo parola
per parola. E se qualcuno lo mette in dubbio, sono pronto a prenderci
sopra l'ostia consacrata. Mi rincresce che, per servirmi, non ti
sia andata meglio. Vai, Ersiano, vattene a letto, fatti dare un
fiasco di vino, e consolati: ti sarà fatta giustizia!».
E, così dicendo, si alzò, fece
un elenco delle cose che il suo soprastante aveva lasciato nel porcile,
ne specificò il valore, gli domandò, anche, quanto
valutasse le spese per la cura, e lo congedò, dopo avergli
teso, ancora una volta, la mano.
Poi raccontò a Lisabetta, sua moglie,
per filo e per segno come erano andate le cose, e cosa c'era sotto,
e le dichiarò di essere fermamente deciso a ricorrere alla
pubblica giustizia; ed ebbe la gioia di vedere che lei lo incoraggiava
con tutta l'anima nel suo proponimento. Lei disse, infatti, che
molti altri viaggiatori, forse meno pazienti di lui, sarebbero passati
per quel castello, che sarebbe stata un'opera benedetta porre un
freno a simili disordini, e che ci avrebbe pensato lei a mettere
assieme la somma necessaria per affrontare le spese del processo.
Kohlhaas la chiamò la sua brava moglie, passò lietamente
con lei e con i suoi figli quel giorno e il successivo, e, non appena
gli affari gliene diedero modo, si mise in viaggio per Dresda, per
portare in giudizio la sua querela.
Qui, con l'aiuto di un giureconsulto che conosceva,
stese un ricorso, in cui, dopo una descrizione dettagliata del sopruso
commesso dal barone Venceslao di Tronka, contro lui stesso, e contro
il suo servo Ersiano, chiedeva che il colpevole fosse punito secondo
la legge, che i cavalli fossero riportati nelle condizioni originarie,
e che fossero risarciti i danni che sia egli, sia il servo suo,
avevano patito da tutto ciò. La causa, infatti, era chiara.
La circostanza che i cavalli fossero stati trattenuti in modo illegittimo
gettava su tutto il resto una luce decisiva; e, anche se si fosse
voluto supporre che i cavalli si fossero ammalati per puro caso,
la richiesta del sensale di riaverli indietro in buona salute sarebbe
stata comunque giustificata. E, mentre Kohlhaas si guardava intorno
nella città di residenza del principe, non gli mancarono
amici che gli promisero di sostenere a spada tratta le sue ragioni;
il suo commercio di cavalli, assai esteso, la conoscenza e l'onestà
con cui lo conduceva gli aveva procurato la benevolenza degli uomini
più importanti del paese. Più volte egli sedette allegramente
a mensa, in casa del suo avvocato, che era a sua volta una persona
in vista; depositò presso di lui una somma per sopperire
alle spese processuali, e, trascorse poche settimane, completamente
tranquillizzato da lui circa l'esito della causa, se ne tornò
a Pontekohlhaas da Lisabetta, sua moglie.
Eppure i mesi passarono, e l'anno volgeva ormai
al termine, senza che egli ricevesse dalla Sassonia neppure una
dichiarazione sulla querela da lui intentata, per non parlare della
sentenza.
Dopo aver inoltrato più volte ripetuti
solleciti al tribunale, egli scrisse al suo avvocato una lettera
confidenziale, in cui gli chiedeva la causa di un ritardo così
eccessivo, e venne a sapere che, per un intervento assai elevato,
presso il tribunale di Dresda, la sua querela era stata definitivamente
cassata. Quando il mercante riscrisse, sbalordito, domandandone
le ragioni, questi gli comunicò che il barone Venceslao di
Tronka era parente di due nobiluomini, Enzo e Corrado di Tronka,
adibiti al seguito personale del principe, coppiere l'uno, e l'altro
addirittura camerlengo. E gli consigliava di mettere da parte ogni
sforzo, per quanto era delle vie legali, e cercare solo di tornare
in possesso dei suoi cavalli, rimasti nel castello di Tronka; gli
faceva capire, infatti, che il barone, che al momento soggiornava
nella capitale, sembrava aver dato disposizione alla sua gente di
consegnargli i cavalli; e concludeva pregandolo, se non voleva accontentarsi
di una simile soluzione, di dispensare almeno lui da ogni ulteriore
incarico.
Kohlhaas, in quel periodo, si trovava per l'appunto
a Brandeburgo, dove il prefetto Enrico di Geusau, alla cui giurisdizione
apparteneva anche Pontekohlhaas, era in quel momento impegnato a
organizzare un certo numero di istituti per l'assistenza ai poveri
e agli ammalati, grazie a un lascito considerevole che era toccato
alla città. E soprattutto si adoperava per adattare ad uso
degli infermi una fonte minerale che scaturiva in un villaggio della
regione, e dalle cui virtù salutari ci si riprometteva assai
più di quanto il futuro poi mantenesse. Poiché Kohlhaas
l'aveva conosciuto e frequentato, durante il periodo in cui aveva
soggiornato presso la corte, questi permise a Ersiano, il soprastante
dei servi, al quale, da quei brutti giorni al castello di Tronka,
era rimasto un dolore al petto, ogni volta che traeva il respiro,
di sperimentare l'efficacia della piccola fonte medicamentosa, alla
quale era stato annesso un recinto coperto. Avvenne che, proprio
mentre Kohlhaas riceveva, dalle mani di un messaggero, che sua moglie
gli aveva mandato, la lettera scoraggiante del suo avvocato di Dresda,
il prefetto fosse presente, per dare alcune disposizioni, presso
il bordo della vasca nella quale il mercante aveva fatto adagiare
Ersiano. Il prefetto, che, parlando con il medico, aveva notato
che Kohlhaas faceva cadere una lacrima sulla lettera che aveva ricevuto
e aperto, gli si avvicinò, con fare gentile e premuroso,
e gli chiese quale sventura l'avesse colpito. E quando il mercante,
senza rispondere gli tese la lettera, quell'uomo dabbene, che era
al corrente della rivoltante ingiustizia commessa contro di lui
al castello di Tronka, per le cui conseguenze Ersiano appunto soffriva,
e avrebbe sofferto forse per tutta la vita, gli batté sulla
spalla, e gli disse di non perdersi di coraggio: l'avrebbe aiutato
lui a ottenere soddisfazione!
Quella sera, quando il mercante, dietro suo
ordine, si recò da lui al castello, questi gli disse di stendere
soltanto una supplica all'Elettore del Brandeburgo, con una breve
esposizione dell'accaduto, di allegarvi la lettera dell'avvocato,
e di invocare la protezione del principe, a causa della violenza
che si erano permessi contro di lui in territorio sassone. Egli
promise di rimettere la petizione, che avrebbe incluso in un altro
plico, già pronto, nelle mani dell'Elettore: il quale da
parte sua, senza fallo, se le circostanze lo permettevano, sarebbe
intervenuto presso il principe Elettore di Sassonia. Un passo simile
sarebbe stato più che sufficiente a fargli ottenere giustizia
presso il tribunale di Dresda, a dispetto delle arti del barone
e delle sue aderenze. Kohlhaas, vivamente rallegrato, ringraziò
di tutto cuore il prefetto per quella nuova dimostrazione della
sua benevolenza; aggiunse che gli dispiaceva soltanto di non aver
fatto capo sin dal principio a Berlino, per trattare la sua faccenda,
senza compiere a Dresda passi di alcun genere; e, dopo aver redatto
nella Cancelleria del tribunale cittadino la sua lagnanza, seguendo
fedelmente le istruzioni, e averla consegnata al prefetto, fece,
più rassicurato che mai sull'esito della sua causa, ritorno
a Pontekohlhaas.
Ma già poche settimane dopo, per mezzo
di un magistrato che si recava a Potsdam per seguire alcune faccende
del prefetto, ebbe il cruccio di sapere che il principe Elettore
aveva rimesso la supplica al suo cancelliere, il conte Kallheim,
e questi non si era direttamente rivolto alla corte di Dresda, come
sembrava opportuno, per l'inchiesta e la punizione del sopruso bensì
al barone di Tronka, per avere innanzitutto da lui maggiori informazioni.
Il magistrato, che, nella sua carrozza, che aveva fermato davanti
all'abitazione di Kohlhaas, sembrava aver avuto l'incarico di fare
al mercante quella comunicazione alla sua sbigottita domanda come
mai si fosse proceduto a quel modo, non seppe dare una risposta
soddisfacente. Aggiunse soltanto che il prefetto gli faceva dire
di aver pazienza; sembrava aver molta fretta di proseguire il suo
viaggio, e solo al termine del breve colloquio, da alcune parole
buttate là, Kohlhaas indovinò che il conte Kallheim
era imparentato con la casa dei Tronka.
Kohlhaas, al quale non davano più gioia
né l'allevamento dei cavalli, né la casa e la fattoria,
e quasi neppure la moglie e i figli, tenne duro, pieno di cupi presentimenti
per l'avvenire, fino alla luna successiva; e, proprio come si aspettava,
trascorso quel periodo, Ersiano, al quale le cure termali avevano
procurato un po' di sollievo, ritornò da Brandeburgo, con
una lettera del prefetto, che accompagnava un lungo rescritto. In
essa il prefetto si diceva spiacente di non poter far nulla per
la sua causa; gli inviava una risoluzione della Cancelleria di Stato,
che gli era stata rimessa; e gli consigliava di andare a riprendersi
i cavalli che erano rimasti nel castello di Tronka, e per il resto
lasciare le cose come stavano.
La risoluzione suonava: «Egli era, secondo
il rapporto del tribunale di Dresda, un querelante ozioso; il barone
presso il quale egli aveva lasciato i cavalli non li tratteneva
in alcun modo; che mandasse qualcuno a riprenderli al castello,
o almeno facesse sapere al barone dove avrebbe dovuto mandarglieli;
ma in ogni caso risparmiasse alla Cancelleria di Stato simili beghe
fastidiose».
Kohlhaas, per cui non era questione di cavalli
- avrebbe provato lo stesso dolore se si fosse trattato di due cani
- Kohlhass ribollì di furore, quando ricevette la lettera.
Ogni volta che nel cortile si faceva udire un rumore, guardava,
nell'attesa a se stesso più odiosa che avesse mai agitato
il suo petto, verso il viottolo dell'ingresso, se mai comparissero
gli uomini del barone, per riportargli, forse addirittura con le
sue scuse, i cavalli sfiniti dalla fame e dalla fatica; era la prima
volta che la sua anima, così ben temprata alla scuola della
vita, si aspettava qualcosa che non corrispondeva completamente
ai suoi sentimenti. Ma già poco tempo dopo sentì dire,
da un conoscente che era passato per quella strada, che al castello
di Tronka i suoi cavalli continuavano come per l'innanzi, come tutti
gli altri cavalli del barone, a essere adoperati nel lavoro dei
campi; e, attraverso il dolore di scorgere il mondo in tale stato
di mostruoso disordine, batté con forza l'intima gioia di
vedere ormai l'ordine nel suo cuore.
Invitò a casa sua un balivo, suo vicino,
che da tempo accarezzava il progetto di ingrandire i suoi possedimenti,
acquistando i terreni confinanti; e, quando questi si fu accomodato,
gli domandò quanto sarebbe stato disposto a dargli per le
sue proprietà in Sassonia e nel Brandeburgo; tutto compreso,
casa e podere, beni mobili e immobili. Lisabetta, sua moglie, sbiancò
a queste parole. Si voltò, tirò su il figlio più
piccolo che dietro di lei si trastullava per terra, e, sfiorando
le guance rosse del fanciullo, che giocava con le sue collane, gettò
sul mercante, e su un foglio che questi teneva in mano, degli sguardi
nei quali era dipinta la morte. Il balivo gli domandò, osservandolo
con stupore, che cosa gli avesse fatto venire di colpo in mente
un'idea così strana. Ma egli rispose, con quanta allegria
riuscì a imporre a se stesso, che l'idea di vendere la sua
masseria sulle rive della Havel non era del tutto nuova. Non avevano
forse già più volte condotto trattative sull'argomento?
Quanto alla casa nei sobborghi dl Dresda, essa non era, in confronto,
che un accessorio, del quale non metteva conto parlare. In breve,
se voleva fare la sua volontà, e prendersi l'uno e l'altro
terreno, egli era pronto a concludere il relativo contratto. E aggiunse,
con un tono scarso piuttosto sforzato, che Pontekohlhaas non era
poi il mondo; che potevano esserci degli scopi in confronto ai quali
dirigere, da buon padre di famiglia, l'azienda domestica era cosa
secondaria e poco onorevole; che, in breve, l'anima sua, doveva
dirgli, era tesa a cose grandi, delle quali, forse, avrebbe presto
sentito parlare.
Tranquillizzato da queste parole, il balivo
disse allegramente, rivolto alla donna, che baciava e ribaciava
il bambino: «Non pretenderà mica il pagamento seduta
stante?», posò sulla tavola cappello e bastone, che
teneva fra le ginocchia, e prese il foglio che il mercante aveva
in mano, per leggerlo tutto. Kohlhaas, facendosi più vicino,
gli spiegò che si trattava di un ipotetico contratto di acquisto,
a nome suo, con una scadenza di quattro settimane; gli mostrò
che non vi mancava nulla, se non le firme, e l'indicazione delle
somme vale a dire il prezzo d'acquisto da un lato, e dall'altro
la penale, cioé la somma che egli si impegnava a pagare se,
entro le quattro settimane, si fosse tirato indietro; e lo invitò
ancora una volta, allegramente, a fare un'offerta, assicurando che
le sue pretese erano modeste, e non avrebbe fatto difficoltà.
La donna andava avanti e indietro per la stanza; il petto le ansava,
tanto che il fazzoletto, che il bambino aveva tirato per gioco,
stava per caderle del tutto dalla spalla. Il balivo disse di non
essere in alcun modo in grado di giudicare il valore della proprietà
di Dresda; al che Kohlhaas rispose, porgendogli alcune lettere che
erano state scambiate al tempo dell'acquisto, che la valutava cento
fiorini d'oro; benché da quelle carte risultasse che gli
era costata quasi la metà in più. Il balivo rilesse
ancora una volta il contratto di acquisto; e vedendo che, stranamente
includeva anche da parte sua la facoltà di recedere, disse,
già a metà deciso, che però non sapeva che
farsene degli stalloni che si trovavano nelle sue stalle, ma poiché
Kohlhaas replicò che non intendeva affatto disfarsene, e
voleva anche tenere per sé alcune armi, che erano appese
nell'armeria, questi allora esitò, esitò ancora, e
alla fine ripeté un'offerta che gli aveva già fatto,
mezzo per scherzo, mezzo sul serio, poco tempo prima, durante una
passeggiata, e che era irrisoria, rispetto al valore dei possedimenti.
Kohlhaas spinse verso di lui la penna e l'inchiostro,
perché scrivesse; e quando il balivo, non credendo ai suoi
occhi, gli domandò ancora una volta se faceva sul serio,
e il mercante gli ebbe risposto, un po' risentito, se credeva forse
che si stesse prendendo gioco di lui, questi prese bensì
in mano la penna, con espressione pensierosa, e cominciò
a scrivere; ma cancellò il punto in cui si parlava della
penale che il venditore avrebbe pagato, se si fosse pentito, si
impegnò a versare, a titolo di prestito, cento fiorini d'oro,
garantiti da un'ipoteca sul possedimento di Dresda che, con quella
somma, egli non intendeva affatto comprare, e lasciò al mercante
piena libertà, per due mesi, di recedere dal negozio. Il
mercante, toccato da questo modo di agire, gli strinse calorosamente
la mano; e, dopo che si furono accordati sul punto, che era una
delle condizioni principali, che un quarto del prezzo di acquisto
sarebbe stato pagato subito in contanti, e il resto, entro tre mesi,
presso la banca di Amburgo egli gridò che si portasse del
vino, per festeggiare un negozio così felicemente concluso.
Disse a una ragazza, che era entrata con le bottiglie, che Sternbald,
il garzone, gli sellasse il sauro, spiegando che doveva recarsi
alla capitale, dove aveva da fare, e lasciò capire che in
breve tempo, quando fosse tornato, avrebbe parlato a cuore aperto
di ciò che, per il momento, doveva tenere per sé.
Poi, riempiendo i bicchieri, domandò dei Polacchi e dei Turchi,
che per l'appunto allora erano in lotta, trascinò il balivo
in una serie di congetture politiche sulla questione, brindò
ancora una volta, alla fine, alla felice conclusione del loro affare,
e lo congedò.
Quando il balivo ebbe lasciato la stanza, Lisabetta
gli cadde in ginocchio davanti. «Se hai ancora nel cuore»,
gridò, «me, e i bambini che ti ho partorito, se non
ne siamo già stati banditi ormai, per una qualche ragione,
che io non so: dimmi che cosa significano questi orribili preparativi!».
«Moglie carissima», disse Kohlhaas,
«nulla che, finché le cose stanno così, ti debba
impensierire. Ho ricevuto una risoluzione, in cui mi si dice che
la mia querela contro il barone Venceslao di Tronka è una
bega oziosa. E poiché deve trattarsi di un malinteso, ho
deciso di presentare ancora una volta la mia querela, personalmente
al principe Elettore».
«E perché vuoi vendere la casa?»,
gridò lei, alzandosi, con il viso sconvolto.
Il mercante la strinse teneramente al petto,
e rispose: «Perché in un paese, mia carissima Lisabetta,
in cui non mi vogliono proteggere nei miei diritti, io non voglio
restare. Meglio essere un cane, se devo essere preso a calci, che
un uomo! Sono sicuro che in questo mia moglie la pensa come me».
«Chi ti dice» chiese lei con violenza,
«che non ti proteggeranno nei tuoi diritti? Se ti presenti
al sovrano umilmente, come ti si addice, con la tua supplica, chi
ti dice che sarà messa da parte, o che ti risponderanno rifiutandosi
di ascoltarti?».
«Ebbene», rispose Kohlhaas, «se
in questo il mio timore è infondato, neppure la mia casa,
per adesso, è venduta. Il sovrano, lo so, è giusto;
e se soltanto riesco, attraverso tutti coloro che lo circondano,
a giungere fino alla sua persona, non dubito di ottenere giustizia,
e di tornare lietamente, ancor prima che sia finita la settimana,
a te e alle mie vecchie occupazioni. E che da allora in poi io possa»,
aggiunse, baciandola, «restare sempre con te, fino alla fine
dei miei giorni! Ma è consigliabile», continuò,
«che io mi tenga pronto a ogni eventualità; per questo
desideravo che tu, per qualche tempo, se è possibile, ti
allontanassi, e andassi con i bambini a Schwerin, da tua zia, alla
quale del resto già da un pezzo volevi far visita».
«Come», gridò la donna,
«devo andare a Schwerin? Passare il confine con i bambini,
e andare a Schwerin da mia zia?». E l'orrore le soffocò
la voce.
«Proprio così», rispose
Kohlhaas, «e subito, se è possibile, affinché,
nei passi che intendo fare per la mia causa, io non sia disturbato
da alcun riguardo».
«Oh, ti capisco!», gridò
lei. «Adesso non hai più bisogno di nulla, se non di
armi e di cavalli; tutto il resto, se lo prenda chi vuole!».
E con queste parole si girò, si buttò su una seggiola
e pianse.
«Elisabetta carissima», disse Kohlhaas,
turbato, «che fai? Dio mi ha benedetto, dandomi una moglie,
dei figli e dei beni; devo oggi, per la prima volta, desiderare
che non fosse così?...». E si sedette affettuosamente
accanto a lei, che, a quelle parole, gli aveva gettato le braccia
al collo, arrossendo. «Dimmi tu», disse, scostandola
i riccioli dalla fronte, «che devo fare? Devo tirarmi indietro?
Devo andare a Castel Tronka, e pregare il cavaliere che mi restituisca
i cavalli, saltarci su, e portarteli qui?».
Elisabetta non osò dire «Sì!
Sì! Sì!»...scosse il capo piangendo, si strinse
forte a lui, e gli coprì il petto di baci ardenti. «E
dunque», gridò Kohlhaas, «se tu senti che, perché
io possa continuare la mia attività, mi deve essere resa
giustizia, concedimi anche la libertà che mi è necessaria
per procurarmela!». E dicendo queste parole si alzò,
e disse al garzone, che veniva ad irritarla che il sauro era sellato,
che l'indomani dovevano essere attaccati i bai, per condurre sua
moglie a Schwerin.
Elisabetta disse che le era venuta un'idea!
Si alzò in piedi, si asciugò gli occhi pieni di lacrime,
e chiese al manto, che si era seduto a uno scrittoio, se voleva
dare a lei la supplica, e lasciare andar lei, in sua vece, a Berlino,
a porgela al principe. Kohlhaas, commosso, per più di una
ragione, dalla proposta inattesa, se l'attirò sulle ginocchia,
e disse: «Moglie carissima, non è possibile! Il principe
ha molta gente intorno; chi gli si avvicina si espone a numerose
situazioni spiacevoli». Elisabetta obbiettò che c'erano
mille circostanze in cui per una donna sarebbe stato più
facile avvicinarsi a lui, che non per un uomo. «Dammi la supplica»,
ripeté; «e se non vuoi altro, se non essere sicuro
che finisca nelle sue mani, ti do la mia parola: la riceverà!».
Kohlhaas, che del suo coraggio, come della
sua prudenza aveva avuto più d'una prova, le domandò
come pensasse di condursi; e lei, guardando davanti a sé,
con gli occhi bassi per la vergogna, rispose che il castaldo del
palazzo del principe Elettore, tempo addietro, quando era in servizio
a Schwerin, aveva chiesto la sua mano, adesso era ormai sposato,
e aveva numerosi figli; ma non l'aveva ancora del tutto dimenticata
insomma, lasciasse a lei di trarre partito da questa circostanza,
e da alcune altre che sarebbe stato troppo lungo descrivere.
Kohlhaas la baciò con grande gioia,
disse che accettava la sua proposta, le spiegò che non occorreva
altro che procurarsi alloggio presso la moglie del castaldo, per
potersi avvicinare al principe nel suo stesso palazzo, le diede
la supplica, fece aggiogare i bai, e la lasciò partire, bene
equipaggiata, con Sternbald, il suo servo fedele.
Quel viaggio fu però, di tutti i passi
infruttuosi che aveva fatto per la sua causa, il più infelice.
Dopo pochi giorni, infatti, Sternbald rientrava già nel cortile,
guidando, al passo, la carrozza, nella quale era adagiata la donna,
con una pericolosa contusione al petto. Kohlhaas, che, pallido,
si avvicinò alla vettura, non riuscì a ottenere una
spiegazione coerente di ciò che aveva causato la disgrazia.
Il castaldo, a quanto disse il servo, non era in casa; e dunque
erano stati costretti a scendere in una locanda che si trovava nelle
vicinanze del palazzo, il mattino seguente Lisabetta aveva lasciato
la locanda, ordinando al servo di restare presso i cavalli, ed era
tornata soltanto a sera, in quello stato. Sembrava che si fosse
spinta con troppa foga verso la persona del sovrano, e, senza colpa
di lui, soltanto per lo zelo brutale di una delle guardie che lo
circondavano, avesse ricevuto sul petto un colpo, con l'asta di
una lancia. Almeno, così riferirono le persone che, verso
sera, la riportarono, priva di sensi, nella locanda; perché
lei stessa, impedita dagli sbocchi di sangue, poco poteva parlare.
La supplica le era stata poi ritirata da un cavaliere. Sternbald
disse che egli avrebbe voluto saltare subito su un cavallo e portargli
la notizia del disgraziato incidente; ma lei, malgrado le rimostranze
del chirurgo che era stato chiamato, aveva insistito per essere
ricondotta, senza farsi precedere dalla notizia, da suo marito a
Pontekohlhaas.
Kohlhaas la portò, ridotta in fin di
vita dal viaggio, su un letto, dove, tra sforzi dolorosi per respirare,
visse ancora qualche giorno. Si cercò inutilmente di farla
tornare in sé, per trarre qualche conclusione su quanto era
accaduto; ma lei restava distesa, con gli occhi fissi, e già
spenti, e non rispondeva. Solo poco prima di morire riprese i sensi,
ancora una volta. Infatti, mentre un sacerdote di religione luterana
(fede che stava allora prendendo piede, e alla quale, seguendo l'esempio
del marito, si era convertita), in piedi accanto al suo letto, le
leggeva, con voce alta, commossa e solenne, un capitolo della Bibbia,
lei lo guardò, a un tratto, con espressione cupa, gli prese,
come se in quel punto non ci fosse nulla da leggerle, la Bibbia
di mano, la sfogliò a lungo, come se vi cercasse qualcosa,
e a Kohlhaas, che stava seduto accanto al suo letto, mostrò
con l'indice il versetto: «Perdona ai tuoi nemici, e fai del
bene anche a coloro che ti odiano». Gli strinse allora la
mano, guardandolo con tutta l'anima, e morì. «Così
non mi perdoni mai Iddio, come io perdonerò al barone!»,
pensò Kohlhaas, la baciò, mentre gli scorrevano abbondanti
le lacrime, le chiuse gli occhi, e lasciò la stanza.
Prese i cento fiorini d'oro che il balivo gli
aveva già versato per le stalle di Dresda, e diede disposizioni
per un funerale che non sembrava destinato a lei, ma a una principessa:
una bara di quercia con pesanti ornamenti metallici, cuscini di
seta con nappe d'oro e d'argento, e una fossa profonda otto braccia,
rivestita di pietre e di calce. Egli stesso, con il figlio più
piccolo in braccio, restò in piedi accanto alla cripta, a
sorvegliare il lavoro. Venuto il giorno del funerale, la salma,
bianca come la neve, fu esposta in una sala che egli aveva fatto
tappezzare di drappi neri. Il sacerdote aveva appena terminato una
commovente orazione accanto alla bara, quando gli fu consegnata
la risoluzione sovrana, in risposta alla supplica che era stata
consegnata dalla defunta: doveva andare a prendere i cavalli al
castello di Tronka, e, sotto pena di essere messo in prigione, non
presentare ulteriori ricorsi sull'argomento. Kohlhaas mise in tasca
la lettera, e ordinò di mettere la bara sul carro. Non appena
fu alzato il tumulo, piantata in cima la croce, e congedati gli
ospiti che avevano accompagnato la salma, egli si gettò ancora
una volta sul letto di lei, ora deserto, e subito si accinse al
negozio della vendetta.
Si sedette, e stese un'ordinanza, nella quale
condannava, in virtù del suo innato potere, il barone Venceslao
di Tronka a ricondurre a Pontekohlhaas, entrò tre giorni
dal ricevimento, i morelli che gli aveva sottratto, e sfiancato
nel lavoro dei campi, e a ingrassarsi di persona nelle sue stalle.
Gli inviò l'intimazione con un messo a cavallo, al quale
diede istruzioni, non appena consegnato il documento, di tornare
di gran carriera a Pontekohlhaas. Poiché i tre giorni trascorsero
senza che fossero consegnati i cavalli, mandò a chiamare
Ersiano; gli confidò che cosa aveva intimato al barone, a
proposito dell'ingrasso degli animali, e gli domandò due
cose: era disposto a recarsi con lui a cavallo a Castel Tronka,
a prendere il barone, e poi, quando l'avessero condotto là,
se si fosse dimostrato pigro nell'adempiere all'ordinanza, nelle
stalle di Pontekohlhaas, ad adoperare la frusta? E poiché
Ersiano, non appena l'ebbe compreso, «Padrone, oggi stesso!»,
gridò esultante, e, gettando in aria il berretto, l'assicurò
che si sarebbe fatto intrecciare uno staffile a dieci nodi, per
insegnargli a strigliare! Kohlhaas vendette la casa, spedì
i bambini, ben sistemati in una carrozza, oltre confine, radunò,
sul far della notte, anche gli altri servi, sette di numero, ognuno
dei quali gli era fedele come oro schietto, li armò, li fece
salire a cavallo, e si mosse verso il castello di Tronka.
E già al calare della terza notte irrompeva,
con questo piccolo drappello, travolgendo il gabelliere e il portiere,
che stavano discorrendo sotto il portone, nel castello; e, mentre
di colpo tutte le baracche, all'interno del muro di cinta, s'incendiavano
e crepitavano, infiammate dalle torce che vi erano state gettate,
ed Ersiano, su per la scala a chiocciola, correva nella torre di
guardia, e si avventava, con fendenti di taglio e di punta, contro
il castaldo e l'amministratore, che, mezzo svestiti, sedevano al
gioco, Kohlhaas si preapitava nel castello alla ricerca del barone
Venceslao. Così cala dal cielo l'Angelo del Giudizio; e il
barone, che per l'appunto, fra grandi risate, stava leggendo alla
brigata di giovani amici che era con lui l'ordinanza che il mercante
di cavalli gli aveva fatto recapitare, non appena ne ebbe udita
la voce, nella corte del castello, fattosi, d'un tratto, bianco
come un cadavere: «Fratelli, salvatevi!», urlò
a quei signori, e sparì. Kohlhaas, che, entrando nella sala,
aveva afferrato per il collo un barone Giovanni di Tronka, che gli
veniva contro, e l'aveva scaraventato nell'angolo, così da
farne schizzare sulle pietre il cervello, mentre i servi sopraffacevano
e disperdevano gli altri cavalieri, che avevano messo mano alle
armi, chiese dove fosse il barone Venceslao di Tronka. E, poiché
quegli uomini, storditi, non lo sapevano, dopo aver sfondato con
un calcio le porte di due stanze che davano nelle ali del castello,
e percorso in tutte le direzioni il vasto edificio, senza trovare
nessuno, scese imprecando nel cortile, per far presidiare le uscite.
Nel frattempo, raggiunto dal fuoco delle baracche,
anche il castello era ormai in fiamme, con tutti gli edifici attigui,
sprigionando contro il cielo un fumo spesso, e, mentre Sternbald,
con tre servi indaffarati, portava giù tutto ciò che
non era intrasportabile o attaccato ai muri, e lo ammassava in mezzo
ai cavalli, come buon bottino, dalle finestre spalancate della torre
di guardia volavano giù, con giubilo di Ersiano, i cadaveri
del castaldo e del fattore, con mogli e figli. Kohlhaas, al quale,
mentre scendeva la scala del castello, si era gettata ai piedi la
vecchia economa, tormentata dalla gotta, che aveva il governo della
casa, le chiese, fermandosi sul gradino, dove fosse il barone Venceslao
di Tronka; e poiché ella, con voce debole e tremante, gli
disse in risposta che credeva che fosse fuggito nella cappella,
chiamò due servi con le torce, fece scardinare, in mancanza
di chiavi, l'ingresso con leve di ferro e con le asce, rovesciò
le panche e gli altari, ma, con suo rabbioso dolore, non trovò
il barone.
Avvenne che un giovane garzone, che apparteneva
alla servitù del castello, nel momento in cui Kohlhaas ritornava
dalla cappella, accorresse per tirar fuori da una grande stalla
in pietra, minacciata dalle fiamme, gli stalloni da battaglia del
barone. Kohlhaas, che proprio in quel momento, in una piccola rimessa
coperta di paglia, scorse i suoi due morelli, chiese al servo perché
non mettesse in salvo i morelli; e poiché questi, infilando
la chiave nella porta della grande stalla, rispose che ormai la
rimessa era in fiamme, Kohlhaas gettò la chiave, dopo averla
strappata con violenza dalla porta della stalla, al di là
del muro, spinse, con una grandinata di piattonate, il servo fin
dentro la baracca in fiamme, e lo costrinse, tra le orribili risate
degli astanti, a salvare i morelli. Tuttavia, quando il garzone
pallido di terrore, pochi istanti prima che la rimessa crollasse
dietro di lui, ne uscì con i cavalli alla cavezza non trovò
più Kohlhaas; e quando raggiunse i servi sul piazzale del
castello, e chiese al mercante, che più volte gli voltò
le spalle, che cosa dovesse fare, adesso, con quelle bestie, questi
d'un tratto levò il piede, con una mossa così terribile,
che, se il calcio l'avesse raggiunto, sarebbe stata la sua morte,
montò, senza rispondergli, il suo baio, si piantò
sotto il portone del castello, e attese, mentre i servi continuavano
ad affaccendarsi, in silenzio, il giorno.
Quando spuntò il mattino, tutto il castello,
fuorché le mura, era in cenere, e non vi si trovava più
nessuno, se non Kohlhaas e i suoi sette servi. Egli scese da cavallo,
e setacciò ancora una volta, alla chiara luce del sole, che
ora ne illuminava ogni angolo, l'intero luogo, e poiché,
per quanto difficile gli fosse ammetterlo, dovette convincersi che
l'impresa contro il castello era fallita, inviò, con il cuore
oppresso dalla pena e dal dolore Ersiano e alcuni servi a cercare
informazioni sulla direzione che il barone aveva preso nella sua
fuga. Soprattutto l'impensieriva un ricco educandato per fanciulle
nobili, chiamato Erlabrunn, che sorgeva sulle rive della Molda,
e la cui badessa, Antonia di Tronka, era conosciuta nella regione
come una donna pia, benefica e santa; poiché all'infelice
Kohlhaas sembrava anche troppo probabile che il barone, privo com'era
di tutto il necessario, si fosse rifugiato in quell'istituto, dal
momento che la badessa era sua zia carnale, e l'aveva allevato nella
prima infanzia. Kohlhaas, dopo essersi ragguagliato su questa circostanza,
salì alla torre del corpo di guardia, che all'interno offriva
ancora una stanza abitabile, e redasse quello che egli chiamo «Bando
Kohlhaasiano», in cui intimava al paese di non prestare alcun
aiuto al barone Venceslao di Tronka, contro il quale egli era sceso
in giusta guerra, e anzi faceva obbligo a ogni abitante, non esclusi
i suoi parenti e amici, sotto pena di morte, e dell'immancabile
incenerimento di tutto ciò che si potesse chiamare proprietà,
di consegnarlo nelle sue mani.
Egli diffuse quella dichiarazione nella contrada,
per mezzo di viaggiatori e forestieri, e ne dette anche una copia
al suo servo Waldmann, con il preciso incarico di consegnarlo a
Erlabrunn, nelle mani di donna Antonia. Subito dopo, trattò
con alcuni servi del castello di Tronka, che erano scontenti del
barone, e, attratti dalla speranza di bottino, desideravano entrare
al suo servizio; li armò, alla maniera dei fanti, di daga
e balestra, e li instruì a tenersi in groppa dietro gli uomini
a cavallo; poi, quando ebbe venduto tutto cio che la sua gente aveva
predato, e distribuito fra loro il ricavato, riposò alcune
ore, sotto il portone del castello, dai suoi tristi negozi.
Verso mezzogiorno arrivò Ersiano, e
gli confermò ciò che il suo cuore, sempre incline
ai più cupi presentimenti, gli aveva già detto: che
per l'appunto il barone si trovava a Erlabrunn, nell'educandato,
presso l'anziana donna Antonia di Tronka, sua zia. Si era salvato,
a quanto pareva, per una postierla che, nel muro posteriore del
castello, dava sul vuoto, e per una stretta scala di pietra che,
coperta da un piccolo tetto, scendeva fino ad alcune barche sull'Elba.
Erziano, quanto meno, riferiva che, in un villaggio lungo l'Elba,
con gran stupore della gente, che si era radunata a causa dell'incendio
di Castel Tronka, egli era giunto, verso la mezzanotte, in un canotto
senza timone e senza remi, ed era proseguito poi per Erlabrunn in
un carro di contadini.
Kohlhaas, a quella notizia, mandò un
profondo sospiro, domandò se i cavalli avevano mangiato,
e poiché gli fu risposto di sì, fece montare il drappello,
e in tre ore era già davanti a Erlabrunn. Stava proprio entrando
con la sua schiera, al brontolio di un lontano temporale all'orizzonte,
con le fiaccole, che aveva fatto accendere alle porte, nel cortile
del convento, e Waldmann, il suo servo, gli veniva incontro, a comunicargli
che il bando era stato consegnato a dovere, quando vide la badessa
e il castaldo, in colloquio concitato, farsi avanti sotto il portale
del monastero; e, mentre questi, il castaldo, un uomo piccolo anziano,
candido come la neve, lanciando a Kohlhaas degli sguardi torvi,
si faceva allacciare la corazza, e ai servi che lo circondavano
gridava, con voce ardita, di suonare a martello, lei, la superiora
del monastero, con un crocifisso d'argento in mano, scese, pallida
come un lenzuolo di lino, la scalinata, e si gettò con tutte
le sue donzelle in ginocchio davanti al cavallo di Kohlhaas.
Kohlhaas, mentre Ersiano e Sternbald riducevano
all'impotenza il castaldo, che non aveva in pugno la spada, e lo
conducevano prigioniero tra i cavalli, le domandò dove fosse
il barone Venceslao di Tronka; e poiché lei, sciogliendosi
dalla cintura un grande anello di chiavi, rispondeva: «A Vittemberga
Kohlhaas, uomo dabbene»; e aggiungeva, con voce tremante:
«Abbi timor di Dio, non commettere ingiustizie!», Kohlhaas
voltò, ricacciato nell'inferno della vendetta inappagata,
il cavallo, e stava per gridare: «Appiccate il fuoco!»,
quando un fulmine spaventevole cadde al suolo proprio accanto a
lui. Kohlhaas, voltando di nuovo il cavallo verso di lei, le chiese
se avesse ricevuto il suo bando: e poiché la nobildonna,
con voce flebile quasi impercettibile, rispose: «Proprio ora!»,
«Quando?», «Due ore fa, così mi aiuti Iddio,
dopo che il barone, mio nipote, era ormai partito!», e Waldmann,
il suo servo, al quale Kohlhaas si era rivolto con sguardo bieco,
confermò, balbettando, questa circostanza, perché,
disse, le acque della Molda, gonfiate dalla pioggia, gli avevano
impedito di giungere se non pochissimo tempo innanzi, allora Kohlhaas
riprese il dominio di sé; d'un tratto un tremendo rovescio
di pioggia, che spazzò il selciato della corte, spegnendo
le fiaccole, sciolse il dolore nel suo petto infelice; voltò,
sollevando di poco il cappello davanti alla nobildonna, il suo cavallo,
gli diede, con le parole: «Seguitemi, fratelli! Il barone
è a Vittemberga!», di sprone, e lasciò la badia.
Egli entrò, al calar della notte, in
una locanda sulla strada maestra, nella quale dovette, per la grande
stanchezza dei cavalli, riposare un giorno, e, rendendosi conto
che con un drappello di dieci uomini (tanti ne aveva in quel momento)
non poteva sfidare una località come Vittemberga, redasse
un nuovo bando, nel quale, dopo un breve racconto di ciò
che gli era toccato nel paese, invitava «ogni buon cristiano»,
così si espresse, «con la promessa di una paga, e di
altri vantaggi di guerra, ad abbracciare la sua causa contro il
barone di Tronka, nemico comune di tutti i cristiani». In
un altro bando, che apparve poco dopo, egli si definiva «libero
signore, non soggetto ne al mondo né all'Impero, ma soltanto
a Dio»; una millanteria insana e di cattiva lega, che tuttavia,
al suono del suo denaro e alla prospettiva del bottino, gli procurò
un gran concorso di gente, fra la marmaglia che la pace con la Polonia
aveva lasciato senza pane: così che egli contava trenta uomini
e più, quando ripassò sulla riva destra dell'Elba,
per ridurre in cenere Vittemberga.
Egli si accampò, con i cavalli e i fanti,
al riparo di una vecchia fornace diroccata, nella solitudine e nell'oscurità
del bosco che a quel tempo circondava la località, e, non
appena ebbe saputo da Srernbald, che aveva inviato travestito in
città, con il suo bando, che esso vi era già noto,
subito si mosse con il suo drappello, la santa vigilia della Pentecoste,
e, mentre gli abitanti erano immersi in un sonno profondo, appiccò
l'incendio alla città, in più punti contemporaneamente.
Poi, mentre la sua truppa metteva a sacco i sobborghi, attaccò
al pilastro di una chiesa un foglio di questo tenore: «Egli,
Kohlhaas, aveva dato fuoco alla città: e, se non gli fosse
stato consegnato il barone, l'avrebbe così ridotta in cenere,
che», in tal modo si espresse, «non avrebbe avuto bisogno
di guardare dietro a nessun muro per trovarlo». L'orrore degli
abitanti per l'inaudito misfatto fu indescrivibile; e non appena
le fiamme, che in quella notte d'estate, per buona sorte non molto
ventosa, non avevano raso al suolo più di diciannove case,
fra le quali, tuttavia, c'era una chiesa, furono, verso lo spuntar
del giorno, almeno in parte domate, il vecchio prefetto, Ottone
di Gorgas, inviò sui due piedi una piccola compagnia di cinquanta
uomini, per spazzar via l'orribile flagello.
Ma il capitano che la guidava, di nome Gerstenberg,
si condusse così malamente nell'impresa, che la spedizione,
invece di sconfiggere Kohlhaas, gli conferì una pericolosissima
gloria militare; poiché, quando l'uomo d'armi divise le sue
forze in plotoni, per circondari, così pensava, e quindi
sopraffarli, fu invece da Kohlhaas, che aveva tenuto compatto il
suo drappello, attaccato nei diversi punti, e battuto: in modo tale
che, già alla sera del giorno successivo, neppure uno degli
uomini della truppa in cui erano riposte le speranze del paese restava
più in campo contro di lui. Kohlhaas, che in quei combattimenti
aveva subìto alcune perdite, il mattino del giorno seguente
appiccò di nuovo l'incendio alla città, e le sue crudeli
istruzioni furono così efficaci, che questa volta un gran
numero di case e quasi tutti i fienili dei sobborghi furono ridotti
in cenere. Nel frattempo egli affisse di nuovo, questa volta agli
angoli dello stesso Municipio, il bando già noto, aggiungendovi
le nuove sulla sorte del capitano Gerstenberg, inviato contro di
lui dal prefetto, e da lui sbaragliato. Il prefetto, al colmo dell'indignazione
davanti a tanta arroganza, si pose egli stesso, con molti cavalieri,
alla testa di uno squadrone di centocinquanta uomini. Diede al barone
Venceslao di Tronka, che l'aveva sollecitata per iscritto, una scorta
che lo proteggesse dalle violenze del popolo, il quale pretendeva
che egli fosse allontanato senza indugio dalla città, e,
dopo aver inviato dei presidi in tutti i villaggi dei dintorni,
e guarnito di sentinelle anche le mura di cinta della città,
per difenderle da un colpo di mano, uscì in persona dalle
porte, il giorno di san Gervasio, per catturare il drago che devastava
il paese.
Lo squadrone il mercante di cavalli fu tanto
accorto da evitarlo; e, dopo aver attirato il prefetto, con abili
marce, a cinque miglia dalla città, e averlo indotto, con
una serie di stratagemmi, nell'opinione fallace che egli, incalzato
da forze troppo superiori, fosse per cercare scampo nel Brandeburgo,
fece bruscamente dietro front, al calare della terza notte, ritorno
di gran carriera a Vittemberga, e per la terza volta diede alle
fiamme la città. Erziano era sgattaiolato in citta travestito,
e aveva realizzato l'orribile colpo maestro; e un vento teso di
tramontana rese l'avvampare dell'incendio così funesto e
divorante che, in meno di tre ore, quarantadue case, due chiese,
numerosi conventi e scuole e l'edificio stesso della prefettura
furono ridotti in cenere e macerie. Il prefetto, che, allo spuntar
del giorno, credeva il suo avversario in territorio brandeburghese,
quando, informato di ciò che era accaduto, ebbe fatto, a
marce forzate ritorno, trovò la città intera in rivolta;
il popolo era accampato, a migliaia, davanti alla casa, barricata
con pali e tronchi, del barone, e chiedeva, con urla furibonde,
che fosse condotto via dalla città. Due borgomastri, di nome
Genziano e Ottone, che si erano recati sul posto con le divise e
le insegne, alla testa di tutta la magistratura cittadina, spiegarono
invano che bisognava in ogni caso attendere il ritorno di un messo
inviato d'urgenza al presidente della Cancelleria di Stato, per
chiedere l'autorizzazione a condurre il barone a Dresda, dove egli
stesso desiderava, per più di una ragione, recarsi; la torma
irragionevole, armata di spiedi e di spranghe, non se ne dava per
inteso, e già stava malmenando alcuni consiglieri, che proponevano
di impiegare le maniere forti, e si accingeva a dare l'assalto alla
casa in cui si trovava il barone, e raderla al suolo, quando il
prefetto, Ottone di Gorgas, alla testa del suo squadrone di cavalieri,
apparve in città.
A quell'uomo dabbene, che era avvezzo a istillare
nel popolo, con la sua sola presenza, obbedienza e rispetto, era
riuscito, quasi a compenso per l'impresa fallita dalla quale ritornava,
di catturare, a poca distanza dalle porte della città, tre
fanti sbandati della masnada dell'incendiario; e poiché egli,
mentre quei ribaldi venivano, al cospetto del popolo, incatenati,
assicurò i magistrati, con un avveduto discorso, che in breve
tempo contava di condurre in città in catene lo stesso Kohlhaas,
del quale era già sulle tracce, riuscì, grazie a queste
circostanze rassicuranti, a disarmare l'angoscia del popolo radunato,
e a calmarlo un poco, riguardo alla presenza del barone fino al
ritorno del messaggero da Dresda. Egli smontò, accompagnato
da alcuni cavalieri, da cavallo, e si recò, fatta rimuovere
la barricata, nella casa, dove trovò il barone, che passava
da uno svenimento all'altro, nelle mani di due medici, che cercavano
di richiamarlo in vita con essenze e stimolanti; e poiché
Ottone di Gorgas si rendeva ben conto che non era quello il momento
di scambiar parole con lui su tutto ciò che era successo
per causa sua, gli disse soltanto, con uno sguardo di muto disprezzo,
che per favore si vestisse, e, per la sua stessa sicurezza, lo seguisse
nelle stanze della prigione dei nobili. Quando ebbero fatto indossare
al barone un panciotto, e gli ebbero messo un elmo in testa, ed
egli, ancora a metà sbottonato, perché gli mancava
il respiro, apparve, al braccio del prefetto e del conte di Gerschau,
suo cognato, sulla strada, salirono fino al cielo maledizioni e
bestemmie orribili contro di lui. Il popolo, trattenuto a fatica
dalla truppa, lo chiamava sanguisuga, infame, aguzzino, flagello
del paese, maledizione della città di Vittemberga e rovina
della Sassonia; dopo un pietoso tragitto per la città ridotta
in macerie, durante il quale egli più volte, senza avvedersene,
perse l'elmo, che un cavaliere gli rimetteva in capo da dietro,
si raggiunse finalmente la prigione, dove egli sparì in una
torre, sotto la protezione di una buona scorta.
Intanto il ritorno del messaggero con la decisione
del principe Elettore destava in città nuove preoccupazioni.
Infatti il governo dello Stato, al quale la cittadinanza di Dresda
si era immediatamente rivolta con una supplica, non voleva saperne
di un soggiorno del barone nella capitale, prima che l'incendiario
fosse ridotto all'impotenza; e anzi faceva obbligo al prefetto di
difenderlo, ovunque fosse, poiché in qualche luogo doveva
pur stare, con le forze che aveva sotto il suo comando; ma annunciava
al contempo alla buona città di Vittemberga, per sua tranquillatà,
che un battaglione di cinquecento uomini, al comando del principe
Federico di Meissen, era già in marcia, per difenderla da
ulteriori molestie. Il prefetto, che ben vedeva come una decisione
simile non potesse in alcun modo rassicurare la popolazione, poiché
non soltanto numerose piccole scaramucce, che il mercante di cavalli
aveva combattuto con successo, in diversi punti, davanti alla città,
avevano diffuso le voci più incresciose su un aumento delle
sue forze, ma, per di più, la guerra che egli conduceva,
con pece, paglia e zolfo, nell'oscurità della notte, per
mezzo di gentaglia travestita, avrebbe potuto rendere inefficace,
inaudita e senza esempio com'era, una difesa anche maggiore di quella
con la quale il principe di Meissen si stava avvicinando: il prefetto,
dunque, dopo breve riflessione, decise di tenere del tutto nascosta
l'ordinanza che aveva ricevuto. Fece soltanto affiggere, agli angoli
della città, una lettera nella quale il principe di Meissen
gli annunciava il suo arrivo; una carrozza chiusa, che uscì
sul far del giorno dal cortile del carcere dei nobili, prese, scortata
da quattro cavalieri pesantemente armati, la strada di Lipsia, mentre
i cavalieri della scorta facevano capire, con vaghi accenni, che
si dirigevano verso il castello sulla Pleisse; e, dopo aver così
tranquillizzato il popolo a proposito dell'infausto barone, la cui
presenza significava ferro e fuoco, si mosse egli stesso, con una
schiera di trecento uomini, per unirsi al principe Federico di Meissen.
Nel frattempo Kohlhaas, grazie alla singolare
posizione che aveva assunto nel mondo, era salito, in effetti, alla
forza di cento e nove uomini; e, dopo aver anche scoperto, a Jessen,
un deposito di armi, e averne munito di tutto punto le sue schiere,
prese, informato della doppia tempesta che si stava addensando,
la decisione di andare incontro a entrambe con la rapidità
del vento, prima che si scatenassero sul suo capo. E infatti il
giorno successivo attaccava già il principe di Meissen, in
un assalto notturno, nei pressi di Mühlberg; in quel combattimento
perse bensì, con suo grande dolore, Ersiano, che sin dai
primi colpi cadde morto al suo fianco: ma, esasperato da quella
perdita, in tre ore di battaglia ridusse il principe, incapace di
riordinarsi nella borgata, così a mal partito, che, allo
spuntar del giorno, a causa di molte gravi ferite e del completo
disordine della sua truppa, fu costretto a ritirarsi in direzione
di Dresda. Reso temerario da questo successo, Kohlhaas si volse,
prima che potesse essere informato dell'accaduto, contro il prefetto,
lo assalì, presso il villaggio di Damerow, in campo aperto,
in pieno mezzogiorno, e si batté con lui, con perdite bensì
sanguinose, ma con uguale successo, fino al calar della notte. E
certo il mattino seguente, con il resto della sua schiera, egli
avrebbe senza fallo nuovamente attaccato il prefetto, che si era
ritirato nel camposanto di Damerow, se questi, per mezzo di esploratori,
non fosse stato informato della disfatta subita dal principe presso
Mühlberg, e non avesse perciò ritenuto più prudente
ritornare, a sua volta, a Vittemberga, in attesa di tempi migliori.
Cinque giorni dopo aver disfatto questi due
contingenti, Kohlhaas era davanti a Lipsia, e da tre lati appiccava
il fuoco alla città. - Nel bando che diffuse in quella occasione
egli si definiva «luogotenente dell'Arcangelo Michele, venuto
a punire col ferro e col fuoco, su tutti coloro che nella contesa
prendessero le parti del barone, la malizia in cui era caduto il
mondo intero». Dal castello di Lützen, di cui s'era impadronito
di sorpresa, e in cui si era insediato, egli chiamava il popolo
a unirsi a lui, per dare alle cose un migliore ordinamento, e il
bando era sottoscritto, con gesto quasi folle, in questo modo: «Dato
nel regale castello di Lützen, sede provvisoria del nostro
governo universale». La buona sorte degli abitanti di Lipsia
volle che il fuoco, a causa di una pioggia persistente che cadeva
dal cielo, non si propagasse, così che, grazie alla rapidità
d'intervento dell'organizzazione antincendio locale, soltanto alcune
botteghe che sorgevano intorno alla rocca sulla Pleisse furono divorate
dalle fiamme. E tuttavia la costernazione della città per
la presenza del forsennato incendiario, e per la sua falsa supposizione
che il barone fosse a Lipsia, era indescrivibile; e, quando un reparto
di cento e ottanta uomini a cavallo, che era stato inviato contro
di lui, ritornò sbaragliato in città, ai magistrati,
che non volevano mettere a repentaglio le ricchezze della città,
non rimase altro da fare che chiudere del tutto le porte, e ordinare
che la cittadinanza facesse, giorno e notte, la guardia fuori delle
mura.
Invano i magistrati fecero affiggere, nei villaggi
delle zone circostanti, manifesti con la precisa assicurazione che
il barone non si trovava nel castello sulla Pleisse il mercante
di cavalli insisteva, su manifesti analoghi, che egli era nella
rocca, e dichiarava che, se non vi si fosse trovato, egli avrebbe
comunque proceduto come se ci fosse, finché non gli venisse
indicato, con tanto di nome, il luogo in cui si trovava. Il principe
Elettore informato per mezzo di un corriere veloce della situazione
gravissima in cui si trovava la città di Lipsia, dichiarò
che stava già radunando un esercito di duemila uomini, e
che si sarebbe messo alla sua testa, per catturare Kohlhaas. Egli
rivolse al signor Ottone di Gorgas un severo rimproverò per
l'astuzia ambigua e sconsiderata cui era ricorso per allontanare
l'incendiario dalla regione di Vittemberga; e nessuno può
descrivere il turbamento che invase l'intera Sassonia, e soprattutto
la capitale, quando laggiù si venne a sapere che, nei villaggi
intorno a Lipsia, era stata affissa, da parte di chi non era noto,
una dichiarazione diretta a Kohlhaas, secondo la quale «Venceslao,
il barone, si trovava presso i cugini Enzo e Corrado, a Dresda».
In quel frangente, il dottor Martin Lutero
prese su di sé il compito, sorretto dal prestigio che la
sua posizione nel mondo gli dava, di ricondurre Kohlhaas, con la
forza di parole pacate, entro gli argini dell'ordine umano; e, facendo
affidamento su quanto di onesto c'era ancora nel petto dell'incendiario,
gli indirizzò un manifesto del seguente tenore, che venne
affisso in ogni città e in ogni borgo del principato:
«Kohlhaas, tu che ti spacci per inviato
a brandire la spada della giustizia, che cosa mai ardisci, temerario,
nel delirio di una cieca passione, tu che di ingiustizia sei colmo
dalla punta dei capelli alle piante? Poiché il sovrano al
quale sei suddito ha negato il tuo diritto, il tuo diritto nella
contesa per una cosa da nulla, tu ti sollevi, o sciagurato, col
ferro e col fuoco, e irrompi, come il lupo del deserto, nella pacifica
comunità di cui egli è scudo. Tu, che seduci gli uomini
con i tuoi proclami, pieni di falsità e di malizia, credi
tu, peccatore, di trovare scampo dinanzi a Dio in questo modo, nel
giorno che getterà luce entro le pieghe di tutti i cuori?
Come puoi dire che ti è stato negato il tuo diritto, tu,
il cui cuore rabbioso, eccitato dal prurito di un'ignobile brama
di vendetta, dopo i primi, avventati tentativi che ti fallirono,
ha lasciato cadere ogni sforzo per guadagnarselo? È la panca
occupata dagli uscieri e dagli sgherri del tribunale, che intercettano
la lettera che hanno ricevuto, o trattengono la sentenza che dovrebbero
consegnare, è questa la tua autorità? E debbo io dirti,
uomo dimentico di Dio, che la tua autorità non sa nulla della
tua causa - che cosa dico? che il sovrano, contro il quale tu ti
rivolti, non conosce neppure il tuo nome, di modo che, quando tu
comparirai un giorno davanti al trono di Dio, e penserai di accusarlo,
egli potrà dire, con il volto sereno: a quest'uomo, Signore,
io non feci torto alcuno, poiché della sua esistenza l'anima
mia non sa nulla? La spada che tu impugni, sappilo, è la
spada della rapina e della strage; un ribelle tu sei, e non un soldato
del giusto Iddio, la tua meta sulla terra è la ruota e la
forca, e nell'al di là la dannazione che pende sul misfatto
e sull'empietà.
Vittemberga, etc. Martin Lutero».
Kohlhaas stava per l'appunto agitando, nel
castello di Lützen, un nuovo piano per incenerire Lipsia, nel
suo petto lacerato - egli non dava, infatti, alcun credito alla
notizia affissa nei villaggi che il barone Venceslao si trovasse
a Dresda, poiché non era firmata da nessuno, e tanto meno
dai magistrati, come egli aveva richiesto -, quando Sternbald e
Waldmann notarono, con la più profonda costernazione, il
manifesto, che, nottetempo, era stato affisso al portone del castello.
Invano sperarono, per diversi giorni, che Kohlhaas, poiché
preferivano non essere loro a rivolgergli la parola a quel proposito,
vi lasciasse cadere lo sguardo: cupo e ripiegato su se stesso, egli
appariva bensì, verso sera, ma soltanto per dare i suoi brevi
ordini, e non vedeva nulla; tanto che essi, un mattino, in cui egli
voleva far impiccare un paio dei suoi fanti, che, contro la sua
volontà, avevano saccheggiato nei dintorni, si risolsero
ad attirare l'attenzione. Egli tornava appunto, mentre il popolo
si faceva da parte, intimidito, da ambo i lati, dal luogo dell'esecuzione,
con l'apparato che, dall'ultimo bando, gli era abituale - lo precedeva
una grande spada da cherubino, adagiata su un cuscino di cuoio rosso
adorno di nappe d'oro, e lo seguivano dieci fanti con le fiaccole
accese -, quando i due uomini, con le spade sottobraccio, girarono,
in un atteggiamento che non poteva non colpirlo, intorno al pilastro
al quale era affisso il manifesto. Kohlhaas, quando, con le mani
intrecciate dietro la schiena, immerso nei suoi pensieri, giunse
sotto il portone, alzò gli occhi e si fermò di colpo;
e quando i servi, vedendolo, si tirarono con deferenza da parte,
egli si avvicinò al pilastro, guardadoli distrattamente,
a rapidi passi. Ma come descrivere ciò che avvenne nella
sua anima quando vi scorse il foglio che lo accusava di ingiustizia,
sottoscritto dal nome più caro e più venerando che
conoscesse: dal nome di Martin Lutero!
Un cupo rossore gli salì al viso; egli
lo lesse due volte, levandosi l'elmo, dal principio alla fine; si
volse indietro, con sguardi incerti, ai suoi uomini, come se volesse
dire qualcosa, e non disse nulla; staccò il foglio dalla
parete, lo lesse tutto ancora una volta, e gridò: «Waldmann!
Fai sellare il mio cavallo!», e poi: «Sternbald! Seguimi
nel castello!», e disparve. Quelle poche parole erano bastate,
con tutto l'alone di terrore che lo circondava, a disarmano di colpo.
Egli indossò, come travestimento, le vesti di un fittavolo
della Turingia, disse a Sternbald che un negozio di notevole importanza
lo costringeva a recarsi a Vittemberga, gli affidò, alla
presenza di alcuni dei suoi migliori soldati, il comando della schiera
rimasta a Lützen, e partì, assicurando che entro tre
giorni, durante i quali non c'era da temere alcun attacco, sarebbe
stato di ritorno, per Vittemberga.
Si introdusse, sotto falso nome, in una locanda,
e, non appena fu scesa la notte, avvolto nel suo mantello, e munito
di un paio di pistole che erano bottino del castello di Tronka,
si recò nella stanza di Lutero. Lutero, che sedeva al suo
leggio, fra libri e manoscritti, vedendo quello strano sconosciuto
aprire la porta, e richiuderla col catenaccio dietro di sé,
gli domandò chi fosse e che cosa volesse; e l'uomo, che teneva
con deferenza il cappello in mano, aveva appena timidamente risposto,
già presentendo quale spavento stesse per provocare, che
egli era Michele Kohlhaas, il mercante di cavalli, che già
Lutero gridava: «Via, lontano da me!», aggiungendo,
mentre si alzava dal leggio, e si precipitava verso un campanello:
«Il tuo alito è peste, la tua vicinanza è perdizione!».
Kohlhaas disse, mentre, senza muoversi dal
suo posto, tirava fuori la pistola: «Reverendo signore, questa
pistola, se voi toccate il campanello, mi stenderà senza
vita ai vostri piedi! Sedetevi, e datemi ascolto; fra gli angeli
dei quali trascrivete i salmi non siete più sicuro che vicino
a me».
Lutero, sedendosi, gli chiese: «Che vuoi?».
«Confutare», rispose Kohlhaas,
«la vostra opinione di me, che io sia un uomo ingiusto! Mi
avete detto, nel vostro manifesto, che la mia autorità non
sa nulla della mia causa: ebbene, procuratomi un salvacondotto,
e io andrò a Dresda, e gliela sottoporrò».
«Uomo empio e spaventevole!», esclamò
Lutero, confuso e tranquillizzato insieme da quelle parole. «Chi
ti ha dato il diritto di aggredire, eseguendo una tua arbitraria
ingiunzione, il barone di Tronka, e, non avendolo trovato nel suo
castello, di mettere a ferro e fuoco la comunità intera che
lo difende?».
«Reverendo signore», rispose Kohlhaas,
«nessuno, finora! Una notizia che ricevetti da Dresda mi ha
tratto in inganno, e fuorviato! La guerra che conduco contro la
comunità degli uomini è un delitto, se è vero
che io, come voi mi avete assicurato, non ne sono stato ripudiato».
«Ripudiato!», gridò Lutero,
guardandolo. «Quale pensiero folle ti ha preso? Chi ti avrebbe
ripudiato dalla comunità dello Stato nel quale vivevi? Dove
si ebbe mai, da quando esistono Stati, che qualcuno, chiunque egli
fosse, sia stato da esso ripudiato?».
«Ripudiato», rispose Kohlhaas,
stringendo a pugno la mano, «chiamo colui al quale si nega
la protezione delle leggi! Poiché di questa protezione, per
la prosperità del mio pacifico
commercio, io ho bisogno; ed è, anzi,
proprio per questo che io, con tutto ciò che mi sono guadagnato,
cerco rifugio nella comunità; e chi me la nega mi ricaccia
fra i selvaggi del deserto, e mi mette in mano, potete forse negarlo?,
la clava che mi protegge».
«Chi ti ha negato la protezione delle
leggi?», gridò Lutero. «Non ti scrissi che dell'accusa
che avevi presentato il sovrano, al quale l'avevi presentata, non
sa nulla? Se i servitori di Stato, alle sue spalle, annullano i
processi, o si fanno altrimenti beffe, a sua insaputa, del suo nome
consacrato, chi, fuorché Dio, può chiedergli conto
della scelta di tali servitori, e sei tu, uomo orribile e maledetto
da Dio, autorizzato a giudicarlo per questo?».
«Ebbene», disse allora Kohlhaas,
«se il sovrano non mi ripudierà, anch'io ritornerò
nella comunità che da lui è difesa. Procuratemi, lo
ripeto, un salvacondotto per Dresda: e io scioglierò la gente
che ho raccolto nel castello di Lützen, e presenterò
di nuovo, davanti al tribunale di Stato, l'accusa che mi è
stata respinta».
Lutero, con aria contrariata, scompigliò
le carte che aveva sullo scrittoio, e tacque. L'atteggiamento di
sfida che quell'uomo strano assumeva nello Stato lo contrariava;
e, ripensando all'ingiunzione che egli, da Pontekohlhaas, aveva
emanato contro il barone, gli domandò che cosa pretendesse,
insomma, dal tribunale di Dresda.
«La punizione del barone, conforme alla
legge», rispose Kohlhaas; al ristabilimento dei cavalli nello
stato in cui erano; e il risarcimento del danno che tanto io quanto
il mio servo Ersiano, caduto a Mühlberg, abbiamo subito, a
causa della Violenza commessa contro di noi».
«Il risarcimento del danno!», gridò
Lutero. «Somme a migliaia, da ebrei e da cristiani, su tratte
e su pegni, hai preso a prestito, per far fronte alle spese della
tua selvaggia vendetta. Metterai nel conto anche il loro valore,
se si farà l'inchiesta?».
«Dio ne scampi!», rispose Kohlhaas.
«Casa e podere, e l'agiatezza che è stata mia, io non
li richiedo; e neppure le spese del funerale di mia moglie! La vecchia
madre di Ersiano farà un conto delle spese per la sua cura,
e un elenco delle cose che suo figlio perse nel castello di Tronka;
e il danno che io ho subito per la mancata vendita dei morelli lo
faccia valutare il governo, per mezzo di un esperto».
«Uomo folle, incomprensibile e spaventoso!»,
disse Lutero, e lo fissò. «Dopo che la tua spada si
è presa sul barone la vendetta più feroce che si possa
immaginare, che cosa ti spinge a insistere su una sentenza il cui
rigore, quando fosse, alla fine pronunciata, lo colpirebbe con un
gravame di così scarso rilievo?».
«Reverendo signore», replicò
Kohlhaas, mentre una lacrima gli rigava le gote, «mi è
costata mia moglie, Kohlhaas farà vedere al mondo che non
è perita in una causa ingiusta. Adattatevi, quanto a questo,
alla mia volontà, e fate che la corte pronunci la sua sentenza;
in tutto il resto, su cui possa ancora esservi contesa, io mi adatterò
alla vostra».
«Vedi», disse Lutero, «ciò
che tu chiedi, se dare le circostanze sono come la voce pubblica
le riferisce, è giusto; e se tu avessi saputo portare la
lite, prima di passare arbitrariamente alla vendetta privata, fino
alla decisione del principe, la tua richiesta, non ne dubito, ti
sarebbe stata accolta punto per punto. Ma, tutto ben considerato,
non avresti fatto meglio, se tu, per amore del tuo Redentore, avessi
perdonato il barone, avessi preso per la cavezza i morelli, secchi
e sfiniti com'erano, fossi montato in sella e avessi cavalcato fino
a casa tua, a ingrassarsi nelle tue stalle di Pontekohlhaas?».
«Forse sì», rispose Kohlhaas,
avvicinandosi alla finestra «forse sì; e forse no!
Se avessi saputo che mi sarebbe toccato rimetterli in piedi con
il sangue e il cuore della mia cara moglie, forse sì, avrei
fatto come dite voi, reverendo signore, e non sarei stato a guardare
uno staio di avena! Ma poiché, ormai, mi sono venuti a costare
tanto, le cose vadano, così la intendo, per il loro verso:
lasciate che sia pronunciata la sentenza che mi aspetta, e che il
barone mi ingrassi i morelli».
Lutero, mettendo, tra vari pensieri, di nuovo
le mani tra le sua carte, disse che avrebbe agiato per lui una trattativa
con il principe Elettore. Intanto, che egli restasse quieto nel
castello di Lützen; se il principe avesse consentito al salvacondotto,
glielo si sarebbe fatto sapere per via di pubblici manifesti. «A
dire il vero», continuò, mentre Kohlhaas si chinava
per baciargli la mano, «se l'Elettore vorrà usare clemenza,
anziché giustizia, non so; poiché ha raccolto, ho
saputo, un esercito, ed è in procinto di cogliere nel castello
di Lützen; ma nel frattempo, come ti ho già detto, non
risparmierà i miei sforzi». E con queste parole si
alzò, mostrando di volerlo congedare.
Kohlhaas affermò che la sua intercessione
lo tranquillizzava pienamente, su quel punto; al che Lutero lo salutò
con la mano, ma egli, improvvisamente, piegò un ginocchio
davanti a lui, e disse di avere ancora una preghiera sul cuore.
A Pentecoste, infatti, quando era solito accostarsi alla mensa del
Signore egli, a causa di quella sua impresa guerresca, non era andato
in chiesa: voleva avere la compiacenza di ricevere, senza altra
preparazione, la sua confessione, e impartirgli, in cambio, il beneficio
del santo sacramento?
Lutero, dopo una breve riflessione, lo fissò
severamente e disse: «Sì, Kohlhaas, lo farò.
Ma il Signore, del quale desideri il corpo |