Heinrich Von Kleist

Michele Kohlhaas

(a cura di Antonio Zama)

 

Anche chi non accetta di racchiudere un'esistenza in una icastica espressione è costretto a cedere di fronte alla vita di Heinrich von Kleist, considerato lo scrittore tedesco romantico per eccellenza.

Nato a Francoforte sull'Oder nel 1777 fu ben presto avviato alla disciplina militare che costituiva da alcune generazioni l'occupazione tradizionale della famiglia Kleist. Heinrich percorre i gradi della carriera militare nel periodo delle guerre scatenatesi a seguito della rivoluzione francese, quando l'intera Europa, ed in particolare quella che oggi chiamiamo Germania era percorsa da un quantità spaventosa di eserciti in continuo movimento.

Nel 1799, giunto al grado di tenente, abbandona però la carriera militare e si iscrive all'Università della sua città natale, dove frequenta i corsi di fisica, matematica e diritto. Nel 1800 si sposta a Berlino dove due sole settimane di impiego al Ministero dell'Economia della capitale prussiana gli bastano per comprendere la propria assoluta insofferenza per la disciplina della burocrazia come era stato per quella militare.

Tra il 1800 e il 1811, nei momenti di parziale sollievo dallo stato di cupa e profonda depressione in cui piomba sempre più di frequente, intraprende diversi viaggi in cerca di quiete a Parigi, Francoforte, Heidelberg, Strasburgo, Thun (Svizzera) per poi ricadere in uno stato di infermità mentale durato circa sei mesi (periodo di Magonza); in cerca di stabilità economica si impiega nuovamente nella burocrazia statale, resistendo un anno prima di cedere nuovamente. La temperie storico-politica, culminata con la sconfitta delle truppe austriache a Wagram, non aiuta di certo una personalità animata da afflati di unità nazionale di tutti i tedeschi e di riscossa nei confronti degli invasori francesi così che Kleist sprofonda in un nuovo esaurimento che lo obbliga all'estraniamento dal mondo in un convento a Praga. A Berlino, Kleist lancia una felice iniziativa editoriale: il quotidiano serale Berliner Abendblatter, che per la prima volta pubblica le notizie tratte dai comunicati della polizia. Ma ben presto l'esperienza è interrotta dalla opposizione della stampa e delle autorità locali.

Sfibrato e svuotato di ogni speranza, Kleist conclude la sua esistenza suicidandosi in compagnia di Henriette Vogel, inguaribilmente malata.

L'irrequietezza di Kleist denuncia la consapevolezza dell'insanabile conflitto tra natura umana e legge sociale, che si riverbera nella produzione sia teatrale che letteraria: nei drammi (Pentesilea, 1808; Caterina di Heilbronn, 1810; Il principe di Homburg, 1810); nelle commedie (La brocca rotta, 1806; Anfitrione, 1807) e nei racconti (Il terremoto in Cile 1806; La marchesa di O. 1808), raccolti in due volumi di prose del 1810 e del 1811.

Il romanzo breve Michael Kohlhaas (1810) è un concentrato delle tematiche care a Kleist: non si tratta della solita e stantia descrizione del conflitto tra vendetta e giustizia ma di un cosmico scontro di forze, al quale Michele non si sottrae ma che anzi contribuisce a scatenare, incarnando alla perfezione la figura di eroe romantico, reso brigante ed assassino per senso di giustizia.

 

(Da una vecchia cronaca)

Lungo le rive della Havel viveva, intorno alla metà del sedicesimo secolo, un mercante di cavalli, chiamato Michele Kohlhaas, figlio di un maestro di scuola: uno degli uomini più onesti e al tempo stesso più terribilmente implacabili del suo tempo. Quest'uomo fuori dell'ordinario sarebbe potuto passare fino al suo trentesimo anno per il modello del buon cittadino. Possedeva una fattoria, in un villaggio che porta ancora oggi il suo nome, e vi si manteneva pacificamente, con i frutti del suo lavoro; i fanciulli che sua moglie gli aveva dato li tirava su nel timor di Dio, laboriosi e leali; non c'era uno dei suoi vicini che non avesse provato i benefici della sua generosità, o della sua giustizia; il mondo, in breve, avrebbe dovuto benedire la memoria se non avesse ecceduto in una virtù. Il senso di giustizia lo rese brigante e assassino.

Egli era diretto, un giorno, oltre il confine, con un branco di cavalli giovani, tutti lustri e ben pasciuti, e rifletteva per l'appunto a come avrebbe impiegato il guadagno che sperava di ricavarne sui mercati (un po', da buon massaio, ne avrebbe investito, perché fruttasse a sua volta, ma un po', anche, se lo sarebbe goduto seduta stante), quando giunse all'Elba, e qui si imbatté, nei pressi di un imponente castello, in territorio sassone, in una barriera che prima di allora non aveva mai trovato su quella strada.

Fermò i cavalli, mentre proprio in quel momento si scatenava un acquazzone, e chiamò il cantoniere, che non tardò, con viso burbero, ad affacciarsi alla finestra. Il mercante di cavalli gli disse di aprire.

«Che novità è questa?», domandò, quando il gabelliere, dopo un bel po' di tempo, uscì dalla casa.

«Privilegio signorile», rispose questi, armeggiando con la serratura per aprire, «concesso al barone Venceslao di Tronka».

«Ah», fece Kohlhaas, «il barone si chiama Venceslao?», e rimirò il castello, che dominava i campi con i suoi merli scintillanti. «È morto il vecchio signore?».

«Morto, gli ha preso un colpo», rispose il gabelliere, e alzò l'albero che faceva da sbarra.

«Hm, peccato!», aggiunse Kohlhaas. «Un degno signore, il vecchio, che aveva piacere a intrattenersi con la gente, e tutte le volte che poteva dava una mano ai traffici e ai commerci; una volta fece costruire un argine di pietre perché, là dietro, dove la strada sbocca nel villaggio, una delle mie cavalle s'era spezzata una gamba. Dunque, quanto devo?», domandò; e cominciò a cavar fuori con fatica, da sotto il mantello sbattuto dal vento, i denari che il gabelliere gli aveva chiesto.

«Sì, vecchio mio», aggiunse ancora, dal momento che quello brontolava «Svelto! Svelto!», e imprecava al maltempo: «Se l'albero se ne fosse rimasto nel bosco, sarebbe stato meglio, per

me e per voi». E, così dicendo, gli diede il denaro e fece per proseguire. Ma non era neppure arrivato sotto la stanga, che già un'altra voce gli urlava dietro «Alto là, sensale!», dalla torre di guardia; ed egli vide il castaldo sbattere una finestra e precipitarsi verso di lui.

«Be', che novità è questa?», si domandò Kohlhaas fra sé, fermandosi con i suoi cavalli. Il castaldo arrivò, allacciandosi ancora il panciotto sulla figura corpulenta, e, piantato di traverso contro le raffiche di vento, chiese il lasciapassare. «Lasciapassare?», domandò Kohlhaas. E disse, un po' confuso, che, per quanto ne sapesse, non l'aveva: ma se solo avessero voluto descrivergli, bontà divina, che specie di cosa era, quel lasciapassare, magari poteva anche darsi che per caso l'avesse.

Il castaldo, guardandolo storto, replicò che, senza un permesso scritto del sovrano, a nessun sensale era consentito varcare il confine con i suoi cavalli. Il sensale assicurò che per diciassette volte, nel corso della sua vita, aveva passato il confine senza un permesso simile; e che egli conosceva perfettamente tutte le disposizioni sovrane che riguardavano la sua attività; non poteva trattarsi, dunque, che di un errore; pregava, perciò, che volessero ripensarci, e non trattenerlo oltre laggiù senza costrutto, dal momento che la sua giornata di viaggio era lunga assai. Ma il castaldo ribatté che la diciottesima non l'avrebbe fatta franca, che appunto per questo era stata recentemente emanata quella nuova ordinanza, e che, se non si fosse procurato lì sul posto il lasciapassare, avrebbe dovuto ritornarsene di dove era venuto. Il mercante, che cominciava a irritarsi a quelle estorsioni illegali, scese, dopo una breve riflessione, da cavallo lo affidò a un servo, e disse che ne avrebbe parlato di persona con il barone di Tronka. E salì infatti al castello, il castaldo gli tenne dietro, borbottando di affaristi spilorci e di opportuni salassi; e, misurandosi l'un l'altro con lo sguardo, i due entrarono insieme nella sala.

Il barone stava bevendo in mezzo a un'allegra brigata di amici, e una facezia aveva appena scatenato fra loro un'interminabile risata, quando Kohlhaas gli si avvicinò per fargli le sue rimostranze. Il barone gli chiese che cosa volesse; i cavalieri quando videro lo sconosciuto, ammutolirono; ma non appena questi ebbe incominciato a esporre le sue richieste a proposito di cavalli, tutta la brigata salto su, gridando «Cavalli? Dove sono?», e corse alle finestre per osservarli. Quando videro quella splendida mandria, scesero di corsa, su proposta del barone, nella corte; la pioggia era cessata; il castaldo, il fattore, i servi si raccolsero intorno a loro, e tutti passarono in rassegna gli animali. Uno lodava il sauro fulvo con la macchia bianca, a un altro piaceva il baio, il terzo accarezzava il pomellato a macchie gialle e nere; e tutti dicevano che quei cavalli sembravano dei cervi, e in tutto il paese non se ne allevava di più belli. Kohlhaas ribatté allegramente che i cavalli non erano migliori dei cavalieri che li avrebbero montati; e li invitò a comperare. Il barone, molto attirato dal poderoso stallone sauro, gli domandò il prezzo; il fattore gli consigliò di acquistare un paio di morelli che pensava di poter utilizzare nei lavori agricoli, perché cavalli ce n'erano pochi; ma, quando il sensale tirò fuori i prezzi, i cavalieri li trovarono troppo cari, e il barone disse che, se pretendeva tanto per quelle bestie, doveva cavalcare fino alla Tavola Rotonda, e andare alla ricerca di Re Artù.

Kohlhaas, vedendo il castaldo e il fattore bisbigliare tra loro e gettare ai morelli occhiate eloquenti, fece, per un oscuro presentimento, di tutto, perché si tenessero quei due animali. Disse al barone: «Signore, i morelli li ho acquistati sei mesi fa, per venticinque fiorini d'oro; datemene trenta, e li avrete». Due cavalieri che stavano a fianco del barone dissero apertamente che i cavalli li valevano senz'altro; ma il barone dichiarò che era disposto a spendere per il sauro, semmai, non per i morelli, e fece l'atto di andarsene. Allora Kohlhaas disse che forse avrebbeconcluso un affare con lui la prossima volta, quando fosse ripassato con i suoi cavallucci, fece al barone i suoi rispetti, e afferrò le briglie della sua cavalcatura, per ripartire. Ma in quel momento il castaldo uscì dal crocchio, dicendo che senza un lasciapassare, l'aveva sentito, non avrebbe potuto andarsene.

Kohlhaas si voltò, e domandò al barone se fosse proprio vera quella faccenda, che rovinava tutta la sua attività. Il barone rispose, con aria imbarazzata, allontanandosi: «Sì, Kohlhaas, devi procurarti il lasciapassare. Parlane con il castaldo, e va' per la tua via». Kohlhaas gli assicurò che non aveva alcuna intenzione di eludere le ordinanze sull'esportazione dei cavalli, quali che fossero, promise che, passando da Dresda, sarebbe andato a prendere il lasciapassare alla Cancelleria, e lo pregò di lasciarlo passare soltanto per quella volta, dato che non aveva saputo proprio nulla di una simile richiesta.

«E va bene!», disse il barone, mentre il temporale, proprio in quel momento, riprendeva, e il vento sibilando gli passava da parte a parte le membra rinsecchite. «Lasciate andare questo poveraccio. Venite!», disse rivolto ai cavalieri, si voltò e fece per rientrare al castello. Il castaldo, rivolto al barone, disse che il mercante doveva almeno lasciare un pegno, per essere certi che andasse a ritirare il documento. Il barone si fermo di nuovo, sotto il portone del castello. Kohlhaas domandò quale valore, in denaro o in oggetti, dovesse lasciare, come pegno per i morelli. Il fattore, masticando le parole nella barba, disse che poteva lasciare per l'appunto i morelli. «Sicuro», disse il castaldo; «è la cosa più conveniente; quando ha ritirato il lasciapassare, può venire a prenderseli in qualunque momento».

Kohlhaas, sconcertato da una richiesta così sfacciata, disse al barone, che si stringeva addosso intirizzito il giustacuore, che i morelli li voleva vendere. Ma questi, mentre in quell'attimo una raffica scagliava attraverso il portone uno scroscio di pioggia mista a grandine, gridò, per mettere fine alla cosa: «Se non vuoi mollare i cavalli, ributtatelo al di là dello sbarramento», e se ne andò. Il sensale, rendendosi conto che doveva pur cedere alla violenza, decise di accogliere la richiesta, visto che non gli restava altro da fare; sciolse i morelli, e li condusse in una stalla indicatagli dal castaldo. Lasciò con le bestie un servo, gli rimise del denaro, gli raccomandò di tenere ben d'occhio i cavalli fino al suo ritorno, e proseguì, con il resto della mandria, il suo viaggio verso Lipsia, dove voleva recarsi alla fiera; rimuginando, incerto, fra sé e sé, se forse, dopo tutto, in Sassonia non potesse essere stato emanato un simile ordine, per proteggere qualche nuovo allevamento di cavalli.

A Dresda, dove possedeva, nei sobborghi, una casa con alcune stalle, perché quella era la base dei suoi commerci sui mercati minori della regione, si recò subito, appena arrivato, alla Cancelleria; e qui venne a sapere dai consiglieri, alcuni dei quali conosceva, che, come aveva sospettato, in realtà, fin dal primo momento, la storia del lasciapassare era inventata di sana pianta. Kohlhaas, dopo che i consiglieri, di malavoglia, gli ebbero rilasciato, su sua richiesta, una dichiarazione scritta che ne attestava l'infondatezza, sorrise allo scherzo dell'allampanato barone, anche se non capiva ancora bene a che cosa avesse potuto mirare; e, venduto con soddisfazione, poche settimane dopo, il branco di cavalli che aveva con sé, senza portarsi ormai dietro maggiore amarezza che non fosse quella sulla generale miseria del mondo, fece ritorno al castello di Tronka.

Il castaldo, al quale mostrò la dichiarazione, non aggiunse parola sull'argomento; e quando il sensale gli domandò se ora poteva riavere i cavalli, rispose che scendesse, e andasse a prenderseli. Ma già attraversando il cortile Kohlhaas ebbe la spiacevole sorpresa di venire a sapere che il suo servo, soltanto pochi giorni dopo essere stato lasciato nel castello, per il suo contegno sconveniente, a quanto dicevano, era stato bastonato e cacciato via. Al ragazzo che gli aveva dato la notizia Kohlhaas domandò che cosa avesse fatto, e chi si fosse occupato, nel frattempo, dei cavalli; al che il ragazzo rispose di non saperlo, mentre apriva davanti a lui, che aveva già il cuore gonfio di presentimenti, la stalla in cui si trovavano. Quale fu però il suo stupore, quando, al posto dei suoi due morelli lustri e ben pasciuti, scorse un paio di allampanati e sparuti ronzini; ossa che sarebbero potute servire per appendere i panni, pelame e criniere intrecciate, che nessuno aveva pulito e rigovernato: il vero ritratto dello squallore nel regno animale!

Kohlhaas, al quale le bestie nitrirono, con un debole movimento, era al colmo dell'indignazione, e domandò che cosa fosse successo ai suoi poveri cavalli. Il ragazzo, che stava al suo fianco, rispose che no, alle bestie non era successa nessuna disgrazia, e avevano sempre ricevuto la loro razione di biada; ma, dato che era appunto il tempo del raccolto, e mancavano animali da tiro, erano stati adoperati un poco nei campi. Kohlhaas inveì contro quell'infame, concertato sopruso; ma, sentendosi impotente, ingoiò la sua rabbia, e stava già preparandosi poiché non gli restava altro, ad andarsene con i suoi cavalli da quel covo di briganti, quando apparve il castaldo, richiamato dal battibecco, e chiese che cosa stava succedendo. «Che cosa succede?», rispose Kohlhaas. «Chi ha dato al barone di Tronka e alla sua gente l'autorizzazione di servirsi per il lavoro dei campi dei miei morelli, che avevo lasciato presso di lui? Era umano», aggiunse, «comportarsi così?». E cercò di scuotere gli animali esausti con un colpo di scudiscio, mostrandogli che non si muovevano neppure. Il castaldo, dopo averlo squadrato per un pò, con aria di sfida, replicò: «Vedi un po' il tanghero! Come se non dovesse ringraziare Iddio, il villano, che i suoi ronzini sono ancora vivi. E chi avrebbe dovuto prendersene cura», domandò, «dopo che il suo servo se n'era scappato? Non era stato forse giusto che i cavalli si guadagnassero sui campi il foraggio che avevano ricevuto?». E chiuse il discorso dicendo che la smettesse di far storie, o avrebbe chiamato i cani, e con essi avrebbe saputo come riportare la calma nella corte.

Al mercante batteva il cuore contro la giubba. Faceva fatica a non scaraventare quell'ignobile pancione in mezzo al letame, e a non calpestare col piede la sua faccia di bronzo. Ma il suo senso di giustizia, che era come la bilancia dell'orafo, oscillava ancora; davanti al tribunale del suo cuore, non era ancora certo che il suo avversario fosse colpevole; e, mentre ingoiando gli improperi si accostava ai cavalli e, soppesando in silenzio le circostanze, ravviava alle bestie la criniera, domandò a voce bassa per quale mancanza il suo servo fosse stato allontanato dal castello. «Perché quella lenza s'è messo a fare il gradasso, qui nella corte!», rispose il castaldo. «Perché si è rifiutato di accettare un cambio di stalla di cui non si poteva fare a meno, e pretendeva che i cavalli di due gentiluomini giunti al castello di Tronka passassero la notte sulla strada maestra, per amore dei suoi ronzini!».

Kohlhaas avrebbe dato il valore dei cavalli per avere sottomano il suo servo, e poter confrontare il suo racconto con quello che usciva dalla boccaccia del castellano. Era sempre là, in piedi, sbrecciando ai morelli i crini arruffati, e riflettendo al da farsi, nella situazione in cui si trovava, quando la scena mutò di colpo, e il barone Venceslao di Tronka, con una torma di cavalieri, di servi e di cani, tornando dalla caccia alla lepre irruppe nel piazzale del castello. Il castaldo, quando gli fu chiesto che cosa fosse accaduto, prese subito la parola, e, mentre i cani, alla vista del forestiero, scatenavano contro di lui dei latrati d'inferno, e i cavalieri a loro volta gridavano per metterli a tacere, riferì al suo padrone, mettendo il fatto nella luce peggiore, che razza di rivolta avesse messo su quel Cavallar, perché si erar fatti lavorare un po' i suoi morelli. E disse, fra risa di scherno che rifiutava di riconoscere i cavalli per suoi.

«Non sono i miei cavalli, signore illustrissimo!», gridò Kohlhaas. «Non sono i cavalli che valevano trenta fiorini d'oro! Voglio riavere i miei cavalli sani e ben nutriti!».

Il barone per un attimo impallidì, e disse, scendendo di sella: «Se mastro Bertoldo non vuole riprendersi i cavalli, che li lasci pure qui. Vieni qua, Guntiero!», gridò. «Gianni! Venite qua!», e intanto spazzava con la mano la polvere dai calzoni.

«Portate del vino!», gridò ancora, quando fu sulla soglia con i cavalieri; ed entrò in casa. Kohlhaas disse che avrebbe preferito chiamare lo scortichino, e portare i suoi cavalli al macello piuttosto che riportarseli nella sua stalla a Pontekohlhaas così com'erano. Lasciò le bestie sul piazzale, senza curarsene più saltò sul suo baio, assicurando che avrebbe saputo farsi giustizia, e se ne andò.

Correva già, a spron battuto, sulla strada di Dresda; ma, ripensando al suo servo, e alle accuse che avevano mosso contro di lui al castello, si mise al passo; e, prima di averne fatti mille, voltò il cavallo, e, per interrogare prima di tutto il suo servo, cosa che gli sembrava prudente e giusta, piegò verso Pontekohlhaas. Perché un sentimento di giustizia, al quale era ben noto l'ordine imperfetto delle cose umane, lo rendeva incline nonostante le offese patite, se soltanto il suo servo si fosse reso realmente responsabile di una colpa qualsiasi, come pretendeva il castaldo, a rassegnarsi, come a una giusta conseguenza, alla perdita dei cavalli. Ma se, per contro, gli diceva un sentimento non meno imperioso, un sentimento che metteva in lui radici sempre più profonde, man mano che egli proseguiva nella sua cavalcata, e, dovunque entrasse, sentiva parlare delle ingiustizie quotidianamente commesse al castello di Tronka, in danno dei viaggiatori: se l'intera storia, come tutte le apparenze lasciavano credere, non era altro che una macchinazione, allora egli aveva, di fronte al mondo, il dovere di procacciare, con tutte le sue forze, a sé stesso soddisfazione per l'offesa patita, e ai suoi concittadini sicurezza contro offese future.

Non appena, giunto a Pontekohlhaas, ebbe abbracciato Lisabetta, la sua fedele moglie, e baciato i suoi figli, che gli facevano festa alle ginocchia, chiese immediatamente di Ersiano, il capo della servitù: se n'era sentito qualcosa?

«Già, Michele carissimo, proprio Ersiano!», disse Lisabetta.

«Pensa un po', quel poveraccio, saranno quindici giorni, arriva qui tutto pesto da far pietà; no, ti dico, così conciato da non poter nemmen tirare il respiro. Lo mettiamo a letto, dove non fa che sputar sangue, e a furia di chiedere veniamo a sapere una storia che nessuno capisce. Che è stato lasciato indietro da te a Castel Tronka, con dei cavalli che non han lasciato passare; che l'hanno costretto, con i maltrattamenti più vergognosi, a lasciare il castello; e che non ha potuto portarsi via i cavalli».

«Ah sì?», disse Kohlhaas, togliendosi il mantello. «E si è già rimesso?».

«Mezzo e mezzo; ma sputa ancora sangue», rispose lei. «Volevo mandare subito un servo a Castel Tronka, perché si prendesse cura dei cavalli, fino al tuo ritorno. Perché Ersiano si è sempre dimostrato così sincero con noi, e così fedele, sì, più di tutti gli altri servi, che non mi è neppure venuto in mente di dubitare del suo racconto, confermato da tanti particolari; e di credere, per esempio, che avesse perso i cavalli in altro modo. Ma lui mi scongiurò di non pretendere da nessuno di metter piede in quel covo di briganti, e di rinunciare alle bestie, se non volevo, per loro, sacrificare degli uomini».

«È ancora a letto?», domandò Kohlhaas, liberandosi della sciarpa.

«È già da qualche giorno che ha ricominciato a uscire nel cortile. Insomma, vedrai», continuò Lisabetta, «che è proprio tutto come lui ha detto, e che questa faccenda è una delle angherie che, da un po' di tempo, quelli di Castel Tronka si permettono contro i forestieri».

«Prima di tutto vedrò coi miei occhi», replicò Kohlhaas.

«Fallo venire un po' qua, Lisabetta, se è in piedi!». E con queste parole si sedette, mentre la massaia, molto contenta che la prendesse così calma, andò a chiamare il servo.

«Che cosa hai combinato a Castel Tronka?», gli domandò Kohlhaas, quando Lisabetta rientrò con lui nella stanza. «Non sono troppo contento di te».

Il servo, il cui volto pallido si coprì di macchie rosse, a queste parole, restò per un poco in silenzio, e poi rispose:

«Avete ragione, padrone! Perchè una miccia che, per volontà di Dio, avevo con me, per metter fuoco a quel covo di briganti da cui ero stato scacciato, la buttai, quando sentii piangere un bambino nel castello, nelle acque dell'Elba, e pensai: possa ridurlo in cenere la folgore divina! Io non lo farò».

Impressionato, Kohlhaas disse: «E in che modo ti sei fatto cacciare da Castel Tronka?». E Ersiano:

«Con un tiro mancino, padrone!». E si asciugò il sudore dalla fronte. «Ma cosa fatta capo ha. Non volevo che rovinassero i cavalli nel lavoro dei campi; ho detto che erano giovani, che non erano ancora mai stati aggiogati».

Kohlhaas, cercando di nascondere il suo turbamento, rispose che qui non aveva detto tutta la verità, perché all'inizio della primavera scorsa i cavalli, qualche volta, erano stati messi al tiro. «Al castello», proseguì, «dove, in fondo, eri una specie di ospite, avresti dovuto mostrarti compiacente, almeno qualche volta, quando c'era proprio bisogno, per portare alla svelta il raccolto al coperto».

«È quello che ho fatto, padrone», disse Ersiano. «Ho pensato, dal momento che mi guardavano di brutto, che i morelli non sarebbero morti per questo. La mattina del terzo giorno li attaccai, e portai dentro tre carichi di grano».

Kohlhaas, al quale il cuore stava per scoppiare, chinò gli occhi a terra, e commentò: «Di questo non m'han detto nulla, Ersiano!».

Ersiano l'assicurò che era andata così. «La mia poca compiacenza è stata questa: che non volli più riaggiogarli a mezzogiorno, quando i cavalli non avevano neppure finito la biada. E quando il castaldo e il fattore mi proposero, in cambio, il foraggio, e mi dissero di mettere in tasca il denaro che voi mi avevate lasciato per il mantenimento delle bestie, io risposi "vi faccio vedere io", gli voltai le spalle, e me ne andai».

«Ma non è stato per questa poca compiacenza», disse Kohlhaas, «che ti hanno scacciato da Castel Tronka».

«Dio ne guardi!», gridò il servo. «Per un'azione che grida vendetta a Dio. Perché quella sera condussero nella stalla i cavalli di due cavalieri, arrivati a Castel Tronka, e i miei vennero legati fuori, alla porta della stalla. E quando tolsi i morelli di mano al castaldo, che ce li legava di persona, e gli chiesi dove dovevano stare, adesso, le mie bestie, lui mi indicò un porcile fatto di assi e di tavole, a ridosso del muro di cinta.

«Vuoi dire», lo interruppe Kohlhaas, «che era un così cattivo riparo, per dei cavalli, che assomigliava più a un porcile che a una stalla».

«Era un porcile, padrone», rispose Ersiano. «Un porcile vero e proprio, dove i maiali correvamo avanti e indietro, e io non potevo stare in piedi».

«Forse non c'era nessun altro posto, dove mettere al riparo i morelli», replicò Kohlhaas. «In un certo senso i cavalli degli ospiti avevano la precedenza».

«Lo spazio», continuò il servo, abbassando la voce, «era poco. In tutto allora c'erano sette cavalieri che alloggiavano al castello. Se foste stato voi, avreste fatto stringere un po' i cavalli. Dissi che mi sarei cercato una stalla da affittare nel villaggio; ma il castaldo mi rispose che i morelli non doveva perderli d'occhio, e non mi azzardassi a portarli via dal cortile».

«Hm», fece Kohlhaas; «e tu che hai risposto?».

«Dal momento che il fattore disse che i due ospiti avrebbero passato soltanto la notte, e il mattino dopo avrebbero proseguito, rinchiusi i cavalli nel porcile. Ma il giorno seguente passò, e non partirono; e quando venne il terzo giorno, dissero che i signori si sarebbero trattenuti al castello per qualche settimana».

«Alla fin fine non si stava poi così male nel porcile, come ti era parso quando ci avevi messo il naso la prima volta», disse Kohlhaas.

«È vero», rispose il servo. «Quando l'ebbi spazzato un po', il posto poteva andare. Ho dato due soldi alla sguattera, perché andasse a mettere i maiali da qualche altra parte. E il giorno dopo mi preoccupai anche che le bestie potessero stare in piedi; alla prima luce dell'alba, tolsi le tavole del soffitto, e ce le rimisi la sera. Così allungavano il collo, come le oche, sopra il tetto, e si guardavano intorno, cercando Pontekohlhaas, o qualche altro posto, dove stare meglio di là».

«Ma insomma», domando Kohlhaas, «per quale ragione al mondo ti hanno cacciato via?».

«Padrone, ve lo dico io», rispose il servo. «Perché volevano liberarsi di me. Perché, finché c'ero io, non potevano sfiancare del tutto i cavalli. Dappertutto mi guardavano in cagnesco, in cortile, nei locali della servitù. E siccome io pensavo, mi storcete la bocca? vi si sloghino le mascelle!, han preso il primo pretesto che gli è venuto a tiro, e mi han buttato fuori».

«Ma la ragione!», gridò Kohlhaas. «Avranno pur avuto qualche ragione!».

«Oh, certamente», rispose Ersiano, «una ragione giustissima. La sera del secondo giorno che avevo passato nel porcile,presi i cavalli, che si erano tutti insudiciati, e volevo portarli allo stagno. E quando sono giù, sotto il portone principale, e sto per svoltare, sento il castaldo e il fattore, con servi, cani e randelli, precipitarsi dietro di me dalle stanze della servitù, gridando: "Ferma, furfante! Ferma, pendaglio da forca!", come se fossero invasati. Il guardaportone mi sbarra la strada; io chiedo a lui, e a quel mucchio di forsennati che mi corrono addosso, che cosa succede. "Che cosa succede?", risponde il castaldo, e afferra per le briglie i miei due morelli. "Dove vuole andarsene, questo, coi cavalli?". E mi agguanta per la camicia. "Dove voglio andarmene, dico io? Fulmini del cielo! Allo stagno me ne voglio andare. Ma pensate che io...?". "Allo stagno?", grida il castaldo. "T'insegno io a fare il bagno sulla strada maestra, imbroglione, dalla parte di Pontekohlhaas!" E con un colpo vigliacco a tradimento lui e il fattore, che mi aveva preso per una gamba, mi tirano giù da cavallo, e finisco nel fango lungo disteso. "Morte e dannazione!", grido: ma se i finimenti e le coperte sono nella stalla, e c'è anche il mio fagotto della biancheria! Ma lui e i servi, mentre il fattore si porta via i cavalli, mi danno tutti addosso, coi calci, e le fruste e i randelli, finché cado, mezzo morto, al di là del portone. E poiché io grido: "Briganti! Dove mi portate i cavalli?", e mi tiro su, "Fuori di qui!", urla il castaldo; "Dai, Cesare! Dai, Bracco!", si sente gridare, e: "Dai, Lupo!"; e mi piomba addosso una muta di una dozzina di cani, e più. Allora io stacco, non so che cosa, un palo doveva essere, dalla staccionata, e tre cani li stendo giù vicino a me, morti stecchiti; ma il dolore per i morsi e i tagli, che fan spavento a vedersi, mi costringe a indietreggiare; e allora fiuu!, sibila un fischio, i cani rientrano, il portone chiude i battenti, mettono il catenaccio: e io cado svenuto sulla strada».

Kohlhaas, pallido in volto, fece ancora, con malizia un po' forzata: «Ma proprio non te la volevi filare, Ersiano?». E poiché lui, paonazzo, fissava per terra, davanti a sé: «Via, confessa», continuò, «non ti piaceva stare nel porcile; pensavi che nella stalla di Pontekohlhaas si sta meglio».

«Tuoni e fulmini!», gridò Ersiano. «Non ho forse lasciato laggiù, nel porcile, le coperte e i finimenti, e un fagotto di biancheria? E non mi sarei messo in tasca i tre fiorini imperiali che avevo nascosto dietro la mangiatoia, nel fazzoletto di seta rossa? Per tutti i diavoli dell'inferno! Quando parlate così, mi viene voglia di riaccendere subito quella miccia che ho gettato via!».

«Su, su!», disse il mercante. «Non intendevo offenderti. Quel che hai detto, guarda, te lo credo parola per parola. E se qualcuno lo mette in dubbio, sono pronto a prenderci sopra l'ostia consacrata. Mi rincresce che, per servirmi, non ti sia andata meglio. Vai, Ersiano, vattene a letto, fatti dare un fiasco di vino, e consolati: ti sarà fatta giustizia!».

E, così dicendo, si alzò, fece un elenco delle cose che il suo soprastante aveva lasciato nel porcile, ne specificò il valore, gli domandò, anche, quanto valutasse le spese per la cura, e lo congedò, dopo avergli teso, ancora una volta, la mano.

Poi raccontò a Lisabetta, sua moglie, per filo e per segno come erano andate le cose, e cosa c'era sotto, e le dichiarò di essere fermamente deciso a ricorrere alla pubblica giustizia; ed ebbe la gioia di vedere che lei lo incoraggiava con tutta l'anima nel suo proponimento. Lei disse, infatti, che molti altri viaggiatori, forse meno pazienti di lui, sarebbero passati per quel castello, che sarebbe stata un'opera benedetta porre un freno a simili disordini, e che ci avrebbe pensato lei a mettere assieme la somma necessaria per affrontare le spese del processo. Kohlhaas la chiamò la sua brava moglie, passò lietamente con lei e con i suoi figli quel giorno e il successivo, e, non appena gli affari gliene diedero modo, si mise in viaggio per Dresda, per portare in giudizio la sua querela.

Qui, con l'aiuto di un giureconsulto che conosceva, stese un ricorso, in cui, dopo una descrizione dettagliata del sopruso commesso dal barone Venceslao di Tronka, contro lui stesso, e contro il suo servo Ersiano, chiedeva che il colpevole fosse punito secondo la legge, che i cavalli fossero riportati nelle condizioni originarie, e che fossero risarciti i danni che sia egli, sia il servo suo, avevano patito da tutto ciò. La causa, infatti, era chiara. La circostanza che i cavalli fossero stati trattenuti in modo illegittimo gettava su tutto il resto una luce decisiva; e, anche se si fosse voluto supporre che i cavalli si fossero ammalati per puro caso, la richiesta del sensale di riaverli indietro in buona salute sarebbe stata comunque giustificata. E, mentre Kohlhaas si guardava intorno nella città di residenza del principe, non gli mancarono amici che gli promisero di sostenere a spada tratta le sue ragioni; il suo commercio di cavalli, assai esteso, la conoscenza e l'onestà con cui lo conduceva gli aveva procurato la benevolenza degli uomini più importanti del paese. Più volte egli sedette allegramente a mensa, in casa del suo avvocato, che era a sua volta una persona in vista; depositò presso di lui una somma per sopperire alle spese processuali, e, trascorse poche settimane, completamente tranquillizzato da lui circa l'esito della causa, se ne tornò a Pontekohlhaas da Lisabetta, sua moglie.

Eppure i mesi passarono, e l'anno volgeva ormai al termine, senza che egli ricevesse dalla Sassonia neppure una dichiarazione sulla querela da lui intentata, per non parlare della sentenza.

Dopo aver inoltrato più volte ripetuti solleciti al tribunale, egli scrisse al suo avvocato una lettera confidenziale, in cui gli chiedeva la causa di un ritardo così eccessivo, e venne a sapere che, per un intervento assai elevato, presso il tribunale di Dresda, la sua querela era stata definitivamente cassata. Quando il mercante riscrisse, sbalordito, domandandone le ragioni, questi gli comunicò che il barone Venceslao di Tronka era parente di due nobiluomini, Enzo e Corrado di Tronka, adibiti al seguito personale del principe, coppiere l'uno, e l'altro addirittura camerlengo. E gli consigliava di mettere da parte ogni sforzo, per quanto era delle vie legali, e cercare solo di tornare in possesso dei suoi cavalli, rimasti nel castello di Tronka; gli faceva capire, infatti, che il barone, che al momento soggiornava nella capitale, sembrava aver dato disposizione alla sua gente di consegnargli i cavalli; e concludeva pregandolo, se non voleva accontentarsi di una simile soluzione, di dispensare almeno lui da ogni ulteriore incarico.

Kohlhaas, in quel periodo, si trovava per l'appunto a Brandeburgo, dove il prefetto Enrico di Geusau, alla cui giurisdizione apparteneva anche Pontekohlhaas, era in quel momento impegnato a organizzare un certo numero di istituti per l'assistenza ai poveri e agli ammalati, grazie a un lascito considerevole che era toccato alla città. E soprattutto si adoperava per adattare ad uso degli infermi una fonte minerale che scaturiva in un villaggio della regione, e dalle cui virtù salutari ci si riprometteva assai più di quanto il futuro poi mantenesse. Poiché Kohlhaas l'aveva conosciuto e frequentato, durante il periodo in cui aveva soggiornato presso la corte, questi permise a Ersiano, il soprastante dei servi, al quale, da quei brutti giorni al castello di Tronka, era rimasto un dolore al petto, ogni volta che traeva il respiro, di sperimentare l'efficacia della piccola fonte medicamentosa, alla quale era stato annesso un recinto coperto. Avvenne che, proprio mentre Kohlhaas riceveva, dalle mani di un messaggero, che sua moglie gli aveva mandato, la lettera scoraggiante del suo avvocato di Dresda, il prefetto fosse presente, per dare alcune disposizioni, presso il bordo della vasca nella quale il mercante aveva fatto adagiare Ersiano. Il prefetto, che, parlando con il medico, aveva notato che Kohlhaas faceva cadere una lacrima sulla lettera che aveva ricevuto e aperto, gli si avvicinò, con fare gentile e premuroso, e gli chiese quale sventura l'avesse colpito. E quando il mercante, senza rispondere gli tese la lettera, quell'uomo dabbene, che era al corrente della rivoltante ingiustizia commessa contro di lui al castello di Tronka, per le cui conseguenze Ersiano appunto soffriva, e avrebbe sofferto forse per tutta la vita, gli batté sulla spalla, e gli disse di non perdersi di coraggio: l'avrebbe aiutato lui a ottenere soddisfazione!

Quella sera, quando il mercante, dietro suo ordine, si recò da lui al castello, questi gli disse di stendere soltanto una supplica all'Elettore del Brandeburgo, con una breve esposizione dell'accaduto, di allegarvi la lettera dell'avvocato, e di invocare la protezione del principe, a causa della violenza che si erano permessi contro di lui in territorio sassone. Egli promise di rimettere la petizione, che avrebbe incluso in un altro plico, già pronto, nelle mani dell'Elettore: il quale da parte sua, senza fallo, se le circostanze lo permettevano, sarebbe intervenuto presso il principe Elettore di Sassonia. Un passo simile sarebbe stato più che sufficiente a fargli ottenere giustizia presso il tribunale di Dresda, a dispetto delle arti del barone e delle sue aderenze. Kohlhaas, vivamente rallegrato, ringraziò di tutto cuore il prefetto per quella nuova dimostrazione della sua benevolenza; aggiunse che gli dispiaceva soltanto di non aver fatto capo sin dal principio a Berlino, per trattare la sua faccenda, senza compiere a Dresda passi di alcun genere; e, dopo aver redatto nella Cancelleria del tribunale cittadino la sua lagnanza, seguendo fedelmente le istruzioni, e averla consegnata al prefetto, fece, più rassicurato che mai sull'esito della sua causa, ritorno a Pontekohlhaas.

Ma già poche settimane dopo, per mezzo di un magistrato che si recava a Potsdam per seguire alcune faccende del prefetto, ebbe il cruccio di sapere che il principe Elettore aveva rimesso la supplica al suo cancelliere, il conte Kallheim, e questi non si era direttamente rivolto alla corte di Dresda, come sembrava opportuno, per l'inchiesta e la punizione del sopruso bensì al barone di Tronka, per avere innanzitutto da lui maggiori informazioni. Il magistrato, che, nella sua carrozza, che aveva fermato davanti all'abitazione di Kohlhaas, sembrava aver avuto l'incarico di fare al mercante quella comunicazione alla sua sbigottita domanda come mai si fosse proceduto a quel modo, non seppe dare una risposta soddisfacente. Aggiunse soltanto che il prefetto gli faceva dire di aver pazienza; sembrava aver molta fretta di proseguire il suo viaggio, e solo al termine del breve colloquio, da alcune parole buttate là, Kohlhaas indovinò che il conte Kallheim era imparentato con la casa dei Tronka.

Kohlhaas, al quale non davano più gioia né l'allevamento dei cavalli, né la casa e la fattoria, e quasi neppure la moglie e i figli, tenne duro, pieno di cupi presentimenti per l'avvenire, fino alla luna successiva; e, proprio come si aspettava, trascorso quel periodo, Ersiano, al quale le cure termali avevano procurato un po' di sollievo, ritornò da Brandeburgo, con una lettera del prefetto, che accompagnava un lungo rescritto. In essa il prefetto si diceva spiacente di non poter far nulla per la sua causa; gli inviava una risoluzione della Cancelleria di Stato, che gli era stata rimessa; e gli consigliava di andare a riprendersi i cavalli che erano rimasti nel castello di Tronka, e per il resto lasciare le cose come stavano.

La risoluzione suonava: «Egli era, secondo il rapporto del tribunale di Dresda, un querelante ozioso; il barone presso il quale egli aveva lasciato i cavalli non li tratteneva in alcun modo; che mandasse qualcuno a riprenderli al castello, o almeno facesse sapere al barone dove avrebbe dovuto mandarglieli; ma in ogni caso risparmiasse alla Cancelleria di Stato simili beghe fastidiose».

Kohlhaas, per cui non era questione di cavalli - avrebbe provato lo stesso dolore se si fosse trattato di due cani - Kohlhass ribollì di furore, quando ricevette la lettera. Ogni volta che nel cortile si faceva udire un rumore, guardava, nell'attesa a se stesso più odiosa che avesse mai agitato il suo petto, verso il viottolo dell'ingresso, se mai comparissero gli uomini del barone, per riportargli, forse addirittura con le sue scuse, i cavalli sfiniti dalla fame e dalla fatica; era la prima volta che la sua anima, così ben temprata alla scuola della vita, si aspettava qualcosa che non corrispondeva completamente ai suoi sentimenti. Ma già poco tempo dopo sentì dire, da un conoscente che era passato per quella strada, che al castello di Tronka i suoi cavalli continuavano come per l'innanzi, come tutti gli altri cavalli del barone, a essere adoperati nel lavoro dei campi; e, attraverso il dolore di scorgere il mondo in tale stato di mostruoso disordine, batté con forza l'intima gioia di vedere ormai l'ordine nel suo cuore.

Invitò a casa sua un balivo, suo vicino, che da tempo accarezzava il progetto di ingrandire i suoi possedimenti, acquistando i terreni confinanti; e, quando questi si fu accomodato, gli domandò quanto sarebbe stato disposto a dargli per le sue proprietà in Sassonia e nel Brandeburgo; tutto compreso, casa e podere, beni mobili e immobili. Lisabetta, sua moglie, sbiancò a queste parole. Si voltò, tirò su il figlio più piccolo che dietro di lei si trastullava per terra, e, sfiorando le guance rosse del fanciullo, che giocava con le sue collane, gettò sul mercante, e su un foglio che questi teneva in mano, degli sguardi nei quali era dipinta la morte. Il balivo gli domandò, osservandolo con stupore, che cosa gli avesse fatto venire di colpo in mente un'idea così strana. Ma egli rispose, con quanta allegria riuscì a imporre a se stesso, che l'idea di vendere la sua masseria sulle rive della Havel non era del tutto nuova. Non avevano forse già più volte condotto trattative sull'argomento? Quanto alla casa nei sobborghi dl Dresda, essa non era, in confronto, che un accessorio, del quale non metteva conto parlare. In breve, se voleva fare la sua volontà, e prendersi l'uno e l'altro terreno, egli era pronto a concludere il relativo contratto. E aggiunse, con un tono scarso piuttosto sforzato, che Pontekohlhaas non era poi il mondo; che potevano esserci degli scopi in confronto ai quali dirigere, da buon padre di famiglia, l'azienda domestica era cosa secondaria e poco onorevole; che, in breve, l'anima sua, doveva dirgli, era tesa a cose grandi, delle quali, forse, avrebbe presto sentito parlare.

Tranquillizzato da queste parole, il balivo disse allegramente, rivolto alla donna, che baciava e ribaciava il bambino: «Non pretenderà mica il pagamento seduta stante?», posò sulla tavola cappello e bastone, che teneva fra le ginocchia, e prese il foglio che il mercante aveva in mano, per leggerlo tutto. Kohlhaas, facendosi più vicino, gli spiegò che si trattava di un ipotetico contratto di acquisto, a nome suo, con una scadenza di quattro settimane; gli mostrò che non vi mancava nulla, se non le firme, e l'indicazione delle somme vale a dire il prezzo d'acquisto da un lato, e dall'altro la penale, cioé la somma che egli si impegnava a pagare se, entro le quattro settimane, si fosse tirato indietro; e lo invitò ancora una volta, allegramente, a fare un'offerta, assicurando che le sue pretese erano modeste, e non avrebbe fatto difficoltà. La donna andava avanti e indietro per la stanza; il petto le ansava, tanto che il fazzoletto, che il bambino aveva tirato per gioco, stava per caderle del tutto dalla spalla. Il balivo disse di non essere in alcun modo in grado di giudicare il valore della proprietà di Dresda; al che Kohlhaas rispose, porgendogli alcune lettere che erano state scambiate al tempo dell'acquisto, che la valutava cento fiorini d'oro; benché da quelle carte risultasse che gli era costata quasi la metà in più. Il balivo rilesse ancora una volta il contratto di acquisto; e vedendo che, stranamente includeva anche da parte sua la facoltà di recedere, disse, già a metà deciso, che però non sapeva che farsene degli stalloni che si trovavano nelle sue stalle, ma poiché Kohlhaas replicò che non intendeva affatto disfarsene, e voleva anche tenere per sé alcune armi, che erano appese nell'armeria, questi allora esitò, esitò ancora, e alla fine ripeté un'offerta che gli aveva già fatto, mezzo per scherzo, mezzo sul serio, poco tempo prima, durante una passeggiata, e che era irrisoria, rispetto al valore dei possedimenti.

Kohlhaas spinse verso di lui la penna e l'inchiostro, perché scrivesse; e quando il balivo, non credendo ai suoi occhi, gli domandò ancora una volta se faceva sul serio, e il mercante gli ebbe risposto, un po' risentito, se credeva forse che si stesse prendendo gioco di lui, questi prese bensì in mano la penna, con espressione pensierosa, e cominciò a scrivere; ma cancellò il punto in cui si parlava della penale che il venditore avrebbe pagato, se si fosse pentito, si impegnò a versare, a titolo di prestito, cento fiorini d'oro, garantiti da un'ipoteca sul possedimento di Dresda che, con quella somma, egli non intendeva affatto comprare, e lasciò al mercante piena libertà, per due mesi, di recedere dal negozio. Il mercante, toccato da questo modo di agire, gli strinse calorosamente la mano; e, dopo che si furono accordati sul punto, che era una delle condizioni principali, che un quarto del prezzo di acquisto sarebbe stato pagato subito in contanti, e il resto, entro tre mesi, presso la banca di Amburgo egli gridò che si portasse del vino, per festeggiare un negozio così felicemente concluso. Disse a una ragazza, che era entrata con le bottiglie, che Sternbald, il garzone, gli sellasse il sauro, spiegando che doveva recarsi alla capitale, dove aveva da fare, e lasciò capire che in breve tempo, quando fosse tornato, avrebbe parlato a cuore aperto di ciò che, per il momento, doveva tenere per sé. Poi, riempiendo i bicchieri, domandò dei Polacchi e dei Turchi, che per l'appunto allora erano in lotta, trascinò il balivo in una serie di congetture politiche sulla questione, brindò ancora una volta, alla fine, alla felice conclusione del loro affare, e lo congedò.

Quando il balivo ebbe lasciato la stanza, Lisabetta gli cadde in ginocchio davanti. «Se hai ancora nel cuore», gridò, «me, e i bambini che ti ho partorito, se non ne siamo già stati banditi ormai, per una qualche ragione, che io non so: dimmi che cosa significano questi orribili preparativi!».

«Moglie carissima», disse Kohlhaas, «nulla che, finché le cose stanno così, ti debba impensierire. Ho ricevuto una risoluzione, in cui mi si dice che la mia querela contro il barone Venceslao di Tronka è una bega oziosa. E poiché deve trattarsi di un malinteso, ho deciso di presentare ancora una volta la mia querela, personalmente al principe Elettore».

«E perché vuoi vendere la casa?», gridò lei, alzandosi, con il viso sconvolto.

Il mercante la strinse teneramente al petto, e rispose: «Perché in un paese, mia carissima Lisabetta, in cui non mi vogliono proteggere nei miei diritti, io non voglio restare. Meglio essere un cane, se devo essere preso a calci, che un uomo! Sono sicuro che in questo mia moglie la pensa come me».

«Chi ti dice» chiese lei con violenza, «che non ti proteggeranno nei tuoi diritti? Se ti presenti al sovrano umilmente, come ti si addice, con la tua supplica, chi ti dice che sarà messa da parte, o che ti risponderanno rifiutandosi di ascoltarti?».

«Ebbene», rispose Kohlhaas, «se in questo il mio timore è infondato, neppure la mia casa, per adesso, è venduta. Il sovrano, lo so, è giusto; e se soltanto riesco, attraverso tutti coloro che lo circondano, a giungere fino alla sua persona, non dubito di ottenere giustizia, e di tornare lietamente, ancor prima che sia finita la settimana, a te e alle mie vecchie occupazioni. E che da allora in poi io possa», aggiunse, baciandola, «restare sempre con te, fino alla fine dei miei giorni! Ma è consigliabile», continuò, «che io mi tenga pronto a ogni eventualità; per questo desideravo che tu, per qualche tempo, se è possibile, ti allontanassi, e andassi con i bambini a Schwerin, da tua zia, alla quale del resto già da un pezzo volevi far visita».

«Come», gridò la donna, «devo andare a Schwerin? Passare il confine con i bambini, e andare a Schwerin da mia zia?». E l'orrore le soffocò la voce.

«Proprio così», rispose Kohlhaas, «e subito, se è possibile, affinché, nei passi che intendo fare per la mia causa, io non sia disturbato da alcun riguardo».

«Oh, ti capisco!», gridò lei. «Adesso non hai più bisogno di nulla, se non di armi e di cavalli; tutto il resto, se lo prenda chi vuole!». E con queste parole si girò, si buttò su una seggiola e pianse.

«Elisabetta carissima», disse Kohlhaas, turbato, «che fai? Dio mi ha benedetto, dandomi una moglie, dei figli e dei beni; devo oggi, per la prima volta, desiderare che non fosse così?...». E si sedette affettuosamente accanto a lei, che, a quelle parole, gli aveva gettato le braccia al collo, arrossendo. «Dimmi tu», disse, scostandola i riccioli dalla fronte, «che devo fare? Devo tirarmi indietro? Devo andare a Castel Tronka, e pregare il cavaliere che mi restituisca i cavalli, saltarci su, e portarteli qui?».

Elisabetta non osò dire «Sì! Sì! Sì!»...scosse il capo piangendo, si strinse forte a lui, e gli coprì il petto di baci ardenti. «E dunque», gridò Kohlhaas, «se tu senti che, perché io possa continuare la mia attività, mi deve essere resa giustizia, concedimi anche la libertà che mi è necessaria per procurarmela!». E dicendo queste parole si alzò, e disse al garzone, che veniva ad irritarla che il sauro era sellato, che l'indomani dovevano essere attaccati i bai, per condurre sua moglie a Schwerin.

Elisabetta disse che le era venuta un'idea! Si alzò in piedi, si asciugò gli occhi pieni di lacrime, e chiese al manto, che si era seduto a uno scrittoio, se voleva dare a lei la supplica, e lasciare andar lei, in sua vece, a Berlino, a porgela al principe. Kohlhaas, commosso, per più di una ragione, dalla proposta inattesa, se l'attirò sulle ginocchia, e disse: «Moglie carissima, non è possibile! Il principe ha molta gente intorno; chi gli si avvicina si espone a numerose situazioni spiacevoli». Elisabetta obbiettò che c'erano mille circostanze in cui per una donna sarebbe stato più facile avvicinarsi a lui, che non per un uomo. «Dammi la supplica», ripeté; «e se non vuoi altro, se non essere sicuro che finisca nelle sue mani, ti do la mia parola: la riceverà!».

Kohlhaas, che del suo coraggio, come della sua prudenza aveva avuto più d'una prova, le domandò come pensasse di condursi; e lei, guardando davanti a sé, con gli occhi bassi per la vergogna, rispose che il castaldo del palazzo del principe Elettore, tempo addietro, quando era in servizio a Schwerin, aveva chiesto la sua mano, adesso era ormai sposato, e aveva numerosi figli; ma non l'aveva ancora del tutto dimenticata insomma, lasciasse a lei di trarre partito da questa circostanza, e da alcune altre che sarebbe stato troppo lungo descrivere.

Kohlhaas la baciò con grande gioia, disse che accettava la sua proposta, le spiegò che non occorreva altro che procurarsi alloggio presso la moglie del castaldo, per potersi avvicinare al principe nel suo stesso palazzo, le diede la supplica, fece aggiogare i bai, e la lasciò partire, bene equipaggiata, con Sternbald, il suo servo fedele.

Quel viaggio fu però, di tutti i passi infruttuosi che aveva fatto per la sua causa, il più infelice. Dopo pochi giorni, infatti, Sternbald rientrava già nel cortile, guidando, al passo, la carrozza, nella quale era adagiata la donna, con una pericolosa contusione al petto. Kohlhaas, che, pallido, si avvicinò alla vettura, non riuscì a ottenere una spiegazione coerente di ciò che aveva causato la disgrazia. Il castaldo, a quanto disse il servo, non era in casa; e dunque erano stati costretti a scendere in una locanda che si trovava nelle vicinanze del palazzo, il mattino seguente Lisabetta aveva lasciato la locanda, ordinando al servo di restare presso i cavalli, ed era tornata soltanto a sera, in quello stato. Sembrava che si fosse spinta con troppa foga verso la persona del sovrano, e, senza colpa di lui, soltanto per lo zelo brutale di una delle guardie che lo circondavano, avesse ricevuto sul petto un colpo, con l'asta di una lancia. Almeno, così riferirono le persone che, verso sera, la riportarono, priva di sensi, nella locanda; perché lei stessa, impedita dagli sbocchi di sangue, poco poteva parlare. La supplica le era stata poi ritirata da un cavaliere. Sternbald disse che egli avrebbe voluto saltare subito su un cavallo e portargli la notizia del disgraziato incidente; ma lei, malgrado le rimostranze del chirurgo che era stato chiamato, aveva insistito per essere ricondotta, senza farsi precedere dalla notizia, da suo marito a Pontekohlhaas.

Kohlhaas la portò, ridotta in fin di vita dal viaggio, su un letto, dove, tra sforzi dolorosi per respirare, visse ancora qualche giorno. Si cercò inutilmente di farla tornare in sé, per trarre qualche conclusione su quanto era accaduto; ma lei restava distesa, con gli occhi fissi, e già spenti, e non rispondeva. Solo poco prima di morire riprese i sensi, ancora una volta. Infatti, mentre un sacerdote di religione luterana (fede che stava allora prendendo piede, e alla quale, seguendo l'esempio del marito, si era convertita), in piedi accanto al suo letto, le leggeva, con voce alta, commossa e solenne, un capitolo della Bibbia, lei lo guardò, a un tratto, con espressione cupa, gli prese, come se in quel punto non ci fosse nulla da leggerle, la Bibbia di mano, la sfogliò a lungo, come se vi cercasse qualcosa, e a Kohlhaas, che stava seduto accanto al suo letto, mostrò con l'indice il versetto: «Perdona ai tuoi nemici, e fai del bene anche a coloro che ti odiano». Gli strinse allora la mano, guardandolo con tutta l'anima, e morì. «Così non mi perdoni mai Iddio, come io perdonerò al barone!», pensò Kohlhaas, la baciò, mentre gli scorrevano abbondanti le lacrime, le chiuse gli occhi, e lasciò la stanza.

Prese i cento fiorini d'oro che il balivo gli aveva già versato per le stalle di Dresda, e diede disposizioni per un funerale che non sembrava destinato a lei, ma a una principessa: una bara di quercia con pesanti ornamenti metallici, cuscini di seta con nappe d'oro e d'argento, e una fossa profonda otto braccia, rivestita di pietre e di calce. Egli stesso, con il figlio più piccolo in braccio, restò in piedi accanto alla cripta, a sorvegliare il lavoro. Venuto il giorno del funerale, la salma, bianca come la neve, fu esposta in una sala che egli aveva fatto tappezzare di drappi neri. Il sacerdote aveva appena terminato una commovente orazione accanto alla bara, quando gli fu consegnata la risoluzione sovrana, in risposta alla supplica che era stata consegnata dalla defunta: doveva andare a prendere i cavalli al castello di Tronka, e, sotto pena di essere messo in prigione, non presentare ulteriori ricorsi sull'argomento. Kohlhaas mise in tasca la lettera, e ordinò di mettere la bara sul carro. Non appena fu alzato il tumulo, piantata in cima la croce, e congedati gli ospiti che avevano accompagnato la salma, egli si gettò ancora una volta sul letto di lei, ora deserto, e subito si accinse al negozio della vendetta.

Si sedette, e stese un'ordinanza, nella quale condannava, in virtù del suo innato potere, il barone Venceslao di Tronka a ricondurre a Pontekohlhaas, entrò tre giorni dal ricevimento, i morelli che gli aveva sottratto, e sfiancato nel lavoro dei campi, e a ingrassarsi di persona nelle sue stalle. Gli inviò l'intimazione con un messo a cavallo, al quale diede istruzioni, non appena consegnato il documento, di tornare di gran carriera a Pontekohlhaas. Poiché i tre giorni trascorsero senza che fossero consegnati i cavalli, mandò a chiamare Ersiano; gli confidò che cosa aveva intimato al barone, a proposito dell'ingrasso degli animali, e gli domandò due cose: era disposto a recarsi con lui a cavallo a Castel Tronka, a prendere il barone, e poi, quando l'avessero condotto là, se si fosse dimostrato pigro nell'adempiere all'ordinanza, nelle stalle di Pontekohlhaas, ad adoperare la frusta? E poiché Ersiano, non appena l'ebbe compreso, «Padrone, oggi stesso!», gridò esultante, e, gettando in aria il berretto, l'assicurò che si sarebbe fatto intrecciare uno staffile a dieci nodi, per insegnargli a strigliare! Kohlhaas vendette la casa, spedì i bambini, ben sistemati in una carrozza, oltre confine, radunò, sul far della notte, anche gli altri servi, sette di numero, ognuno dei quali gli era fedele come oro schietto, li armò, li fece salire a cavallo, e si mosse verso il castello di Tronka.

E già al calare della terza notte irrompeva, con questo piccolo drappello, travolgendo il gabelliere e il portiere, che stavano discorrendo sotto il portone, nel castello; e, mentre di colpo tutte le baracche, all'interno del muro di cinta, s'incendiavano e crepitavano, infiammate dalle torce che vi erano state gettate, ed Ersiano, su per la scala a chiocciola, correva nella torre di guardia, e si avventava, con fendenti di taglio e di punta, contro il castaldo e l'amministratore, che, mezzo svestiti, sedevano al gioco, Kohlhaas si preapitava nel castello alla ricerca del barone Venceslao. Così cala dal cielo l'Angelo del Giudizio; e il barone, che per l'appunto, fra grandi risate, stava leggendo alla brigata di giovani amici che era con lui l'ordinanza che il mercante di cavalli gli aveva fatto recapitare, non appena ne ebbe udita la voce, nella corte del castello, fattosi, d'un tratto, bianco come un cadavere: «Fratelli, salvatevi!», urlò a quei signori, e sparì. Kohlhaas, che, entrando nella sala, aveva afferrato per il collo un barone Giovanni di Tronka, che gli veniva contro, e l'aveva scaraventato nell'angolo, così da farne schizzare sulle pietre il cervello, mentre i servi sopraffacevano e disperdevano gli altri cavalieri, che avevano messo mano alle armi, chiese dove fosse il barone Venceslao di Tronka. E, poiché quegli uomini, storditi, non lo sapevano, dopo aver sfondato con un calcio le porte di due stanze che davano nelle ali del castello, e percorso in tutte le direzioni il vasto edificio, senza trovare nessuno, scese imprecando nel cortile, per far presidiare le uscite.

Nel frattempo, raggiunto dal fuoco delle baracche, anche il castello era ormai in fiamme, con tutti gli edifici attigui, sprigionando contro il cielo un fumo spesso, e, mentre Sternbald, con tre servi indaffarati, portava giù tutto ciò che non era intrasportabile o attaccato ai muri, e lo ammassava in mezzo ai cavalli, come buon bottino, dalle finestre spalancate della torre di guardia volavano giù, con giubilo di Ersiano, i cadaveri del castaldo e del fattore, con mogli e figli. Kohlhaas, al quale, mentre scendeva la scala del castello, si era gettata ai piedi la vecchia economa, tormentata dalla gotta, che aveva il governo della casa, le chiese, fermandosi sul gradino, dove fosse il barone Venceslao di Tronka; e poiché ella, con voce debole e tremante, gli disse in risposta che credeva che fosse fuggito nella cappella, chiamò due servi con le torce, fece scardinare, in mancanza di chiavi, l'ingresso con leve di ferro e con le asce, rovesciò le panche e gli altari, ma, con suo rabbioso dolore, non trovò il barone.

Avvenne che un giovane garzone, che apparteneva alla servitù del castello, nel momento in cui Kohlhaas ritornava dalla cappella, accorresse per tirar fuori da una grande stalla in pietra, minacciata dalle fiamme, gli stalloni da battaglia del barone. Kohlhaas, che proprio in quel momento, in una piccola rimessa coperta di paglia, scorse i suoi due morelli, chiese al servo perché non mettesse in salvo i morelli; e poiché questi, infilando la chiave nella porta della grande stalla, rispose che ormai la rimessa era in fiamme, Kohlhaas gettò la chiave, dopo averla strappata con violenza dalla porta della stalla, al di là del muro, spinse, con una grandinata di piattonate, il servo fin dentro la baracca in fiamme, e lo costrinse, tra le orribili risate degli astanti, a salvare i morelli. Tuttavia, quando il garzone pallido di terrore, pochi istanti prima che la rimessa crollasse dietro di lui, ne uscì con i cavalli alla cavezza non trovò più Kohlhaas; e quando raggiunse i servi sul piazzale del castello, e chiese al mercante, che più volte gli voltò le spalle, che cosa dovesse fare, adesso, con quelle bestie, questi d'un tratto levò il piede, con una mossa così terribile, che, se il calcio l'avesse raggiunto, sarebbe stata la sua morte, montò, senza rispondergli, il suo baio, si piantò sotto il portone del castello, e attese, mentre i servi continuavano ad affaccendarsi, in silenzio, il giorno.

Quando spuntò il mattino, tutto il castello, fuorché le mura, era in cenere, e non vi si trovava più nessuno, se non Kohlhaas e i suoi sette servi. Egli scese da cavallo, e setacciò ancora una volta, alla chiara luce del sole, che ora ne illuminava ogni angolo, l'intero luogo, e poiché, per quanto difficile gli fosse ammetterlo, dovette convincersi che l'impresa contro il castello era fallita, inviò, con il cuore oppresso dalla pena e dal dolore Ersiano e alcuni servi a cercare informazioni sulla direzione che il barone aveva preso nella sua fuga. Soprattutto l'impensieriva un ricco educandato per fanciulle nobili, chiamato Erlabrunn, che sorgeva sulle rive della Molda, e la cui badessa, Antonia di Tronka, era conosciuta nella regione come una donna pia, benefica e santa; poiché all'infelice Kohlhaas sembrava anche troppo probabile che il barone, privo com'era di tutto il necessario, si fosse rifugiato in quell'istituto, dal momento che la badessa era sua zia carnale, e l'aveva allevato nella prima infanzia. Kohlhaas, dopo essersi ragguagliato su questa circostanza, salì alla torre del corpo di guardia, che all'interno offriva ancora una stanza abitabile, e redasse quello che egli chiamo «Bando Kohlhaasiano», in cui intimava al paese di non prestare alcun aiuto al barone Venceslao di Tronka, contro il quale egli era sceso in giusta guerra, e anzi faceva obbligo a ogni abitante, non esclusi i suoi parenti e amici, sotto pena di morte, e dell'immancabile incenerimento di tutto ciò che si potesse chiamare proprietà, di consegnarlo nelle sue mani.

Egli diffuse quella dichiarazione nella contrada, per mezzo di viaggiatori e forestieri, e ne dette anche una copia al suo servo Waldmann, con il preciso incarico di consegnarlo a Erlabrunn, nelle mani di donna Antonia. Subito dopo, trattò con alcuni servi del castello di Tronka, che erano scontenti del barone, e, attratti dalla speranza di bottino, desideravano entrare al suo servizio; li armò, alla maniera dei fanti, di daga e balestra, e li instruì a tenersi in groppa dietro gli uomini a cavallo; poi, quando ebbe venduto tutto cio che la sua gente aveva predato, e distribuito fra loro il ricavato, riposò alcune ore, sotto il portone del castello, dai suoi tristi negozi.

Verso mezzogiorno arrivò Ersiano, e gli confermò ciò che il suo cuore, sempre incline ai più cupi presentimenti, gli aveva già detto: che per l'appunto il barone si trovava a Erlabrunn, nell'educandato, presso l'anziana donna Antonia di Tronka, sua zia. Si era salvato, a quanto pareva, per una postierla che, nel muro posteriore del castello, dava sul vuoto, e per una stretta scala di pietra che, coperta da un piccolo tetto, scendeva fino ad alcune barche sull'Elba. Erziano, quanto meno, riferiva che, in un villaggio lungo l'Elba, con gran stupore della gente, che si era radunata a causa dell'incendio di Castel Tronka, egli era giunto, verso la mezzanotte, in un canotto senza timone e senza remi, ed era proseguito poi per Erlabrunn in un carro di contadini.

Kohlhaas, a quella notizia, mandò un profondo sospiro, domandò se i cavalli avevano mangiato, e poiché gli fu risposto di sì, fece montare il drappello, e in tre ore era già davanti a Erlabrunn. Stava proprio entrando con la sua schiera, al brontolio di un lontano temporale all'orizzonte, con le fiaccole, che aveva fatto accendere alle porte, nel cortile del convento, e Waldmann, il suo servo, gli veniva incontro, a comunicargli che il bando era stato consegnato a dovere, quando vide la badessa e il castaldo, in colloquio concitato, farsi avanti sotto il portale del monastero; e, mentre questi, il castaldo, un uomo piccolo anziano, candido come la neve, lanciando a Kohlhaas degli sguardi torvi, si faceva allacciare la corazza, e ai servi che lo circondavano gridava, con voce ardita, di suonare a martello, lei, la superiora del monastero, con un crocifisso d'argento in mano, scese, pallida come un lenzuolo di lino, la scalinata, e si gettò con tutte le sue donzelle in ginocchio davanti al cavallo di Kohlhaas.

Kohlhaas, mentre Ersiano e Sternbald riducevano all'impotenza il castaldo, che non aveva in pugno la spada, e lo conducevano prigioniero tra i cavalli, le domandò dove fosse il barone Venceslao di Tronka; e poiché lei, sciogliendosi dalla cintura un grande anello di chiavi, rispondeva: «A Vittemberga Kohlhaas, uomo dabbene»; e aggiungeva, con voce tremante: «Abbi timor di Dio, non commettere ingiustizie!», Kohlhaas voltò, ricacciato nell'inferno della vendetta inappagata, il cavallo, e stava per gridare: «Appiccate il fuoco!», quando un fulmine spaventevole cadde al suolo proprio accanto a lui. Kohlhaas, voltando di nuovo il cavallo verso di lei, le chiese se avesse ricevuto il suo bando: e poiché la nobildonna, con voce flebile quasi impercettibile, rispose: «Proprio ora!», «Quando?», «Due ore fa, così mi aiuti Iddio, dopo che il barone, mio nipote, era ormai partito!», e Waldmann, il suo servo, al quale Kohlhaas si era rivolto con sguardo bieco, confermò, balbettando, questa circostanza, perché, disse, le acque della Molda, gonfiate dalla pioggia, gli avevano impedito di giungere se non pochissimo tempo innanzi, allora Kohlhaas riprese il dominio di sé; d'un tratto un tremendo rovescio di pioggia, che spazzò il selciato della corte, spegnendo le fiaccole, sciolse il dolore nel suo petto infelice; voltò, sollevando di poco il cappello davanti alla nobildonna, il suo cavallo, gli diede, con le parole: «Seguitemi, fratelli! Il barone è a Vittemberga!», di sprone, e lasciò la badia.

Egli entrò, al calar della notte, in una locanda sulla strada maestra, nella quale dovette, per la grande stanchezza dei cavalli, riposare un giorno, e, rendendosi conto che con un drappello di dieci uomini (tanti ne aveva in quel momento) non poteva sfidare una località come Vittemberga, redasse un nuovo bando, nel quale, dopo un breve racconto di ciò che gli era toccato nel paese, invitava «ogni buon cristiano», così si espresse, «con la promessa di una paga, e di altri vantaggi di guerra, ad abbracciare la sua causa contro il barone di Tronka, nemico comune di tutti i cristiani». In un altro bando, che apparve poco dopo, egli si definiva «libero signore, non soggetto ne al mondo né all'Impero, ma soltanto a Dio»; una millanteria insana e di cattiva lega, che tuttavia, al suono del suo denaro e alla prospettiva del bottino, gli procurò un gran concorso di gente, fra la marmaglia che la pace con la Polonia aveva lasciato senza pane: così che egli contava trenta uomini e più, quando ripassò sulla riva destra dell'Elba, per ridurre in cenere Vittemberga.

Egli si accampò, con i cavalli e i fanti, al riparo di una vecchia fornace diroccata, nella solitudine e nell'oscurità del bosco che a quel tempo circondava la località, e, non appena ebbe saputo da Srernbald, che aveva inviato travestito in città, con il suo bando, che esso vi era già noto, subito si mosse con il suo drappello, la santa vigilia della Pentecoste, e, mentre gli abitanti erano immersi in un sonno profondo, appiccò l'incendio alla città, in più punti contemporaneamente. Poi, mentre la sua truppa metteva a sacco i sobborghi, attaccò al pilastro di una chiesa un foglio di questo tenore: «Egli, Kohlhaas, aveva dato fuoco alla città: e, se non gli fosse stato consegnato il barone, l'avrebbe così ridotta in cenere, che», in tal modo si espresse, «non avrebbe avuto bisogno di guardare dietro a nessun muro per trovarlo». L'orrore degli abitanti per l'inaudito misfatto fu indescrivibile; e non appena le fiamme, che in quella notte d'estate, per buona sorte non molto ventosa, non avevano raso al suolo più di diciannove case, fra le quali, tuttavia, c'era una chiesa, furono, verso lo spuntar del giorno, almeno in parte domate, il vecchio prefetto, Ottone di Gorgas, inviò sui due piedi una piccola compagnia di cinquanta uomini, per spazzar via l'orribile flagello.

Ma il capitano che la guidava, di nome Gerstenberg, si condusse così malamente nell'impresa, che la spedizione, invece di sconfiggere Kohlhaas, gli conferì una pericolosissima gloria militare; poiché, quando l'uomo d'armi divise le sue forze in plotoni, per circondari, così pensava, e quindi sopraffarli, fu invece da Kohlhaas, che aveva tenuto compatto il suo drappello, attaccato nei diversi punti, e battuto: in modo tale che, già alla sera del giorno successivo, neppure uno degli uomini della truppa in cui erano riposte le speranze del paese restava più in campo contro di lui. Kohlhaas, che in quei combattimenti aveva subìto alcune perdite, il mattino del giorno seguente appiccò di nuovo l'incendio alla città, e le sue crudeli istruzioni furono così efficaci, che questa volta un gran numero di case e quasi tutti i fienili dei sobborghi furono ridotti in cenere. Nel frattempo egli affisse di nuovo, questa volta agli angoli dello stesso Municipio, il bando già noto, aggiungendovi le nuove sulla sorte del capitano Gerstenberg, inviato contro di lui dal prefetto, e da lui sbaragliato. Il prefetto, al colmo dell'indignazione davanti a tanta arroganza, si pose egli stesso, con molti cavalieri, alla testa di uno squadrone di centocinquanta uomini. Diede al barone Venceslao di Tronka, che l'aveva sollecitata per iscritto, una scorta che lo proteggesse dalle violenze del popolo, il quale pretendeva che egli fosse allontanato senza indugio dalla città, e, dopo aver inviato dei presidi in tutti i villaggi dei dintorni, e guarnito di sentinelle anche le mura di cinta della città, per difenderle da un colpo di mano, uscì in persona dalle porte, il giorno di san Gervasio, per catturare il drago che devastava il paese.

Lo squadrone il mercante di cavalli fu tanto accorto da evitarlo; e, dopo aver attirato il prefetto, con abili marce, a cinque miglia dalla città, e averlo indotto, con una serie di stratagemmi, nell'opinione fallace che egli, incalzato da forze troppo superiori, fosse per cercare scampo nel Brandeburgo, fece bruscamente dietro front, al calare della terza notte, ritorno di gran carriera a Vittemberga, e per la terza volta diede alle fiamme la città. Erziano era sgattaiolato in citta travestito, e aveva realizzato l'orribile colpo maestro; e un vento teso di tramontana rese l'avvampare dell'incendio così funesto e divorante che, in meno di tre ore, quarantadue case, due chiese, numerosi conventi e scuole e l'edificio stesso della prefettura furono ridotti in cenere e macerie. Il prefetto, che, allo spuntar del giorno, credeva il suo avversario in territorio brandeburghese, quando, informato di ciò che era accaduto, ebbe fatto, a marce forzate ritorno, trovò la città intera in rivolta; il popolo era accampato, a migliaia, davanti alla casa, barricata con pali e tronchi, del barone, e chiedeva, con urla furibonde, che fosse condotto via dalla città. Due borgomastri, di nome Genziano e Ottone, che si erano recati sul posto con le divise e le insegne, alla testa di tutta la magistratura cittadina, spiegarono invano che bisognava in ogni caso attendere il ritorno di un messo inviato d'urgenza al presidente della Cancelleria di Stato, per chiedere l'autorizzazione a condurre il barone a Dresda, dove egli stesso desiderava, per più di una ragione, recarsi; la torma irragionevole, armata di spiedi e di spranghe, non se ne dava per inteso, e già stava malmenando alcuni consiglieri, che proponevano di impiegare le maniere forti, e si accingeva a dare l'assalto alla casa in cui si trovava il barone, e raderla al suolo, quando il prefetto, Ottone di Gorgas, alla testa del suo squadrone di cavalieri, apparve in città.

A quell'uomo dabbene, che era avvezzo a istillare nel popolo, con la sua sola presenza, obbedienza e rispetto, era riuscito, quasi a compenso per l'impresa fallita dalla quale ritornava, di catturare, a poca distanza dalle porte della città, tre fanti sbandati della masnada dell'incendiario; e poiché egli, mentre quei ribaldi venivano, al cospetto del popolo, incatenati, assicurò i magistrati, con un avveduto discorso, che in breve tempo contava di condurre in città in catene lo stesso Kohlhaas, del quale era già sulle tracce, riuscì, grazie a queste circostanze rassicuranti, a disarmare l'angoscia del popolo radunato, e a calmarlo un poco, riguardo alla presenza del barone fino al ritorno del messaggero da Dresda. Egli smontò, accompagnato da alcuni cavalieri, da cavallo, e si recò, fatta rimuovere la barricata, nella casa, dove trovò il barone, che passava da uno svenimento all'altro, nelle mani di due medici, che cercavano di richiamarlo in vita con essenze e stimolanti; e poiché Ottone di Gorgas si rendeva ben conto che non era quello il momento di scambiar parole con lui su tutto ciò che era successo per causa sua, gli disse soltanto, con uno sguardo di muto disprezzo, che per favore si vestisse, e, per la sua stessa sicurezza, lo seguisse nelle stanze della prigione dei nobili. Quando ebbero fatto indossare al barone un panciotto, e gli ebbero messo un elmo in testa, ed egli, ancora a metà sbottonato, perché gli mancava il respiro, apparve, al braccio del prefetto e del conte di Gerschau, suo cognato, sulla strada, salirono fino al cielo maledizioni e bestemmie orribili contro di lui. Il popolo, trattenuto a fatica dalla truppa, lo chiamava sanguisuga, infame, aguzzino, flagello del paese, maledizione della città di Vittemberga e rovina della Sassonia; dopo un pietoso tragitto per la città ridotta in macerie, durante il quale egli più volte, senza avvedersene, perse l'elmo, che un cavaliere gli rimetteva in capo da dietro, si raggiunse finalmente la prigione, dove egli sparì in una torre, sotto la protezione di una buona scorta.

Intanto il ritorno del messaggero con la decisione del principe Elettore destava in città nuove preoccupazioni. Infatti il governo dello Stato, al quale la cittadinanza di Dresda si era immediatamente rivolta con una supplica, non voleva saperne di un soggiorno del barone nella capitale, prima che l'incendiario fosse ridotto all'impotenza; e anzi faceva obbligo al prefetto di difenderlo, ovunque fosse, poiché in qualche luogo doveva pur stare, con le forze che aveva sotto il suo comando; ma annunciava al contempo alla buona città di Vittemberga, per sua tranquillatà, che un battaglione di cinquecento uomini, al comando del principe Federico di Meissen, era già in marcia, per difenderla da ulteriori molestie. Il prefetto, che ben vedeva come una decisione simile non potesse in alcun modo rassicurare la popolazione, poiché non soltanto numerose piccole scaramucce, che il mercante di cavalli aveva combattuto con successo, in diversi punti, davanti alla città, avevano diffuso le voci più incresciose su un aumento delle sue forze, ma, per di più, la guerra che egli conduceva, con pece, paglia e zolfo, nell'oscurità della notte, per mezzo di gentaglia travestita, avrebbe potuto rendere inefficace, inaudita e senza esempio com'era, una difesa anche maggiore di quella con la quale il principe di Meissen si stava avvicinando: il prefetto, dunque, dopo breve riflessione, decise di tenere del tutto nascosta l'ordinanza che aveva ricevuto. Fece soltanto affiggere, agli angoli della città, una lettera nella quale il principe di Meissen gli annunciava il suo arrivo; una carrozza chiusa, che uscì sul far del giorno dal cortile del carcere dei nobili, prese, scortata da quattro cavalieri pesantemente armati, la strada di Lipsia, mentre i cavalieri della scorta facevano capire, con vaghi accenni, che si dirigevano verso il castello sulla Pleisse; e, dopo aver così tranquillizzato il popolo a proposito dell'infausto barone, la cui presenza significava ferro e fuoco, si mosse egli stesso, con una schiera di trecento uomini, per unirsi al principe Federico di Meissen.

Nel frattempo Kohlhaas, grazie alla singolare posizione che aveva assunto nel mondo, era salito, in effetti, alla forza di cento e nove uomini; e, dopo aver anche scoperto, a Jessen, un deposito di armi, e averne munito di tutto punto le sue schiere, prese, informato della doppia tempesta che si stava addensando, la decisione di andare incontro a entrambe con la rapidità del vento, prima che si scatenassero sul suo capo. E infatti il giorno successivo attaccava già il principe di Meissen, in un assalto notturno, nei pressi di Mühlberg; in quel combattimento perse bensì, con suo grande dolore, Ersiano, che sin dai primi colpi cadde morto al suo fianco: ma, esasperato da quella perdita, in tre ore di battaglia ridusse il principe, incapace di riordinarsi nella borgata, così a mal partito, che, allo spuntar del giorno, a causa di molte gravi ferite e del completo disordine della sua truppa, fu costretto a ritirarsi in direzione di Dresda. Reso temerario da questo successo, Kohlhaas si volse, prima che potesse essere informato dell'accaduto, contro il prefetto, lo assalì, presso il villaggio di Damerow, in campo aperto, in pieno mezzogiorno, e si batté con lui, con perdite bensì sanguinose, ma con uguale successo, fino al calar della notte. E certo il mattino seguente, con il resto della sua schiera, egli avrebbe senza fallo nuovamente attaccato il prefetto, che si era ritirato nel camposanto di Damerow, se questi, per mezzo di esploratori, non fosse stato informato della disfatta subita dal principe presso Mühlberg, e non avesse perciò ritenuto più prudente ritornare, a sua volta, a Vittemberga, in attesa di tempi migliori.

Cinque giorni dopo aver disfatto questi due contingenti, Kohlhaas era davanti a Lipsia, e da tre lati appiccava il fuoco alla città. - Nel bando che diffuse in quella occasione egli si definiva «luogotenente dell'Arcangelo Michele, venuto a punire col ferro e col fuoco, su tutti coloro che nella contesa prendessero le parti del barone, la malizia in cui era caduto il mondo intero». Dal castello di Lützen, di cui s'era impadronito di sorpresa, e in cui si era insediato, egli chiamava il popolo a unirsi a lui, per dare alle cose un migliore ordinamento, e il bando era sottoscritto, con gesto quasi folle, in questo modo: «Dato nel regale castello di Lützen, sede provvisoria del nostro governo universale». La buona sorte degli abitanti di Lipsia volle che il fuoco, a causa di una pioggia persistente che cadeva dal cielo, non si propagasse, così che, grazie alla rapidità d'intervento dell'organizzazione antincendio locale, soltanto alcune botteghe che sorgevano intorno alla rocca sulla Pleisse furono divorate dalle fiamme. E tuttavia la costernazione della città per la presenza del forsennato incendiario, e per la sua falsa supposizione che il barone fosse a Lipsia, era indescrivibile; e, quando un reparto di cento e ottanta uomini a cavallo, che era stato inviato contro di lui, ritornò sbaragliato in città, ai magistrati, che non volevano mettere a repentaglio le ricchezze della città, non rimase altro da fare che chiudere del tutto le porte, e ordinare che la cittadinanza facesse, giorno e notte, la guardia fuori delle mura.

Invano i magistrati fecero affiggere, nei villaggi delle zone circostanti, manifesti con la precisa assicurazione che il barone non si trovava nel castello sulla Pleisse il mercante di cavalli insisteva, su manifesti analoghi, che egli era nella rocca, e dichiarava che, se non vi si fosse trovato, egli avrebbe comunque proceduto come se ci fosse, finché non gli venisse indicato, con tanto di nome, il luogo in cui si trovava. Il principe Elettore informato per mezzo di un corriere veloce della situazione gravissima in cui si trovava la città di Lipsia, dichiarò che stava già radunando un esercito di duemila uomini, e che si sarebbe messo alla sua testa, per catturare Kohlhaas. Egli rivolse al signor Ottone di Gorgas un severo rimproverò per l'astuzia ambigua e sconsiderata cui era ricorso per allontanare l'incendiario dalla regione di Vittemberga; e nessuno può descrivere il turbamento che invase l'intera Sassonia, e soprattutto la capitale, quando laggiù si venne a sapere che, nei villaggi intorno a Lipsia, era stata affissa, da parte di chi non era noto, una dichiarazione diretta a Kohlhaas, secondo la quale «Venceslao, il barone, si trovava presso i cugini Enzo e Corrado, a Dresda».

In quel frangente, il dottor Martin Lutero prese su di sé il compito, sorretto dal prestigio che la sua posizione nel mondo gli dava, di ricondurre Kohlhaas, con la forza di parole pacate, entro gli argini dell'ordine umano; e, facendo affidamento su quanto di onesto c'era ancora nel petto dell'incendiario, gli indirizzò un manifesto del seguente tenore, che venne affisso in ogni città e in ogni borgo del principato:

«Kohlhaas, tu che ti spacci per inviato a brandire la spada della giustizia, che cosa mai ardisci, temerario, nel delirio di una cieca passione, tu che di ingiustizia sei colmo dalla punta dei capelli alle piante? Poiché il sovrano al quale sei suddito ha negato il tuo diritto, il tuo diritto nella contesa per una cosa da nulla, tu ti sollevi, o sciagurato, col ferro e col fuoco, e irrompi, come il lupo del deserto, nella pacifica comunità di cui egli è scudo. Tu, che seduci gli uomini con i tuoi proclami, pieni di falsità e di malizia, credi tu, peccatore, di trovare scampo dinanzi a Dio in questo modo, nel giorno che getterà luce entro le pieghe di tutti i cuori? Come puoi dire che ti è stato negato il tuo diritto, tu, il cui cuore rabbioso, eccitato dal prurito di un'ignobile brama di vendetta, dopo i primi, avventati tentativi che ti fallirono, ha lasciato cadere ogni sforzo per guadagnarselo? È la panca occupata dagli uscieri e dagli sgherri del tribunale, che intercettano la lettera che hanno ricevuto, o trattengono la sentenza che dovrebbero consegnare, è questa la tua autorità? E debbo io dirti, uomo dimentico di Dio, che la tua autorità non sa nulla della tua causa - che cosa dico? che il sovrano, contro il quale tu ti rivolti, non conosce neppure il tuo nome, di modo che, quando tu comparirai un giorno davanti al trono di Dio, e penserai di accusarlo, egli potrà dire, con il volto sereno: a quest'uomo, Signore, io non feci torto alcuno, poiché della sua esistenza l'anima mia non sa nulla? La spada che tu impugni, sappilo, è la spada della rapina e della strage; un ribelle tu sei, e non un soldato del giusto Iddio, la tua meta sulla terra è la ruota e la forca, e nell'al di là la dannazione che pende sul misfatto e sull'empietà.

Vittemberga, etc. Martin Lutero».

Kohlhaas stava per l'appunto agitando, nel castello di Lützen, un nuovo piano per incenerire Lipsia, nel suo petto lacerato - egli non dava, infatti, alcun credito alla notizia affissa nei villaggi che il barone Venceslao si trovasse a Dresda, poiché non era firmata da nessuno, e tanto meno dai magistrati, come egli aveva richiesto -, quando Sternbald e Waldmann notarono, con la più profonda costernazione, il manifesto, che, nottetempo, era stato affisso al portone del castello. Invano sperarono, per diversi giorni, che Kohlhaas, poiché preferivano non essere loro a rivolgergli la parola a quel proposito, vi lasciasse cadere lo sguardo: cupo e ripiegato su se stesso, egli appariva bensì, verso sera, ma soltanto per dare i suoi brevi ordini, e non vedeva nulla; tanto che essi, un mattino, in cui egli voleva far impiccare un paio dei suoi fanti, che, contro la sua volontà, avevano saccheggiato nei dintorni, si risolsero ad attirare l'attenzione. Egli tornava appunto, mentre il popolo si faceva da parte, intimidito, da ambo i lati, dal luogo dell'esecuzione, con l'apparato che, dall'ultimo bando, gli era abituale - lo precedeva una grande spada da cherubino, adagiata su un cuscino di cuoio rosso adorno di nappe d'oro, e lo seguivano dieci fanti con le fiaccole accese -, quando i due uomini, con le spade sottobraccio, girarono, in un atteggiamento che non poteva non colpirlo, intorno al pilastro al quale era affisso il manifesto. Kohlhaas, quando, con le mani intrecciate dietro la schiena, immerso nei suoi pensieri, giunse sotto il portone, alzò gli occhi e si fermò di colpo; e quando i servi, vedendolo, si tirarono con deferenza da parte, egli si avvicinò al pilastro, guardadoli distrattamente, a rapidi passi. Ma come descrivere ciò che avvenne nella sua anima quando vi scorse il foglio che lo accusava di ingiustizia, sottoscritto dal nome più caro e più venerando che conoscesse: dal nome di Martin Lutero!

Un cupo rossore gli salì al viso; egli lo lesse due volte, levandosi l'elmo, dal principio alla fine; si volse indietro, con sguardi incerti, ai suoi uomini, come se volesse dire qualcosa, e non disse nulla; staccò il foglio dalla parete, lo lesse tutto ancora una volta, e gridò: «Waldmann! Fai sellare il mio cavallo!», e poi: «Sternbald! Seguimi nel castello!», e disparve. Quelle poche parole erano bastate, con tutto l'alone di terrore che lo circondava, a disarmano di colpo. Egli indossò, come travestimento, le vesti di un fittavolo della Turingia, disse a Sternbald che un negozio di notevole importanza lo costringeva a recarsi a Vittemberga, gli affidò, alla presenza di alcuni dei suoi migliori soldati, il comando della schiera rimasta a Lützen, e partì, assicurando che entro tre giorni, durante i quali non c'era da temere alcun attacco, sarebbe stato di ritorno, per Vittemberga.

Si introdusse, sotto falso nome, in una locanda, e, non appena fu scesa la notte, avvolto nel suo mantello, e munito di un paio di pistole che erano bottino del castello di Tronka, si recò nella stanza di Lutero. Lutero, che sedeva al suo leggio, fra libri e manoscritti, vedendo quello strano sconosciuto aprire la porta, e richiuderla col catenaccio dietro di sé, gli domandò chi fosse e che cosa volesse; e l'uomo, che teneva con deferenza il cappello in mano, aveva appena timidamente risposto, già presentendo quale spavento stesse per provocare, che egli era Michele Kohlhaas, il mercante di cavalli, che già Lutero gridava: «Via, lontano da me!», aggiungendo, mentre si alzava dal leggio, e si precipitava verso un campanello: «Il tuo alito è peste, la tua vicinanza è perdizione!».

Kohlhaas disse, mentre, senza muoversi dal suo posto, tirava fuori la pistola: «Reverendo signore, questa pistola, se voi toccate il campanello, mi stenderà senza vita ai vostri piedi! Sedetevi, e datemi ascolto; fra gli angeli dei quali trascrivete i salmi non siete più sicuro che vicino a me».

Lutero, sedendosi, gli chiese: «Che vuoi?».

«Confutare», rispose Kohlhaas, «la vostra opinione di me, che io sia un uomo ingiusto! Mi avete detto, nel vostro manifesto, che la mia autorità non sa nulla della mia causa: ebbene, procuratomi un salvacondotto, e io andrò a Dresda, e gliela sottoporrò».

«Uomo empio e spaventevole!», esclamò Lutero, confuso e tranquillizzato insieme da quelle parole. «Chi ti ha dato il diritto di aggredire, eseguendo una tua arbitraria ingiunzione, il barone di Tronka, e, non avendolo trovato nel suo castello, di mettere a ferro e fuoco la comunità intera che lo difende?».

«Reverendo signore», rispose Kohlhaas, «nessuno, finora! Una notizia che ricevetti da Dresda mi ha tratto in inganno, e fuorviato! La guerra che conduco contro la comunità degli uomini è un delitto, se è vero che io, come voi mi avete assicurato, non ne sono stato ripudiato».

«Ripudiato!», gridò Lutero, guardandolo. «Quale pensiero folle ti ha preso? Chi ti avrebbe ripudiato dalla comunità dello Stato nel quale vivevi? Dove si ebbe mai, da quando esistono Stati, che qualcuno, chiunque egli fosse, sia stato da esso ripudiato?».

«Ripudiato», rispose Kohlhaas, stringendo a pugno la mano, «chiamo colui al quale si nega la protezione delle leggi! Poiché di questa protezione, per la prosperità del mio pacifico

commercio, io ho bisogno; ed è, anzi, proprio per questo che io, con tutto ciò che mi sono guadagnato, cerco rifugio nella comunità; e chi me la nega mi ricaccia fra i selvaggi del deserto, e mi mette in mano, potete forse negarlo?, la clava che mi protegge».

«Chi ti ha negato la protezione delle leggi?», gridò Lutero. «Non ti scrissi che dell'accusa che avevi presentato il sovrano, al quale l'avevi presentata, non sa nulla? Se i servitori di Stato, alle sue spalle, annullano i processi, o si fanno altrimenti beffe, a sua insaputa, del suo nome consacrato, chi, fuorché Dio, può chiedergli conto della scelta di tali servitori, e sei tu, uomo orribile e maledetto da Dio, autorizzato a giudicarlo per questo?».

«Ebbene», disse allora Kohlhaas, «se il sovrano non mi ripudierà, anch'io ritornerò nella comunità che da lui è difesa. Procuratemi, lo ripeto, un salvacondotto per Dresda: e io scioglierò la gente che ho raccolto nel castello di Lützen, e presenterò di nuovo, davanti al tribunale di Stato, l'accusa che mi è stata respinta».

Lutero, con aria contrariata, scompigliò le carte che aveva sullo scrittoio, e tacque. L'atteggiamento di sfida che quell'uomo strano assumeva nello Stato lo contrariava; e, ripensando all'ingiunzione che egli, da Pontekohlhaas, aveva emanato contro il barone, gli domandò che cosa pretendesse, insomma, dal tribunale di Dresda.

«La punizione del barone, conforme alla legge», rispose Kohlhaas; al ristabilimento dei cavalli nello stato in cui erano; e il risarcimento del danno che tanto io quanto il mio servo Ersiano, caduto a Mühlberg, abbiamo subito, a causa della Violenza commessa contro di noi».

«Il risarcimento del danno!», gridò Lutero. «Somme a migliaia, da ebrei e da cristiani, su tratte e su pegni, hai preso a prestito, per far fronte alle spese della tua selvaggia vendetta. Metterai nel conto anche il loro valore, se si farà l'inchiesta?».

«Dio ne scampi!», rispose Kohlhaas. «Casa e podere, e l'agiatezza che è stata mia, io non li richiedo; e neppure le spese del funerale di mia moglie! La vecchia madre di Ersiano farà un conto delle spese per la sua cura, e un elenco delle cose che suo figlio perse nel castello di Tronka; e il danno che io ho subito per la mancata vendita dei morelli lo faccia valutare il governo, per mezzo di un esperto».

«Uomo folle, incomprensibile e spaventoso!», disse Lutero, e lo fissò. «Dopo che la tua spada si è presa sul barone la vendetta più feroce che si possa immaginare, che cosa ti spinge a insistere su una sentenza il cui rigore, quando fosse, alla fine pronunciata, lo colpirebbe con un gravame di così scarso rilievo?».

«Reverendo signore», replicò Kohlhaas, mentre una lacrima gli rigava le gote, «mi è costata mia moglie, Kohlhaas farà vedere al mondo che non è perita in una causa ingiusta. Adattatevi, quanto a questo, alla mia volontà, e fate che la corte pronunci la sua sentenza; in tutto il resto, su cui possa ancora esservi contesa, io mi adatterò alla vostra».

«Vedi», disse Lutero, «ciò che tu chiedi, se dare le circostanze sono come la voce pubblica le riferisce, è giusto; e se tu avessi saputo portare la lite, prima di passare arbitrariamente alla vendetta privata, fino alla decisione del principe, la tua richiesta, non ne dubito, ti sarebbe stata accolta punto per punto. Ma, tutto ben considerato, non avresti fatto meglio, se tu, per amore del tuo Redentore, avessi perdonato il barone, avessi preso per la cavezza i morelli, secchi e sfiniti com'erano, fossi montato in sella e avessi cavalcato fino a casa tua, a ingrassarsi nelle tue stalle di Pontekohlhaas?».

«Forse sì», rispose Kohlhaas, avvicinandosi alla finestra «forse sì; e forse no! Se avessi saputo che mi sarebbe toccato rimetterli in piedi con il sangue e il cuore della mia cara moglie, forse sì, avrei fatto come dite voi, reverendo signore, e non sarei stato a guardare uno staio di avena! Ma poiché, ormai, mi sono venuti a costare tanto, le cose vadano, così la intendo, per il loro verso: lasciate che sia pronunciata la sentenza che mi aspetta, e che il barone mi ingrassi i morelli».

Lutero, mettendo, tra vari pensieri, di nuovo le mani tra le sua carte, disse che avrebbe agiato per lui una trattativa con il principe Elettore. Intanto, che egli restasse quieto nel castello di Lützen; se il principe avesse consentito al salvacondotto, glielo si sarebbe fatto sapere per via di pubblici manifesti. «A dire il vero», continuò, mentre Kohlhaas si chinava per baciargli la mano, «se l'Elettore vorrà usare clemenza, anziché giustizia, non so; poiché ha raccolto, ho saputo, un esercito, ed è in procinto di cogliere nel castello di Lützen; ma nel frattempo, come ti ho già detto, non risparmierà i miei sforzi». E con queste parole si alzò, mostrando di volerlo congedare.

Kohlhaas affermò che la sua intercessione lo tranquillizzava pienamente, su quel punto; al che Lutero lo salutò con la mano, ma egli, improvvisamente, piegò un ginocchio davanti a lui, e disse di avere ancora una preghiera sul cuore. A Pentecoste, infatti, quando era solito accostarsi alla mensa del Signore egli, a causa di quella sua impresa guerresca, non era andato in chiesa: voleva avere la compiacenza di ricevere, senza altra preparazione, la sua confessione, e impartirgli, in cambio, il beneficio del santo sacramento?

Lutero, dopo una breve riflessione, lo fissò severamente e disse: «Sì, Kohlhaas, lo farò. Ma il Signore, del quale desideri il corpo