Giovanni Verga

Un processo

(estratti a cura di Antonio Zama, tratti dal libro "Vagabondaggio", Mondadori Editore, 1991).

 

Giovanni Verga nacque a Catania nel 1840. L’attività del giovane scrittore si svolse, sia in campo letterario (nella composizione dei romanzi storici e patriottici), sia in campo politico (con Niceforo fondò e diresse il settimanale «Roma degli italiani»), nella città natale. Primariamente influenzato dal suo insegnante Don Antonio Abate, autore di opere intrise di romanticismo, Verga esordì con un romanzo intitolato Amore e Patria, scritto fra il 1856 e il 1857 e rimasto inedito.
La lettura appassionata di Dumas, Sue, Scott e Radcliffe produsse un inesorabile effetto. Nel 1861 infatti, su «Roma degli italiani» uscì a puntate I carbonari della montagna, opera in cui si trovavano mescolate una certa qual retorica patriottica ed un vieto repertorio romantico. Nel 1863 venne pubblicato su «La nuova Europa» il secondo romanzo d’appendice verghiano intitolato Sulle lagune: ancora “amore” e “patria”, anche se il tema sentimentale cominciava a prevalere su quello patriottico.

Giunse il momento di lasciare la Sicilia, era il 1865: Firenze, capitale del regno d’Italia già da un anno, offriva a Verga l’ambiente mondano ideale in cui far spaziare il proprio talento. L’interesse del giovane provinciale inurbato per i fasti della mondanità trovò ampio sfogo in Una peccatrice (1866): «un peccato letterario», come ebbe a definirlo più tardi lo stesso autore. Il successo giunse più sonoro con Storia di una capinera (1871), romanzo in cui l’accento era posto sul tema delle passioni travolgenti e fatali. In esso si riscontrava, a ben vedere, una sorta di verismo ante litteram, soprattutto là dove Verga aveva narrato della pazzia della giovane protagonista costretta a farsi monaca.

Trasferitosi a Milano nel 1872, Verga frequentò i ritrovi eleganti del capoluogo lombardo ed entrò in contatto con gli scapigliati, pur non condividendo fino in fondo l’atteggiamento nichilista del loro movimento. Testimonianza di questa fase è il romanzo Eva (1873), che affianca alla figura del protagonista, Filippo Lanti, quella di Eva, una donna caratterizzata dalla spensieratezza vitale e dalla passionale psicologia amorosa: i benpensanti gridarono allo scandalo, mentre i critici decretarono la congiura del silenzio.

Non altrettanto felice può considerarsi il Verga dei successivi romanzi: Tigre reale (1873) ed Eros (1875) sono opere in cui si riscontra una perdita della coerenza del personaggio femminile, ormai sdoppiato nella figura della donna fatale, da una parte e in quella di femmina fedele al mito della casa, dall’altra. Si registra, intanto, un grande progresso sul piano della lingua e dello stile. La lezione data dall’ Education sentimentale di Flaubert si assapora con piacevole certezza. Il gusto verghiano è comunque ancora troppo teatrale. Lo scrittore non si è del tutto congedato dal bel mondo: si è invece convinto della necessità di un distacco dalla vita di una certa parte della società, rappresentata dall’aristocrazia e dai gentiluomini.

Nel 1878, traumatizzato dalla morte della madre e angosciato dai sensi di colpa per aver abbandonato il focolare domestico, Verga avvierà la scrittura de I malavoglia, tornando nostalgicamente alla Madre mediterranea. Se Nedda (1875) rappresenta per alcuni l’inizio della nuova arte del Verga, per altri –in particolare Momigliano- non farà che rivelare come «l’elegante reduce dei salotti» abbia «cambiato materia ma non…il suo spirito e le sue abitudini mentali». Tesi, questa, che troverà conferma nel volume successivo Primavera e altri racconti, dove si tornerà alla società elegante e salottiera di Eros.

A proposito dell’incontro di Verga con il verismo, Momigliano sostenne che, se fu per lo scrittore, inizialmente, una «spinta liberatrice» (Croce), si risolse poi in un motivo di debolezza. L’itinerario del Verga maggiore sarà segnato dallo sforzo di sottrarsi al verismo massiccio, per elevarsi ad un più consapevole realismo. Quando nel 1875 compose il “bozzetto marinaresco” Padron ‘Ntoni e quando, poi, nel 1878 annunciò a Salvatore Paola il ciclo della “marea” (successivamente rinominato “ciclo dei vinti”), per Verga il verismo era ancora uno strumento tecnico, che suggeriva un linguaggio nuovo. Solo con l’introduzione a L’amante di Gramigna Verga fu in grado di accettare la dottrina dell’impersonalità; con Fantasticheria, poi, il provvisorio distacco dalla tematica mondana potrà dirsi consumato.

Primo frutto della “conversione” letteraria del Verga è Vita dei campi (1880): qui il verismo è ancora liricamente sublimato, e si scorge, inoltre, il solito influsso vittorughiano dato dalla inevitabile catastrofe finale. Il senso di una tragedia ineluttabile appare anche ne I Malavoglia (1881), una grande opera nel senso drammatico del dolore e della morte e per la genialità della tecnica narrativa del “discorso rivissuto”.

Ne I Malavoglia, tuttavia, Verga continuò a fare retorica sul focolare e sulla necessità di non infrangere la legge della solidarietà che lega i poveri fra loro. L’ideale “dell’ostrica”, teorizzato in Fantasticheria, non è una condizione di fatto, ma una formulazione ideologica. E’ stato spesso osservato come Verga mancasse di una chiara idea sociale. In realtà nello scrittore siciliano visse una coerente ideologia conservatrice, anche se di «conservatore illuminato”»(Sapegno), che può spiegare il pessimismo fatalistico ed il terrore della storia, rivissuto nell’Aci Trezza de I Malavoglia, paese reso microcosmo astorico, di vita vissuta secondo le necessità della natura, più che della storia.

La sfumatura ironica, invece, si ritrova in un altro grande romanzo: Mastro Don Gesualdo (1889), sintesi di tutta l’opera verghiana e capolavoro del realismo italiano. Tra quest’ultimo e I Malavoglia si collocano Il marito di Elena (1882) -un ritorno alla complessa psicologia femminile dei romanzi mondani- le novelle milanesi Per le vie (1883) e, infine, le Novelle rusticane (1883). E così, al motivo della “casa” subentra quello della “roba”: mentre la visione del focolare si addice ai poveri, la passione per la “roba” prescinde dalle differenze di classe.

Dopo Mastro Don Gesualdo comincia a potersi scorgere il tramonto dello scrittore che, invano, ricerca una nuova espressione nel linguaggio teatrale. Il giudizio negativo sul teatro verghiano è unanime: il linguaggio e l’azione scenica non hanno la stessa intensità del paesaggio, elemento di forza dell’arte verghiana. Di questo periodo è Dal tuo al mio (1905), romanzo tratto dal un lavoro teatrale, che racchiude in sé una prefazione piena di strali polemici verso i socialisti.

L’involuzione delle idee politico sociali di Verga è ormai netta e rapida: in una lettera a Camerini del 1888 egli si definiva politicamente «moderato», ma era intimamente avverso al metodo della democrazia parlamentare. Più tardi diventerà sostenitore della politica crispina e africanista e, quando si verificheranno i luttuosi fatti di Milano del 1898, plaudirà alle repressioni di Bava-Beccaris. Nel 1912 aderì esplicitamente al partito nazionalista, fu interventista, dannunziano e antinittiano, non mancando di mostrare simpatie per il nascente partito fascista. A provocare queste prese di posizione interverranno anche motivi economici: Verga, proprietario terriero, era molto preoccupato dalla legge agrumaria che danneggiava i produttori, era in ansia per la mancata vendita dei suoi limoni di Novalucello e chiuso in una senile deformazione che aveva del maniacale: tale situazione valse a spiegare il silenzio artistico degli ultimi anni.

Dopo la raccolta Vagabondaggio (1887), iniziò il crepuscolo di Verga con I ricordi del capitano d’Arce (1891), stanca ripresa di motivi aristocratici mondani. Fallì il tentativo di dar vita, con la Duchessa di Leyra, ad un imponente quadro della vita aristocratica siciliana: del romanzo, che doveva essere parte del progettato e mai concluso “ciclo dei vinti”, comprendente anche I Malavoglia e Mastro Don Gesualdo, vide la luce solo il primo capitolo, pubblicato nel 1922, dopo la morte dell’autore.

Verga visse i suoi ultimi anni a Catania, dove morì nel 1922 abbandonato ad una vita inerte e tranquilla, ad una solitudine sdegnosa e scontrosa, noncurante della tardiva fama consacrata dalla nomina a senatore nell’ottobre del 1920.

La biografia di Ippolito Nievo è tratta dal sito internet: http://www.italialibri.net/autori/vergag.html

 

All'Assise discutevasi una causa capitale. Si trattava di un facchino che per gelosia aveva ucciso il suo rivale, giovane dabbene e padre di famiglia. La folla inferocita voleva far giustizia sommaria dell'assassino, pallido e lacero dalla lotta, che i carabinieri menavano in prigione. La vedova dell'ucciso era venuta, come Maria Maddalena, per chiedere giustizia a Dio e agli uomini, in lutto, scarmigliata, coi suoi orfani attaccati alla gonnella, mentre l'usciere andava mostrando ai signori giurati l'arma con cui era stato commesso l'omicidio: un coltelluccio da tasca, poco più grande di un temperino, di quelli che servono a sbucciare i fichidindia, ancora nero di sangue sino al manico. Il presidente domandò:
- Con questo avete ucciso Rosario Testa? -
Tutti gli occhi si volsero alla gabbia dov'era rinchiuso l'imputato, un vecchio alto e magro, dal viso color di cenere, coi capelli irti e bianchi sulla fronte rugosa. Egli ascoltava l'accusa senza dir verbo, col dorso curvo; e seguiva cogli occhi l'usciere, il quale passava dinanzi al banco dei giurati col coltello in mano. Soltanto batteva le palpebre, quasi la poca luce che lasciavano entrare le persiane chiuse fosse ancora troppo viva per lui.
Alla domanda del presidente si rizzò in piedi, diritto, col berretto ciondoloni fra le mani, e rispose:
- Sissignore, con quello -.
Corse un mormorio nell'uditorio. Era una giornata calda di luglio, e i signori giurati si facevano vento col giornale, accasciati dall'afa e dal brontolio sonnolento delle formule criminali. Nell'aula c'era poca gente, amici e parenti dell'ucciso, venuti per curiosità. La vedova, stralunata, si teneva sul viso il fazzoletto orlato di nero, e faceva frequentemente un gesto macchinale, come per ravviare le folte trecce allentate, colle mani bianche, levando in aria le braccia rotonde, con un moto che sollevava il seno materno, orgoglio della sua bella giovinezza vedovata. E fissava sitibonda sull'uccisore gli occhi arsi di lagrime.
Costui non sapeva risponder altro che: - sissignore - a tutte le domande del presidente che gli stringevano il capestro alla gola, guardando inquieto i movimenti d'indignazione dei giurati, non avvezzi alla severa impassibilità della toga, con un'aria di bestia sospettosa. Incominciò la sfilata dei testimoni, tutti a carico. - Gli amici del morto, un buon diavolaccio, incapace di far male ad una mosca, - la vedova piangeva. - I vicini che l'avevano visto barcollare, come preso dal vino, e cadere balbettando: - Mamma mia! - Quelli che avevano gridato: - All'assassino! - Il coraggioso che aveva afferrato pel petto l'omicida, prima che giungessero le guardie, nella brusca e feroce lotta per lo scampo.
- Giustizia! giustizia! - gridava nella folla la vedova, colla voce del sangue che chiedeva sangue, accompagnata dal piagnisteo degli orfani, inteneriti dalla solennità.
Infine fu introdotto un testimonio sinistro, l'amante che quei due uomini si erano disputata a colpi di coltello: una creatura senza nome, senza età, quasi senza sesso, alta, nera, magra, mangiata dagli stenti e dal vizio, che solo le era rimasto vivo negli occhi arditi. - Destò un senso di ripugnanza al solo vederla. - Il pubblico accusatore l'aveva fatta venire appunto per ciò.
Ella si piantò tranquillamente in faccia al Cristo, alla legge, a tutti quei visi arcigni, colla sicurezza di chi ha visto in maniche di camicia gli sbirri e i doganieri, e giurò, levando la mano sudicia e nera verso il crocifisso d'avorio, come avrebbe fatto una vergine dinanzi all'altare, baciando lo scapolare bisunto che trasse dal seno cascante.
- Come vi chiamate?
- La Malerba -.
E siccome l'uditorio, nell'attesa tragica, s'era messo a ridere, quasi per ripigliar fiato, ella soggiunse:
- Anche lui, gli dicevano Malannata -.
E indicò l'imputato nel banco.
- Di chi siete figlia?
- Di nessuno.
- Quanti anni avete?
- Non lo so.
- Che professione fate? -
«Essa parve cercare la parola.»
- Donna di mondo, - disse infine.
Scoppiò un'altra risata nell'uditorio. Il presidente impose silenzio scampanellando.
- Sì, donna di mondo, - ribatté lei per spiegarsi meglio. - Ora con questo, e ora con quell'altro.
- Basta, abbiamo capito, - interruppe il presidente.
- Conoscete da molto tempo l'imputato?
- Sissignore. Questo qui me l'ha fatto lui, tre anni sono -.
E indicò fieramente uno sfregio che le segnava la guancia, dall'orecchio sinistro al labbro superiore.
- E non ve ne querelaste?
- No. Era segno che mi voleva bene.
- Foste presente all'uccisione di Rosario Testa?
- Sissignore. Fu alla Marina: il giorno di tutti i Santi.
- E ne sapete il motivo?
- Il motivo fu che Malannata era geloso...
- Geloso di Testa?
- Sissignore.
- E a ragione?
- Sissignore -.
Allora la vedova si celò il viso fra le mani.
- Com'è possibile che Rosario Testa, giovane, marito di una bella donna, gli desse ragione d'essere geloso... per voi?
- Com'è vero Dio, questa è la verità, - rispose la Malerba.
- Va bene, continuate.
- Avevo conosciuto quel poveretto... il morto, prima di quest'altro cristiano, molto tempo prima, prima ancora che si maritasse. Allora mi chiamavano la Mora dei Canali, Rosario Testa faceva il fruttaiuolo, lì alla Peschiera. Era un libertino, buon'anima. Le lavandaie dei Canali, le serve che venivano a far la spesa, con quella sua galanteria di far regali, se le pigliava tutte. Ma per me specialmente ci aveva il debole, ché una volta alla festa dell'Ognina gli ruppero la testa per via di un marinaio ubriaco che mi voleva. Poi seppi che si maritava e mutava vita. Andò a stare a San Placido col suo banchetto. Né visto né salutato. Io mi misi con Malannata, sì, ch'erano i giorni del colèra.
Buon uomo anche lui, buono come il pane, e se lo levava di bocca, quel poco che guadagnava, per darlo a me. Ma geloso come il Gran Turco: «Dove sei stata? Cosa hai fatto?» E poi si picchiava la testa con un sasso, pentito delle botte che mi dava. Quell'annata del colèra, che tutti scappavano via e si moriva di fame davvero, egli voleva anche mettersi a beccamorto, per non farmi fare la mala vita, col castigo di Dio che si aveva addosso. Si lasciava morire di fame piuttosto che mangiare del mio guadagno.
Sì, glielo dico in faccia, ora che l'avete a condannare, perché questa è la verità dinanzi a Dio. Mi diceva, poveretto: «No, non me ne importa. È che penso al come lo guadagni, questo pane, e non posso mandarlo giù». Ma io che potevo farci? Poi lui lo sapeva che cosa io ero. «Non importa», tornava a dire: «almeno non ci voglio pensare». Ma aveva i suoi capricci anche lui, come una donna, e certuni non me li voleva attorno. Allora diventava come un pazzo; si strappava i capelli e si rosicava le mani, perché non era più giovane. Quando mi vedeva insieme al doganiere del molo, che era un bell'uomo, colla montura lucida, mi diceva: «Vedi questo quattrino arrotato, che io tengo in tasca apposta? con questo ti taglierò la faccia, e dopo m'ammazzo io». E lo fece davvero. Io gli dissi: «Che serve? Ora che m'avete sfregiata nessuno mi vorrà, e non sarete più geloso» -.
S'interruppe, con un orribile sorriso di trionfo, guardando sfrontatamente in giro il presidente, i giurati, i carabinieri, cinghiati di bianco, incrociando sul petto il vecchio scialle, con un gesto vago.
- Ma non fu così, signor presidente. Mi volevano ancora, per sua bontà. Già gli uomini, sono come i gatti...
- E anche Rosario Testa? -
Ella chinò il capo, assentendo, due o tre volte, con quel sorriso.
- Sissignore, anche lui! -
La vedova adesso la guardava cogli occhi ardenti e feroci, le labbra pallide come le guance.
- V'ho detto ch'era un discolo, buon'anima. E anch'io, al rivederlo, mi sentivo tutta fiacca, come m'avesse fatto bere. Dicevo di no, perché Malannata era lì vicino, a scaricar zolfo nel magazzino dietro la Villa, e tante volte mi aveva detto lui pure: «Bada che se torni con Rosario, vi faccio la festa a tutti e due». Ma l'amore antico non si scorda più, vossignoria!
- Basta. Dite come avvenne l'omicidio.
- Così, come ve lo dico adesso, signor presidente, col coltello dei fichidindia, quello lì.
- Testa era armato?
- Lui? povero ragazzo! Mi aveva invitato a' fichidindia, una galanteria delle sue, lì, al banco di Pocaroba, che ce li ha di quelli di Paternò, sino a Natale. Pocaroba dice: «Badate che Malannata è in sospetto. L'ho visto che si affaccia ogni momento alla porta del magazzino, e tien d'occhio compare Rosario». E Testa: «Lasciatelo guardare, compare Pocaroba, che me ne rido di Malannata e del suo santo». Allora lasciai stare i fichidindia, e cercavo di condurmi via l'altro; quand'ecco quel cristiano lì correre dall'arco della ferrovia, tutto bianco di zolfo, e cogli occhi come uno che ha bevuto, e in due salti ci fu addosso; afferrò il coltello, dal banco dei fichidindia, prima di dire Gesù e Maria...
- Accusato, avete qualche cosa da aggiungere?
- Nulla, signor presidente. Questa è la verità sacrosanta -.
Allora sorse il pubblico accusatore, togato e solenne, a malgrado della nota mondana dell'alto colletto inamidato che gli usciva dal nero della toga; e fulminò il reo colla sua implacabile requisitoria, facendo inorridire i giurati col quadro del vizio abbietto che vive nel fango dei bassi strati sociali, per dar l'orrido fiore del delitto, senza neppure la febbre della giovinezza, della passione o dell'onore, senza nemmeno la scusa della tentazione o della gelosia. - Il vizio che vive del disonore ed osa ribellarvisi col delitto -. E stendeva verso quel grigio capo avvilito l'indice minaccioso, dall'unghia rosea e lucente.
Le signore, che dovevano alla sua galanteria i posti riservati dell'aula, rianimavano la loro indignazione col profumo della boccetta di sale inglese, soffocate dall'afa; e i larghi ventagli si agitavano vivamente a scacciare il lezzo immondo della colpa, come farfalle gigantesche. Poscia il magistrato si assise tranquillamente, ringraziando, con un impercettibile sorriso, all'applauso discreto di quei ventagli che s'inchinavano, ponendosi sul viso il fazzoletto di battista. Solo l'imputato non aveva caldo, seduto sulla sua panchetta, col dorso curvo, il viso color di terra rivolto verso tutte quelle infamie che gli rinfacciavano.
A sua volta prese a parlare l'avvocato. Era un giovane di belle speranze, delegato d'ufficio dal presidente a quella difesa senza compenso. Egli sfoderò gratuitamente tutte le sue brillanti qualità oratorie. Esaminò lo stato psicologico e morale degli attori del lugubre dramma; sciorinò le teorie più nove sul grado di responsabilità umana; argomentò sottilmente intorno alle circostanze di fatto, per farne risultare tutto ciò che occorreva a dimostrare la provocazione grave e l'ingiuria. Qui veniva a taglio una pittura commoventissima di quella morbosa gelosia senile, che doveva avere tutti gli strazi e le collere furibonde dell'umiliazione e dell'abbandono. Sì, egli lo sapeva, non erano le coscienze di uomini onesti, vissuti nel culto della famiglia, resi più sensibili dagli agi, che avrebbero potuto scendere negli abissi di quei cuori tenebrosi e di quelle infime esistenze per scoprire il movente di certe delittuose follie. Forse soltanto il sentimento più delicato e immaginoso di quelle dame eleganti, avrebbe potuto sorprendere il tenue filo per cui si legano i fatti più mostruosi al sentimento più nobile in quegli animi rozzi. Egli seguì cotesta fatale concatenazione che c'è fra tutti i sentimenti e le azioni umane con una analisi così acuta, che più di un onesto padre di famiglia sentì turbata la sua digestione dallo smarrimento della colpa, mentre era lì, seduto a giudicare, pensando al ricolto del podere, o al fresco del terrazzino dove lo stava aspettando la famigliuola. Per poco non si udirono degli applausi alla perorazione dell'avvocato. Lo stesso presidente gli fece velatamente i mirallegro.
- Accusato, avete nulla da dire a vostra discolpa? - conchiuse il presidente.
L'accusato si alzò di nuovo, colle braccia penzoloni, lungo la sua stecchita persona, e un gesto vago dell'indice, come d'uomo persuaso di quel che dice.
- Signor presidente, ho ucciso Rosario Testa, devo andare a morte anch'io, com'è scritto nella legge, e va bene. La Malerba, poveretta, è quella che è, e anche ciò va bene. Ma quando me la lasciavano sulla panchina del molo come una scarpa vecchia, chi andava a dirle una buona parola ero io; e a chi ella diceva una buona parola quando aveva il cuore grosso, ero io pure. Gli altri, pazienza, oggi questo, domani quell'altro; le buttavano dei soldi e delle male parole, ed essa non ci pensava più. Ma Testa, nossignore! Essa quando era stata con lui, mi ritornava a casa tutta sossopra, cogli occhi che pareva ci avesse la luminaria dentro. Io glielo aveva detto a Testa: «Guarda che a te non te ne importa. Tu ci hai moglie e figliuoli; ma io non ho che questa qui, Testa!» -
Poi tornò a sedersi, accennando ancora del capo, mentre la Corte si ritirava per deliberare. E rimase immobile, nell'ombra, aspettando il suo destino. Era venuta la sera. La folla s'era diradata, e nella sala accendevano il gas. Infine squillò di nuovo un campanello, e comparvero di nuovo le stesse toghe nere, le stesse facce pallide e stanche che guardavano l'imputato. Egli non capiva nulla delle frasi che borbottavano in mezzo a quella folla, nell'ombra. Intese solo il presidente che pronunziava la condanna: - A vita! -
E si alzò un'ultima volta, barcollando sulle gambe, accennando sempre coll'indice quel gesto vago ch'era tutta la sua eloquenza, e balbettò:
- Io glielo avevo detto a colui, signor presidente -.

 


I passi riportati sono tratti dal libro "Vagabondaggio", Mondadori Editore, 1991.