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Il risarcimento dei danni da lesione di interesse legittimo

Il giudice competente 18 settembre 2007 -
All’alba del pieno riconoscimento della risarcibilità degli interessi legittimi, ad opera della celeberrima sentenza delle SS.UU della Cassazione n. 500 del 1999, si è aperto un vasto dibattito circa il giudice competente a conoscere di tale tipo di azione nonché, su altro versante, sui rapporti tra azione di annullamento e azione risarcitoria.

Una prima apertura alla risarcibilità degli interessi legittimi, in realtà, si era avuta ad opera della legge 142/1992 - c.d. legge comunitaria per il 1991- , che all’art. 13 stabiliva: "I soggetti che hanno subito una lesione a causa di atti compiuti in violazione del diritto comunitario in materia di appalti pubblici di lavori o forniture e delle relative norme interne di recepimento possono chiedere all’amministrazione aggiudicatrice il risarcimento del danno. La domanda di risarcimento è proponibile dinanzi al giudice ordinario da chi ha ottenuto l’annullamento dell’atto lesivo con sentenza del giudice amministrativo.".

Per quanto concerne il primo aspetto, la querelle ha raggiunto il capolinea grazie all’intervento legislativo ad opera della legge n. 205 del 2000 che, all’art. 7 co. 4, ha stabilito: "Il tribunale amministrativo regionale, nell’ambito della sua giurisdizione, conosce anche di tutte le questioni relative all’eventuale risarcimento del danno, anche attraverso la reintegrazione in forma specifica, e agli altri diritti patrimoniali consequenziali.".

Sicchè, è venuto meno il sistema delineato dalla richiamata sentenza della Cassazione n. 500/1999 che voleva distinti in capo a due giudici diversi i due tipi di azione, azione di annullamento dinanzi al giudice amministrativo e azione risarcitoria dinanzi al giudice ordinario, concentrandole - così come sembra sia più consono al nostro ordinamento, nonostante l’esistenza del sistema binario -, nelle mani del medesimo giudice.

Più articolato e di difficile soluzione sembra, invece, il dibattito sui rapporti tra giudizio annullatorio e giudizio risarcitorio.

Le posizioni prevalenti erano, e sono tutt’ora, due e diametralmente opposte tra di loro.

Da una parte, vi è la tesi della pregiudizialità amministrativa, espressione con cui si vuole identificare la situazione in base alla quale l’azione di risarcimento dei danni provocati da una attività provvedimentale della PA è ammissibile solo previa tempestiva impugnazione del provvedimento ritenuto illegittimo e solo una volta che tale giudizio sia portato a termine con successo, ovverosia, solo una volta che il provvedimento sia stato annullato.

Tale tesi interpretativa, propria dei Giudici amministrativi, ha ottenuto la sua massima espressione ed autorevolezza nella decisione n. 4 del 2003 dell’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato, che in un passo della richiamata sentenza così dispone: " … una volta concentrata presso il giudice amministrativo la tutela impugnatoria dell’atto illegittimo e quella risarcitoria conseguente, non è possibile l’accertamento incidentale da parte del giudice amministrativo della illegittimità dell’atto non impugnato nei termini decadenziali al solo fine di un giudizio risarcitorio e che l’azione di risarcimento del danno può essere proposta sia unitamente all’azione di annullamento che in via autonoma, ma che è ammissibile solo a condizione che sia impugnato tempestivamente il provvedimento illegittimo e che sia coltivato con successo il relativo giudizio di annullamento, in quanto al giudice amministrativo non è dato di poter disapplicare atti amministrativi non regolamentari. …".

L’importanza di tale arresto giurisprudenziale, ribadito, tra l’altro in successive pronunce della stessa Adunanza Plenaria (Ad. Plen. nn. 10/2004, 8/2005 e 2/2006), che pur affrontando tale argomento solo per inciso, hanno confermato il dictat della decisione n. 2/2004, sta nella statuizione della possibilità di proporre un’azione di risarcimento dei danni c.d. “pura”.



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