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La nuova responsabilità aggravata ex art. 96 c.p.c.

06 febbraio 2010 -
L’art. 96 c.p.c. negli ultimi tempi è stato oggetto di numerosi interventi sia a livello giurisprudenziale che legislativo.

Infatti, l’istituto tradizionale della responsabilità aggravata (presente nel codice di rito sin dalla sua promulgazione), è stato prima reinterpretato dalla giurisprudenza e dalla dottrina alla luce dei dettami costituzionali al fine di porlo a presidio del principio della ragionevole durata del processo (come scriveva il vice presidente del C.S.M., nella prefazione al volume sulla “Durata ragionevole del processo”, a proposito del nuovo art. 111 Cost., la norma imporrà una rivisitazione del nostro sistema processuale al fine di verificare se e in quale misura i singoli istituti siano compatibili con il principio fondamentale della ragionevole durata) e, più di recente, il ddl, approvato in via definitiva dal Senato (e divenuto legge 69 del 2009), vi ha aggiunto una ulteriore disposizione.

L’articolo 45 del ddl, modificato dalla Camera dei deputati, e composto da 19 commi, apportando modifiche al Libro I del codice di procedura civile, al comma 12, ha previsto in materia di responsabilità aggravata l’aggiunta di un comma tre.

Il progetto originario prevedeva una condanna al pagamento di una somma non inferiore alla metà e non superiore al doppio dei massimi tariffari poi modificato, per evitare collegamenti al complesso meccanismo delle tariffe forensi, con la previsione di un minimo ( non inferiore a € 1.000,00) e di un massimo (non superiore a € 20.000,00). In sede di esame al Senato è stato eliminato ogni vincolo.

L’art. 96 c.p.c. attualmente dispone che se risulta che la parte soccombente abbia agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave, il giudice, su istanza dell’altra parte, la condanna, oltre che alle spese, anche al risarcimento dei danni, che liquida, anche d’ufficio, nella sentenza. Analogamente, viene condannato al risarcimento dei danni, qualora vi sia una domanda in tal senso, l’attore o il creditore procedente che abbia agito senza la normale prudenza, se il giudice accerta l’inesistenza del diritto per cui è stato eseguito un provvedimento cautelare, o trascritta domanda giudiziale o iscritta ipoteca giudiziale.

Infine, il comma aggiunto prevede una valorizzazione dell’istituto in questione affermando che, in sede di pronuncia sulle spese, il giudice, anche d’ufficio, possa condannare il soccombente al pagamento, a favore della controparte, di una somma da determinare in via equitativa.

La disposizione in questione rimanda al contenuto dell’art. 385, quarto comma, c.p.c. che prevedeva la condanna al risarcimento per lite temeraria in sede di giudizio di cassazione; la citata norma, infatti, stabiliva che quando pronunciava sulle spese, la Corte di Cassazione, anche d’ufficio, condannava, altresì, la parte soccombente al pagamento, a favore della controparte, di una somma equitativamente determinata, non superiore al doppio dei massimi tariffari, se riteneva che essa avesse proposto il ricorso o vi avesse resistito anche solo con colpa grave. In effetti, anche in relazione a questa norma si diceva che sanzionare in modo più efficace ogni forma di abuso del processo rappresentava una misura di razionalizzazione indispensabile se si voleva mantenere il regime di sostanziale gratuità della giustizia senza determinare sprechi ingiustificati e insostenibili di una risorsa inevitabilmente scarsa, quale è quella del processo.

L’inserimento del nuovo comma dell’art.96, avendo valenza generale, ha reso superflua e superata la corrispondente previsione per la sola Cassazione ed è stata così abrogato il quarto comma dell’art.385 c.p.c., si è così eliminato il criterio parametrato sulle tabelle forensi per sancire la piena discrezionalità del giudice.



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