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Rassegna giurisprudenziale del mese di giugno 2016: la cessione di azienda

28 giugno 2016 -

Rassegna giurisprudenziale del mese di giugno 2016: la cessione di azienda

Di Danilo Sciuto

 

Abstract

L’Autore ci guida in un interessante viaggio in mezzo alle sentenze di legittimità che affrontano il tema della cessione di azienda. In questo articolo si commenta una interessantissima e innovativa ordinanza della Corte di Cassazione, la n. 5876 del 13 marzo 2014; tale sentenza, affermando che non emerge alcuna plusvalenza imponibile in capo al cedente laddove non sia stato incassato il relativo corrispettivo, di fatto apre la questione della crisi di liquidità anche con riferimento alla cessione d’azienda.

Articolo

Plusvalenza tassabile anche in caso di risoluzione di contratto

In tema di imposte sui redditi, la plusvalenza fiscalmente rilevante collegata alla cessione di un’azienda si realizza al momento della conclusione del contratto, mentre non hanno rilievo alcuno le vicende successive relative all’adempimento degli obblighi contrattuali od all’estinzione dell’obbligazione per effetto di una transazione con carattere novativo, ovvero di un negozio di risoluzione del precedente contratto per mutuo dissenso, quest’ultimo essendo, per giunta, ìnopponibile, ai sensi dell’art. 1372, secondo comma, codice civile, ai terzi e, quindi, anche all’Amministrazione finanziaria.

(Cassazione, sezione V, ordinanza n. 20098/2012)

Cessione di azienda con costituzione rendita vitalizia

Secondo l’orientamento di questa Corte condiviso dal collegio, è configurabile una plusvalenza da avviamento commerciale, ai sensi del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 54, comma 3, anche nel caso di cessione a titolo oneroso di un’azienda il cui corrispettivo sia rappresentato dalla costituzione di una rendita vitalizia: ai fini dell’imputazione del corrispettivo, occorre infatti considerare il momento di stipulazione del contratto, ai sensi del cit. D.P.R. n. 917, art. 75, tenendo conto della natura intrinsecamente onerosa e della configurazione giuridica dell’atto traslativo, e prescindendo da clausole estranee al tipo contrattuale, senza che assuma alcun rilievo il carattere aleatorio della rendita, il cui valore è comunque determinabile sulla base delle tabelle di capitalizzazione risultanti dalla normativa fiscale; nè tale imputazione da luogo ad una doppia imposizione, in quanto il D.P.R. n. 917, art. 48, nell’assoggettare a tassazione le quote di rendita, individua forfetariamente nel 60% la componente reddituale delle stesse, in tal modo esentando dall’imposta il capitale tassato all’atto del trasferimento (Cass. 2007/10801; 2010/23874; 2011/11229).

(Cassazione, sezione V, sentenza n. 19839/2012)

Confermata la tassazione della rendita vitalizia

È configurabile una plusvalenza tassabile anche nel caso di cessione di azienda (nella specie una farmacia) con costituzione di una rendita vitalizia, posto che può costituire il corrispettivo di un’alienazione patrimoniale, che – pur assicurando una utilità aleatoria quanto all’ammontare concreto delle erogazioni che in base ad essa verranno eseguite – ha un valore economico agevolmente accettabile in base a calcoli attuariali, secondo criteri riconosciuti dall’ordinamento giuridico, nè può essere considerato di ostacolo alla tassazione il rischio di una doppia imposizione, essendo la rendita vitalizia assimilabile a fini fiscali al reddito da lavoratore dipendente, in quanto il divieto di doppia imposizione scatta solo nel momento della concreta liquidazione della seconda imposta e solo nel caso in cui l’Amministrazione ritenga di avere diritto a ricevere il doppio pagamento (Cass. Sez. 5, Sentenza n. 1175 del 27/01/2012). In relazione alla configurabilità di un’ipotesi di doppia imposizione vietata non ha alcuna rilevanza l’avvenuta corresponsione, in relazione al medesimo fatto indice di reddito, di un altro tributo, atteso che il contribuente ha l’obbligo di corrispondere il tributo previsto dalla legge (senza possibilità di “scegliere”, in alternativa, un diverso tributo), e pertanto non sono violati i principi di alternatività dell’imposta e/o del divieto di doppia imposizione allorchè l’amministrazione finanziaria richieda il versamento del tributo ritenuto dovuto, senza peraltro escludere la rimborsabilità dell’imposta erroneamente versata (v. Cass. n. 18524 del 2010, in tema di vendita di immobile non soggetta ad Iva, in cui l’amministrazione aveva ritenuto non detraibile l’Iva erroneamente versata e richiesto il pagamento dell’imposta di registro senza peraltro escludere il rimborso della suddetta Iva). Ai fini dell’imputazione del corrispettivo, occorre infatti considerare il momento di stipulazione del contratto, ai sensi del D.P.R. n. 917 cit., art. 75, tenendo conto della natura intrinsecamente onerosa e della configurazione giuridica dell’atto traslativo, e prescindendo da clausole estranee al tipo contrattuale, senza che assuma alcun rilievo il carattere aleatorio della rendita, comunque determinabile sulla base delle tabelle di capitalizzazione risultanti dalla normativa fiscale (v. Cass. n. 10801 del 2007). Va, conseguentemente, accolto il ricorso dell’Agenzia e cassata senza rinvio la sentenza impugnata.



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