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Approvando un accordo forte
e inclusivo come il Wto, e altri accordi internazionali sul commercio
quali il North American Free Trade Agreement (Nafta), il Congresso
degli Usa, e con esso i parlamenti di altre nazioni, rinunciano
in gran parte alla facoltà di determinare standard di sanità
e sicurezza che proteggano i cittadini, accettando, sul piano legale,
pesanti limitazioni alle proprie strategie. L'approvazione di questi
accordi istituzionalizza una struttura economica e politica che
consegna sempre più i singoli governi nelle mani di un sistema
finanziario e commerciale globale, perpetrato per mezzo di un governo
internazionale autocratico che favorisce gli interessi delle imprese
globali. Questo nuovo sistema di governo garantisce un immenso controllo
sui minuti dettagli della vita di gran parte degli abitanti del
pianeta. Questo nuovo sistema non è finalizzato alla salute
e al benessere economico dei cittadini, ma all'ampliamento del potere
e della ricchezza delle maggiori multinazionali e istituzioni finanziarie
mondiali. All'interno di questo nuovo sistema, molte scelte che
coinvolgono la vita quotidiana delle persone vengono progressivamente
sottratte alle facoltà dei governi locali e nazionali per
essere trasferite a un gruppo di burocrati del commercio non eletti,
che siedono nel chiuso delle stanze di Ginevra. Questi burocrati,
per esempio, hanno oggi il potere di stabilire se la popolazione
in California può intervenire per evitare la distruzione
dell'ultimo tratto di foresta vergine sopravvissuto in quello stato,
o per vietare la presenza nei propri alimenti di pesticidi cancerogeni;
o ancora se i paesi europei hanno il diritto di esigere che non
vi siano nei cibi che consumano, tracce di organismi derivanti da
biotecnologie rischiose per la salute. Inoltre, una volta che le
commissioni segrete del Wto abbiano emanato i propri editti, non
può esservi alcun ricorso indipendente: la conformità
dev'essere totale. Sono quindi in gioco le vere e proprie basi della
democrazia, e quella facoltà di decidere responsabilmente
che è il supporto indispensabile di tutte le battaglie civili
per un'equa distribuzione della ricchezza e per un'adeguata difesa
della salute, della sicurezza e dell'ambiente. L'erosione della
responsabilità democratica, e della sovranità locale
e nazionale che ne è l'espressione, è ormai in atto
da diversi decenni. La globalizzazione del commercio e della finanza
è disegnata dalle multinazionali, che, in assenza di regole
universalmente valide, manovrano semplicemente a partire dalle proprie
esigenze. L'istituzione del Wto è un passo fondamentale per
la formalizzazione e il rafforzamento di un sistema creato espressamente
in funzione di questo. Meglio definito come globalizzazione mondiale
dell'economia, questo nuovo modello economico è caratterizzato
dall'apposizione di vincoli sovranazionali alla facoltà legale
e pratica dei singoli stati di subordinare l'attività commerciale
ad altri obiettivi politici. La tattica della globalizzazione è
quella di abolire la responsabilità e il potere decisionale
su questioni così private quali la sicurezza dei cibi, dei
farmaci o dei veicoli a motore, o il modo in cui un paese può
usare o preservare il proprio territorio, la propria acqua, i propri
minerali e altre risorse. Oggi non si può aprire un giornale
senza avere davanti una miriade di esempi dei problemi che emergono
dalla concentrazione del potere: abbassamento del tenore di vita
nella maggior parte dei paesi avanzati e in quelli in via di sviluppo;
aumento della disoccupazione in tutto il mondo; esteso degrado ambientale
e carenze di risorse naturali; scenari politici sempre più
caotici; un'impressione di generale pessimismo che sostituisce l'ottimismo
e la speranza nel futuro. Non c'è bisogno di riunioni cospirative
per alimentare la spinta alla globalizzazione. Gli interessi delle
imprese globali si fondano su una visione comune e distorta: per
loro il pianeta rappresenta innanzitutto un mercato da sfruttare
e una fonte di capitali. I governi, le leggi e la democrazia sono
fattori che limitano lo sfruttamento. Dal loro punto di vista, l'obiettivo
è quello di eliminare le barriere commerciali su scala mondiale.
Da ogni altro punto di vista, tali barriere - e cioè le leggi
che sviluppano l'economia di una nazione, che salvaguardano la salute
e la sicurezza dei cittadini, che garantiscono l'uso sostenibile
della terra, delle risorse e così via - sono un prezioso
strumento di difesa dal commercio privo di regole. Ma per le imprese
multinazionali, la diversità, che è un dono della
democrazia e deriva dalla diffusione del potere decisionale, rappresenta
la barriera più grave. In qualche circostanza, i fautori
del programma di globalizzazione economica sono stati franchi in
merito alle proprie intenzioni: "I governi dovrebbero intervenire
il meno possibile nella gestione del commercio", dice il 3
marzo del 1994 Peter Sutherland, segretario generale del Gatt (General
Agreement on Tariffs and Trade) in un discorso tenuto a New York
per sollecitare gli Usa ad approvare l'istituzione del Wto. A rendere
ancora più allarmanti simili affermazioni è il fatto
che quello che ai giorni nostri va sotto il nome di "commercio"
comprende una fetta enorme delle strutture economiche e politiche
di ciascuna nazione. Il Wto e altri accordi commerciali sono andati
ben al di là del ruolo tradizionalmente loro assegnato, quello
cioè di stabilire le tariffe e le quote, per istituire nuovi
e inauditi controlli a carico dei governi democratici. Abolire le
leggi nazionali e le frontiere economiche per sviluppare la mobilità
del capitale e il "libero mercato" - termine che sarebbe
opportuno sostituire con "mercato delle multinazionali",
dato che per gli altri produce restrizioni invece che libertà
- ha fatto la fortuna di imprese come American Express, Cargill,
Union Carbide, Shell, Citicorp, Pfizer e altri colossi dell'economia
globale. Ma l'ipotesi di un commercio globale senza controllo democratico
si prospetta disastrosa per il resto del mondo, che resterebbe acutamente
esposto a un'imprenditorialità deregolata, accompagnata da
un abbassamento delle condizioni di vita, sanitarie e ambientali.
Come avverte l'economista Herman Daly nel suo "Discorso d'addio
alla Banca mondiale" del gennaio 1994, cercare di abolire la
facoltà degli stati nazionali di regolare il commercio significa:
"Ferire mortalmente la principale entità comunitaria
capace di svolgere politiche per il bene comune. [
] Il globalismo
cosmopolita indebolisce le frontiere nazionali e il potere delle
comunità nazionali e subnazionali, rafforzando per contro
il potere delle grandi imprese transnazionali". La motivazione
filosofica del programma di globalizzazione pare sia quella che
portare al massimo la liberalizzazione economica globale comporta
di per sé grandi vantaggi sul piano economico e sociale.
Tuttavia, chi crede a questa filosofia, o al fatto che la globalizzazione
delle imprese sia motivata da altro che dalla volontà di
massimizzare i profitti a breve termine, non ha che da analizzare
il caso dei rapporti economici cino-statunitensi. Nel 1994, quando
la posta in gioco sono soltanto i diritti umani, l'amministrazione
Clinton interrompe lo storico legame tra condizioni commerciali
di favore e stato dei diritti umani all'interno di un paese, appoggiando
la conferma della Cina come "nazione più favorita"
(Most Favored Nation - Mfn). Invece, agli inizi del 1995, quando
entrano in gioco i diritti di proprietà, gli affitti di McDonald
e le royalties di Topolino inducono gli Usa a minacciare restrizioni
commerciali ai danni della Cina per un importo complessivo di 1
miliardo di dollari. Tale minaccia ha l'effetto di produrre cambiamenti
nella politica del governo cinese, finalizzati al rispetto della
proprietà dei beni intellettuali. Analogamente, gli strumenti
primari della globalizzazione economica - il Nafta e il Wto - non
puntano a eliminare dal commercio ogni genere di vincolo; piuttosto,
gli accordi promuovono l'abolizione dei vincoli che proteggono i
cittadini, aumentando nel contempo quelli che proteggono gli interessi
delle imprese. La regolamentazione del commercio al fine di tutelare
la salute e l'ambiente o di perseguire altri scopi sociali è
rigidamente condizionata. Per esempio, il commercio di prodotti
ottenuti con il lavoro minorile è legalmente ammesso dal
Wto. Eventuali proposte di migliorare standard obsoleti o antiquati
vengono scoraggiate sul nascere dalla probabilità di essere
ricusate dal Wto, con la conseguenza che si viene a stabilire una
moratoria di fatto sugli sforzi per progredire e per creare nuovi
standard. I diritti del lavoro, che per indicazione parlamentare
dovevano essere inclusi nell'Uruguay Round, ne restano completamente
esclusi in quanto limitazioni inopportune del commercio globale.
Ma la regolamentazione del commercio per proteggere i diritti di
proprietà delle imprese monopolistiche - nonché la
proprietà dei beni intellettuali - viene rafforzata; e viene
anche rafforzato il diritto del capitale a essere investito in qualunque
paese e in qualunque settore economico senza condizionamenti di
sorta. Rinunciando al diritto di condizionare l'investimento in
un paese al rispetto di determinati standard sociali, o l'ingresso
di prodotti sul mercato interno alla conformità con le normative
nazionali, gli stati si privano di qualsiasi strumento di influenza
sul comportamento delle imprese. Le imprese globali statunitensi
sanno da tempo come aizzare gli stati l'uno contro l'altro in una
sorta di "spirale verso il basso" per poter approfittare
dei più bassi salari, delle tasse più clementi e degli
standard più permissivi in fatto di inquinamento. Oggi, per
mezzo del Nafta e del Wto, le imprese multinazionali possono fare
questo gioco a livello planetario: in fondo, razionalizzare i costi
sociali e ambientali è l'unico modo per incrementare i profitti
delle imprese. Siamo di fronte a un tragico allettamento, nel quale
i vincenti e i perdenti sono già noti prima ancora che vada
a effetto: i perdenti sono i lavoratori, i consumatori e le comunità
di tutto il mondo, mentre trionfa il grande capitale nella sua corsa
verso i profitti a breve termine. Nel regime imposto dal Wto, lo
scivolamento verso il basso non si verifica solo per le condizioni
di vita e per la tutela della salute e dell'ambiente, ma anche per
la stessa democrazia. L'attuazione di queste cosiddette riforme
del libero mercato, praticamente garantisce che agli sforzi democratici
per far sì che le imprese globali paghino la loro giusta
quota di tasse, assicurino ai dipendenti decorose condizioni di
vita, riducano l'inquinamento dell'aria e dell'acqua, si risponda
sempre con il medesimo ritornello: "Non potete farci carico
di questo. Se lo fate non saremo più competitivi, dovremo
chiudere e spostarci in un paese che ci offre condizioni più
ospitali". Questa sorta di ricatto è estremamente efficace.
Comunità già colpite dalla chiusura delle fabbriche
e dalla riduzione della base produttiva faranno il possibile per
non perdere altri posti di lavoro, sapendo fin troppo bene che simili
minacce non di rado si traducono in realtà. Tra gli insegnamenti
più chiari che emergono dall'analisi delle società
industrializzate è che la centralizzazione del commercio
è nociva per l'ambiente e per la democrazia. Nessuno nega
l'utilità di un certo scambio internazionale; ma le società
devono concentrare il proprio impegno nello stimolare la produzione
di beni da destinare all'interno della comunità. Molto spesso
le imprese su scala più ridotta si adattano con maggiore
flessibilità alle esigenze locali e a metodi di produzione
ecosostenibili. Inoltre sono più accessibili al controllo
democratico, meno esposte al rischio di trasferimenti, e ritengono
che i propri interessi coincidano con quelli della comunità.
Analogamente, conferire potere alle istanze governative di base
significa aumentare il potere dei cittadini. Concentrare il potere
in remoti organismi internazionali, come fanno i trattati commerciali,
significa sottrarre ai cittadini la facoltà di compiere scelte
cruciali per il paese. Al rappresentante di un organo locale ci
si può rivolgere direttamente, mentre il burocrate del Wto
è irraggiungibile e senza volto. Se le scelte di uno stato
o di una comunità possono essere messe a repentaglio dal
fatto che un paese straniero accusi i suoi standard di costituire
un ostacolo allo scambio senza interferenze, se un paese deve pagare
lo scotto delle sanzioni commerciali per mantenere leggi che remoti
tribunali chiusi e autocratici dichiarano essere di intralcio, se
un'impresa sostiene che l'aggravio eventualmente causato dai meccanismi
di tutela dei cittadini la obbligano a chiudere e a trasferirsi
in un altro paese, vuol dire che in tutto il mondo i livelli di
vita e gli standard di giustizia che li sottendono continueranno
a scivolare verso il basso. È questo che accade quando i
valori democratici sono subordinati agli imperativi del commercio
internazionale. In seguito all'istituzione del Wto, il processo
di globalizzazione delle imprese e i suoi effetti si vanno progressivamente
accentuando, accompagnati dal peggioramento o dalla stagnazione
delle condizioni economiche per la maggior parte della gente comune.
Negli Usa, se non tracciamo noi il collegamento tra i problemi locali
e la spinta delle multinazionali alla globalizzazione politica ed
economica, saranno altri a denunciare questi crescenti e inevitabili
problemi attribuendone la responsabilità a fattori diversi.
"È colpa degli immigrati!", "È colpa
dello stato assistenziale!", "È colpa degli operai
e dei contadini che chiedono troppo!", "È colpa
delle barriere commerciali!" Permettere che le cause reali
di questi sfaccettati problemi risultino così travisate significa
accettare di distogliere l'attenzione dagli obiettivi reali, creando
divisioni tra i cittadini a vantaggio delle imprese globali. Dunque,
quella che ci troviamo oggi ad affrontare è una vera corsa
contro il empo: finché esistono ancora le istituzioni e gli
istinti democratici, riusciranno i cittadini, per quanto minacciati,
a invertire la tendenza alla globalizzazione? Il livello di repressione
e di inganno necessario per portare avanti il programma di globalizzazione
sarà difficile da mantenere in presenza di un'energica vigilanza
democratica. Tuttavia, la possibilità di revocare realmente
il Nafta, il Wto e la spinta alla globalizzazione avrà come
condizione necessaria la rivitalizzazione della democrazia di base
nel nostro e negli altri
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