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La pubblicazione di una nuova edizione del
classico di Robert Nozick, "Anarchia, Stato, Utopia"
(Il Saggiatore, 2000, con prefazione di Sebastiano Maffettone) fornisce
l'occasione per alcune riflessioni a ventisei anni dall'uscita dell'originale
di quello che, per molti versi, va considerato (al di là
del suo intrinseco valore) il testo-crocevia della filosofia politica
contemporanea.
In effetti, "Anarchia, Stato, Utopia" è il primo
affresco filosofico-politico della nostra epoca nel quale la necessità
e l'utilità dello Stato non siano assunte come dati a priori,
normalmente nemmeno discussi (non sono discussi, ad esempio, nella
"Teoria della Giustizia" di Rawls), ma nel quale ci si
pone finalmente il problema della necessità della sua giustificazione.
Nozick, in altri termini, prende sul serio l'opzione alternativa
anarchica e si chiede perché mai degli uomini razionali,
che vivessero in assenza di Stato, dovrebbero preoccuparsi di costituirlo.
E' evidente che tale questione non nasce, in Nozick, nel vuoto,
ma è lo sbocco diretto di un singolare fenomeno politico
e filosofico esploso negli anni immediatamente precedenti negli
Stati Uniti: il movimento libertarian, detto poi anche anarco-capitalista,
o, più precisamente, free market anarchism.
La storia di tale movimento è stata fatta molte volte: l'episodio
scatenante viene individuato normalmente nel congresso del 1969
della YAF (Young American for Freedom, gioventù repubblicana),
in cui la minoranza libertaria diede vita a una scissione su parole
d'ordine radicali (contro la coscrizione, contro la guerra nel Viet-Nam,
etc.), che fecero parlare di un avvicinamento tra queste frange
e il movement alternativo e di estrema sinistra di allora.
Tuttavia l'aspetto significativo del movimento libertarian è
che al suo divenire in sede politica si accompagnava una profondissima
riflessione in sede filosofico-politica e filosofico-giuridica,
che ne fa la proposta ancora oggi più interessante tra quelle
prodotte da qualunque movimento "antagonista", di destra
o di sinistra, e anche qui al di là del valore dei suoi esponenti:
basti pensare che il nucleo duro del free market anarchism
è la dottrina giuridica, secondo la quale anche la produzione
del diritto e della giustizia può essere affidata al libero
mercato.
Tale dottrina ha degli agganci lontani, che vengono di tanto in
tanto ricordati: l'economista liberista del XIX secolo Gustave
de Molinari, gli anarchici individualisti americani Lysander
Spooner e Benjamin Tucker, e poco altro.
E tuttavia non si tratta altro che di una logica conseguenza della
dottrina classica del mercato, la quale non conosce autorità
centrali, se non metaforiche e immateriali, dalla mano invisibile
di Adam Smith, al banditore di Leon Walras: sicchè
il libertarianism rivendica il valore della coerenza,
estendendo al diritto e alla sicurezza i normali principi economici
della cultura liberale. Del resto, non si tratta di un fatto
del tutto inedito nella storia : basti considerare la dottrina e
la pratica del diritto internazionale, che ben concoscono l'idea
di un ordinamento giuridico valido ed effettivo, e tuttavia privo
di qualsiasi autorità centrale, e fondato sulla legittimazione
all'autotutela dei singoli soggetti. Più da vicino, i precedenti
teorici di tale impostazione vanno ravvisati in svariati filoni
di pensiero contemporaneo:
a) l'idea del nostro Bruno Leoni, secondo la quale l'ordinamento
giuridico non è che il frutto dell'incontro-scontro di contrapposte
pretese, così come il mercato dei beni è il frutto
dell'incontro tra contrapposte domanda e offerta; Leoni in questo
subiva l'influenza, da un lato, della tradizione di common law,
e dall'altro della Scuola Austriaca di Menger, Mises e Hayek (con
il quale ultimo le influenze sono state reciproche).
b) L'analisi economica del diritto di Ronald Coase, secondo
la quale i conflitti sociali vanno interpretati in termini di costi
di transazione tra le parti in un libero mercato, con la conseguente
individuazione dell'organizzazione aziendale come strumento tecnico
di superamento di detti costi di transazione; per altro verso, lo
stesso Coase dimostrò, in un noto scritto successivo, che
in Gran Bretagna, la gestione dei fari -ossia quello che la dottrina
economica tradizionale considerava il più classico dei beni
pubblici- poteva essere gestito privatamente e in base a criteri
di mercato, sulla base di accordi associativi da parte delle imprese
del settore. E' evidente il carattere metaforico del faro rispetto
allo Stato e al suo costituire fonte imprescindibile del diritto.
c) La public-choice di James Buchanan e Gordon
Tullock, secondo la quale la "politica" non è
a sua volta che un mercato, retto dai principi dell'individualismo
metodologico, sicchè le leggi non sono che contratti che,
idealmente, devono poter avvantaggiare tutte le parti in causa (e
non solo alcune in danno di altre come avviene in regime di debito
pubblico), così come i contratti stipulati sul libero mercato
avvantaggiano di norma tutte le parti contraenti;
d) l'approccio economico alla condotta umana di Gary Becker,
secondo il quale non v'è campo della vita quotidiana, dal
matrimonio all'implementazione della legge, che non sia soggetto
al calcolo economico e non sia (o possa essere) espressione di libere
interazioni di mercato.
In definitiva, secondo i libertarians, il diritto e la
legge non sono degli apriori rispetto al mercato, ma sono essi stessi
calati nel mercato.
I giovani libertarians riconoscevano la propria discendenza dalla
old right (la vecchia destra che si era opposta all'espansione del
governo centrale ai tempi del New Deal), e provenivano dall'ambiente
raccolto attorno al circolo di Ayn Rand: la romanziera-filosofa
russo-americana apologeta del capitalismo, dell'egoismo e del governo
limitato. Fu proprio su quest'ultimo punto che si consumò
la rottura.
La prima uscita teorica pubblica della nuova tendenza fu infatti
uno scritto di Roy Child del 1969, intitolato An Open Letter
to Ayn Rand, il cui scopo dichiarato era "to convert
you to free market anarchism".
Child sviluppò in quella sede brevemente quelli che sarebbero
rimasti sempre i punti fondamentali della posizione etico-giuridica
"anarco-capitalista", riproposti poi nella buona sostanza
dallo stesso Child e da Murray Rothbard nei confronti di Nozick
nel decennio successivo, dato che lo "Stato minimo" di
Nozick può essere considerato sotto molti aspetti il discendente
del "Governo limitato" di Ayn Rand. Tali punti originari
possono così essere riassunti:
a) Il concetto di governo limitato è una pura astrazione.
Secondo Ayn Rand il governo limitato ha la funzione di difendere
i diritti dei cittadini e di impedire l'"inizio della forza".
Secondo Roy Child ciò è contraddittorio, perché
o il governo inizia l'uso della forza, o cessa di essere un governo.
Il governo limitato, infatti, esprime il monopolio dell'uso della
forza, ma esistono due tipi di monopolio possibile: monopolio di
fatto e monopolio di diritto. Se il governo è solo un monopolio
di fatto, vuol dire che altri soggetti, oltre a esso, sono teoricamente
legittimati a proteggere i diritti dei cittadini; se invece non
è ammessa l'emersione di tali soggetti, vuol dire che il
monopolio è di diritto, e che quindi il governo non è
affatto limitato, ma è un aggressore che dà inizio
all'uso della forza nei confronti di soggetti pacifici, ossia di
soggetti per nulla intenzionati a iniziare la forza, ma che semplicemente
intendono organizzare la propria difesa nei confronti di chi iniziasse
l'uso della forza.
b) La necessità di regole oggettive di diritto non implica
che vi sia monopolio nella loro applicazione. Anche per realizzare
un'automobile occorrono regole oggettive, ma ciò non significa
che vi debba essere un'unica fabbrica di automobili.
Il servizio di protezione, infatti, non è che uno dei tanti
servizi che il mercato è in grado di fornire a un determinato
prezzo. Non è vero quello che sostiene la Rand -prosegue
Child- che la concorrenza tra agenzie di protezione porterebbe allo
scontro e alla guerra, e ciò per semplici motivi di autointeresse,
dato che nel mercato lo scontro è assai più costoso
della cooperazione e della soluzione pacifica delle controversie.
D'altra parte, non c'è garanzia che lo Stato non si lasci
andare ad atti aggressivi, anzi, proprio il fatto che esso costituisce
un monopolio favorisce tale ipotesi, data l'assenza di contrappesi
adeguati forniti dalla concorrenza.
L'altro testo fondamentale di quegli anni in materia di agenzie
di protezione è The market for Liberty dei coniugi
Linda e Morris Tannehill, pubblicato all'inizio del 1970,
che viene esplicitamente posto da Nozick a base della sua confutazione.
Si tratta della più ampia trattazione svolta sull'argomento
e deve essere considerato il vero testo classico e fondativo del
free market anarchism (più di Power and Market di
Rothbard che dedica al tema poche pagine frettolose).
E' appena il caso di richiamare la distinzione fondamentale posta
dai Tannehill tra la funzione del servizio di polizia sotto lo Stato
e nel libero mercato. La funzione del servizio di difesa privata
nel libero mercato è di proteggere e difendere l'integrità
personale e la proprietà dei clienti da aggressioni esterne.
Se un'agenzia non fornisce un servizio all'altezza di quello dei
concorrenti, perderà clienti. L'unico modo a disposizione
di un'agenzia di protezione per far soldi è quindi fornire
ai clienti esattamente il livello di protezione richiesta, per il
quale si è disposti a pagare.
Qual è invece la funzione della polizia di Stato? La polizia,
anzitutto, non protegge i cittadini, ma solo gli esponenti dello
Stato stesso. La polizia si limita ad arrestare qualcuno dei criminali
dopo che hanno compiuto atti aggressivi, ma non fornisce un servizio
di protezione preventivo delle proprietà dei singoli.
Si sostiene, evidentemente, che la presenza della polizia protegge
in modo indiretto, scoraggiando di per sé il crimine.
Ma questa teoria fallisce se si tien conto che, in realtà,
la polizia dedica gran parte del proprio tempo a rendere esecutive
proibizioni governative con il solo effetto di creare mercati neri
su larga scala, favorendo così quel crimine organizzato che
dichiara di voler combattere, consegnando nelle sue mani scommesse,
prostituzione e droga. O comunque, la polizia è per lo più
impegnata a imporre il rispetto di leggi e regolamenti che non hanno
nulla a che fare con i diritti dei cittadini: e così, mentre
per il poliziotto di mercato il cittadino è un cliente da
riverire e servire, per il poliziotto di Stato il cittadino è
un sospetto criminale sempre sicuramente non in regola con qualche
cosa.
Insomma, la polizia protegge ben poco i diritti dei cittadini, perché
è impegnata a violarli, ossia a rendere esecutive tutte quelle
leggi che prevedono victimless crimes, che sono ormai la maggior
parte dei reati previsti dalle nostre legislazioni, meramente limitative
della libertà di azione e di commercio, che lo Stato stesso
continuamente pone in essere.
Non solo: mentre nel mercato il cittadino paga per il grado di protezione
che intende ottenere, nello Stato egli è costretto a versare
tributi per ottenere livelli di protezione che sono definiti unilateralmente
dallo Stato. Se un cittadino si rifiutasse di pagare le tasse per
evidenziare la mancata fornitura del servizio di protezione, egli
verrebbe quindi arrestato, dimostrando che il servizio di protezione
dello Stato è in realtà un servizio di repressione
nei suoi confronti.
Se quindi la polizia non protegge i cittadini, qual è la
sua funzione? Proteggere il governo dai cittadini, nella democrazia
non meno che nella dittatura: la polizia è l'agenzia di protezione
dei governanti, non certo dei cittadini.
E' il governo del resto che decide i livelli di polizia necessari,
non sulla base di criteri mercato, ossia sulla base della domanda
e dell'offerta, ma in funzione di considerazioni esclusivamente
politiche, ossia sulla base delle esigenze dei governanti stessi.
"Anarchia, Stato, Utopia" di Nozick esce nel 1974 (la
parte che ci interessa è stata scritta nel 1972), e il suo
primo e immediato interlocutore sono le posizioni sin qui esposte.
Nozick parte dallo stato di natura di Locke, nel quale ogni uomo
ha diritto all'autodifesa, e nota come di fatto già nel Trattato
sul Governo del filosofo del XVII secolo fosse preconizzato il sistema
delle agenzie di protezione, dato che nello stato di natura ognuno
è libero di chiamare altri a difenderlo, e quindi ognuno
è libero di aiutare altri a difendersi: lo stato di natura
di Locke come free market anarchism.
Orbene, la tesi fondamentale di Nozick è che il free market
anarchism, ossia lo stato di natura di Locke (ma si potrebbe dire
di Pufendorf), conduca alla formazione di uno Stato attraverso un
processo spontaneo "mano invisibile" (quindi senza bisogno
di postulare un "contratto sociale" a là Locke),
che appare il prodotto del progetto intenzionale di qualcuno, ma
che in realtà non è determinato dalle intenzioni di
nessuno: e ciò avverrebbe nel pieno rispetto dei diritti
dei cittadini, contrariamente a quanto sostengono gli autori sopra
visti, per i quali lo Stato viola per definizione detti diritti.
Vediamo rapidamente il processo di formazione dello Stato secondo
Robert Nozick.
a) Anzitutto, dal processo concorrenziale tra le associazioni protettive
emerge una Agenzia Dominante: secondo Nozick, dal mercato della
protezione sorgerebbe spontaneamente un monopolio virtuale, a differenza
di quanto accade negli altri settori economici, in cui è
lo Stato stesso che crea e mantiene i monopoli.
Ciò in conseguenza o di uno scontro tra agenzie che si concluda
con l'abbandono della perdente da parte dei clienti, ovvero attraverso
un accordo di cartello, attraverso il quale le agenzie cercano di
minimizzare i costi dello scontro, dando così vita a un unico
sistema giudiziario federale unificato. L'Agenzia Dominante non
è ancora uno Stato, perché non afferma di voler esercitare
il monopolio della forza come fanno gli Stati, e perché sotto
di essa riceve i servizi di protezione solo chi paga per ottenerli,
e ognuno può comprare livelli diversi di protezione.
b) Il passaggio successivo si chiama Stato ultraminimo: rivendica
a sé il monopolio della forza su una data area, ma fornisce
i suoi servizi esclusivamente a chi acquista le sue polizze di protezione.
Tale passaggio è determinato dalla proibizione che l'agenzia
dominante rivolge agli indipendenti (ossia ai non clienti) di porre
in essere procedure giuridiche e di protezione ch'essa giudica pericolose
per i propri clienti.
c) L'ultimo passaggio, dallo Stato ultraminimo allo Stato minimo,
sarebbe il frutto di un dovere morale da parte del management dello
Stato ultraminimo: ossia quello di risarcire gli indipendenti della
proibizione dell'uso privato della giustizia, fornendo loro un servizio
di giustizia in compensazione. Lo Stato minimo equivale quindi allo
Stato ultraminimo, con l'aggiunta di un sistema di buoni alla Milton
Friedman finanziato con i proventi delle tasse: in questo senso,
lo Stato minimo è, con riferimento, al servizio di protezione,
uno Stato redistributivo e in senso lato "socialista".
Come dicevo all'inizio, questa parte della trattazione di ASU è
stata ignorata dal grosso del dibattito accademico, nel quale lo
Stato è di norma considerato un apriori naturale, e quindi
nessuno ha sentito l'esigenza di discutere la fondatezza dell'argomento
di Nozick, secondo il quale il free market anarchism darebbe vita
suo malgrado, attraverso un processo "mano invisibile",
a un vero e proprio Stato sia pur minimo.
L'attenzione del dibattito si è rivolta per lo più
sulla seconda parte del libro, della quale io qui non mi occupo,
relativa alla confutazione della pretesa rawlsiana di costituire
uno Stato che vada ben al di là dello Stato minimo. Le repliche
a Nozick sono invece venute dall'ambiente libertario, e in particolare
ancora una volta da Roy Child e successivamente da Murray Rothbard
(il quale nel 1970, in Power & Market, aveva a sua volta brevemente
tratteggiato un sistema di agenzie di protezione in concorrenza).
Vediamo quindi, senza pretesa di completezza, queste repliche libertarie
allo Stato minimo nozickiano.
a) Anzitutto, come ha rilevato Roy Child nel saggio The Invisibile
Hand Strikes Back (1975-77), il processo delineato da Nozick
non è "mano invisibile" ma "pugno di ferro".
D'altra parte, lo Stato minimo che scaturisce dal processo nozickiano
è di fatto un'azienda privata, e quindi il suo dominio è
una tirannia privata, priva di quei meccanismi di checks and balances
propri del costituzionalismo liberale. Non c'è un solo passaggio
tra quelli delineati da Nozick che non contempli un momento aggressivo
e coercitivo da parte dell'Agenzia Dominante e dello Stato ultraminimo
dopo, salvo quello dell'ipotesi che le diverse agenzie diano vita
spontaneamente a un sistema di corti d'appello comune, a un sistema
legale federato tra le diverse agenze: ma Child (e poi anche Rothbard)
contesta che un simile sistema di coordinamento possa essere assimilato
a uno Stato, dato che si tratta di relazioni volontarie e non cristallizzate
nel libero mercato.
b) Emerge qui il punto di dissenso scientifico forse più
rilevante: ossia la contestazione dell'idea tradizionale che il
servizio di protezione, in altri termini il sistema giuridico, sia
un monopolio naturale.
In fondo quello di Nozick non è altro che un aggiornamento
della tesi dei "fallimenti del mercato": il mercato fallisce
nel produrre i beni pubblici, afferma una certa tradizione di economisti
del benessere (da Pigou a Samuelson); e Nozick precisa: il mercato,
in particolare, fallisce nel fornire il bene pubblico "diritto
e giustizia".
Va detto che in ASU non v'è mai la chiara dimostrazione di
tale fallimento, dato che l'argomento è circolare: si dimostra
il fallimento del mercato fornendo un resoconto in cui il mercato
fallisce.
I free market anarchists insistono invece sul dato che il servizio
di protezione è un servizio con caratteristiche economiche
del tutto simili a quelle degli altri servizi del mercato: sicchè
non si tratta affatto di un servizio necessariamente indivisibile,
potendo ognuno acquistare i livelli individuali di protezione che
ritiene a livello di preferenze soggettive.
Parlare di un "monopolio naturale" per indicare il sistema
federato di agenzie, corti d'appello, etc., che scaturirebbe dal
mercato è una finzione, perché potremmo definire un
monopolio naturale quello di tutti gli agricoltori presi olisticamente:
ma questa sarebbe una tautologia.
c) Vi è poi la contestazione della fondatezza dell'applicazione
fatta da Nozick del principio di risarcimento. Si è detto
che l'Agenzia dominante e lo Stato Ultraminimo sono autorizzati
a vietare le procedure rischiose poste in essere dagli indipendenti.
Nozick afferma che tale divieto comporta l'obbliglo di compensare
gli indipendenti, fornendo loro il servizio di protezione da parte
dello Stato Ultraminimo, che diviene così, imponendo a tutti
il proprio indivisibile servizio di protezione, uno Stato vero e
proprio.
Qui vengono in realtà in evidenza due profili distinti:
c1) il primo riguarda la discussione in ordine all'intangibilità
dei diritti: se i diritti sono intangibili, nessun risarcimento
può valere a sanare la violazione; io ritengo eccessiva tale
posizione, che sacralizza eccessivamente i diritti, che non sono
a mio avviso degli apriori, ma sempre delle ipotesi empiriche soggette
al mercato;
c2) il secondo profilo è invece più rilevante, e riguarda
la mancanza di reciprocità: non si capisce, infatti, se non
in nome della propria superiore forza, che cosa legittimi lo Stato
ultraminimo a vietare procedure altrui definendole rischiose, ponendo
al riparo lo Stato ultraminimo stesso dal fatto che altri possa
ritenere rischiose le sue procedure.
Il fatto poi che il risarcimento, la compensazione, consista nella
costituzione dello Stato appare beffardo, dato che non si capisce
perché gli indipendenti, proprio perché tali, dovrebbero
considerare il proprio coinvolgimento nello Stato come un "risarcimento",
e non invece come un ulteriore danno, da compensare semmai in un
altro modo: magari con una somma di denaro, che è sempre
il modo migliore di risarcire i danni arrecati: certo migliore del
fornire un servizio non richiesto e non gradito.
d) Più in generale, i libertarians contestano che uno
Stato minimo possa davvero rimanere "minimo", una volta
che abbia monopolizzato l'uso della forza, e quindi il potere legislativo,
che che viene esercitato nelle direzioni che il legislatore stesso
ritiene, senza possibilità di incontrare contrappesi adeguati
fuori di sè.
Conclusioni.
In conclusione vorrei proporre alcune considerazioni. "Anarchia,
Stato, Utopia" è un libro fondamentale, perché
non solo ha reimmesso nel dibattito accademico e teorico la questione
dell'anarchia, ma anche perché, da quel momento in poi, l'"anarchia"
di cui si parla in sede filosofico-politica è l'anarchia
di mercato, ossia il mercato stesso nella sua configurazione giuridico-politica:
sicchè ogni discorso teorico sul mercato è oggi discorso
sull'anarchia, e ogni discorso sull'anarchia è trattato anche
dai detrattori come discorso sul mercato.
Detto questo, il tentativo di Nozick di giustificare moralmente
la nascita dello Stato, come prodotto non coercitivo del mercato
stesso, è sicuramente fallito, e in questo la critica degli
anarco-capitalisti ha colto nel segno.
Tra l'altro Nozick, che pure in altri suoi scritti, precendenti
e successivi, ha fatto uso della teoria dei giochi, vi fa un ricorso
solo di facciata per spiegare il suo modello, e ciò in fondo
non è casuale, perché i più recenti sviluppi
della filosofia politica che fanno uso della teoria dei giochi vanno
nella direzione opposta, argomentando che i processi evolutivi conducono
alla cooperazione senza necessità di autorità centrale:
pensiamo al Tit for Tat dell'Axelrod di "Giochi di reciprocità".
Questo non significa che le repliche anarco-capitaliste siano totalmente
convincenti: mettere in luce i difetti altrui non è infatti
dimostrazione sufficiente delle proprie ragioni. Il fatto che Nozick
fallisca nel giustificare moralmente lo Stato non significa che
sia infondato il suo allarme, e cioè che da una situazione
di anarco-capitalismo lo Stato potrebbe riformarsi, magari in forma
autoritaria. Anzitutto va rilevato che le accuse di tirannia privata
rivolte nei confronti dello Stato minimo nozickiano possono essere
tranquillamente ritorte nei confronti di certe teorizzazioni rothbardiane
del proprietario come sovrano assoluto: posto che Rothbard non pone
limiti alla dimensione della proprietà, potremmo trovarci
di fronte a proprietà grandi come nazioni, il cui livello
di liberalità non sarebbe garantito da alcun ordinamento
costituzionale, ma solo dalla buona volontà del proprietario.
La tardiva scoperta rothbardiana delle "nazioni per consenso"
aumenta e non diminuisce le preoccupazioni.
Si aggiunga poi che gli anarco-capitalisti non negano affatto la
legittimità di eventuali fusioni tra compagnie di protezione,
ritenendo erroneamente che l'uso della forza sia una risorsa come
un'altra nel mercato, laddove è evidente che la forza è
una pre-risorsa, una meta-risorsa, che fonda tutte le altre, che
produce per definizione esternalità negative, e che quindi
non può essere trattata alla stregua di un qualunque bene
industriale. Il problema non è quindi tanto se lo Stato scaturisca
"legittimamente" dal mercato, ma se in effetti scaturisca
o no.
E gli anarco-capitalisti non danno risposta sul punto, paralizzati
dal dogma dell'assolutismo proprietario e dalla loro accettazione
di qualunque processo fusionistico tra imprese della protezione,
in quanto evidentemente percepito come espressione di un "diritto
naturale" degli imprenditori.
Il mercato del diritto potrebbe invece prevenire la costituzione
dello Stato solo ove in esso fosse introiettata una norma consuetudinaria
antitrust riguardante proprio l'uso della forza. Si tratta cioè
di ribaltare le attuali impostazioni antitrust, secondo le quali
l'unico monopolio ammesso è quello relativo all'uso della
forza, mentra gli altri sarebbero legittimi: ne deriverebbe anche
il ribaltamento della posizione liberale classica, secondo la quale
la concorrenza è sempre desiderabile, meno che con riferimento
all'uso della forza: al contrario, il contingente monopolio di fatto
di un bene di consumo sarebbe un male sopportabile, mentre non lo
sarebbe quello relativo all'uso della forza da parte dello Stato.
L'idea qui proposta è che qualunque fusione tra agenzie di
protezione sarebbe illegittima per violazione degli obblighi di
protezione assunte nei confronti dei clienti delle agenzie, dato
che, attraverso i processi di concentrazione, ognuno potrebbe trovarsi
a essere "protetto" dal proprio controinteresse, ossia
dal proprio nemico. Concentrandosi in un unico soggetto gli obblighi
di protezione di interessi contrapposti, in realtà detti
obblighi si estinguerebbero per "confusione" (la confusione
è l'istituto civilistico in forza del quale si estinguono
le obbligazioni quando una stessa persona diviene per qualche ragione
creditore e debitore del medesimo rapporto), lasciando spazio al
totale arbitrio del soggetto frutto della concentrazione.
Come diceva il grande giureconsulto Baldo degli Ubaldi "Ratio
confusionis est haec, quod contraria non possunt esse in eodem subiecto":
l'unica garanzia che interessi diversi possano trovare piena espressione
e diretta tutela è nella libera contrattazione, nell'ambito
della quale ciascun interesse possa esprimere un proprio autonomo
soggetto rappresentantivo, e non sia costretto a convivere in un
medesimo soggetto con interessi contrapposti, così come avviene
con lo Stato moderno, il quale assicura di voler garantire scelte
pubbliche che contemperino i diversi interessi, quando invece sappiamo
dagli studi di public choice che tali scelte pubbliche sono possibili
solo se dittatoriali e adottate sacrificando alcuni interessi a
vantaggio di altri (si pensi al teorema di impossibilità
di Arrow).
Solo l'autorganizzazione e la libera contrattazione, in conclusione,
sono garanzia che ogni interesse potrà essere preso in considerazione
non fittiziamente, come avviene nelle odierne decisioni pubbliche,
che sono sempre decisioni di parte, seppur spacciate quali espressioni
di una volontà generale e di un bene pubblico ai quali nessuno
è più disposto a credere a buon mercato.
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