Fabio Massimo Nicosia

Anarchia, Stato, Utopia: così parlò Nozick

Da Enclave, n.12/2001, per gentile concessione di Leonardo Facco Editore, Tel.0335.80.82.280 - Leofacco@tin.it

La pubblicazione di una nuova edizione del classico di Robert Nozick, "Anarchia, Stato, Utopia" (Il Saggiatore, 2000, con prefazione di Sebastiano Maffettone) fornisce l'occasione per alcune riflessioni a ventisei anni dall'uscita dell'originale di quello che, per molti versi, va considerato (al di là del suo intrinseco valore) il testo-crocevia della filosofia politica contemporanea.

In effetti, "Anarchia, Stato, Utopia" è il primo affresco filosofico-politico della nostra epoca nel quale la necessità e l'utilità dello Stato non siano assunte come dati a priori, normalmente nemmeno discussi (non sono discussi, ad esempio, nella "Teoria della Giustizia" di Rawls), ma nel quale ci si pone finalmente il problema della necessità della sua giustificazione.
Nozick, in altri termini, prende sul serio l'opzione alternativa anarchica e si chiede perché mai degli uomini razionali, che vivessero in assenza di Stato, dovrebbero preoccuparsi di costituirlo.

E' evidente che tale questione non nasce, in Nozick, nel vuoto, ma è lo sbocco diretto di un singolare fenomeno politico e filosofico esploso negli anni immediatamente precedenti negli Stati Uniti: il movimento libertarian, detto poi anche anarco-capitalista, o, più precisamente, free market anarchism.

La storia di tale movimento è stata fatta molte volte: l'episodio scatenante viene individuato normalmente nel congresso del 1969 della YAF (Young American for Freedom, gioventù repubblicana), in cui la minoranza libertaria diede vita a una scissione su parole d'ordine radicali (contro la coscrizione, contro la guerra nel Viet-Nam, etc.), che fecero parlare di un avvicinamento tra queste frange e il movement alternativo e di estrema sinistra di allora.

Tuttavia l'aspetto significativo del movimento libertarian è che al suo divenire in sede politica si accompagnava una profondissima riflessione in sede filosofico-politica e filosofico-giuridica, che ne fa la proposta ancora oggi più interessante tra quelle prodotte da qualunque movimento "antagonista", di destra o di sinistra, e anche qui al di là del valore dei suoi esponenti: basti pensare che il nucleo duro del free market anarchism è la dottrina giuridica, secondo la quale anche la produzione del diritto e della giustizia può essere affidata al libero mercato.

Tale dottrina ha degli agganci lontani, che vengono di tanto in tanto ricordati: l'economista liberista del XIX secolo Gustave de Molinari, gli anarchici individualisti americani Lysander Spooner e Benjamin Tucker, e poco altro.

E tuttavia non si tratta altro che di una logica conseguenza della dottrina classica del mercato, la quale non conosce autorità centrali, se non metaforiche e immateriali, dalla mano invisibile di Adam Smith, al banditore di Leon Walras: sicchè il libertarianism rivendica il valore della coerenza, estendendo al diritto e alla sicurezza i normali principi economici della cultura liberale. Del resto, non si tratta di un fatto del tutto inedito nella storia : basti considerare la dottrina e la pratica del diritto internazionale, che ben concoscono l'idea di un ordinamento giuridico valido ed effettivo, e tuttavia privo di qualsiasi autorità centrale, e fondato sulla legittimazione all'autotutela dei singoli soggetti. Più da vicino, i precedenti teorici di tale impostazione vanno ravvisati in svariati filoni di pensiero contemporaneo:

a) l'idea del nostro Bruno Leoni, secondo la quale l'ordinamento giuridico non è che il frutto dell'incontro-scontro di contrapposte pretese, così come il mercato dei beni è il frutto dell'incontro tra contrapposte domanda e offerta; Leoni in questo subiva l'influenza, da un lato, della tradizione di common law, e dall'altro della Scuola Austriaca di Menger, Mises e Hayek (con il quale ultimo le influenze sono state reciproche).

b) L'analisi economica del diritto di Ronald Coase, secondo la quale i conflitti sociali vanno interpretati in termini di costi di transazione tra le parti in un libero mercato, con la conseguente individuazione dell'organizzazione aziendale come strumento tecnico di superamento di detti costi di transazione; per altro verso, lo stesso Coase dimostrò, in un noto scritto successivo, che in Gran Bretagna, la gestione dei fari -ossia quello che la dottrina economica tradizionale considerava il più classico dei beni pubblici- poteva essere gestito privatamente e in base a criteri di mercato, sulla base di accordi associativi da parte delle imprese del settore. E' evidente il carattere metaforico del faro rispetto allo Stato e al suo costituire fonte imprescindibile del diritto.

c) La public-choice di James Buchanan e Gordon Tullock, secondo la quale la "politica" non è a sua volta che un mercato, retto dai principi dell'individualismo metodologico, sicchè le leggi non sono che contratti che, idealmente, devono poter avvantaggiare tutte le parti in causa (e non solo alcune in danno di altre come avviene in regime di debito pubblico), così come i contratti stipulati sul libero mercato avvantaggiano di norma tutte le parti contraenti;

d) l'approccio economico alla condotta umana di Gary Becker, secondo il quale non v'è campo della vita quotidiana, dal matrimonio all'implementazione della legge, che non sia soggetto al calcolo economico e non sia (o possa essere) espressione di libere interazioni di mercato.

In definitiva, secondo i libertarians, il diritto e la legge non sono degli apriori rispetto al mercato, ma sono essi stessi calati nel mercato.

I giovani libertarians riconoscevano la propria discendenza dalla old right (la vecchia destra che si era opposta all'espansione del governo centrale ai tempi del New Deal), e provenivano dall'ambiente raccolto attorno al circolo di Ayn Rand: la romanziera-filosofa russo-americana apologeta del capitalismo, dell'egoismo e del governo limitato. Fu proprio su quest'ultimo punto che si consumò la rottura.

La prima uscita teorica pubblica della nuova tendenza fu infatti uno scritto di Roy Child del 1969, intitolato An Open Letter to Ayn Rand, il cui scopo dichiarato era "to convert you to free market anarchism".

Child sviluppò in quella sede brevemente quelli che sarebbero rimasti sempre i punti fondamentali della posizione etico-giuridica "anarco-capitalista", riproposti poi nella buona sostanza dallo stesso Child e da Murray Rothbard nei confronti di Nozick nel decennio successivo, dato che lo "Stato minimo" di Nozick può essere considerato sotto molti aspetti il discendente del "Governo limitato" di Ayn Rand. Tali punti originari possono così essere riassunti:

a) Il concetto di governo limitato è una pura astrazione. Secondo Ayn Rand il governo limitato ha la funzione di difendere i diritti dei cittadini e di impedire l'"inizio della forza".

Secondo Roy Child ciò è contraddittorio, perché o il governo inizia l'uso della forza, o cessa di essere un governo. Il governo limitato, infatti, esprime il monopolio dell'uso della forza, ma esistono due tipi di monopolio possibile: monopolio di fatto e monopolio di diritto. Se il governo è solo un monopolio di fatto, vuol dire che altri soggetti, oltre a esso, sono teoricamente legittimati a proteggere i diritti dei cittadini; se invece non è ammessa l'emersione di tali soggetti, vuol dire che il monopolio è di diritto, e che quindi il governo non è affatto limitato, ma è un aggressore che dà inizio all'uso della forza nei confronti di soggetti pacifici, ossia di soggetti per nulla intenzionati a iniziare la forza, ma che semplicemente intendono organizzare la propria difesa nei confronti di chi iniziasse l'uso della forza.

b) La necessità di regole oggettive di diritto non implica che vi sia monopolio nella loro applicazione. Anche per realizzare un'automobile occorrono regole oggettive, ma ciò non significa che vi debba essere un'unica fabbrica di automobili.

Il servizio di protezione, infatti, non è che uno dei tanti servizi che il mercato è in grado di fornire a un determinato prezzo. Non è vero quello che sostiene la Rand -prosegue Child- che la concorrenza tra agenzie di protezione porterebbe allo scontro e alla guerra, e ciò per semplici motivi di autointeresse, dato che nel mercato lo scontro è assai più costoso della cooperazione e della soluzione pacifica delle controversie. D'altra parte, non c'è garanzia che lo Stato non si lasci andare ad atti aggressivi, anzi, proprio il fatto che esso costituisce un monopolio favorisce tale ipotesi, data l'assenza di contrappesi adeguati forniti dalla concorrenza.

L'altro testo fondamentale di quegli anni in materia di agenzie di protezione è The market for Liberty dei coniugi Linda e Morris Tannehill, pubblicato all'inizio del 1970, che viene esplicitamente posto da Nozick a base della sua confutazione. Si tratta della più ampia trattazione svolta sull'argomento e deve essere considerato il vero testo classico e fondativo del free market anarchism (più di Power and Market di Rothbard che dedica al tema poche pagine frettolose).

E' appena il caso di richiamare la distinzione fondamentale posta dai Tannehill tra la funzione del servizio di polizia sotto lo Stato e nel libero mercato. La funzione del servizio di difesa privata nel libero mercato è di proteggere e difendere l'integrità personale e la proprietà dei clienti da aggressioni esterne. Se un'agenzia non fornisce un servizio all'altezza di quello dei concorrenti, perderà clienti. L'unico modo a disposizione di un'agenzia di protezione per far soldi è quindi fornire ai clienti esattamente il livello di protezione richiesta, per il quale si è disposti a pagare.

Qual è invece la funzione della polizia di Stato? La polizia, anzitutto, non protegge i cittadini, ma solo gli esponenti dello Stato stesso. La polizia si limita ad arrestare qualcuno dei criminali dopo che hanno compiuto atti aggressivi, ma non fornisce un servizio di protezione preventivo delle proprietà dei singoli.
Si sostiene, evidentemente, che la presenza della polizia protegge in modo indiretto, scoraggiando di per sé il crimine.

Ma questa teoria fallisce se si tien conto che, in realtà, la polizia dedica gran parte del proprio tempo a rendere esecutive proibizioni governative con il solo effetto di creare mercati neri su larga scala, favorendo così quel crimine organizzato che dichiara di voler combattere, consegnando nelle sue mani scommesse, prostituzione e droga. O comunque, la polizia è per lo più impegnata a imporre il rispetto di leggi e regolamenti che non hanno nulla a che fare con i diritti dei cittadini: e così, mentre per il poliziotto di mercato il cittadino è un cliente da riverire e servire, per il poliziotto di Stato il cittadino è un sospetto criminale sempre sicuramente non in regola con qualche cosa.

Insomma, la polizia protegge ben poco i diritti dei cittadini, perché è impegnata a violarli, ossia a rendere esecutive tutte quelle leggi che prevedono victimless crimes, che sono ormai la maggior parte dei reati previsti dalle nostre legislazioni, meramente limitative della libertà di azione e di commercio, che lo Stato stesso continuamente pone in essere.

Non solo: mentre nel mercato il cittadino paga per il grado di protezione che intende ottenere, nello Stato egli è costretto a versare tributi per ottenere livelli di protezione che sono definiti unilateralmente dallo Stato. Se un cittadino si rifiutasse di pagare le tasse per evidenziare la mancata fornitura del servizio di protezione, egli verrebbe quindi arrestato, dimostrando che il servizio di protezione dello Stato è in realtà un servizio di repressione nei suoi confronti.

Se quindi la polizia non protegge i cittadini, qual è la sua funzione? Proteggere il governo dai cittadini, nella democrazia non meno che nella dittatura: la polizia è l'agenzia di protezione dei governanti, non certo dei cittadini.

E' il governo del resto che decide i livelli di polizia necessari, non sulla base di criteri mercato, ossia sulla base della domanda e dell'offerta, ma in funzione di considerazioni esclusivamente politiche, ossia sulla base delle esigenze dei governanti stessi.
"Anarchia, Stato, Utopia" di Nozick esce nel 1974 (la parte che ci interessa è stata scritta nel 1972), e il suo primo e immediato interlocutore sono le posizioni sin qui esposte.

Nozick parte dallo stato di natura di Locke, nel quale ogni uomo ha diritto all'autodifesa, e nota come di fatto già nel Trattato sul Governo del filosofo del XVII secolo fosse preconizzato il sistema delle agenzie di protezione, dato che nello stato di natura ognuno è libero di chiamare altri a difenderlo, e quindi ognuno è libero di aiutare altri a difendersi: lo stato di natura di Locke come free market anarchism.

Orbene, la tesi fondamentale di Nozick è che il free market anarchism, ossia lo stato di natura di Locke (ma si potrebbe dire di Pufendorf), conduca alla formazione di uno Stato attraverso un processo spontaneo "mano invisibile" (quindi senza bisogno di postulare un "contratto sociale" a là Locke), che appare il prodotto del progetto intenzionale di qualcuno, ma che in realtà non è determinato dalle intenzioni di nessuno: e ciò avverrebbe nel pieno rispetto dei diritti dei cittadini, contrariamente a quanto sostengono gli autori sopra visti, per i quali lo Stato viola per definizione detti diritti. Vediamo rapidamente il processo di formazione dello Stato secondo Robert Nozick.

a) Anzitutto, dal processo concorrenziale tra le associazioni protettive emerge una Agenzia Dominante: secondo Nozick, dal mercato della protezione sorgerebbe spontaneamente un monopolio virtuale, a differenza di quanto accade negli altri settori economici, in cui è lo Stato stesso che crea e mantiene i monopoli.
Ciò in conseguenza o di uno scontro tra agenzie che si concluda con l'abbandono della perdente da parte dei clienti, ovvero attraverso un accordo di cartello, attraverso il quale le agenzie cercano di minimizzare i costi dello scontro, dando così vita a un unico sistema giudiziario federale unificato. L'Agenzia Dominante non è ancora uno Stato, perché non afferma di voler esercitare il monopolio della forza come fanno gli Stati, e perché sotto di essa riceve i servizi di protezione solo chi paga per ottenerli, e ognuno può comprare livelli diversi di protezione.

b) Il passaggio successivo si chiama Stato ultraminimo: rivendica a sé il monopolio della forza su una data area, ma fornisce i suoi servizi esclusivamente a chi acquista le sue polizze di protezione. Tale passaggio è determinato dalla proibizione che l'agenzia dominante rivolge agli indipendenti (ossia ai non clienti) di porre in essere procedure giuridiche e di protezione ch'essa giudica pericolose per i propri clienti.

c) L'ultimo passaggio, dallo Stato ultraminimo allo Stato minimo, sarebbe il frutto di un dovere morale da parte del management dello Stato ultraminimo: ossia quello di risarcire gli indipendenti della proibizione dell'uso privato della giustizia, fornendo loro un servizio di giustizia in compensazione. Lo Stato minimo equivale quindi allo Stato ultraminimo, con l'aggiunta di un sistema di buoni alla Milton Friedman finanziato con i proventi delle tasse: in questo senso, lo Stato minimo è, con riferimento, al servizio di protezione, uno Stato redistributivo e in senso lato "socialista". Come dicevo all'inizio, questa parte della trattazione di ASU è stata ignorata dal grosso del dibattito accademico, nel quale lo Stato è di norma considerato un apriori naturale, e quindi nessuno ha sentito l'esigenza di discutere la fondatezza dell'argomento di Nozick, secondo il quale il free market anarchism darebbe vita suo malgrado, attraverso un processo "mano invisibile", a un vero e proprio Stato sia pur minimo.
L'attenzione del dibattito si è rivolta per lo più sulla seconda parte del libro, della quale io qui non mi occupo, relativa alla confutazione della pretesa rawlsiana di costituire uno Stato che vada ben al di là dello Stato minimo. Le repliche a Nozick sono invece venute dall'ambiente libertario, e in particolare ancora una volta da Roy Child e successivamente da Murray Rothbard (il quale nel 1970, in Power & Market, aveva a sua volta brevemente tratteggiato un sistema di agenzie di protezione in concorrenza). Vediamo quindi, senza pretesa di completezza, queste repliche libertarie allo Stato minimo nozickiano.

a) Anzitutto, come ha rilevato Roy Child nel saggio The Invisibile Hand Strikes Back (1975-77), il processo delineato da Nozick non è "mano invisibile" ma "pugno di ferro". D'altra parte, lo Stato minimo che scaturisce dal processo nozickiano è di fatto un'azienda privata, e quindi il suo dominio è una tirannia privata, priva di quei meccanismi di checks and balances propri del costituzionalismo liberale. Non c'è un solo passaggio tra quelli delineati da Nozick che non contempli un momento aggressivo e coercitivo da parte dell'Agenzia Dominante e dello Stato ultraminimo dopo, salvo quello dell'ipotesi che le diverse agenzie diano vita spontaneamente a un sistema di corti d'appello comune, a un sistema legale federato tra le diverse agenze: ma Child (e poi anche Rothbard) contesta che un simile sistema di coordinamento possa essere assimilato a uno Stato, dato che si tratta di relazioni volontarie e non cristallizzate nel libero mercato.

b) Emerge qui il punto di dissenso scientifico forse più rilevante: ossia la contestazione dell'idea tradizionale che il servizio di protezione, in altri termini il sistema giuridico, sia un monopolio naturale.
In fondo quello di Nozick non è altro che un aggiornamento della tesi dei "fallimenti del mercato": il mercato fallisce nel produrre i beni pubblici, afferma una certa tradizione di economisti del benessere (da Pigou a Samuelson); e Nozick precisa: il mercato, in particolare, fallisce nel fornire il bene pubblico "diritto e giustizia".
Va detto che in ASU non v'è mai la chiara dimostrazione di tale fallimento, dato che l'argomento è circolare: si dimostra il fallimento del mercato fornendo un resoconto in cui il mercato fallisce.
I free market anarchists insistono invece sul dato che il servizio di protezione è un servizio con caratteristiche economiche del tutto simili a quelle degli altri servizi del mercato: sicchè non si tratta affatto di un servizio necessariamente indivisibile, potendo ognuno acquistare i livelli individuali di protezione che ritiene a livello di preferenze soggettive.
Parlare di un "monopolio naturale" per indicare il sistema federato di agenzie, corti d'appello, etc., che scaturirebbe dal mercato è una finzione, perché potremmo definire un monopolio naturale quello di tutti gli agricoltori presi olisticamente: ma questa sarebbe una tautologia.

c) Vi è poi la contestazione della fondatezza dell'applicazione fatta da Nozick del principio di risarcimento. Si è detto che l'Agenzia dominante e lo Stato Ultraminimo sono autorizzati a vietare le procedure rischiose poste in essere dagli indipendenti. Nozick afferma che tale divieto comporta l'obbliglo di compensare gli indipendenti, fornendo loro il servizio di protezione da parte dello Stato Ultraminimo, che diviene così, imponendo a tutti il proprio indivisibile servizio di protezione, uno Stato vero e proprio.
Qui vengono in realtà in evidenza due profili distinti:

c1) il primo riguarda la discussione in ordine all'intangibilità dei diritti: se i diritti sono intangibili, nessun risarcimento può valere a sanare la violazione; io ritengo eccessiva tale posizione, che sacralizza eccessivamente i diritti, che non sono a mio avviso degli apriori, ma sempre delle ipotesi empiriche soggette al mercato;

c2) il secondo profilo è invece più rilevante, e riguarda la mancanza di reciprocità: non si capisce, infatti, se non in nome della propria superiore forza, che cosa legittimi lo Stato ultraminimo a vietare procedure altrui definendole rischiose, ponendo al riparo lo Stato ultraminimo stesso dal fatto che altri possa ritenere rischiose le sue procedure.
Il fatto poi che il risarcimento, la compensazione, consista nella costituzione dello Stato appare beffardo, dato che non si capisce perché gli indipendenti, proprio perché tali, dovrebbero considerare il proprio coinvolgimento nello Stato come un "risarcimento", e non invece come un ulteriore danno, da compensare semmai in un altro modo: magari con una somma di denaro, che è sempre il modo migliore di risarcire i danni arrecati: certo migliore del fornire un servizio non richiesto e non gradito.

d) Più in generale, i libertarians contestano che uno Stato minimo possa davvero rimanere "minimo", una volta che abbia monopolizzato l'uso della forza, e quindi il potere legislativo, che che viene esercitato nelle direzioni che il legislatore stesso ritiene, senza possibilità di incontrare contrappesi adeguati fuori di sè.

Conclusioni.
In conclusione vorrei proporre alcune considerazioni. "Anarchia, Stato, Utopia" è un libro fondamentale, perché non solo ha reimmesso nel dibattito accademico e teorico la questione dell'anarchia, ma anche perché, da quel momento in poi, l'"anarchia" di cui si parla in sede filosofico-politica è l'anarchia di mercato, ossia il mercato stesso nella sua configurazione giuridico-politica: sicchè ogni discorso teorico sul mercato è oggi discorso sull'anarchia, e ogni discorso sull'anarchia è trattato anche dai detrattori come discorso sul mercato.

Detto questo, il tentativo di Nozick di giustificare moralmente la nascita dello Stato, come prodotto non coercitivo del mercato stesso, è sicuramente fallito, e in questo la critica degli anarco-capitalisti ha colto nel segno.

Tra l'altro Nozick, che pure in altri suoi scritti, precendenti e successivi, ha fatto uso della teoria dei giochi, vi fa un ricorso solo di facciata per spiegare il suo modello, e ciò in fondo non è casuale, perché i più recenti sviluppi della filosofia politica che fanno uso della teoria dei giochi vanno nella direzione opposta, argomentando che i processi evolutivi conducono alla cooperazione senza necessità di autorità centrale: pensiamo al Tit for Tat dell'Axelrod di "Giochi di reciprocità".

Questo non significa che le repliche anarco-capitaliste siano totalmente convincenti: mettere in luce i difetti altrui non è infatti dimostrazione sufficiente delle proprie ragioni. Il fatto che Nozick fallisca nel giustificare moralmente lo Stato non significa che sia infondato il suo allarme, e cioè che da una situazione di anarco-capitalismo lo Stato potrebbe riformarsi, magari in forma autoritaria. Anzitutto va rilevato che le accuse di tirannia privata rivolte nei confronti dello Stato minimo nozickiano possono essere tranquillamente ritorte nei confronti di certe teorizzazioni rothbardiane del proprietario come sovrano assoluto: posto che Rothbard non pone limiti alla dimensione della proprietà, potremmo trovarci di fronte a proprietà grandi come nazioni, il cui livello di liberalità non sarebbe garantito da alcun ordinamento costituzionale, ma solo dalla buona volontà del proprietario. La tardiva scoperta rothbardiana delle "nazioni per consenso" aumenta e non diminuisce le preoccupazioni.

Si aggiunga poi che gli anarco-capitalisti non negano affatto la legittimità di eventuali fusioni tra compagnie di protezione, ritenendo erroneamente che l'uso della forza sia una risorsa come un'altra nel mercato, laddove è evidente che la forza è una pre-risorsa, una meta-risorsa, che fonda tutte le altre, che produce per definizione esternalità negative, e che quindi non può essere trattata alla stregua di un qualunque bene industriale. Il problema non è quindi tanto se lo Stato scaturisca "legittimamente" dal mercato, ma se in effetti scaturisca o no.

E gli anarco-capitalisti non danno risposta sul punto, paralizzati dal dogma dell'assolutismo proprietario e dalla loro accettazione di qualunque processo fusionistico tra imprese della protezione, in quanto evidentemente percepito come espressione di un "diritto naturale" degli imprenditori.

Il mercato del diritto potrebbe invece prevenire la costituzione dello Stato solo ove in esso fosse introiettata una norma consuetudinaria antitrust riguardante proprio l'uso della forza. Si tratta cioè di ribaltare le attuali impostazioni antitrust, secondo le quali l'unico monopolio ammesso è quello relativo all'uso della forza, mentra gli altri sarebbero legittimi: ne deriverebbe anche il ribaltamento della posizione liberale classica, secondo la quale la concorrenza è sempre desiderabile, meno che con riferimento all'uso della forza: al contrario, il contingente monopolio di fatto di un bene di consumo sarebbe un male sopportabile, mentre non lo sarebbe quello relativo all'uso della forza da parte dello Stato.

L'idea qui proposta è che qualunque fusione tra agenzie di protezione sarebbe illegittima per violazione degli obblighi di protezione assunte nei confronti dei clienti delle agenzie, dato che, attraverso i processi di concentrazione, ognuno potrebbe trovarsi a essere "protetto" dal proprio controinteresse, ossia dal proprio nemico. Concentrandosi in un unico soggetto gli obblighi di protezione di interessi contrapposti, in realtà detti obblighi si estinguerebbero per "confusione" (la confusione è l'istituto civilistico in forza del quale si estinguono le obbligazioni quando una stessa persona diviene per qualche ragione creditore e debitore del medesimo rapporto), lasciando spazio al totale arbitrio del soggetto frutto della concentrazione.

Come diceva il grande giureconsulto Baldo degli Ubaldi "Ratio confusionis est haec, quod contraria non possunt esse in eodem subiecto": l'unica garanzia che interessi diversi possano trovare piena espressione e diretta tutela è nella libera contrattazione, nell'ambito della quale ciascun interesse possa esprimere un proprio autonomo soggetto rappresentantivo, e non sia costretto a convivere in un medesimo soggetto con interessi contrapposti, così come avviene con lo Stato moderno, il quale assicura di voler garantire scelte pubbliche che contemperino i diversi interessi, quando invece sappiamo dagli studi di public choice che tali scelte pubbliche sono possibili solo se dittatoriali e adottate sacrificando alcuni interessi a vantaggio di altri (si pensi al teorema di impossibilità di Arrow).

Solo l'autorganizzazione e la libera contrattazione, in conclusione, sono garanzia che ogni interesse potrà essere preso in considerazione non fittiziamente, come avviene nelle odierne decisioni pubbliche, che sono sempre decisioni di parte, seppur spacciate quali espressioni di una volontà generale e di un bene pubblico ai quali nessuno è più disposto a credere a buon mercato.