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Prima di potersi approcciare all'analisi del
rapporto esistente tra Santa Sede e Organizzazioni Internazionali,
è assolutamente indispensabile un preventivo sforzo per una
corretta definizione, in senso internazionalistico, del soggetto
Santa Sede. Talvolta infatti, in certa letteratura divulgativa,
Essa sembra essere identificata con il soggetto "Chiesa cattolica",
con tutte le difficoltà derivanti dal fatto che quest'ultimo
è un soggetto teologico-dogmatico più che giuridico;
altre volte, altrettanto erroneamente Essa sembra quasi essere collocata
in una posizione subordinata a quella propria dello "Stato
della Città del Vaticano".
Evidentemente, in questa intricata situazione, nella quale anche
la letteratura scientifica non sembra giungere a conclusioni univoche,
dovrà essere sempre l'osservazione della realtà oggettiva
a guidare l'analisi dell'interprete. E' necessario tuttavia partire
dal presupposto che la Santa Sede è sempre stata soggetto
internazionale, da quando la Comunità internazionale ha cominciato
a svilupparsi in senso moderno, a partire cioè dalla la Pace
di Westfalia (1648). Da quel momento in poi infatti, la Santa Sede,
pur perdendo la caratteristica della "sopranazionalità"
che l'aveva caratterizzata in epoca medioevale, nel contesto della
cosiddetta Respublica gentium christianorum, entra nondimeno nella
nuova compagine internazionale in una posizione paritaria rispetto
agli altri soggetti.
Per quanto riguarda invece lo Stato della Città del Vaticano,
pur essendo quest'ultimo certamente uno "Stato" nel senso
giuridico del termine, evidentemente però giace in una posizione
subordinata a quella della Santa Sede, in quanto con il Trattato
del Laterano (1929), si è inteso assicurare a quest'ultima
la massima autonomia ed indipendenza nella guida della Chiesa cattolica,
grazie soprattutto alle garanzie derivanti dalla costituzione di
questo soggetto statuale. Nel 1929 di conseguenza, non si è
costituito un nuovo soggetto internazionale, ma solamente un nuovo
Stato, in quanto la Santa Sede, anche tra il 1870 e il 1929, aveva
continuato a svolgere attività internazionali anche se all'epoca
appariva come un ente privo di territorio.
Risulta chiaro dunque da quanto detto sopra che la soggettività
giuridica internazionale della Santa Sede risulta essere "svincolata"
dal territorio sul quale Essa esercita un potere nel senso temporale
del termine.
Anche senza continuare l'approfondimento dello studio della figura
giuridica della Santa Sede, un dato appare degno di nota. Quest'ultimo
per altro emerge proprio dall'analisi del rapporto tra Santa Sede
ed Organizzazioni Internazionali: questa infatti, pur essendo, come
detto, un soggetto paritario in ambito internazionale, conserva
nello stesso tempo una sua particolarità, cioè un'alteritas
rispetto agli altri soggetti di Diritto Internazionale. Questa sua
peculiarità si sostanzia poi fondamentalmente nel fatto che
Essa non si fa portatrice di visioni "settarie" e non
ha nemmeno delle aspettative di vantaggi (seppure indiretti) da
trarre da questa sua attività internazionale.
Il suo impegno anche e soprattutto a livello di organizzazione internazionale
generale è in altre parole l'espressione della sollecitudine
che Essa rappresenta per la Comunità mondiale intesa nel
suo complesso; questa premura però, si deve sempre coniugare
con la caratteristica della sua "neutralità", cioè
con il fatto che Essa persegue comunque una linea di politica internazionale
che si sforza di essere il più possibile super partes, tesa
cioè al raggiungimento del bene comune secondo le intenzioni
del Beato Giovanni XXIII.
Dal punto di vista storico-ecclesiologico, è oltremodo necessario
evidenziare il grande "salto di qualità" compiuto
dalla Chiesa cattolica con il Concilio Vaticano II. Quest'ultimo
infatti esplicitava la necessità di un cambiamento radicale
del modo di relazionarsi della Chiesa con il mondo moderno e secolarizzato,
superando l'antica barriera del tradizionalismo intransigente ottocentesco.
Invero già con il Pontificato di Giovanni XXIII, si evidenzia
il progressivo realizzarsi di un impegno della Chiesa, con tutte
le sue articolazioni, nelle relazioni internazionali, secondo una
linea di pensiero che superando la rivendicazione del semplice "diritto"
di presenza, giunge alla formulazione e all'affermazione di un vero
e proprio sentimento del "dovere" di presenza della Santa
Sede. In questo senso infatti vanno letti alcuni fra i più
importanti documenti della storia della Chiesa nell'età contemporanea,
come ad esempio le encicliche Pacem in terris (1963), Ecclesiam
suam (1964) o la Costituzione pastorale Gaudium et spes frutto dei
lavori del Concilio Vaticano II. E' soprattutto infatti con il Concilio
Vaticano II che si getta l'impostazione della "coscienza nuova"
della Chiesa in materia di pace, di giustizia internazionale, di
cultura, di dottrina sociale, contribuendo anche alla crescita,
nella stessa misura, della necessità per Essa Chiesa, di
essere maggiormente presente ed attiva in tutti gli ambiti in cui
l'umanità è presente. Nella succitata Costituzione
pastorale Gaudium et spes, trattandosi espressamente dei rapporti
tra Chiesa e comunità politica si afferma che la missione
che Cristo ha affidato alla sua Chiesa "non è di ordine
politico, economico e sociale: il fine che le ha prefisso è
di ordine religioso", però proprio in forza di questa
missione di carattere religioso "scaturiscono dei compiti,
della luce e delle forze che possono contribuire a costruire e a
consolidare la comunità degli uomini secondo la legge divina"
(Cfr. Gaudium et spes § 42).
Rispetto alla riflessione circa le forme di presenza della Santa
Sede nel contesto delle varie Organizzazioni Internazionali è
qui solo il caso di evidenziare come questa si accordi con la qualifica
internazionale del soggetto Santa Sede, che è poi l'organo
di governo centrale della Chiesa cattolica. Per questo motivo, la
forma di partecipazione che appare alla luce dell'esperienza storica
la più adatta, è certamente quella attraverso un Osservatore
permanente. Solo in questa maniera infatti, Essa può essere
presente nel contesto delle varie istituzioni internazionali, senza
però compromettere la sua figura complessiva, che deve essere
assolutamente sganciata da interessi meramente terreni. D'altra
parte, alla luce dell'esperienza fattuale, emerge il dato anche
pratico che la figura dell'Osservatore permanente è quella
che senza dubbio meglio si confà alle esigenze proprie della
Santa Sede: le permette infatti di intervenire, di concertarsi con
i Rappresentanti degli Stati membri, di avere accesso a tutti i
documenti e ai vari uffici delle Organizzazioni, escludendola in
pratica solo dal diritto di voto. Il voto inoltre - è questa
è la più evidente diversità dalla politica
propria degli Stati, cioè quella che meglio manifesta anche
l'incongruità della considerazione della politica della Santa
Sede in termini di "potenza" o di "prestigio"
- è sempre in fondo la manifestazione di una divisione: di
idee, di opinioni, di tendenze. La Santa Sede di conseguenza, che
desidera operare e che si adopera per l'unità del genere
umano incadrebbe votando in un clamoroso paradosso. Ancora un punto
però merita di essere sottolineato, cioè il fatto
che Essa non si trova in questa situazione particolare per chissà
quali motivi legati all'estensione territoriale od alla popolazione
vaticana che le impedirebbero la partecipazione diretta come membro,
bensì per il semplice fatto che è Essa stessa che
sceglie, in quanto più confacentele, questa forma di presenza
solo "consultiva" in questi organismi.
Alla Santa Sede tuttavia fanno capo una serie di situazioni giuridiche
per altro diverse, anche se come si è appena detto Essa preferisce
la partecipazione tramite Osservatore permanente, in certi specifici
casi Essa è altresì membro di talune Organizzazioni
Internazionali, come ad esempio dell'AIEA, dell'UNCTAD, del Comitato
Esecutivo dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati,
oppure lo è stato come nel caso dell'UNIDO, fino al 1975.
Non occorre spendere altre parole per spiegare il fatto che comunque,
nella maggior parte dei casi Essa partecipi con un Osservatore permanente
e che questa sia una scelta che dipende esclusivamente dal suo "foro
interno", indipendentemente da qualsiasi altra considerazione
di merito.
Appare perciò, alla luce dei fatti, del tutto inadeguata
la teoria formulata anche da alcuni insigni autori in seno alla
dottrina, la quale sostiene che la Santa Sede non potrebbe partecipare
all'ONU ad esempio, perché il suo territorio sarebbe troppo
ristretto o perché il numero dei suoi abitanti è "infinitesimale".
Evidentemente, una volta ancora, la figura giuridica della Santa
Sede risulterebbe così sottoposta quando non fraintesa a
quella dello Stato della Città del Vaticano.
La Santa Sede è presente poi anche in Organizzazioni Internazionali
a carattere regionale, sempre in qualità di Osservatore permanente,
come ad esempio presso l'OSA, l'Unione Europea, il Consiglio d'Europa
e recentemente anche presso l'OUA, o addirittura come membro presso
l'OSCE e presso il Consiglio di Cooperazione culturale del Consiglio
d'Europa. Questo fatto dimostra ancora una volta, se ce ne fosse
bisogno, come la Santa Sede sia una realtà internazionale
che va ben oltre quella che è la sua locazione meramente
terrena (Stato del Vaticano), certamente collocata in Europa ed
in Italia geograficamente; Essa non è però limitata
da questo. La Santa Sede in quanto espressione della Chiesa cattolica
universale, non può essere considerata "estranea"
da nessuna parte del pianeta, ovunque siano in gioco gli interessi
dell'umanità, lì saranno in gioco anche interessi
della Santa Sede. Anche se come si è detto la Santa Sede
non trova delle limitazioni dal fatto che il territorio vaticano
è geograficamente collocato in Europa, bisogna comunque evidenziare
come la sua attenzione rimanga ancora maggiormente rivolta a quegli
organismi che hanno una vocazione universale, la Santa Sede infatti
è un'istituzione che apre ancora tendenzialmente all'universale,
che tende a superare il "localismo", perché anche
se si parla di Organizzazioni Internazionali a carattere anche continentale
sono comunque sempre espressione di realtà locali, se viste
da un punto di vista mondiale. Anche se perciò partecipa
a questi organismi regionali, Essa preferisce comunque, in ogni
caso "ragionare" a livello globale, nondimeno Essa ha
comunque incoraggiato e stimolato il movimento avviato da queste
istituzioni che in fondo si muovono anch'esse nella linea di un
maggiore senso della "famiglia umana" e verso un modo
di sentire le problematiche dell'uomo in una maniera comunque più
ampia rispetto a quella della singola comunità statuale tradizionale.
Degno di nota è poi il fatto che in due Organizzazioni Internazionali
si trovi come membro lo Stato della Città del Vaticano in
luogo della Santa Sede. Sembrerebbe allora che tutto quello che
si è detto fin qui in merito alla subalternità dello
Stato Vaticano rispetto alla Santa Sede sia messo in discussione.
Viceversa, osservando attentamente il fenomeno si può constatare
che esso si pone a conferma della teoria che si è prima esposta
in quanto, per l'oggetto di cui si occupano queste due Organizzazioni,
cioè dei servizi postali (UPU) e dei servizi telefonici e
telegrafici (ITU), appare quanto mai fuori luogo l'intervento della
Sede Apostolica in questioni che si prospettano come meramente "tecniche"
e peraltro correlate alla dimensione territoriale che non offrono
dunque spazi ad interventi di tipo umanitario e di ampio respiro.
In questo caso dunque, la partecipazione dello Stato del Vaticano
appare preferibile e conferma il suo essere sottoposto alla Santa
Sede ma il suo essere in ogni caso uno Stato uguale in dignità
e diritti agli altri della Comunità internazionale.
Bisogna evidenziare a questo punto un dato che appare di estrema
attualità: la "globalizzazione", fenomeno allo
stesso tempo tanto astratto ed impalpabile quanto constatabile e
concreto, contribuisce in maniera indubbia ad aumentare l'importanza
delle Organizzazioni Internazionali. Va da sé infatti, che
con il crescere del numero e della profondità dei legami
esistenti tra gli Stati del pianeta e quindi con l'aumentata coscienza
dei rapporti di interdipendenza che ne discendono, cresce in ugual
misura l'importanza di questi consessi internazionali e delle loro
funzioni classiche che sono fondamentalmente di concertazione e
di indirizzo. In questa prospettiva, e con l'incremento dell'estensione
e della complessa articolazione dell'insieme delle Organizzazioni
Internazionali si amplia, anche all'interno della stessa Santa Sede,
la coscienza dell'importanza dell'impegno crescente da profondere
in questi specifici organismi. Un altro aspetto essenziale per una
riflessione complessiva a proposito della presenza della Santa Sede
nel quadro delle Organizzazioni Internazionali è quello che
la Chiesa cattolica, proprio in forza della sua "cattolicità",
cioè "universalità", porta impresso in sé
molto profondamente questo senso di apertura internazionale, che
si sostanzia poi in una sua forte "vocazione mondiale".
D'altra parte, anche nel contesto dei colloqui che ho avuto l'onore
di poter intrattenere nel corso della redazione di questo lavoro,
mi è stato per altro confermato che anche a livello di Segreteria
di Stato, esiste attualmente la percezione dell'aumentata importanza
delle relazioni multilaterali e quindi, di conseguenza, della maggiore
attenzione che si deve dedicare alla prospettiva dialogica con gli
organismi internazionali, accanto sempre però al filone "tradizionale"
dei rapporti diplomatici con gli Stati.
Qui di seguito è stato riportato un estratto dell'intervista
che ho raccolto da S.E.R. Mons. A. Marchetto, Nunzio Apostolico
alla FAO. Sono sicuro che lo spessore intellettuale del mio interlocutore
contribuirà a chiarire, se ce ne fosse bisogno, aspetti che
forse non sono risultati esaustivamente trattati nella trattazione
precedente. Inoltre sono sicuro che per certi aspetti della materia,
avere delle notizie per così dire "di prima mano"
sia una cosa di particolare importanza, soprattutto se ci si propone
di affrontare questi argomenti con un criterio quanto più
possibile scientifico.
Estratto dell'intervista a S.E.R. Mons. A.
Marchetto, Arcivescovo Titolare di Astigi
Nunzio Apostolico della Santa Sede alla FAO e
alle altre Organizzazioni delle Nazioni Unite per l'Alimentazione
e l'Agricoltura
Eccellenza, quale importanza accorda la Santa Sede al proprio
impegno presso le Organizzazioni Internazionali oltre che al "tradizionale"
filone dei rapporti con gli Stati ?
La Santa Sede, al pari degli Stati, intrattiene
nel quadro complessivo della Comunità internazionale, sia
delle relazioni bilaterali, sia delle relazioni multilaterali.
Nel mondo di oggi, quindi nel contesto di una prospettiva che si
potrebbe già definire di "globalizzazione", di
responsabilità mondiale, di crescita di coscienza di essere
famiglia umana, e quindi di responsabilità di tutti, con
l'approfondimento dei legami che ci sono tra effetti di alcuni fenomeni
in certi Paesi ed effetti sul mondo intero (come avviene ad esempio
per l'economia, l'ecologia, la pesca, l'agricoltura, la zootecnia),
cresce anche l'importanza di questi specifici organismi internazionali,
che hanno finalità proprie, che sono di concertazione, di
pensiero, di indirizzo, di studio, di riflessione, che sono, in
altri termini, un'arena in cui ogni membro porta le proprie idee
ed aspirazioni, le proprie necessità ed il suo apporto.
In che senso Papa Paolo VI nel suo discorso
all'Assemblea Generale dell'ONU del 4 ottobre 1965, parlava della
Chiesa rispetto alle Organizzazioni Internazionali come di "coscienza
critica" o di "esperta d'umanità"?
Evidentemente dicendo coscienza ci si vuol
riferire al senso di responsabilità; cioè si vuol
evidenziare che ci sono dei livelli di responsabilità mondiali
che meritano l'attenzione della Santa Sede, la quale ha una sollecitudine
per tutta l'umanità, indipendentemente dai confini propri
del cattolicesimo.
Quando si entra ad esempio nel campo dei diritti dell'uomo, è
evidente che si parla di un insieme di diritti che sono per tutti
gli uomini, non solo per i cattolici: il diritto alla libertà
religiosa, esso stesso trascende la realtà cattolica in sé
stessa. In questo campo la Santa Sede è specialmente "coscienza
critica".
Certamente, per tornare alla domanda iniziale; nella misura in cui
cresce questo insieme articolato e complesso di Organizzazioni Internazionali
e l'importanza di una visione d'insieme, a livello mondiale, delle
cose, cresce anche l'importanza all'interno anche della stessa Santa
Sede delle relazioni con questi organismi. In effetti, sono tali
oggi i condizionamenti che questi organismi internazionali sviluppano
in relazione ai singoli Stati che è importante una presenza
di servizio, di coscienza, di umanizzazione, di rispetto, di attenzione
allo sviluppo integrale dei popoli all'interno di queste istituzioni.
Per cui si potrebbe altresì rispondere a questa domanda riferendosi
ai discorsi, anche quelli che evidentemente non sono pubblicati,
del Segretario di Stato Cardinale Angelo Sodano e di Monsignor Jean
Louis Tauran, che all'interno della Segreteria stessa si occupa
dei rapporti con gli Stati, in cui si afferma che di fatto queste
relazioni internazionali multilaterali stanno assumendo più
importanza anche all'interno della Sede Apostolica: quindi il fenomeno
dell'organizzazione internazionale e le relazioni con questi organismi,
meritano più attenzione e devono essere seguiti con maggiore
sollecitudine da parte della Santa Sede.
C'è dunque, concludendo, da parte della Santa Sede una viva
attenzione per le Organizzazioni Internazionali, che si pone nella
linea dell'importanza crescente di questi organismi all'interno
della realtà delle relazioni internazionali odierne. Certo
si tratta di una coscienza critica, ed è un aspetto della
coscienza (che valuta), e con particolare attenzione alla dimensione
"umana" delle relazioni internazionali.
Eccellenza, come mai la Santa Sede partecipa
alle Organizzazioni Internazionali con la veste giuridica di Osservatore
permanente, piuttosto che con la membership diretta a tali consessi
?
Credo che questa forma di presenza (con un
Osservatore permanente) sia proprio una delle dimostrazioni più
importanti della particolarità della situazione della Santa
Sede, della particolarità propria della sua figura giuridica
internazionale: è cioè presenza, la sua, ma nello
stesso tempo alteritas, diversità rispetto agli altri soggetti
di Diritto Internazionale.
L'importanza di questa "incarnazione" in tale ambiente
internazionale si esprime quindi nel "coltivare" tutto
quello che è manifestazione di sollecitudine per la Comunità
mondiale, che si esprime anche attraverso gli organismi internazionali,
conservando tuttavia la sua specificità, la sua caratteristica
più importante che è di essere, in fondo, si potrebbe
dire in termini giuridici, super partes. Nella misura in cui diventa
membro a tutti gli effetti di questa comunità, la Santa Sede
non perde perciò, non deve perdere, le proprie caratteristiche
peculiari.
La Santa Sede pur essendo astrattamente abilitata quindi ad ogni
azione in ambito internazionale, anche per questo, nel contesto
delle Organizzazioni Internazionali, ha scelto Essa stessa di partecipare
ai relativi consessi mediante la figura giuridica dell'Osservatore
permanente. Ai fini della sua presenza tale figura appare come la
più consona e confacente alla sua specifica natura.
Questa però è in ogni caso una libera scelta della
Santa Sede, è un'autolimitazione, diciamo così, che
non è imposta da nessun altro soggetto internazionale, in
quanto, in fatto di diritto, la Santa Sede potrebbe benissimo partecipare
a tali consessi internazionali anche "in fullness".
La Santa Sede infatti è membro dell'AIEA.
Infatti, le situazioni giuridiche che fanno
capo alla Santa Sede sono anche varie, ma comunque questo dell'AIEA
è uno dei due casi di membership nel sistema delle Nazioni
Unite. Nelle altre Organizzazioni Internazionali si è pensato,
pur con delle varianti, di optare costantemente per la partecipazione
tramite un Osservatore permanente.
Ad esempio, la situazione nostra all'interno della FAO, nel 1948,
ha manifestato una pienezza di poteri, in termini di Osservatore
permanente, più elevata che in altri organismi.
Questa "pienezza" di "poteri", maggiore all'interno
della FAO, non è solo il frutto di affinità con certe
finalità più confacenti, più sensibili, più
incisive nella visione della Chiesa, che poi è una realtà
di evangelizzazione e di promozione umana, quanto semmai una questione
di regolamenti iniziali.
In linea di massima perciò, senza scendere all'esame del
caso specifico, si può affermare che la Santa Sede ha scelto
questa figura, quella dell'Osservatore permanente, anche per non
dover votare concretamente, proprio perché il voto, in ultima
analisi, esprime sempre una divisione. Qui si ritorna al fatto che
la Santa Sede è in fondo super partes, partecipa cioè
ai vari consessi internazionali, ma non parteggia: Essa non desidera,
in altri termini, assumere una posizione che la possa porre in contrasto
con altri soggetti.
Cosa è materialmente interdetto all'Osservatore
permanente ?
L'Osservatore permanente certamente non ha
diritto di voto, tuttavia ha la possibilità di intervenire,
ha la possibilità di manifestare i propri pensieri, le proprie
convinzioni, il proprio punto di vista. Ha la possibilità
di contattare, di concertarsi con i Rappresentanti degli Stati.
Naturalmente in genere gli Osservatori intervengono dopo i Rappresentanti
degli Stati membri, ma questa è solo una questione di procedura.
L'unica cosa che non fa parte del bagaglio delle possibilità
dell'Osservatore permanente è il voto, dunque. Tuttavia ci
sono anche dei vantaggi che scaturiscono da questa situazione e
che si sono già evidenziati, i quali permettono alla Santa
Sede di non essere mai parte in causa, pur restando sempre in causa.
Ne abbiamo già fatto cenno.
Eccellenza, una volta acquisito univocamente
il dato anche teorico e dottrinale della soggettività giuridica
internazionale della Santa Sede, come mai talvolta anche lo Stato
della Città del Vaticano partecipa a certe Organizzazioni
Internazionali (UPU - ITU) ?
Dipende fondamentalmente dalla natura specifica
di questi organismi internazionali. Evidentemente per la questione
delle telecomunicazioni è interessata quella che è
la base locale di questo "involucro di garanzie" (che
come immagine è felice ed infelice) che è lo Stato
della Città del Vaticano; per le poste ugualmente ivi c'è
un servizio postale concreto che deve mettersi in contatto e relazionarsi
con gli altri organismi esteri corrispondenti.
Potremmo dire perciò che le questioni
"tecniche" vengono trattate dallo Stato della Città
del Vaticano e quelle più "politiche" dalla Santa
Sede ?
Il termine "questioni politiche"
non è del tutto esatto, oppure bisognerebbe dire politiche
in senso lato, più correttamente si potrebbe dire che solo
gli aspetti più "materiali" vengono trattati dallo
Stato della Città del Vaticano.
In ogni caso noi sappiamo che lo Stato del Vaticano e la Santa Sede
sono la stessa realtà, nel senso che veramente ed effettivamente
è il Santo Padre che è l'organo che esprime in ambito
internazionale (vuolsi attraverso la Città del Vaticano,
vuolsi nella realtà internazionale bilaterale o multilaterale
della Santa Sede), questa realtà speciale che si chiama Chiesa
cattolica. La Santa Sede è dunque l'espressione giuridica
internazionale della Chiesa cattolica e il Papa è l'organo
di espressione supremo della Chiesa cattolica ed è identificato
alla Santa Sede (che poi nel Codice di Diritto Canonico siano considerate
facenti parte della Santa Sede anche le Congregazioni romane o i
Tribunali ecclesiastici, questa è un'altra questione ancora).
Va da sé che sia risalendo dallo Stato sia risalendo dalla
Santa Sede incontriamo effettivamente il Romano Pontefice.
Esiste ancora anche a livello interpretativo
una grande difficoltà a scindere gli ambiti dei due diversi
soggetti: quello della Santa Sede e quello dello Stato del Vaticano.
A questo proposito, posso riferirmi ad una
mia esperienza concreta che esemplifica bene questo problema. Io
sono stato a Cuba come aiuto al Rappresentante della Santa Sede
e noi (Nunziatura), apparivamo nella lista del Corpo Diplomatico
sotto la dicitura Vatican. Il nostro sforzo allora si concentrò
nel puntualizzare che non rappresentavamo lo Stato del Vaticano
ma la Santa Sede. Ciò significa che si sottolineava questo
aspetto. Giungemmo addirittura a dire che la Santa Sede non "stava
bene" nel desk dell'Europa (presso il Ministero degli Esteri),
ma si sarebbe trovata meglio nel desk degli organismi internazionali,
proprio perché la Santa Sede è al di là, travalica,
questa realtà meramente terrena e strumentale che è
lo Stato della Città del Vaticano, in Europa, geograficamente.
Anteporre lo Stato del Vaticano alla Santa Sede è quindi
un fondamentale errore di visione, significa in altri termini scambiare
la parte (minima e funzionale) per il tutto.
In effetti la Santa Sede - ed è testimonianza del suo essere
"oltre" l'Europa - accredita un Osservatore permanente
presso l'OSA e presso l'OUA. Ora vi è una Delegazione presso
la Lega Araba. Siamo inoltre rappresentati presso l'Unione Europea.
Nell'OSCE poi la Santa Sede ha partecipato in una forma già
un po' più complessa perché ha ritenuto che fosse
necessario fare un certo sacrificio (di immagine) per tener conto
di tutto quello che conteneva il "paniere" dei diritti
umani, da appoggiare ad ogni costo.
Il Vaticano interviene allora per le questioni
"materiali" e la Santa Sede su tutto il resto ?
Ribadisco che ci sono delle questioni tecniche
che sono affrontate anche da organismi internazionali, come quello
dell'energia atomica ad esempio. In questo contesto la Santa Sede
partecipa sub speculum aeternitatis, cioè con una visione
d'insieme che non è quella di uno Stato. Quando la Santa
Sede vi parla, anche perché si fa eco della dottrina sociale
della Chiesa, non entra però nelle questioni tecniche ma
fornisce dei principi che aiutano anche nella risoluzione delle
questioni cosiddette tecniche. Capisco tuttavia che non sia così
semplice anche per i cultori più esperti del Diritto Internazionale
capire che, oltre lo Stato della Città del Vaticano (certamente
uno Stato), c'è una realtà che conta di più:
la Santa Sede. Essa si basa anche sulla libertà creata internazionalmente,
pure grazie alla Città del Vaticano, per esercitare la sua
propria funzione in relazione non alla Città del Vaticano
stessa ma in rapporto alla Chiesa cattolica universale.
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