Direttore responsabile: Antonio Zama
Tribunale Bologna 24.07.2007, 7770
ISSN 2239-7752

Filodiritto

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Scritto il: 27/09/13

I diritti educativi nella Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia

 

Abstract: Attraverso una breve disamina dell’atto internazionale, l’Autrice presenta gli aspetti molteplici, profondi e multiformi dell’educazione minorile, scavandone il significato.

Per far fronte alla cosiddetta “sfida educativa” ci si sforza di dare nuovi contenuti all’educazione parlando, fra le ultime, di educazione alla gentilezza, educazione alla cittadinanza economica. L’educazione è innanzitutto un diritto che si sostanzia in diritti educativi.

È interessante fare una lettura, in tale direzione, della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia sottoscritta a New York il 20 novembre 1989.

Il primo articolo in cui si parla di educazione è l’art. 20, relativo all’ambiente del fanciullo, in cui si legge la formula “necessità di garantire una certa continuità nell’educazione del fanciullo”. La locuzione “continuità nell’educazione” è usata, a livello nazionale, solitamente nell’ambito scolastico, invece dovrebbe ispirare ogni intervento educativo e soprattutto la coppia genitoriale. Per continuità s’intende azioni costanti e coerenti, che diano radici e che tengano conto che “un figlio è una persona e la vita di una persona è un continuum dall’attimo in cui viene concepita al momento in cui muore” (la scrittrice Oriana Fallaci ). “Cultura ed educazione sanciscono la continuità della storia che si incarna nei pensieri e nelle azioni quotidiane. Il destino dell’umanità futura dipende dalle scelte del nostro presente” (lo psicoterapeuta Fulvio Scaparro).

Nell’articolo 24, relativo alla salute del fanciullo, si parla di “educazione dei genitori” (anche se riferito alla pianificazione familiare). L’educazione dei genitori, intesa anche come automaieutica, è necessaria proprio per il benessere dei fanciulli, pensando ai numerosi casi di famiglie patologiche o patogene. Da qui la necessità di interventi di sostegno alla genitorialità, in maniera coordinata e mirata, che accompagnino e mantengano sempre in allenamento i genitori come un “tapis roulant” e non in maniera eccezionale o sostitutiva, come una “stampella” o una “protesi”.

Nell’articolo 28, interamente dedicato all’educazione, si riconosce “il diritto del fanciullo ad avere un’educazione” e non “il diritto di essere educato”, come si legge nella nostra legislazione, per esempio nell’articolo 315 bis del codice civile (aggiunto dalla Legge 219/2012). L’essere educato può far pensare ad una posizione di soggezione, di passività, invece avere un’educazione fa pensare ad un’interazione, ad una relazione perché l’educazione è relazione ed è nella relazione. Nell’articolo 28 si legge, poi, “piena realizzazione di tale diritto”, espressione simile si trova solo nell’artico 24, relativo alla salute. Perché salute e educazione sono presupposti dell’interezza della persona, della sua libertà e della sua realizzazione.

Infatti, nelle scienze umane si usa il vocabolo “realizzazione” per esprimere “realizzazione della persona”, “realizzazione del sé”, o altre affini. Nella Convenzione si parla di “realizzazione” in generale negli artt. 41, 43 e 44 a coronamento di tutti i diritti del fanciullo e degli obblighi contratti dagli Stati. Da questa lettura sistematica dell’intera Convenzione si evince ancor di più la rilevanza dell’educazione e della sua realizzazione. Continuando la lettura dell’art. 28 si trova la locuzione “sulla base di eguali opportunità”, unica in tutta la Convenzione, perché l’educazione è fonte di eguali opportunità ed è essa stessa un’opportunità.

Nel testo dell’articolo 28 si identifica, poi, l’educazione con l’istruzione. Alla lettera d) si parla di “informazione educativa”, come dovrebbe essere ogni informazione soprattutto se diretta ai bambini. Nel paragrafo 2 dell’art. 28 vi è il binomio “disciplina scolastica” e “dignità umana”, che non dovrebbe essere trascurato da docenti e discenti. Secondo alcuni etimologi “dignità” ha la stessa origine dei verbi latini “dicere”, mostrare, dire, e “docere”, far conoscere, istruire; quindi tra disciplina (dal latino “discere”, imparare) e dignità vi è una profonda connessione.

La scuola, dandosi come obiettivo sommo la dignità umana, recupera la sua immagine di “palestra di vita”, dove si impari non per la scuola ma per la vita, per se stessi (parafrasando un aforisma di Seneca). Nel terzo ed ultimo paragrafo dell’art. 28 si prevede “la cooperazione internazionale in materia di educazione”, previsione che richiama la rilevanza dell’educazione giacché la cooperazione internazionale, oltre ad essere programmata in maniera generale nel Preambolo e nell’articolo 45, è incoraggiata in altre situazioni giuridiche fondamentali, disciplinate negli artt. 17 (informazione), 22 (fanciullo “rifugiato”), 23 (disabilità) e 24 (salute).

L’articolo 29, che è quello che più ricalca i principi espressi nel Preambolo, può essere considerato una “dichiarazione in seno alla Convenzione”. La formulazione del primo paragrafo “l’educazione del fanciullo deve tendere a” evoca i concetti di “continuità dell’educazione”, di “tensione educativa”, di “attenzione” che significa proprio “tendere a”.

Inoltre, evoca anche la crescente segnalazione di “disturbi attentivi” nei bambini e la loro preoccupante medicalizzazione che rappresenta un fallimento dell’educazione e della pedagogia. Alla lettera a) si legge: “promuovere lo sviluppo della personalità del fanciullo, dei suoi talenti, delle sue attitudini mentali e fisiche, in tutto l’arco delle sue potenzialità”. Previsione rimasta disattesa anche a livello legislativo. A titolo esemplificativo, nella nostra legislazione nazionale non si trova il vocabolo “talenti”; l’art. 315 bis comma 1 del codice civile. “Diritti e doveri del figlio” recita: “Il figlio ha diritto di essere mantenuto, educato, istruito e assistito moralmente dai genitori, nel rispetto delle sue capacità, delle sue inclinazioni naturali e delle sue aspirazioni”. Riscrivendo insieme l’incipit degli artt. 28 e 29, si potrebbe dire che “il fanciullo ha diritto ad avere un’educazione che deve tendere”. Inoltre nella lettera a) dell’art. 29 si usa il vocabolo “potenzialità” (ciò che si può realizzare), mentre nell’articolo 28 lettera c) il vocabolo “capacità” (ciò che può contenere).

La differenza non dovrebbe essere trascurata né dai genitori né da altri educatori, perché gli interventi educativi vanno differentemente mirati e calibrati. L’art. 29 è l’unico articolo della Convenzione in cui sono state scritte le seguenti locuzioni: “inculcare”, verbo molto efficace, perché materialmente è “introdurre a forza”, ma in senso traslato significa “la cura di bene imprimere un consiglio, un avvertimento nella memoria, scolpire nella mente” e non scolpire la mente, perché educare è avere forza e cura; “valori”; “responsabilità della vita”; “civiltà”, che è la sublimazione della cultura; “amicizia”. Il riferimento all’amicizia riecheggia il concetto greco di “philia”, che significa anche “affinità, affetto, piacere”. L’educazione trasmette “philia” e avviene nella “philia”. “Philia” ha dato origine ai nomi di alcune scienze umane, tra cui la filosofia di cui bisognerebbe recuperare la valenza educativa, come nella proposta “Philosophy for children” e tenendo conto che in passato i più grandi educatori erano i filosofi.

Le cinque espressioni suindicate, da “inculcare” ad “amicizia”, dovrebbero ispirare l’educazione permanente e continua della persona affinché sia persona. La parola che viene più volte ripetuta (ben quattro volte) è “rispetto”. Ci si deve soffermare sull’espressione “rispetto dei genitori”, fondamentale perché i bambini maturino il rispetto per tutti gli adulti e gli altri e successivamente delle istituzioni. Si noti anche che alla lettera a) si parla di “personalità del fanciullo”, come nel Preambolo. Quello svolgimento della personalità di cui si parla già nell’articolo 2 della nostra Costituzione e che, invece, spesso è l’obiettivo educativo più trascurato dai genitori, in particolare i genitori non educano i figli all’autonomia e all’indipendenza di pensiero.

Ci si rende conto dell’importanza di “promuovere lo sviluppo della personalità del fanciullo” solo quando si manifestano disturbi della personalità, fenomeno tristemente crescente. Nel paragrafo 2 sono indicati i criteri direttivi per le istituzioni educative; dovrebbero essere educative tutte le istituzioni in quanto tali, a cominciare dallo Stato.

“Gli Stati parti riconoscono il diritto del fanciullo ad essere protetto contro lo sfruttamento economico e qualsiasi tipo di lavoro rischioso o che interferisca con la sua educazione o che sia nocivo per la sua salute o per il suo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale o sociale”: così l’art. 32 par. 1. È interessante che l’educazione sia stata anteposta alla salute e allo sviluppo del fanciullo proprio perché è propedeutica alla salute e allo sviluppo del fanciullo. Inoltre il fatto che si stabilisca “il diritto del fanciullo ad essere protetto che nulla interferisca con la sua educazione” dovrebbe essere anche un monito per i genitori che qualsiasi vicenda familiare o extrafamiliare non deve mai interferire con l’educazione dei figli.

Oltre a questi articoli in cui si parla espressamente di educazione, ve ne sono altri in cui vi è l’aggettivo “educativo”. Negli artt. 19 e 33 si parla di “ogni misura appropriata di natura […] educativa” contro qualsiasi forma di violenza, contro l’uso illecito di stupefacenti e di sostanze psicotrope o altre attività illecite connesse. Opinabile è aver anteposto le altre misure a quelle educative che, invece, dovrebbero essere prioritarie.

Così com’è criticabile che, per i fanciulli accusati e riconosciuti colpevoli, siano previsti “programmi di formazione educativa […] al fine di garantire che i fanciulli vengano trattati in modo adeguato al loro benessere” solo nel 4° ed ultimo paragrafo dell’art. 40. Tutti gli interventi educativi istituzionali e nei confronti di tutti i fanciulli dovrebbero essere coordinati in “programmi di formazione educativa” coniugando formazione e educazione. Nella nostra realtà italiana, purtroppo spesso non è così, se si guarda alle continue riforme scolastiche, incongruenti e inconcludenti. L’educazione non dovrebbe essere considerata, o non solo, un mezzo di prevenzione primaria, secondaria e terziaria come nell’ultimo paragrafo dell’articolo 40, ma innanzitutto un mezzo di promozione (aspetto, quest’ultimo, tanto evidenziato nella Convenzione) e investire in tal senso. Anziché preoccuparsi ed occuparsi di migliorare la qualità di vita nelle carceri e nelle comunità minorili, bisognerebbe preoccuparsi ed occuparsi di più delle scuole e di altre istituzioni educative.

Perché educare è educare alla vita. “Educare alla vita significa innanzitutto porre nel cuore di ognuno le condizioni perché venga accolta: è indispensabile crescere le nuove generazioni seminando nella loro coscienza l’atteggiamento di una permanente apertura alla vita. Educare significa anche proporre la scala delle priorità di fronte alle molte opportunità che incontriamo quotidianamente e che configurano il senso fondamentale che diamo al nostro vivere. Nell’ordine di tali priorità, la tutela della vita ha un ruolo primario; senza il diritto alla vita nessun altro diritto, infatti, può essere garantito” (Gian Antonio Dei Tos, esperto di bioetica).

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Pubblicato su filodiritto il 13/10/13 in Articoli Filodiritto In Evidenza - Articoli


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