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Pagamento diretto dell’assegno di mantenimento

18 aprile 2007 -
La tutela del coniuge e della prole nella crisi familiare attraverso il pagamento diretto.

Il sistema legislativo italiano prevede diversi mezzi di garanzia dell’adempimento degli obblighi patrimoniali stabiliti dal giudice della famiglia in situazioni di crisi, quali il sequestro dei beni, l’ipoteca giudiziale, la provvisoria esecutività della sentenza di primo grado, l’obbligo di prestare idonea garanzia reale o personale e l’ordine di pagamento diretto.

Quest’ultimo, considerato dalla Dottrina lo strumento esecutivo più idoneo a garantire la completa e tempestiva attuazione di un credito periodico come quello derivante dall’obbligo di mantenimento, può assumere quattro diverse forme: un procedimento monitorio chiuso con decreto per il versamento diretto di una quota dei redditi dell’obbligato, previsto dall’ art.148, 2° comma c.c.; la distrazione di somme di denaro che terzi sono tenuti a corrispondere all’obbligato, previsto dall’ art. 8, 3° comma della legge sul divorzio; nei casi di allontanamento dalla casa familiare, il versamento diretto di parte della retribuzione, previsto dall’ art.342-ter c.c.; e l’ordine al terzo, tenuto a corrispondere anche periodicamente somme di denaro, che una parte di esse venga versata direttamente all’avente diritto al mantenimento, previsto dall’art.156, 6° comma c.c..

La formulazione di quest’ultima disposizione codicistica è stata oggetto di diversi interventi costituzionali tesi ad estenderne l’operatività in quanto ritenuta fortemente efficace.

Di recente la Suprema Corte, con la sentenza del 6 novembre 2006, n. 23668 è intervenuta ribadendo il principio posto a fondamento della previsione e mostrando piena adesione all’orientamento consolidatosi nel tempo in subiecta materia.

Tale principio, però, non è quello che emerge da una prima ed immediata lettura della norma, e che è stato pubblicizzato dalla stampa, di settore e non solo.

La pubblicazione della sentenza, infatti, è stata preannunciata sottolineando un aspetto sì precipuo, quale quello della subordinazione della prevista facoltà del giudice anche ad un “lieve ritardo” nell’adempimento dell’obbligo di mantenimento, ma non la sua effettiva ratio legis.

Da un excursus storico in materia, emerge che la Corte di Cassazione, in più di un’occasione, in armonia con il più ampio complesso normativo costituitosi, ha cercato di interpretare in maniera sempre più estensiva la nozione di inadempienza di cui all’art.156, 6° comma, c.c., qualificandola con aggettivi quali parziale, inesatta, tardiva ed isolata, ma per realizzare il vero obiettivo della previsione normativa: non vedere frustrate le finalità dell’assegno di mantenimento, e quindi rendere tempestivo ed efficace l’obbligo di mantenere il coniuge bisognoso e, soprattutto, la prole (Corte Cost. 258/1996).

Nella vicenda decisa con la sentenza quivi commentata, la Cassazione disattende i motivi di ricorso sostenuti dal coniuge obbligato, i quali sono incentrati sull’esiguità dell’inadempimento estrinsecatosi - si legge nella sentenza - solo “in qualche occasionale ritardo”. Tali circostanze, che il coniuge obbligato ha cercato di minimizzare, sono state fatte oggetto, da parte del tribunale e poi della Corte di Cassazione, di un ragionamento induttivo che ha portato a considerarli prova di una mancanza di puntualità e regolarità nell’esecuzione dei pagamenti e, quindi, di un ragionevole dubbio sulla regolarità dei pagamenti futuri, ponendo tutto ciò, legittimamente, a fondamento dell’ordine coercitivo di distrazione emesso in sede giudiziale.



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Tribunale Bologna 24.07.2007,
n.7770 - ISSN 2239-7752

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