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Cade il sistema di calcolo dell’indennizzo per l’espropriazione di terreni edificabili

Nota a Corte Costituzionale, Sentenza 22 ottobre 2007, n. 348 02 febbraio 2008 -
Con la sentenza n. 348 del 2007 la Corte Costituzionale ha affrontato aspetti fondamentali della disciplina dell’espropriazione per pubblica utilità, fornendone innovative indicazioni. In particolare, la Corte ha statuito la incompatibilità della disciplina introdotta dall’art. 5-bis del d.l. 11 luglio 1992, n. 333, convertito, con modificazioni, nella legge 8 agosto 1992 n. 359 - relativa alle modalità di computo dell’indennità di espropriazione fondato sulla media tra il valore del bene e il reddito dominicale rivalutato - con la disciplina contenuta nell’art. 1 del primo Protocollo allegato alla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), pronunciando, conseguentemente, l’illegittimità costituzionale della impugnata normativa per contrasto con l’art. 117, primo comma, della Costituzione dove si prevede che “La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”.

Di particolare rilievo è la valutazione della legittimità costituzionale della disciplina ex art. 5-bis della L. 359/1992, per violazione dell’Art. 117, co.1, Cost., in relazione all’Art.1 del Primo Protocollo CEDU. La Corte, infatti, sofferma preliminarmente la propria attenzione sul rapporto intercorrente tra norme CEDU e norme di diritto interno, mettendo a fuoco un originale metodo di indagine circa la conformità della legislazione interna al diritto internazionale che presuppone il sindacato dello stesso diritto internazionale rispetto all’ordinamento costituzionale interno, fondandolo sul primo comma dell’Art. 117 Cost. (nel testo introdotto dall’art. 2 della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3, di modifica del Titolo V della Parte II della Costituzione [1] .

La Corte, partendo da una incontestabile distinzione tra norme comunitarie e norme CEDU - direttamente applicabili in tutti gli Stati membri le prime e semplicemente vincolanti ma non produttive di effetti diretti negli ordinamenti interni le seconde, in quanto norme internazionali pattizie - ha escluso che i giudici nazionali, ancorchè giudici comuni del sistema CEDU, possano disapplicare le norme interne in contrasto con il sistema CEDU, come pure alcuna giurisprudenza di merito [2] e di legittimità [3] ha ritenuto, con il conforto di parte della dottrina [4]. Ciò è sine dubio confermato dal primo comma dell’Art. 117 Cost. nella parte in cui distingue in modo significativo i vincoli derivanti dall’«ordinamento comunitario» da quelli riconducibili agli «obblighi internazionali ».

Ne deriva che il sistema delle norme CEDU ed il sistema delle norme comunitarie rimangono allo stato due sistemi giuridici distinti con la conseguenza che le norme CEDU – in quanto norme di diritto internazionale pattizio – non possono essere considerate come base di legittimazione per disapplicare le norme legislative interne con essa in contrasto.

La Corte esclude, inoltre, che le norme del sistema CEDU, in quanto norme pattizie, possano ricadere nell’ambito di operatività dell’art. 10, co.1, Cost., in conformità alla propria costante giurisprudenza sul punto [5] . La citata disposizione costituzionale, con l’espressione “norme del diritto internazionale generalmente riconosciute” si riferisce soltanto alle norme consuetudinarie e dispone l’adattamento automatico, rispetto alle stesse, dell’ordinamento giuridico italiano. Da ciò deriva che le norme pattizie in generale, e quelle del sistema CEDU in particolare, esulino dalla portata normativa del suddetto Art. 10 con la conseguente impossibilità di assumere ex se le relative norme quali parametri del giudizio di legittimità costituzionale.



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