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La prova testimoniale nel rito del lavoro

25 marzo 2008 -

Una recente pronuncia del Tribunale di Roma, XIII Sezione, del 29/03/2007, ha riportato all’attenzione degli operatori del diritto una questione che sembrava essere stata risolta dalla Suprema Corte di Cassazione e che può essere così formulata: nel rito del lavoro le parti sono tenute a citare i testimoni di cui si chiede l’ammissione per l’udienza di discussione, al fine di consentirne l’immediata assunzione da parte del giudice?

Prima di analizzare la soluzione prospettata dal giudice di merito, relativa ad un caso in cui ha trovato applicazione la recente e tanto discussa legge 102/2006, che ha esteso il rito del lavoro alle cause relative al risarcimento dei danni per morte o lesioni, conseguenti ad incidenti stradali, è opportuno effettuare un breve riepilogo delle disposizioni normative che devono essere prese in considerazione:

- l’art. 420, 5° comma, c.p.c. prevede che il giudice “ammette i mezzi di prova già proposti dalle parti e quelli che le parti non abbiano potuto proporre prima, se ritiene che siano rilevanti, disponendo, con ordinanza resa nell’udienza, per la loro immediata assunzione”;

- l’art. 420, 6° comma, aggiunge che “Qualora ciò non sia possibile, fissa altra udienza, non oltre dieci giorni dalla prima, concedendo alle parti, ove ricorrano giusti motivi, un termine perentorio non superiore a cinque giorni prima dell’udienza di rinvio per il deposito in cancelleria di note difensive”;

- gli artt. 244 e seguenti del c.p.c., che dettano la disciplina “processuale” della prova testimoniale;

- l’art. 104 delle disp. att. c.p.c. che, al 1° comma, dispone che “Se la parte senza giusto motivo non fa chiamare i testimoni davanti al giudice, questi la dichiara decaduta dalla prova”.

Va preliminarmente ricordato anche che il rito del lavoro è stato pensato originariamente dal legislatore al fine di assicurare una rapida tutela dei diritti del lavoratore.

Gli strumenti principali utilizzati per conseguire tale risultato sono la prevalente oralità della procedimento, il divieto per il giudice di disporre udienze di mero rinvio, e la previsione per cui tutte le attività processuali, istruttoria compresa, dovrebbero, almeno in teoria, trovare completo svolgimento nell’ambito di un’unica udienza, e cioè l’udienza di discussione di cui all’art. 420 c.p.c.

Ed in effetti, sulla base di tale presupposto, la giurisprudenza di legittimità ha per lungo tempo letto l’art. 420 c.p.c. nel senso che le parti sono obbligate a citare per l’udienza di discussione i testimoni di cui si chiede l’ammissione: la Cassazione, Sezione Lavoro, nella sentenza 12 aprile 1983, n. 2586 osserva in particolare che tale onere “deriva alla parte dall’art. 420, comma 5, c.p.c., è cioè funzionale al rendere operante il potere del giudice di ammettere la prova ed assumerla nella medesima udienza e nella stessa udienza fissata per la discussione” e conseguentemente ritiene che la parte inadempiente incorra nella decadenza di cui all’art. 104 disp. att. c.p.c.

Tale orientamento ha trovato per lungo tempo consenso all’interno della stessa giurisprudenza di legittimità: si segnala in particolare la sentenza della Cassazione, Sez. Lavoro, 13 aprile 1987, n. 3681, in cui si è fatto applicazione di tale principio anche in un caso in cui la causa era stata rinviata dalla prima ad una successiva udienza di discussione senza che il giudice avesse provveduto sulle istanze di ammissione dei testimoni.

La soluzione ora prospettata, anche se appare conforme alla lettera dell’art. 420 c.p.c., si pone tuttavia in contrasto con un dato normativo.



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