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Le origini e l’evoluzione storica della legislazione antimafia

04 settembre 2009 -
L’espressione “criminalità organizzata”, nel nostro Paese, evoca immediatamente l’idea di mafia e, più precisamente, dell’organizzazione mafiosa denominata “Cosa nostra”, radicata da molto tempo in Sicilia. Tra le organizzazioni criminali che operano in Italia, “Cosa nostra” ha indubbiamente un’importanza prevalente per la tradizione nel tempo e, soprattutto per la forza numerica che ha assunto nel territorio italiano e fuori di esso, per la capacità criminale che ha dimostrato di possedere e per l’enorme potenza finanziaria che ha raggiunto, venendo, in tal modo, a costituire il modello al quale s’ispirano le altre organizzazioni criminali.

Attraverso il tempo “Cosa nostra” ha subìto una notevole evoluzione nella struttura e negli scopi, ma ha sempre conservato alcune caratteristiche che la contraddistinguono dalle altre organizzazioni criminali; caratteristiche che sono ravvisabili, essenzialmente, nella struttura organizzativa dell’associazione mafiosa, nell’estensione territoriale, nella durata e nella pervasività delle sue azioni, nella sua impermeabilità alle indagini giudiziarie e, infine, nella supposta, perdurante pericolosità degli associati.

Sulle origini della mafia si è molto discusso; talvolta sono state ricollegate addirittura ai Normanni, ai Vespri siciliani e, in tempi più prossimi, ai “Beati Paoli”, una setta segreta che nel seicento, calandosi sotto i cappucci dei monaci di San Francesco di Paola, si riuniva nei sotterranei di Palermo per tramare contro coloro che guidavano la città.

Tralasciando la ricerca delle lontane origini della mafia e concentrando l’attenzione sul modo in cui essa si è andata sviluppando nella Sicilia pre e post-unitaria, le ragioni del suddetto sviluppo si sono fatte risalire al bisogno dei latifondisti dell’isola, nell’epoca pre-unitaria, di ricorrere a un sistema di custodia e protezione della loro proprietà a carattere permanente. Nacque così la “guardiania” affidata a soggetti denominati “campieri”, scelti tra le persone che godevano di maggior rispetto per la loro fama di uomini capaci di scoraggiare qualsiasi attentato alla proprietà e, quindi, il più delle volte tra i soggetti violenti. D’altronde, i proprietari che si servivano di tali uomini, all’occorrenza dovevano proteggerli, anche quando, non di rado, essi si rendevano rei di misfatti.

Allo sviluppo della mafia contribuì anche il malgoverno borbonico, che rese possibile a questa associazione di presentarsi alla collettività in chiave antigovernativa.

Anche lo Stato unitario si mostrò debole e incapace di garantire una efficiente amministrazione e, soprattutto, una adeguata tutela dell’ordine pubblico.

Nei primi anni ottanta del milleottocento, in occasione della prima estensione del suffragio elettorale, la mafia dimostrò di essere in grado di orientare la vita politica sfruttando i legami elettorali tra alcuni deputati e gli elettori: ciò le consentì di entrare nella vita pubblica dell’isola e di intervenire sul campo economico.

Nel secondo dopoguerra, dopo l’esperienza del fascismo (che aveva condotto una forte azione di repressione nei confronti del livello militare della mafia ma non nei confronti del livello medio-alto della stessa, per paura di inimicarsi gli agrari), potenti capimafia vennero collocati ai vertici della vita politica dell’isola: nacque così un quadro di rapporti contrassegnato da legami di complicità tra mafia e pubblici poteri.

Il primo tentativo organico operato dal legislatore italiano per combattere più efficacemente, su tutto il territorio nazionale e in tutte le sue svariate forme di manifestazione, la criminalità di tipo mafioso, è costituito dalla legge 13 settembre 1982 n. 646, subito ribattezzata legge “antimafia”, il cui iter di approvazione è stato accelerato dalla sconvolgente serie di delitti di mafia avutasi tra il 1978 e il 1982, culminata con l’uccisione del prefetto di Palermo.



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