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Poteri del giudice ordinario sugli atti amministrativi ed esperibilità delle azioni possessorie nei confronti della pubblica amministrazione

08 novembre 2009 -
Brevi note sull’esercizio, da parte del giudice ordinario, dei propri poteri nei confronti della P.A. con particolare riferimento alle azioni possessorie esperibili, a tutela del propria sfera giuridica, da parte del privato.

Sulla base dell’ordinario di riparto di giurisdizione, in conformità al criterio della causa petendi, il giudice ordinario ha la cognizione delle controversie aventi per oggetto un diritto soggettivo; mentre il giudice amministrativo, salvo le ipotesi di giurisdizione esclusiva ove conosce anche di diritti soggettivi, quelle di interesse legittimo.

Come regola, quindi, il giudice ordinario non ha poteri di sindacato sugli atti posti in essere dalla P.A. Pur tuttavia il legislatore ha previsto espressamente, con la legge abolitiva del contenzioso amministrativo (legge n. 2248/1865 allegato E), la possibilità che il giudice ordinario possa conoscere anche di atti amministrativi; la suddetta legge prevede che, per determinate materie, il giudice ordinario può sindacare atti emanati da una P.A. che abbiano per oggetto, ai sensi della legge n. 2248/1865, “tutte le materie nelle quali si faccia questione di un diritto civile o politico”.

Tale disposizione trova oggi un referente nella Carta fondamentale negli articoli 24 e 113 Costituzione, l’articolo 24 prevede espressamente che “tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti ed interessi legittimi” anche nei confronti di atti emanati dalla P.A. lesivi della sfera giuridica del privato, l’articolo 113, invece dopo aver affermato nel comma 1 che “contro gli atti della pubblica amministrazione è sempre ammessa la tutela giurisdizionale dei diritti e degli interessi legittimi dinanzi agli organi di giurisdizione ordinaria o amministrativa”, specifica al comma 2 che “la legge determina quali organi di giurisdizione possono annullare gli atti della pubblica amministrazione nei casi e con gli effetti previsti dalla legge stessa”.

Con tale disposizione il legislatore individua i casi e fissa i limiti relativi all’ambito di operatività dei poteri del giudice ordinario sui provvedimenti ed atti della P.A.

La legge abolitiva del contenzioso individua tali limiti, esterni ed interni, negli articoli 4 e 5. L’articolo 4 fissa i limiti esterni nella ipotesi in cui un atto emanato da una pubblica autorità sia causa di lesione di un diritto soggettivo.

La dottrina e la giurisprudenza tradizionale hanno inteso interpretare estensivamente il concetto di atto amministrativo, facendo rientrare anche i comportamenti materiali di una P.A. che non siano espressione di una potestà pubblicistica. L’orientamento prevalente, invece, oggi in giurisprudenza, anche sulla scorta delle due sentenze della Corte Costituzionale n. 204/04 e n. 191/06, intende per atto amministrativo solo quegli atti che siano espressione di una potestà pubblicistica.

L’orientamento prevalente ritiene che , nelle ipotesi in cui il giudice ordinario conosce degli effetti dell’atto lesivi di un diritto soggettivo, lo stesso emani una sentenza dichiarativa della inesistenza o nullità dell’atto stesso e non della mera illegittimità.

Il secondo comma dell’articolo 4 legge n. 2248/1865, invece, prevede un vero e proprio sbarramento al giudice ordinario posto che non può né revocare, né annullare, né modificare l’atto “se non sovra ricorso alla competente autorità amministrativa”.

Tuttavia però parte della giurisprudenza riconosce la piena cognizione del giudice ordinario su quegli atti amministrativi che comprimono o ledono diritti fondamentali; in tali ipotesi, essendo alla base la tutela di un diritto soggettivo assoluto, si ritiene che il giudice ordinario possa adottare tutti i provvedimenti opportuni per la tutela di tale diritto, il quale non viene ad essere affievolito dalla mediazione del potere amministrativo (trattasi della tesi, elaborata dalla dottrina amministrativistica, dei diritti inaffievolibili).



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