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Interventi giuridici di natura sostanziale e processuale su separazione e divorzio nella Venezia del ’700

21 maggio 2010 -
a Florindo Cavazzoli padre e nonno esemplare

Nel Settecento, Venezia, ormai agonizzante, si trovava a dover fronteggiare molteplici problemi sia di natura politica che sociale giunti ambedue ad un livello di gravità talmente estrema che, rimasti insoluti, per la mancanza di amministratori dotati di menti pensanti, in quanto la classe politica veneziana era più impegnata a soddisfare la propria deboscia che ad impegnarsi per il bene dello Stato, la condurranno inesorabilmente alla sua morte, dopo che per secoli il vessillo con il leone di San Marco aveva garrito “sfacciatamente” sui mari.

Il problema politico, in fondo, era diretta conseguenza di quello sociale, la quasi totalità dei “nobili” veneziani era più preoccupata a gozzovigliare tra pranzi, giochi d’azzardo ed incontri galanti, interessandosi solamente al proprio sollazzo personale, che a risollevare le sorti di Colei che aveva vinto a Lepanto: questo, che con un eufemismo chiameremo rilassamento dei costumi, toglieva il sonno al Serenissimo Principe che, dalla sua torre d’avorio, avvertiva la gravità della situazione sociale senza, però, intuirne i risvolti politici, che portava, ormai su vasta scala, inevitabilmente, allo sfascio delle famiglie con conseguente richiesta esorbitante di separazioni e di divorzi.

Dato che non si riusciva a trovare una soluzione efficace all’“angosciante” problema, i tre Capi del Consiglio dei Dieci, competenti in materia di morale ed ordine pubblico, incaricarono i Consultori in Jure dell’Università di Padova affinché trovassero “azioni atte a porre un freno giuridico in grado se non di debellare il malcostume imperante, almeno di arginarlo”.

Gli eruditi contattati, concordavano con i Dieci che il Matrimonio, essendo il fondamento della necessaria unità e perpetuità dell’umana società civile, andava tutelato in tutti i modi da abusi e frodi; ricordavano che

“i troppo facili scioglimenti o le separazioni messe in atto con leggerezza, avvilivano il sacro legame e di conseguenza rilasciavano tutti gli altri vincoli che formavano la concatenazione sociale: l’educazione della prole diveniva precaria, si turbava la quiete, il decoro e l’interesse delle famiglie, si offendeva la Religione e lo Stato intero, di conseguenza, ne risentiva”.

Rilevavano che il carattere sacramentale di cui era rivestito il Matrimonio lo aveva reso sì soggetto alle leggi ed ai giudizi degli ecclesiastici ma ciò non impediva che i Principi Cristiani dovessero anch’essi concorrere, con la propria autorità, a mantenerlo in vigore ed in dignità, anzi questo doveva essere un loro dovere primario in quanto conservatori dell’ordine e della tranquillità dello Stato e nello stesso tempo, anche protettori della Chiesa e Custodi dei Canoni.

Questa situazione che svalutava la Dominante anche se in modo meno assillante, si era da alcuni secoli proposta all’attenzione della Serenissima tanto che sin dal 1288 il Maggior Consiglio aveva emanato una serie di leggi per porne un freno: Legge 1288. 27. Settembre contro i Poligami, Statuto Veneto L.4 C 333 contro i defloratori con promessa di Matrimonio ed inasprita dalla Legge del 1520.10.Giugno:

se intende, che in questa nostra Città di Venezia è stato introdotto da diversi scellerati, che sotto pretesto di Matrimonio, pigliano Donne con la sola parola de presenti, et con l’intervento di qualcheduno, che chiamano Compare, senza osservar le Sollenità ordinarie della Chiesa, e che doppo violate, et godute per qualche tempo, le lassano, ricercando la dissoluzione del Matrimonio dalli Giudici Ecclesiastici, dalli quali facilmente la ottengono, per essere tali Matrimoni fatti contro gli ordini del Sacro Concilio di Trento; al che dovendosi proveder a gloria del Signor Dio, et per la conservazione dell’honor di simili Donne, che facilmente possono esser ingannate per tal via.



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