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La responsabilità di cose in custodia

04 febbraio 2012 -
La responsabilità ex articolo 2051 Codice Civile, oltre ad avere carattere squisitamente “oggettivo”, non trova fondamento sulla presunzione di colpa, bensì sul mero rapporto di custodia, dunque affinché essa possa fondarsi, concretamente, è sufficiente la sussistenza del nesso causale tra la cosa in custodia e il danno arrecato, indipendentemente dalla pericolosità in atto od in potenza della stessa cosa, finanche per le cose inerti non rilevando, fra l’altro la condotta del custode e l’osservanza o meno di un obbligo di vigilanza.

Essa, quindi alla luce di quanto detto, non trova fondamento in un comportamento o in un’attività riferibile al custode, ma su una relazione (di custodia), intercorrente tra quegli e la cosa dannosa. Solo il "fatto della cosa" è rilevante e non quindi il fatto dell’uomo; solo lo stato di fatto e non l’obbligo di custodia può assumere rilievo nella fattispecie.

Dalle superiori premesse emerge la necessità di specificare il significato della nozione di custodia, al fine di una corretta interpretazione della norme di cui all’art. 2051, c.c.. All’uopo, possiamo elencare due diversi orientamenti giurisprudenziali rigurardo alla nozione di custodia, di cui uno minoritario e l’altro maggioritario, al fine di enucleare le peculiarità giuridiche e non, in atto ed in potenza insite nel rapporto tra il soggetto e la cosa in custodia.

Secondo l’orientamento minoritario è “custode”, (cioè assume tale qualificazione), colui che usa e sfrutta economicamente la res. In particolare, possiamo affermare in base al brocardo latino “cuius commoda eius et incommoda”, che la responsabilità deve essere imputata in capo al soggetto che ha tratto profitto dalla cosa. Invece, secondo l’orientamento maggioritario, è “custode” il soggetto che ha una signoria di fatto sulla cosa, ovvero un potere di fatto, che gli consente (ma non lo obbliga), di intervenire tempestivamente in caso di pericolo. Quindi, la norma ex art. 2051, c.c. (secondo quest’ultima interpretazione), ha la funzione di imputare la responsabilità a chi si trova nelle condizioni di controllare i rischi inerenti alla cosa. Per arrivare ad una pronuncia di responsabilità ai sensi dell’ art. 2051 c.c., non è, dunque, sufficiente né necessario accertare l’esistenza di una relazione giuridica (proprietà, possesso, detenzione qualificata) tra soggetto e cosa, bensì secondo quest’ultima impostazione, è “custode” colui che, a qualsiasi titolo, esclusi i casi di mera detenzione temporanea o di cortesia, ha un effettivo potere di fatto sulla res. Colui che ha la disponibilità materiale di quest’ultima si trova, infatti, in una posizione che gli consentirebbe di controllare e di intervenire per impedire il verificarsi di qualsiasi pregiudizio per i terzi.

Pertanto, rileva che il citato rapporto custodiale esime dal riferirsi alla fattispecie contrattuale, implicando invece il governo, l’uso della cosa e il potere di escludere i terzi dal contatto con la cosa, a cui sono riconducibili l’esigenza e l’onere della vigilanza affinché dalla cosa stessa, per sua natura o per particolari contingenze non derivi danno ad altri.

Il profilo del comportamento del responsabile è di per sè estraneo alla struttura della normativa, né può esservi reintrodotto attraverso la figura della presunzione di colpa per mancata diligenza nella custodia. Il limite di tale responsabilità risiede nell’intervento di un fattore (il caso fortuito), che non attiene ad un comportamento del responsabile (come nelle prove liberatorie degli artt. 2047, 2048, 2050 e 2054 c.c.), ma alle modalità di causazione del danno. Si deve pertanto ritenere che, in tale tipo di responsabilità, la rilevanza del fortuito attenga al profilo causale, in quanto suscettibile di una valutazione che consenta di ricondurre all’elemento esterno, anziché alla cosa che ne è fonte immediata, il danno concretamente verificatosi.



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