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La sentenza della Cassazione, Sezione Unite Penali, 8 giugno 2012 n. 22225: un cavallo di Troia senza soldati

28 luglio 2012 -

Qualche giorno fa, imbattendomi in alcune sentenze recenti, è avvenuto che una di queste, proveniente dalla Corte di Cassazione Penale a Sezioni Unite, dopo avermi lasciato eufemisticamente alquanto interdetto, mi ha costretto moralmente ad intervenire.

Dando per scontato che l’abbiate già letta per esteso, comunque per riassumere, questa tratta della valenza giuridica della condotta di colui il quale, consumatore finale, acquista un bene frutto del delitto di contraffazione.

Il caso di partenza era legato ad un soggetto che aveva ordinato, presso un sito straniero, un orologio con marchio Rolex di provenienza cinese, che non giungeva al destinatario in quanto intercettato assieme ad altre merci alla dogana.

Sempre in riassunto, la Suprema Corte a Sezioni Unite, ha stabilito che tale condotta configurasse, in ragione della qualità dell’imputato, di essere consumatore finale del bene contraffatto,

non una tentata ricettazione, bensì solamente un illecito amministrativo, ossia la violazione dell’art. 1 comma settimo del decreto legge 35 del 1995, così come modificato dall’art. 17 della legge 99 del 23 luglio 2009,

questo in quanto ha ritenuto tale norma speciale, non soltanto rispetto all’incauto acquisto (art. 712 c.p.), bensì anche in relazione alla ricettazione.

La Corte circa l’acquisto da parte del consumatore finale afferma,

1) “che non è ragionevolmente ipotizzabile che l’acquirente finale di un prodotto con segni falsi - si pensi al frequente caso dell’acquisto da venditori ambulanti - non sia consapevole che l’oggetto acquistato rappresenta il provento della violazione dell’art. 474 cod. pen.”;

2) che tale acquisto avviene a fronte di motivi che “inducono a ritenere” l’oggetto quale frutto di contraffazione mentre,

nella più grave contravvenzione di incauto acquisto, l’elemento soggettivo essendo invece legato all’“avere motivi di sospetto”, alla Corte parrebbe fattispecie meno grave di quella di cui all’illecito amministrativo, infatti sostiene che l’illecito amministrativo è idoneo ad «abbracciare sia le situazioni di mero sospetto che quelle di piena consapevolezza della provenienza del bene oggetto di transazione commerciale»(!);

3) che, parole Sue, “deve trovare sempre applicazione la sanzione amministrativa pecuniaria, dovendosi l’illecito amministrativo considerare speciale non soltanto rispetto all’incauto acquisto, bensì anche in relazione alla ricettazione. Tale soluzione poggia…in secondo luogo, sull’esigenza di evitare che la norma sull’illecito amministrativo resti relegata a meri casi di scuola”;

4) che la soluzione interpretativa che attribuisce carattere di specialità all’illecito amministrativo in esame, si fonda sulla progressione modificativa del testo originario della norma dell’art. 1, comma 7, legge n. 35 del 2005, che trova la sua sistemazione finale con la legge n. 99 del 2009, entrata in vigore il 15 agosto 2009.

Suggestivo, ma nulla più.

Partendo dall’esame dell’ultimo punto, diremo da subito che l’utilizzo di tale metodologia è all’evidenza censurabile, in quanto per risolvere il problema giuridico fondamentale, la Corte ha fatto ricorso all’utilizzo di un criterio del tutto residuale, la presunta volontà del legislatore, andando a scomodare il dettato del defunto articolo 1, comma 7 del d.l. 14 marzo 2005, per interpretare quello che è un nuovo articolo, ciò senza aver fatto ricorso, come poteva e come avrebbe dovuto, ad altri criteri interpretativi.

È evidente la gravità della circostanza che i Supremi Giudici non abbiano immediatamente pensato ad una approfondita lettura sistematica della norma, ove il sistema è chiaramente formato dagli artt. 648 c.p., 712 c.p., nonché 1, comma 7, del d.l. 35, nella formulazione del 2009.

Proviamo quindi a seguire tale via per vedere a quali conclusioni viene a portare.



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