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Il traffico di influenze illecite

29 novembre 2012 -

Nulla di tutto ciò nel testo definitivo della Legge.

Dal momento che si sono voluti punire atti di persone fisiche, preparatori rispetto alla corruzione vera e propria, lo stesso bisognava fare in relazione alle persone giuridiche.

Il mediatore illecito può ben essere un soggetto privato e, pertanto, agire nell’interesse della società in cui è incardinato; così pure il suo finanziatore.

Ad oggi, pertanto, a meno che la condotta di mediazione non sfoci nella corruzione, almeno tentata, gli enti nel cui interesse è stata realizzata la condotta di traffico di influenze non rispondono ai sensi del d.lg. 231.

Queste riflessioni valgono in punto di diritto, ma non sono sufficienti ad evitare, ad avviso di chi scrive, una corretta gestione del relativo rischio nell’ambito di un Modello organizzativo.

In breve: si tratta di condotte contigue a quelle corruttive e, di conseguenza, vanno “mappate” e gestite con apposite procedure, monitorate dall’Organismo di vigilanza e collegate al sistema sanzionatorio aziendale.

Il tema è di particolare interesse per i rapporti di consulenza aventi ad oggetto “attività di relazioni istituzionali”, laddove il consulente si pone – giuridicamente e di fatto – come intermediario tra l’azienda e il pubblico decisore.

[1] Cfr. art.18 della Convenzione Onu di Merida contro la corruzione del 31 ottobre 2003, ratificata dalla legge 3 agosto 2009, n. 116 (“ciascuno Stato parte esamina l’adozione di misure legislative e delle altre misure necessarie per conferire il carattere di illecito penale, quando tali atti sono stati commessi intenzionalmente : a) al fatto di promettere, offrire o concedere a un pubblico ufficiale o ad ogni altra persona, direttamente o indirettamente, un indebito vantaggio affinché detto ufficiale o detta persona abusi della sua influenza reale o supposta, al fine di ottenere da un’amministrazione o da un’autorità pubblica dello Stato parte un indebito vantaggio per l’istigatore iniziale di tale atto o per ogni altra persona; b) al fatto, per un pubblico ufficiale o per ogni altra persona, di sollecitare o di accettare, direttamente o indirettamente, un indebito vantaggio per sé o per un’altra persona al fine di abusare della sua influenza reale o supposta per ottenere un indebito vantaggio da un’amministrazione o da un’autorità pubblica dello Stato parte”); nonché l’art. 12 della Convenzione penale sulla corruzione di Strasburgo del 27 gennaio 1999, ratificata dalla legge 28 giugno 2012, n. 110 (“ciascuna Parte adotta i provvedimenti legislativi e di altro tipo che si rivelano necessari per configurare in quanto reato in conformità al proprio diritto interno quando l’atto è stato commesso intenzionalmente, il fatto di proporre, offrire o dare, direttamente o indirettamente qualsiasi indebito vantaggio a titolo di rimunerazione a chiunque dichiari o confermi di essere in grado di esercitare un’influenza sulle decisioni delle persone indicate agli articoli 2, 4 a 6 e 9 ad 11, a prescindere che l’indebito vantaggio sia per se stesso o per altra persona, come pure il fatto di sollecitare, di ricevere, o di accettarne l’offerta o la promessa di rimunerazione per tale influenza, a prescindere che quest’ultima sia o meno esercitata o che produca o meno il risultato auspicato”).[2] La Cassazione ha negato che il c.d. “trading in influence” potesse rientrare nelle norme incriminatrici della corruzione, in quanto quest’ultima presuppone, “un nesso tra il pubblico ufficiale e l’atto d’ufficio oggetto del mercimonio” e non potendo essere dilatata “fino al punto da comprendervi, con una operazione analogica non consentita in materia penale…anche la mera venalità della carica” (Sez. VI, 4 maggio 2006, n. 33345; Sez. VI, 6 novembre 2006, n. 5781; Sez. VI, 12 maggio 1983, n. 8043).



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Tribunale Bologna 24.07.2007,
n.7770 - ISSN 2239-7752

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