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La qualifica di dirigente non è subordinata al gradimento aziendale

16 dicembre 2013 -

1. Premessa

La problematica ruotante intorno al cosiddetto “riconoscimento formale” aziendale (o atto di cosiddetta investitura per gradimento) considerato da taluni Ccnl imprescindibile per potersi fregiare della qualifica di dirigente  d'azienda − eminentemente di quelle del  credito e delle  assicurazioni − è stato oggetto di diverse trattazioni da parte nostra in tempi oramai datati[1].

Il nostro ritorno in argomento è stato occasionato dalla lettura della recente Cassazione 11 settembre 2013, n. 20839, confermativa (unitamente a precedenti sul tema) delle conclusioni da noi, a suo tempo, raggiunte nel senso della totale inidoneità della volontà unilaterale datoriale a precludere il conferimento della qualifica dirigenziale in presenza di un effettivo ruolo rivestito  nel disimpegno di oggettive e specifiche mansioni caratterizzate da autonomia, responsabilità e facoltà decisionali.

La precitata sentenza è stata emessa in un contenzioso tra un dipendente di banca rivendicante l'inquadramento a dirigente, negatogli dall'azienda sulla base dell'anacronistico disposto dell'articolo 77 del Ccnl  dei direttivi del credito del 1987, costantemente reiterato in tutti i rinnovi contrattuali fino al vigente del 29 febbraio 2012, che così recita: «Ai fini del presente contratto sono dirigenti i lavoratori/lavoratrici subordinati, ai sensi dell’articolo 2094 del codice civile, come tali qualificati dall’azienda in quanto ricoprano un ruolo caratterizzato da un elevato grado di professionalità, di autonomia e potere decisionale ed esplichino le loro funzioni di promozione, coordinamento e gestione generale al fine di realizzare gli obiettivi dell’azienda».

2. Conferimento della qualifica su investitura aziendale

La clausola soprariferita è nota, alla dottrina e alla giurisprudenza di Cassazione che se n'è occupata, come “clausola di riconoscimento formale” o di “investitura” aziendale, finalizzata da parte datoriale a far sì che il conferimento della qualifica di dirigente, a prescindere dalla qualità e responsabilità immanenti alle mansioni disimpegnate dal lavoratore, sia sottoposto al gradimento aziendale, talché la qualifica non scatta se l'azienda non la riconosce all'aspirante alla categoria dirigenziale con un provvedimento formale (comunicazione, lettera o equipollente).

 

In fattispecie la Banca ricorrente lamentava la trascuratezza da parte della sentenza di appello  di un fatto da essa ritenuto decisivo per il giudizio, costituito dai requisiti previsti dal Ccnl credito per la “qualifica” dirigenziale, ove il Ccnl del 1987 la riconosceva solo a fronte della formale attribuzione della stessa ad opera dell'azienda.

Nel respingere come infondata la censura, la Cassazione afferma che l'addebito rivolto alla decisione della corte territoriale è insussistente in quanto «questa S.C., unitamente alla più attenta dottrina, ritiene, che le clausole come quella riportata, definite di mero riconoscimento formale, debbano considerarsi nulle poiché non ancorate alla necessaria natura obiettiva delle mansioni e dei compiti di fatto svolti (ex articolo 2094 Codice Civile), di cui la qualifica è definizione formale (Cass. sez. un. n. 5031 del 1985; Cass. n. 4314 del 1988, etc.), ma unicamente ad una unilaterale ed arbitraria scelta datoriale».

Con motivazione incisiva quanto scarna per autolimitazione all'essenziale, l'odierna decisione della  Cassazione  vanifica − in senso confermativo del proprio pensiero in precedenti sentenze espresso − la clausola di cosiddetto “riconoscimento formale” del settore bancario.

Detta clausola ripete quella vigente fino al 1975 nel settore industriale, dizione che, peraltro, venne poi abbandonata in tale settore nel rinnovo contrattuale del 4 aprile 1975, anche a seguito di sanzioni di nullità da parte della Cassazione  in ordine al presunto effetto condizionante il conferimento della qualifica ad opera del cd. «riconoscimento formale» aziendale.



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