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La sindacabilità in giudizio delle promozioni dei dipendenti

06 dicembre 2013 -

 1. L’orientamento giurisprudenziale consolidato

Va preliminarmente espresso il convincimento che le promozioni ˗ sia degli impiegati alle superiori qualifiche sia dei quadri, fino alla qualifica di dirigente ˗ concretizzano, in ogni caso, la fattispecie giuridica delle promozioni aziendali per «merito comparativo» tra più candidati provvisti di idoneità di base.

D’altra parte qualsiasi promozione, a nostro avviso, postula di per sé ˗ per sottrarsi a fondati addebiti di parzialità o di clientelismo ˗ il raffronto (cioè la comparazione) dei rispettivi meriti di più candidati, parimenti interessati all’avanzamento di carriera. Resta insindacabile invece, in capo all’azienda, la determinazione inerente al fatto di effettuare (o meno) le promozioni nonché la consistenza delle stesse, in ragione delle proprie specifiche esigenze organizzativo-funzionali.

Una volta che, tuttavia, l’azienda abbia autonomamente deliberato sull’an e sul quantum dei promuovendi, resta indiscutibilmente vincolata a sviluppare l’iter promotivo nel rispetto della metodologia del raffronto ˗ in capo ai vari candidati ˗ dei requisiti meritocratici che  siano stati pattuiti nei contratti nazionali di lavoro, nei regolamenti o in accordi aziendali e sempreché i criteri valutativi  (ad esempio competenza professionale specifica, capacità  di gestione o coordinamento risorse umane, responsabilità,  precedenti di lavoro, e simili) siano stati individuati dagli agenti contrattuali con una formulazione tale da risultare inequivoca ed insuscettibile di divergenti interpretazioni.

Pertanto, condizione imprescindibile per poter contestare l’esclusione dall’avanzamento di carriera, è che il  dipendente possa prospettare al giudice del lavoro la violazione, da parte dell’azienda, di prefissati requisiti di valutazione promotiva reperibili nei ccnl, nei contratti aziendali o nei regolamenti interni.

Solo se gli agenti contrattuali hanno disciplinato pattiziamente le promozioni ˗ cioè a dire le hanno, come scrive la Cassazione, "procedimentalizzate" ˗ le stesse sono giudizialmente sindacabili in quanto  riconducibili alla specie delle «promozioni per merito comparativo» postulanti intrinsecamente il raffronto dei requisiti tra più controinteressati.

Laddove questa "procedimentalizzazione" manchi (il caso ricorre per tutti ˗ o quasi ˗ i contratti di lavoro del settore industriale), le promozioni si atteggiano e scadono al rango delle "promozioni a scelta discrezionale datoriale", risultando quindi insindacabili (se non invocando la violazione dei generali principi di correttezza e buona fede ex articolo 1175 e 1375 del Codice Civile, che non hanno quasi mai portato ad esiti positivi per i ricorrenti).

La fattispecie delle «promozioni per merito comparativo» ricorre storicamente nei settori del credito, delle assicurazioni e, in senso lato, dei servizi, peraltro riguardanti le sole qualifiche di personale fino alla soglia della dirigenza.  Ne sono esclusi, infatti, i dirigenti  per i quali ˗ in tali settori ˗ viene confermata  la spettanza (della) o l'avanzamento alla qualifica solo dietro cosiddetta «investitura formale» da parte aziendale, attraverso l'oscurantista formulazione secondo cui «sono dirigenti coloro […] che siano dalle rispettive imprese cui appartengono come tali qualificati». Per quest’ultimi la professionalità, l’autonomia decisionale, il ruolo e la responsabilità rivestita non sono – per clausola contrattuale, invero invalidata dalla Cassazione a più riprese ˗ requisiti di per se stessi sufficienti per l’inquadramento nella categoria dirigenziale, richiedendosi in ogni caso il «riconoscimento o conferimento aziendale».



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Tribunale Bologna 24.07.2007,
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