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Lavoratore e documentazione d'ufficio: condizioni per la legittima produzione in giudizio

10 aprile 2014 -

Premessa

È consuetudine, normalmente seguita dal lavoratore nell’atto di sostenere le proprie pretese o diritti in un giudizio teso a rivendicare una qualifica superiore o volto a prospettare una illegittima dequalificazione e simili, quella di allegare documentazione d’ufficio, sia consistente in circolari e comunicazioni aziendali sia in propri elaborati approntati nel corso dell’attività svolta, di norma sottoscritti o firmati dal superiore o dal dirigente del servizio cui il lavoratore appartiene. Documentazione talora costituita da veri e propri originali estratti dall’archivio aziendale, talora da semplici fotocopie.

Conviene che l’orientamento giurisprudenziale, seppure in precedenza variegato su questo importante tema sia di pubblico dominio, affinché il lavoratore che ha trovato il coraggio di agire (e di reagire) giudizialmente in corso di rapporto avverso le inadempienze del proprio datore di lavoro, conosca come deve comportarsi e non si trovi esposto al rischio di una sanzione disciplinare che può dilatarsi fino al punto di privarlo dell’occupazione e cioè della fonte di sostentamento personale e familiare.

E di ciò si deve essere particolarmente edotti sia in linea generale sia eminentemente nel settore del credito, qui a causa della presenza di una giurisprudenza che, élitariamente e non sempre giustificatamente, a nostro avviso, pretende dal bancario un rapporto di più intensa fiducia, in dipendenza dei compiti (asseritamente più delicati) svolti dai prestatori all’interno dell’azienda di credito (piuttosto che in quelle industriali o commerciali) ovvero in ragione dell’asserita maggiore riservatezza delle informazioni che i bancari gestirebbero o con le quali verrebbero in contatto.

Il panorama giurisprudenziale in tema di allegazione in giudizio di documentazione d’ufficio

Sulla tematica va detto che l’esame comparativo della giurisprudenza della Cassazione evidenzia che la “quaestio iuris” se la produzione in giudizio di documentazione aziendale riservata costituisca violazione del dovere di fedeltà, quindi sanzionabile, ovvero comportamento legittimo per finalità difensive in giudizio, risulta nel corso del tempo decisa in modo non uniforme di cui di seguito diamo analiticamente conto.

Un primo orientamento si è espresso per l’illegittimità di una tale produzione, in quanto la violazione dell’obbligo della riservatezza comporterebbe inevitabilmente la lesione dell’elemento fiduciario e può, quindi, integrare gli estremi della giusta causa (o giustificato motivo) di licenziamento (ex plurimis, Cassazione n. 2560 del 1993; Cassazione n. 4328 del 1996; Cassazione n. 6352 del 1998; Cassazione n. 13188 del 2001).

Questa impostazione restrittiva ritenne sussistente l’illiceità del comportamento del lavoratore sia che questi produca in giudizio “originali” di documenti sia “fotocopie” degli stessi, l’unica differenza consistendo, secondo il variegato orientamento giurisprudenziale, nel grado di intensità dell’illecito, tale da ripercuotersi sulla tipologia delle sanzioni dispiegabili (conservative o espulsive, a secondo dei casi).

Nella sentenza del Tribunale di Milano (che fu pienamente condivisa dall’orientamento intransigente e rigorista di Cassazione n. 2560/1993) venne asserito che: “si è molto discettato sulla distinzione tra asporto di fotocopie e asporto di originale. Il Collegio non ha difficoltà a riconoscere che l’estrazione di notizie mediante fotocopiatura è cosa diversa dall’asporto dell’originale e che la fotocopiatura arbitraria è certamente meno grave dell’asporto dell’originale. Si deve tuttavia riconoscere che anche l’estrazione di copia (rectius, di fotocopia) è un modo di disporre di beni che appartengono all’imprenditore, unico titolare del diritto di stabilire gli utilizzi più conformi ai propri interessi.



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