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La determinazione conclusiva della conferenza di servizi

05 maggio 2014 -

1. La concezione esoprocedimentale tradizionale

A partire dalla Legge n. 340 del 2000 – con l’inserimento del comma 9 nell’articolo 14-ter della Legge n. 241 del 1990, poi modificato dalla Legge n. 15 del 2005 e infine abrogato dal Decreto Legge n. 78 del 2010 – il problema del rapporto tra le previgenti «determinazioni concordate» in conferenza e il provvedimento finale viene affrontato apertamente, nel suo duplice aspetto della necessità o meno che le prime siano seguite da un provvedimento formale, avente valore e significato costitutivo degli effetti, e, in caso affermativo, dell’individuazione del grado di vincolatività della determinazione conclusiva rispetto al provvedimento finale [1].

Sin dalle prime riflessioni giurisprudenziali la contrapposizione tra la concezione esoprocedimentale e quella endoprocedimentale si rivela inscindibilmente legata alla questione della natura dichiarativa o costitutiva del provvedimento finale, distinzione la cui importanza è apprezzabile anzitutto sotto il profilo della decorrenza del termine per l’impugnazione. Propendendo infatti per la natura dichiarativa, l’atto lesivo dal quale decorre il termine decadenziale è la determinazione conclusiva e non il provvedimento finale, per cui la tempestività dell’impugnazione di quest’ultimo non vale a consentire la rimessione in termini se il ricorso contro la determinazione conclusiva è tardivo.

Nella vigenza della Legge n. 340 del 2000 la giurisprudenza – per quanto assai scarsa [2] – afferma il carattere dichiarativo del provvedimento finale, non lesivo ex se, e la natura esoprocedimentale ed immediatamente lesiva della determinazione conclusiva.

A favore di tale interpretazione depone, anzitutto, il previgente comma 2 dell’articolo 14-quater, che definisce come «immediatamente esecutiva» la determinazione finale, un dato dal quale è possibile dedurre l’inutilità di un provvedimento ulteriore.

Nella stessa direzione milita il fatto che anche l’amministrazione procedente manifesta il suo avviso nella conferenza e non può poi modificare le indicazioni emerse in tale sede, sia per la previsione di conformità della determinazione conclusiva al provvedimento finale stabilita dal comma 9 dell’articolo 14-ter, sia perché è comunque illogica e contraria alla ratio della norma la possibilità di una rielaborazione della determinazione conclusiva, che costituisce il risultato dell’incontro delle volontà di più amministrazioni.

In tal senso depone poi il comma 7 dell’articolo 14-ter, che consente l’immediata impugnazione della determinazione conclusiva da parte dell’amministrazione dissenziente prima del recepimento nel provvedimento finale [3], il che porta ad escludere che l’atto produttivo degli effetti lesivi sia quest’ultimo, mentre sarebbe assurda la previsione dell’impugnabilità di una determinazione priva di effetti esterni.

Infine, a favore di tale opzione ermeneutica depone il successivo comma 9, che subordina l’operatività dell’effetto sostitutivo del provvedimento finale rispetto agli atti di assenso alla sua conformità alla determinazione conclusiva.

La concezione esoprocedimentale si riverbera poi anche sulla questione della motivazione del provvedimento finale. Infatti, l’insussistenza di un obbligo dell’amministrazione procedente di motivare il provvedimento che recepisce gli esiti della conferenza in maniera più articolata di un mero richiamo al verbale discende proprio dalla natura dichiarativa dell’atto provvedimentale, meramente confermativo e consequenziale della determinazione conclusiva [4].

2. La dottrina

Articolo pubblicato in: Diritto amministrativo


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