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L’artificiale specialità dell’autodichia

27 maggio 2014 -

L’articolo esprime esclusivamente le opinioni dell’autore e non impegna in alcun modo l’amministrazione di appartenenza.

Il potere di giudicare [1] in via esclusiva e definitiva i ricorsi avverso gli atti e i provvedimenti adottati dall’amministrazione del Senato non trova fondamento in leggi o atti aventi forza di legge. L’autodichia è prevista nei regolamenti parlamentari adottati ai sensi dell’articolo 64 della Costituzione.

La Corte riconferma così il tradizionale orientamento secondo cui sono insindacabili i regolamenti parlamentari in sede di giudizio di legittimità costituzionale limitato dall’articolo 134 solo alla legge e agli atti ad essa equiparati.

A fronte della questione posta dalla Cassazione [2] circa il contrasto che la previsione della autodichia realizzerebbe con gli articoli 3 e 24 della Costituzione, si propone una ricostruzione sistematica del giudizio di costituzionalità che almeno formalmente disattende le motivazioni dell’ordinanza.

L’adozione di tale ricostruzione sistematica neutralizza anche il riferimento agli altri parametri di legittimità costituzionale violati rinvenibili negli articoli 102, 111 e 113 della Costituzione.

In vero, il pronunciamento della Corte Costituzionale è però più articolato e complesso di quanto potrebbe suggerirne una prima lettura [3].

In realtà di là dal mero pronunciamento formale, la Corte sembra comunque aderire sostanzialmente [4] alla visione prospettica della Cassazione.

Quest’ultima, infatti, così come riportato nella sentenza, sottolinea “la differenza tra l’esercizio delle funzioni legislative e politiche e gli atti con cui le camere provvedono alla propria organizzazione”.

Il ridimensionamento del carattere di specialità o di garanzia della disciplina delle camere è quindi il presupposto logico dell’ulteriore argomentazione della Cassazione. La necessità di garantire al Parlamento una posizione d’indipendenza scevra da vincoli esterni non giustifica una previsione, automatica e illimitata, dell’autodichia. In altri termini, tale potere sui dipendenti di Camera e Senato non costituisce una prerogativa necessaria a garantire l’indipendenza del Parlamento e non è affatto coessenziale alla natura costituzionale degli organi supremi.

Tale assunto costituisce il filo rosso che lega, accomunandoli, il percorso argomentativo della cassazione con quello del giudice delle leggi.

La Corte Costituzionale riprende le motivazioni sostanziali dell’ordinanza proprio quando rileva che la specialità dei regolamenti rende gli stessi insindacabili solo qualora tali norme si pongano a garanzia dell’indipendenza delle camere da ogni altro potere.

La specialità è giustificata dalla necessità di apprestare uno statuto di garanzia al procedimento legislativo.

L’esatta delimitazione dei confini di tale statuto di garanzia è rimesso al dinamico esercizio dei poteri costituzionali cosicché la Corte si pone come arbitro dell’esercizio di tali poteri.

In questo senso, allora la competenza regolamentare sulla disciplina del personale sembrerebbe essere subordinata all’individuazione della “funzione” che la disciplina del rapporto di lavoro ha nell’ambito dello statuto di garanzia previsto per il processo legislativo.

L’insussistenza di ragioni che giustificano l’attrazione della disciplina del lavoro nell’ambito dello statuto di garanzia del Senato non può limitare l’esercizio di diritti fondamentali. Inoltre, la stessa Corte rende evidente come la necessità di tale attrazione è stata superata negli ordinamenti costituzionali “a noi più vicini”.



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Tribunale Bologna 24.07.2007,
n.7770 - ISSN 2239-7752

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