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La difficoltosa risarcibilità dei danni subiti nell’ambiente di lavoro

18 settembre 2014 -

1. Premessa...conclusiva

Come è oramai noto, la Sentenza della Cassazione a Sezioni Unite n. 6572/2006 pose fine ad un contrasto giurisprudenziale sui danni non patrimoniali risarcibili, optando per la tesi più restrittiva per i lavoratori ricorrenti, mediante l’affermazione che i danni alla professionalità da demansionamento come pure i danni alla salute e alla vita di relazione da mobbing (cosiddetti esistenziali) costituiscono “danni conseguenza” (non già “danni evento” risarcibili in re ipsa al riscontro in giudizio della condotta datoriale dannosa).

Da questo assetto dogmatico discende che una volta che il giudice abbia accertato il comportamento lesivo datoriale, il risarcimento monetario non può essere automatico ma  condizionato alla ulteriore prova da parte del lavoratore che l’accertata condotta lesiva datoriale (o dei superiori) abbia determinato causalmente danni alla salute (cosiddetto danno biologico) ovvero impoverimento della pregressa professionalità in termini tali da non essere più utilmente spendibile in azienda o sul mercato esterno, ovvero, ancora, perdita di opportunità di progressione di carriera (cosiddetta perdita di chance) rispetto a colleghi, che in quanto non fatti bersaglio del comportamento vessatorio datoriale, la carriera hanno, invece, continuato a farla.

Appare, con tutta evidenza, intuitivo come il doppio onere probatorio di cui la Cassazione a Sezioni Unite n. 6572/2006 ha gravato i lavoratori ricorrenti in giudizio, renda piuttosto difficoltoso se non  aleatorio un risarcimento di danni, giacché se il giudice accerta che il datore ha illegittimamente demansionato il lavoratore ovvero lo ha vessato, con caratteristiche mobbizzanti, ma quest’ultimo non è stato in grado di provare al magistrato (in giuridichese, allegare) ˗ sia documentalmente o ancor meglio per testi ˗ in che cosa sia consistito il suo depauperamento professionale, ovvero quali siano state le modificazioni peggiorative indotte nelle relazioni sociali e nel suo pregresso stile di vita ovvero nel suo antecedente stato di benessere psico˗fisico, il risarcimento monetario richiesto tramite il ricorso al magistrato verrà dichiarato inaccoglibile e il giudice si limiterà ad ordinare ai responsabili aziendali la sola cessazione del comportamento contra legem e il ripristino della situazione legale antecedente.

Di seguito evidenziamo come si è giunti a questa sconfortante situazione.

2. Cronistoria

Il riconoscimento da parte dei Giudici di merito e di Cassazione dei danni subiti dalle pratiche di demansionamento e mobbing è stato abbastanza agevole nell’arco 1990/2004, ove l’orientamento giurisprudenziale vedeva prevalere l’opinione per cui, una volta allegato in giudizio da parte del lavoratore (per documentazione o per testi) il demansionamento o l’inoperosità forzata e documentate le pratiche vessatorie, il risarcimento discendeva conseguenzialmente dietro liquidazione equitativa del magistrato, ex articolo 1226 del codice civile, in quanto il danno era considerato “in re ipsa” cioè immanente al riscontro di veridicità ed effettività dei comportamenti pregiudizievoli posti in essere dallo stesso datore o dai suoi preposti.

Il parametro adottato all’epoca per indennizzare un demansionamento incisivo, di durata almeno semestrale o ultrannuale, era rappresentato dal 100% della retribuzione mensile percepita moltiplicata per tutti i mesi di durata del demansionamento, inattività o vessazione. Col passare degli anni, la magistratura si è fatta più “tirchia” e tale parametro ha subito nell’applicazione una sensibile, graduale, contrazione fino ad attestarsi, ai nostri giorni, a non più del 20˗30% della retribuzione.



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