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La riduzione delle tutele del lavoro nel cosiddetto Jobs Act

27 febbraio 2015 -
La riduzione delle tutele del lavoro nel cosiddetto Jobs Act

1. Premessa

Con una singolare propensione verso l’esterofilia, l’attuale governo ha inteso designare - con  una locuzione reperibile in un messaggio del presidente degli USA Obama -  quale Jobs Act, la ventilata riforma del lavoro orientata in senso liberistico, tanto che non v’è chi non si sia reso conto, tra i giuslavoristi, che trattasi di una mera controriforma di segno regressivo per i diritti dei lavoratori, tesa a traguardare meramente la liberalizzazione dei licenziamenti ed a sancire, con il decorso del tempo, l’eutanasia della tutela reintegratoria ex articolo 18 dello Statuto dei lavoratori per tutti indistintamente i lavoratori, una volta che gli attuali esclusi dalla sottrazione alla reintegra (quelli assunti prima dell’entrata in vigore dei decreti attuativi della Legge n 183/2014, emessi il 24/12/2014, suscettibili di entrare in vigore presumibilmente nel mese di febbraio 2015) saranno usciti per turnover fisiologico dal circuito lavorativo.

Con il cosiddetto Jobs Act (oramai Legge-delega 10/12/2014 n. 183) il nuovo legislatore ha enfatizzato mediaticamente, a fini di propiziarne la pubblica accettazione, l’introduzione di un “contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti”; destinato, come già detto, ai soli lavoratori con qualifica di operaio, impiegato o quadro (per i dirigenti, già nel previgente assetto il licenziamento privo di giustificatezza implicava solo la corresponsione di mensilità della cosiddetta. indennità supplementare, non già la reintegra) assunti dalle aziende private in data posteriore all’entrata in vigore dei due decreti attuativi del 24 dicembre 2014. Contratto caratterizzato, per il caso di licenziamento ingiustificato del prestatore, dalla non ricorrenza del rimedio reintegratorio (in aderenza alla dismissione legislativa della cosiddetta. property rule sostituita dalla cosiddetta. liability rule) per l’applicazione, in sua vece, di una soluzione monetizzante, riposante sulla responsabilità civile datoriale, concretizzantesi in un trattamento economico indennitario, graduato in forma crescente in relazione all’anzianità di servizio maturata dal licenziato in azienda.

Così chiarita la natura delle cosiddette. “tutele crescenti” (afferenti pertanto la sola misura delle mensilità indennitarie), appare in tutta evidenza come la formula semantica utilizzata sia pacificamente non rispondente al vero, anzi, praticamente, ingannevole. Formula frutto di una retromarcia rispetto alle iniziali prospettazioni rese all’opinione pubblica - sia da parte dei responsabili politici che da parte dei tecnici che avevano suggerito l’introduzione del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti per i nuovi assunti - nella iniziale forma carente della tutela reintegratoria in caso di licenziamento illegittimo, ma acquisibile alla maturazione di un’anzianità di servizio aziendale dell’ordine dei 3 anni, onde realizzare una temporalmente diluita parificazione delle tutele dei nuovi assunti con quelle fruite, in caso di licenziamento illegittimo, dai già occupati (cioè la reintegra ex articolo 18 dello Statuto dei lavoratori).  

Tale iniziale soluzione, quantunque insoddisfacente per la intrinseca gradualità del beneficio della stabilità reale, si poneva, in un certo qual modo, in linea con l’opinione del Consiglio dell’Unione Europea del dicembre  2008, secondo cui il contratto a tutele crescenti deve consistere in un contratto che inizia “con un livello di base di tutela del lavoro” e in cui la protezione si accumula “progressivamente via via che il lavoratore occupa un posto di lavoro fino a raggiungere una protezione piena”.

Articolo pubblicato in: Diritto del lavoro e della sicurezza


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