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La prescrizione dei crediti retributivi dopo il Jobs act

29 maggio 2015 -
La prescrizione dei crediti retributivi dopo il Jobs act

1. Prescrizione per i crediti retributivi: decorrenza in corso di rapporto (solo per quelli dotati di stabilità reale)

La carenza di una peculiare regolamentazione della prescrizione, nell’ambito del sistema normativo disciplinante la materia del lavoro, impone all’interprete di individuare preliminarmente il regime (o i regimi) di prescrizione applicabile ai vari diritti nascenti dal rapporto di lavoro subordinato nonché di verificare se tale regime abbia subito, nel corso del tempo, mutamenti sostanziali in conseguenza di modifiche normative introdotte dal legislatore incidenti sulla stabilità del rapporto di lavoro, quale il progressivo depotenziamento dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, iniziato con la cosiddetta “legge Fornero” del 2012 e portato pressoché a compimento con il primo decreto attuativo del cosiddetto Jobs act, n. 23 del 2015.

Secondo l’opinione ormai nettamente dominante tutto ciò che viene corrisposto dal datore al prestatore di lavoro con periodicità annuale o infra annuale - ed, in particolare, i crediti di retribuzione - si prescrive nel termine di cinque anni, secondo il disposto dell’articolo 2948, n. 4, del codice civile.  Allo stesso termine quinquennale di prescrizione sono sottoposte, in virtù dell’articolo 2948, n. 5, del codice civile, le competenze spettanti alla cessazione del rapporto di lavoro (il trattamento di fine rapporto, l’indennità di mancato preavviso e l’indennità per causa di morte).

La prescrizione ordinaria decennale, di cui all’articolo 2946 del codice civile, assume invece nella materia del lavoro una rilevanza applicativa secondaria, svolgendo un ruolo residuale invero assai limitato.

Il connotato caratterizzante i diritti del prestatore, riconducibili nella previsione dell’articolo 2948, n. 4, del codice civile, non è tanto la natura retributiva, quanto piuttosto la particolare modalità di soddisfazione del credito del lavoratore, nel senso che soltanto ove l’adempimento della prestazione da parte del datore si realizzi, per imposizione legale o contrattuale o più semplicemente per consuetudine, con continuità a scadenze periodiche, potrà trovare applicazione la prescrizione breve quinquennale. Viceversa opererà la prescrizione ordinaria decennale.

Ciò premesso risulta, purtroppo, ancora diffusa tra i lavoratori - mentre la questione è chiara pressoché solo per gli addetti ai lavori (magistrati, giuslavoristi, ecc.) - una radicata quanto errata convinzione, secondo cui i propri diritti, afferenti ai crediti retributivi, non si prescriverebbero per tutto il periodo di spiegamento del  rapporto di lavoro ma sarebbero, all’opposto, rivendicabili dopo la risoluzione del rapporto stesso.

Causa  di tale infondato convincimento può ritenersi una sommaria cognizione dei principi stabiliti - in epoca antecedente alla promulgazione delle leggi sui licenziamenti individuali e dello Statuto dei lavoratori - dalla Sentenza n. 63 del 10.6.1966 della Corte costituzionale, in tema di prescrizione dei crediti di lavoro di cui all’articolo 36 della Costituzione.

 2. Le sentenze della Corte costituzionale e della Cassazione

All’epoca la rivoluzionaria decisione stabilì che la regola, sancita dall’articolo 2935 del codice civile, della decorrenza della prescrizione “dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere” (e cioè dal giorno in cui è sorto), non era operativa per i diritti retributivi sorgenti dall’articolo 36 della Costituzione - soggetti di norma a prescrizione estintiva quinquennale - in ragione della condizione di soggezione psicologica in cui versa il lavoratore, nel rapporto di lavoro subordinato privatistico. Soggezione concretizzantesi “nel timore del recesso, cioè del licenziamento che spinge o può spingere il lavoratore sulla via della rinuncia ad una parte dei propri diritti...” (così Corte costituzionale n. 63 del 1966). Espressamente la Corte Costituzionale disse: “in un rapporto non dotato di quella resistenza, che caratterizza invece il rapporto d’impiego pubblico, il timore del recesso, cioè del licenziamento, spinge o può spingere il lavoratore sulla via della rinuncia a una parte dei propri diritti; di modo che la rinuncia, quando è fatta durante quel rapporto, non può essere considerata una libera espressione di volontà negoziale e la sua invalidità è sancita dall’art. 36 della Costituzione: lo stesso articolo 2113 del Codice civile, che la giurisprudenza ha già inquadrato nei principi costituzionali, ammette l’annullamento della rinuncia proprio se questa è intervenuta prima della cessazione del rapporto di lavoro o subito dopo. In sostanza si è voluto proteggere il contraente più debole contro la sua propria debolezza di soggetto interessato alla conservazione del rapporto […]”.

Articolo pubblicato in: Diritto del lavoro e della sicurezza


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