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L’abolizione del principio “un’azione - un voto”. Analisi comparata di una rivoluzione copernicana

22 luglio 2015 -
L’abolizione del principio “un’azione - un voto”. Analisi comparata di una rivoluzione copernicana

Introduzione

Il testo del decreto-legge 24 giugno 2014 n. 91, così come convertito dalla legge di conversione 11 agosto 2014 n. 116, ha introdotto clamorose novità nel frazionamento del capitale delle società per azioni, quotate e no, nonché nelle strategie di controllo degli assets societari. Novità che, già parte della dottrina, ha indicato come “la rivoluzione copernicana” del Diritto societario italiano.

I pilastri della riforma varata in materia sono due:

- modifica dell’articolo 2351 del Codice Civile: abolizione del previgente terzo comma che vieta la possibilità di emettere azioni a voto plurimo;

- modifica dell’articolo 127-quinquies TUF (Testo Unico sull’intermediazione finanziaria): possibilità di attribuire negli statuti delle società per azioni quotate un voto maggiorato, con un numero massimo di due, per ciascuna azione posseduta per un certo periodo di tempo.

Le differenze intercorrenti tra “azioni a voto plurimo” ed “azioni a voto maggiorato” riguardano non soltanto le compagini societarie cui afferiscono - le prime si ritrovano nelle società per azioni non quotate, mentre le altre nelle S.p.A, quotate -  ma anche le condizioni che necessitano per la loro emissione. Il requisito del possesso prolungato di pacchetti azionari, ad esempio, costituisce pre-condizione per l’emissione di azioni a voto maggiorato e ciò non è un caso. La considerazione del legislatore, infatti, è tutta volta al mantenimento della stabilità sul controllo delle quote di maggioranza di società quotate, così da poter scoraggiare “scalate temerarie” da parte di azionisti non del tutto votati al bene della società.

Le modifiche così apportate ai documenti sopra menzionati si sono rese necessarie, a detta di molti, in conseguenza di numerose istanze sollevate dal mondo degli investitori. In particolare, la quotazione del gruppo FCA a Wall Street, nonché la scelta di Londra come sua sede sociale, è stata giustificata proprio con la maggior flessibilità che l’ordinamento inglese riserva alla gestione degli assets societari.

Gli Stati Uniti e le scelte di FCA

In realtà le scelte del gruppo italiano ex-Fiat non debbono indurre a ritenere che il principio “un’azione-un voto” sia del tutto disatteso; anzi, accade proprio il contrario. La deviazione da tal regola, considerata come norma di default, è infatti prevista su espressa volontà delle parti e ben si salda con le regolamentazioni che le borse americane hanno voluto imporre. La competizione tra i vari listini d’America (Nyse, Nasdaq, Amex) ha infatti portato a diverse modifiche dei rispettivi listing standards tali da ammettere l’emissioni di azioni dual-class (alias, a voto plurimo). 

L’evoluzione compiuta dagli States e che ha portato ad un quadro normativo stabile non è risultata priva di controversie, anche giudiziarie, e di frizioni sollevate in primis dalla SEC (Security and Exchange Commission), la Consob americana. La prassi che andava infatti affermandosi, dal 1900 in poi, era non solo quella dell’emissione di azioni con pluralità di diritto di voto, ma anche di pacchetti azionari senza diritto di voto, in grado di assicurare un controllo pur mantenendo partecipazioni di minoranza del capitale. Ad una prima stretta dell’autorità garante, mediante la promulgazione nel 1988 della Rule 19c-4, era poi seguita una pronuncia sulla libertà di concorrenza e sui poteri dei vari listini della Corte d’Appello del District of Columbia.

Articolo pubblicato in: Diritto societario


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n.7770 - ISSN 2239-7752

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