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Brevi considerazioni sull’interesse e il vantaggio dell’ente in materia di delitti colposi

29 febbraio 2016 -
Brevi considerazioni sull’interesse e il vantaggio dell’ente in materia di delitti colposi

Abstract: Il presente elaborato consiste in una breve analisi avente ad oggetto la compatibilità fra l’interesse e il vantaggio dell’ente e i reati colposi, ponendo in particolare l’accento sul rapporto che intercorre fra il volontario beneficio perseguito dall’ente e il colposo evento che ne deriva. Verrà sottolineato come il cardine della responsabilità attenga all’”oggettività” della condotta e non alla “soggettività” della colpa.

Com’è noto ai sensi dell’articolo 5 del Decreto Legislativo n. 231 del 2001 in tema di responsabilità penale degli enti, per poter attribuire l’illecito alla persona giuridica è necessario che questo sia commesso nell’interesse o a vantaggio dell’ente stesso.

L’interesse o il vantaggio a cui mira l’ente si pone come presupposto indefettibile, tanto che lo stesso articolo 5 all’ultimo comma prevede che l’ente non possa subire alcuna conseguenza penale nel caso in cui l’autore materiale del reato abbia agito “nell’interesse proprio o di terzi”.

A livello terminologico è stato più volte osservato come il concetto di “interesse” indichi genericamente una connessione teleologica tra il reato e il risultato che attraverso il medesimo ci si propone di conseguire, e il “vantaggio”, invece, debba essere inteso semplicemente come il beneficio che l’ente ha direttamente o indirettamente ottenuto dalla commissione del reato.

A questo proposito può essere esplicativo richiamare la statuizione delle Sezioni Unite della Cassazione nel caso ThyssenKrupp, secondo cui: “In tema di responsabilità da reato degli enti, i criteri di imputazione oggettiva, rappresentati dal riferimento contenuto nell’articolo 5 del Decreto Legislativo n. 231 del 2001 all’«interesse o al vantaggio», sono alternativi e concorrenti tra loro, in quanto il criterio dell’interesse esprime una valutazione teleologica del reato, apprezzabile “ex ante”, cioè al momento della commissione del fatto e secondo un metro di giudizio marcatamente soggettivo, mentre quello del vantaggio ha una connotazione essenzialmente oggettiva, come tale valutabile “ex post”, sulla base degli effetti concretamente derivati dalla realizzazione dell’illecito”.

Tuttavia con l’entrata in vigore dell’articolo 25 septies del Decreto Legislativo n. 231 del 2001 relativo ai reati di natura colposa commessi in violazione delle norme in tema di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, sono emersi in dottrina e in giurisprudenza forti dubbi sulla materiale possibilità di coordinare l’intenzione dell’ente di cui all’articolo 5 Decreto Legislativo n. 231 del 2001 con quei reati caratterizzati proprio dalla mancanza d’intenzione.

Dunque, mentre nessuna criticità è stata mai rilevata in relazione all’ontologico legame che intercorre tra i concetti di “interesse” e di “vantaggio” e i reati presupposto di natura dolosa, non si è giunti alle stesse pacifiche conclusioni in riferimento ai reati colposi.

Ci si è chiesto, infatti, quale vantaggio può trarre un’impresa dalla morte o dalle lesioni di un proprio operaio, o addirittura quale interesse può coltivare in prospettiva della realizzazione dell’evento di danno.

Sul punto si sono succedute numerose teorie atte a determinare una plausibile congiunzione tra l’articolo 5 del Decreto Legislativo n. 231 del 2001 e l’articolo 25-septies del medesimo decreto, e la più corretta è sicuramente quella che facendo leva su un’interpretazione puramente oggettiva della norma, si è soffermata esclusivamente sull’analisi della condotta dell’agente poiché considerata unico elemento idoneo a integrare un beneficio in favore dell’ente. Viene, così, abbandonato ogni aspetto “soggettivo” che invece è tipico dei reati dolosi.

Articolo pubblicato in: Diritto penale


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