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L’impugnabilità del diniego di autotutela

20 maggio 2016 -

Abstract

Attenzione a non sbagliare l’autotutela e il successivo contenzioso; in quali casi è possibile ricorrere contro il diniego? La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 7511 del 15 aprile 2016, ha stabilito senza dubbio alcuno che il contribuente, una volta decorso il termine per proporre ricorso, non può più impugnare l’atto di annullamento parziale del provvedimento impugnato, esprimendo peraltro alcune considerazioni in parziale controtendenza rispetto al precedente orientamento (sent. n. 14246 del 2015). Nell’articolo un commento al provvedimento e riflessioni approfondite sul tema.

Approfondimento

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 7511 del 15.04.2016, è nuovamente intervenuta in tema di impugnazione del diniego di autotutela nel processo tributario, esprimendo peraltro alcune considerazioni in parziale controtendenza rispetto al precedente orientamento.

Nel caso di specie l'Agenzia delle Entrate ricorreva in cassazione avverso la sentenza con la quale la Commissione Tributaria Regionale del Lazio aveva confermato la decisione di primo grado, che, in accoglimento dei ricorsi, riuniti, proposti dal contribuente, aveva rivisto in riduzione la determinazione sintetica dei redditi di quest'ultimo, operata dall'ufficio ai sensi dell'art. 38, comma 4, d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, sulla base dei beni posseduti e in particolare della proprietà di un immobile e di una barca a vela.

Disattesa l’eccezione di inammissibilità dei ricorsi introduttivi, reiterata in appello dall'Agenzia delle Entrate, in quanto proposti non avverso gli originari avvisi di accertamento bensì nei confronti di successivi provvedimenti di parziale annullamento degli stessi, emessi in autotutela su istanza del contribuente, il giudice di secondo grado riteneva nel merito che, come dedotto dal contribuente, i redditi della madre convivente dovessero concorrere alla quantificazione del reddito cui rapportare gli indici di maggiore capacità contributiva.

L'Amministrazione deduceva quindi violazione e falsa applicazione dell'art. 19 d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546 in relazione al rigetto della preliminare eccezione di inammissibilità dei ricorsi introduttivi in quanto proposti avverso provvedimento di rifiuto parziale di autotutela, atto non compreso nella tassativa elencazione degli atti impugnabili contenuta nella citata disposizione.

I giudici di legittimità ritenevano fondato il motivo di ricorso.

In punto di fatto, evidenzia la Corte, risultava infatti pacifico tra le parti che gli atti impugnati erano effettivamente non gli avvisi di accertamento originari, bensì il provvedimento reso sull'istanza di annullamento degli stessi in autotutela: istanza accolta solo in parte, essendo disattesa la tesi difensiva principale, poi costituente materia di lite nel giudizio, circa la necessità di computare tra le fonti di reddito idonee a giustificare gli indici di maggiore capacità contributiva anche il reddito percepito dalla madre convivente.

Emergeva inoltre pacificamente che gli atti originari non erano stati ex se impugnati ed erano pertanto divenuti definitivi, ancor prima della emissione del provvedimento reso in autotutela dalla amministrazione di annullamento parziale degli stessi.

La Corte richiamava allora il principio affermato da Cass., Sez. U, n. 3698 del 16/02/2009, secondo il quale «in tema di contenzioso tributario, l'atto con il quale l'Amministrazione manifesti il rifiuto di ritirare, in via di autotutela, un atto impositivo divenuto definitivo, non rientra nella previsione di cui all’art. 19 del d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, e non è quindi impugnabile, sia per la discrezionalità da cui l'attività di autotutela è connotata in questo caso, sia perché, altrimenti, si darebbe ingresso ad una inammissibile controversia sulla legittimità di un atto impositivo ormai definitivo».



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