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Il risarcimento di danno da licenziamento illegittimo

02 giugno 2016 -
Il risarcimento di danno da licenziamento illegittimo

Abstract: nel regime caratterizzato dalla stabilità reale del rapporto di lavoro, che concerne i lavoratori a tempo indeterminato per i quali l’annullamento giudiziale del licenziamento illegittimo comporta l’applicabilità dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (cioè la reintegrazione o l’opzione del prestatore per l’indennità sostitutiva forfettariamente individuata in 15 mensilità), l’autore evidenzia, con il supporto del consolidato orientamento della Suprema corte, l’erroneità di quella marginale giurisprudenza di merito (cfr. recentissimamente Corte Appello Bari n. 977 del 14/4/2016, inedita allo stato) che ritiene che il raggiungimento -  nel corso del giudizio d’annullamento del licenziamento -  dell’età pensionabile dei 65 anni con la connessa fruizione dei  ratei pensionistici per necessaria sussistenza (stante la privazione dello stipendio in dipendenza dell’illegittimo licenziamento giudizialmente acclarato), costituisca automaticamente e di per se sopravvenuta causale idonea ad arrestare a quella età  la misura del risarcimento del danno spettante al lavoratore, di regola fino alla data posteriore della sentenza di annullamento del licenziamento illegittimo.

1. Autonomia tra tutela risarcitoria per licenziamento invalido e tutela reale (o reintegratoria)

L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori – con le modifiche successivamente introdotte dal 1970 in poi – ha travagliato non poco dottrina e giurisprudenza e non si può ancora dire che si sia giunti a soluzioni definitive ed univoche, anche se si è consolidato – sulle principali questioni controverse – un orientamento prevalente che, in queste note, passeremo in esame.

La prima questione che si è posta è stata quella della subordinazione o connessione - ovvero, all’opposto dell’autonomia - della tutela risarcitoria (conseguente al licenziamento invalido o illegittimo che dir si voglia) dalla sussistenza e persistenza della tutela reintegratoria. Si sosteneva in epoca non recente, che al lavoratore non spettasse il risarcimento del danno di cui al comma 4 dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, qualora non fosse più attuale la tutela reintegratoria (ad es., perché l’azienda, nelle more del giudizio, aveva riammesso il lavoratore in azienda, revocando concludentemente il precedente licenziamento, ovvero perché il lavoratore aveva, sempre nelle more del giudizio, reperito un’altra occupazione, ovvero perché il lavoratore versava in stato di sopravvenuta inabilità psico-fisica alla riammissione al lavoro, ovvero perché deceduto nel frattempo, o perché l’azienda aveva nel frattempo cessato l’attività, ecc.). Risarcimento notoriamente fissato nella misura minima di 5 mensilità della retribuzione globale di fatto, con connesso versamento dei contributi previdenziali ed assistenziali, parametrato al periodo (necessariamente non retribuito) decorrente dalla data del licenziamento di cui era stata accertata giudizialmente l’invalidità e fino a “quello dell’effettiva reintegrazione”. Questa tesi faceva leva, in particolare, sulla carenza o impossibilità del verificarsi della condizione della “effettiva reintegrazione”.

A togliere qualsiasi dubbio sull’inconsistenza della tesi sopra riferita intervenne – dopo oscillante giurisprudenza – la Corte di cassazione a sezioni unite n. 3957 del 23 aprile 1987, la quale stabilì a chiare note che: «La tutela cosiddetta risarcitoria, accordata dall’articolo 18…della Legge del 20 maggio 1970, n. 300 in favore del lavoratore, il cui licenziamento risulti invalido od inefficace (nella misura non inferiore a 5 mensilità della retribuzione), ha carattere autonomo rispetto alla tutela cosiddetta ripristinatoria contemplata dal primo comma della medesima norma, in quanto configura sanzione a carico del datore di lavoro non derivante dall’ordine di reintegrazione nel posto di lavoro, bensì direttamente discendente da detta invalidità od inefficacia del licenziamento. L’indicato risarcimento, pertanto, deve essere riconosciuto anche al dipendente illegittimamente licenziato che non voglia o non possa chiedere la suddetta reintegrazione (ivi inclusa l’ipotesi in cui sia sopravvenuta revoca del licenziamento e riammissione al lavoro)». Ed in motivazione le stesse sezioni unite chiarirono – a scanso di equivoci – che la collocazione dell’ordine di reintegrazione al primo comma dell’articolo 18 Statuto dei lavoratori  non significava affatto che tutta la normativa fosse «preordinata allo specifico scopo primario della reintegrazione nel posto di lavoro e che, pertanto, il lavoratore possa avvalersi della normativa stessa, in punto di risarcimento, solo nel caso in cui debba (o possa) domandare la reintegrazione. Tale conclusione è testualmente smentita dalla prima parte del secondo comma (nel vecchio testo ed ora 4° comma, n.d.r.) della disposizione, che espressamente ricollega il diritto al risarcimento del danno all’inefficacia o alla invalidità del licenziamento, non già all’ordine di reintegrazione, con ciò attribuendo piena autonomia alla tutela risarcitoria».

Articolo pubblicato in: Diritto del lavoro e della sicurezza


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