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Brevi note sullo stalking via facebook

Cassazione penale, Sezione V, 16.12.2015 (dep. 23.5.2016) n. 21407 07 luglio 2016 -
Brevi note sullo stalking via facebook

Con la sentenza in commento la Suprema Corte si è nuovamente pronunciata sulla configurabilità dello stalking via Facebook.

Il caso di specie trae origine da una pronuncia del Tribunale di Catania che confermava l’ordinanza applicativa nei confronti dell’imputato della misura del divieto di avvicinamento alle persone offese – oggetto di ingiurie e denigrazioni anche attraverso Facebook - in relazione al reato di cui all’articolo 612-bis del codice penale.

In relazione al caso di specie, la Suprema Corte ribadisce anzitutto come il delitto di atti persecutori sia un “reato abituale che differisce dai reati di molestia e minacce, che pure ne possono rappresentare un elemento costitutivo, per la produzione di un evento di “danno”, consistente nell’alterazione delle proprie abitudini di vita o di un perdurante e grave stato di ansia o di paura, o, in alternativa, di un evento di “pericolo”, consistente nel fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di una persona al medesimo legata da relazione affettiva” (Cass. pen. Sez. III, 16.01.2015, n. 9222).

La caratteristica fondamentale della fattispecie di stalking è la reiterazione del comportamento: “è dunque l’atteggiamento persecutorio ad assumere specifica autonoma offensività ed è per l’appunto alla condotta persecutoria nel suo complesso che deve guardarsi per valutarne la tipicità, anche sotto il profilo della produzione dell’evento richiesto per la sussistenza del reato” (Cass. pen. Sez. V, 13.11.2015, n. 45453).

Inoltre, per la configurazione del delitto di atti persecutori, non è necessaria la “serialità” delle condotte offensive, essendo sufficienti ad integrare l’elemento oggettivo del reato anche due soli episodi che abbiano le caratteristiche e siano idonei a produrre gli effetti previsti dalla norma (Cass. pen., Sez. V, 05.06.2013, n. 46331).

La Corte Costituzionale, nel dichiarare non fondata la questione di legittimità costituzionale della fattispecie per carenza di tassatività e determinatezza (in riferimento all’articolo 25, secondo comma, della Costituzione), ha di recente precisato che il reato di stalking «si configura come specificazione delle condotte di minaccia o di molestia contemplate dagli articolo 612 e 660 del codice penale, in quanto, nel prevedere un’autonoma figura di reato, il legislatore ha ulteriormente connotato tali condotte, richiedendo che siano realizzate in modo reiterato e idoneo a cagionare almeno uno degli eventi indicati (stato di ansia o di paura, timore per l’incolumità e cambiamento delle abitudini di vita), al fine di circoscrivere la nuova area di illecito a specifici fenomeni di molestia assillante che si caratterizzano per un atteggiamento predatorio nei confronti della vittima. Ne consegue che, tenuto anche conto che il principio di determinatezza non esclude l’ammissibilità di formule elastiche, la cui valenza riceve adeguata luce dalla finalità dell’incriminazione e dal quadro normativo su cui la previsione si innesta, non risulta, quindi, in alcun modo attenuata la determinatezza della incriminazione rispetto alle fattispecie di molestie o di minacce, tenuto conto anche del “diritto vivente” che qualifica il delitto in questione come reato abituale di evento» (Corte Costituzionale, 11.06.2014,  n. 172).

Quanto all’elemento soggettivo, esso è rappresentato dal dolo generico, il cui contenuto viene individuato dalla giurisprudenza nella volontà di porre in essere più condotte nella consapevolezza della loro idoneità a produrre uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice.

Articolo pubblicato in: Diritto penale, Procedura penale


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