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In tema di diritto di critica e di satira sindacale

28 febbraio 2017 -
In tema di diritto di critica e di satira sindacale

Abstract: l’autore effettua una rassegna motivata delle più significative sentenze della Cassazione, dagli anni 1990 a tutt’oggi - sul tema in oggetto - dalla quale si desumono i tratti di un corretto esercizio del diritto di critica sindacale, legittimati dal consolidato orientamento della Suprema corte.

 

1. Premessa

Nel rapporto di lavoro subordinato l’attività di critica e di censura delle posizioni della controparte datoriale - esercitata anche tramite la caricatura e la satira - trova la sua fonte giustificatrice (confermativa dell’articolo  21 Costituzione) nell’articolo 1 dello Statuto dei lavoratori, che si dirige indifferentemente al lavoratore singolo come a colui che riveste cariche sindacali introaziendali. L’attivismo che si estrinseca nella critica ad iniziativa sindacale trova poi un’adeguata collocazione nell’ampio solco della “libertà di svolgere attività sindacale” - tramite discrezionali ed imprecisate modalità confermative dell’autonomia sindacale - di cui si occupa l’articolo 14 della legge n. 300/’70. Attivismo che si affianca - in maniera complementare - o confluisce e talora si confonde, con l’attività di propaganda o proselitismo di cui agli artt. 25 e 26 della stessa legge.

2. Il dipendente-rappresentante sindacale in posizione paritetica con il datore di lavoro

Sulla tematica conviene preliminarmente rendere edotto il lettore di una autorevole presa di posizione della Cassazione nella decisione n. 11436 dell’8 novembre 1995, riconfermata sul punto da Cassazione 24 maggio 2001, n. 7091, in ordine alle garanzie libertarie di cui fruisce il dipendente qualora rivesta anche un ruolo sindacale in azienda.

La precitata decisione venne occasionata dalla sanzione disciplinare disposta dall’azienda ad un dipendente con ruolo sindacale che, nell’esercizio del suo mandato, aveva  apostrofato i propri superiori in veste di rappresentanti di controparte, con queste espressioni: “io non ti conosco”, “con gli operai parlo come e quando voglio” e “non Le sono bastati gli scioperi dell’altro giorno? ne faremo altri”, considerate dall’azienda ingiuriose e rivelatrici di insubordinazione. La vertenza giudiziaria si risolse con l’affermazione della Cassazione del principio di diritto secondo cui: «il lavoratore che sia anche rappresentante sindacale, ha distinti rapporti con il datore di lavoro. Quale lavoratore subordinato è soggetto allo stesso vincolo di subordinazione degli altri dipendenti; in relazione alla sua attività di rappresentante sindacale si pone su un piano paritetico con il datore di lavoro che esclude che sia proponibile un qualsiasi vincolo di subordinazione. La sua attività infatti è espressione di una libertà garantita dalla Costituzione, articolo  39, ed in quanto diretta alla tutela di interessi collettivi dei lavoratori nei confronti di quelli contrapposti del datore di lavoro non può essere in qualche modo subordinata alla volontà di quest’ultimo. La contestazione dell’autorità e supremazia del datore di lavoro, mentre costituisce insubordinazione nell’ambito del rapporto di lavoro subordinato, è caratteristica della dialettica sindacale. Non può perciò essere sanzionato disciplinarmente tale comportamento del lavoratore sindacalista, sempreché esso inerisca, come nel caso in esame non è controverso, alla attività di patronato sindacale».

Articolo pubblicato in: Diritto del lavoro e della sicurezza


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