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La Consulta sul caso Taricco: analisi dell’ordinanza n. 24/2017

03 febbraio 2017 -
La Consulta sul caso Taricco: analisi dell’ordinanza n. 24/2017

La questione sollevata dai rimettenti

La questione sulla quale si è pronunciata la Consulta era stata posta con due distinte ordinanze della Corte di Appello di Milano e della terza sezione penale della Corte di Cassazione.

Entrambi i giudici avevano chiesto verificare la legittimità costituzionale dell’articolo 2 della Legge 130/2008 che ha consentito la ratifica e l’esecutività del Trattato di Lisbona ed ha così permesso, tra l’altro, la vigenza nel nostro ordinamento dell’articolo 325 paragrafi 1 e 2 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (di seguito TFUE) il cui testo attuale è frutto delle modifiche apportate dal citato Trattato di Lisbona.

La verifica riguardava l’articolo 325 non di per se stesso considerato ma come interpretato dalla Corte di Giustizia dell’Unione europea (di seguito CGUE) nella sentenza Taricco dell’8 settembre 2015.

Si voleva sapere in altri termini se i giudici nazionali fossero davvero legittimati, in ossequio alla chiara indicazione della Corte del Lussemburgo, a disapplicare gli articoli 160 ultimo comma e 161 secondo comma del Codice Penale in materia di prescrizione “quando ciò gli impedirebbe di infliggere sanzioni effettive e dissuasive in un numero considerevole di casi di frode grave che ledono gli interessi finanziari dell’Unione, ovvero quando frodi che offendono gli interessi finanziari dello Stato membro sono soggette a termini di prescrizione più lunghi di quelli previsti per le frodi che ledono gli interessi finanziari dell’Unione”.

La questione era ovviamente rilevante in entrambi i giudizi nei quali era stata sollevata la questione di costituzionalità poiché vi si procedeva per gravi frodi fiscali punite dal Decreto Legislativo n. 74 del 2000 e attinenti alla riscossione dell’IVA, che sarebbero state destinate alla prescrizione ove si fossero applicati gli articoli 160, ultimo comma, e 161, secondo comma, cod. pen., laddove al contrario, se queste norme fossero state disapplicate, sarebbe stata astrattamente possibile una pronuncia di condanna.

I giudici rimettenti dubitavano che questa seconda opzione fosse compatibile con gli articoli 3, 11, 24, 25 secondo comma, 27 terzo comma e 101 secondo comma della Costituzione ma, ancor prima, con i principi supremi dell’ordine costituzionale italiano e i diritti personali inalienabili, soprattutto in riferimento al principio di legalità in materia penale.

Ciò perché spetta in via esclusiva al legislatore disciplinare il regime della punibilità nel rispetto dei principi di tassatività e determinatezza e del divieto di irretroattività sfavorevole.

Questi principi – osservavano i giudici a quibus – sarebbero violati se, in ottemperanza alla sentenza Taricco, si modificasse in senso palesemente peggiorativo il regime della punibilità in punto di prescrizione e, in aggiunta, questo avvenisse applicando requisiti non sufficientemente determinati quali la gravità delle frodi e il numero considerevole di casi destinati astrattamente all’impunità.

La decisione della Consulta

Il ragionamento seguito dalla Corte Costituzionale è di chiarezza cristallina.

L’ordinanza n. 24, depositata il 26 gennaio 2017, assume come fatto scontato che il diritto eurounitario prevale su quello nazionale in virtù dell’articolo 11 della Costituzione. Ribadisce tuttavia che questa primazia non è illimitata poiché non opera nei casi in cui le norme UE si pongano in contrasto con  i principi supremi dell’ordine costituzionale nazionale e i diritti inalienabili della persona.



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