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Spazio minimo detentivo: le novità giurisprudenziali sul piano nazionale e sovranazionale

15 febbraio 2017 -
Spazio minimo detentivo: le novità giurisprudenziali sul piano nazionale e sovranazionale

L’assenza di certezza circa lo spazio minimo di detenzione rappresenta una rilevante lacuna della legislazione penitenziaria italiana.

L’articolo 6 della legge 354/1975, infatti, si limita a prevedere che “i locali nei quali si svolge la vita dei detenuti e degli internati devono essere di ampiezza sufficiente”, senza individuare specifici criteri quantitativi circa lo spazio detentivo da assicurare al singolo ristretto.

Dato il silenzio del legislatore, l’unica voce sul tema è quella del diritto vivente: seguendo gli indirizzi assunti dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, la Suprema Corte di cassazione è da tempo impegnata nell’individuazione di uno spazio vitale minimo (al di sotto del quale la detenzione è da considerare inumana) nonché delle modalità di calcolo dello stesso. Negli ultimi mesi gli organi giurisdizionali appena citati si sono resi protagonisti di due importanti pronunce, da considerare entrambe come un ulteriore passo verso una completa certezza sull’argomento.

Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Grande Camera), 20 ottobre 2016, Muršić c. Croazia  

Il 20 ottobre 2016 la Grande Camera della Corte EDU si è espressa sul ricorso n. 7334/13. La Grand Chamber ha parzialmente riformato la sentenza dalla Camera del 12 marzo 2015, condannando la Croazia per violazione dell’art. 3 CEDU in riferimento alla detenzione, sofferta in uno spazio disponibile pari a 2.62 mq, a cui il ricorrente è stato sottoposto per un periodo di ventisette giorni.

Innanzitutto, la Corte di Strasburgo ha avvalorato quanto già asserito nella c.d. “sentenza Torreggiani” del 2014, con la quale ha condannato l’Italia in relazione allo stato di sovraffollamento sistemico in cui versavano gli istituti penitenziari. La recente sentenza ha infatti confermato lo standard dei 3 mq per quanto concerne la superficie minima da garantire ad ogni detenuto in cella collettiva.

Di conseguenza, afferma la Corte, uno spazio pro capite inferiore a 3 mq implica, sul piano giuridico, una vera e propria presunzione di trattamento inumano e degradante, con conseguente violazione, in assenza di considerevoli fattori attenuanti, dell’art. 3 CEDU. Sarà dunque lo Stato convenuto a dover dimostrare la presenza di idonei elementi compensativi (come, ad esempio, la concessione di un’apprezzabile libertà di spostamento all’esterno della cella) al fine di superare la c.d. “strong presumption”.

Meno problemi sorgono nel caso in cui lo spazio detentivo assicurato al singolo soggetto rientri nel range che va dai 3 ai 4 mq. In tal caso, non discostandosi dalle precedenti pronunce, la Corte ha affermato l’insussistenza della strong presumption summenzionata, risultando necessaria, ai fini dell’insorgere di un trattamento contrario all’art. 3 CEDU, la presenza di ulteriori indici di detenzione inumana (tra i quali rientrano, ad esempio, l’assenza di un’adeguata luce naturale all’interno della cella e l’inosservanza delle basiche norme igienico-sanitarie).

Di grande interesse è, altresì, l’indirizzo assunto dal giudice sovranazionale per i casi in cui la restrizione in una cella inadeguata si sia protratta per un lasso di tempo alquanto breve. Con riferimento a questi periodi (durati, nel caso di specie, al massimo otto giorni), la Corte ha scelto di considerare la brevità del tempo di restrizione come un fattore alleviante decisivo, affermando per tali ipotesi l’insussistenza dei presupposti della detenzione inumana, pur essendo la superficie fruibile leggermente al di sotto della soglia dei 3 mq.



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