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Le presunzioni tributarie nel processo penale

20 marzo 2017 -
Le presunzioni tributarie nel processo penale

Abstract

Con recente sentenza, il Tribunale di Lodi[1] torna a respingere il tentativo dell’Amministrazione Finanziaria di versare nel processo penale le risultanze di accertamenti fiscali induttivi, basati esclusivamente sulle presunzioni tributarie. Nel contempo, il Tribunale stigmatizza anche l’acquiescenza spesso mostrata dalle Procure verso quelle risultanze, ove limitata all’acritico recepimento dell’esito dell’accertamento finanziario.

 

Le fonti normative

Le presunzioni tributarie sono previste dall’articolo 32 del Decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973 n. 600 per quanto riguarda le Imposte Dirette, e dall’articolo 51 del Decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1973 n. 633 per quanto riguarda l’Imposta sul Valore Aggiunto, secondo il medesimo principio dell’inversione dell’onere della prova, quest’ultimo gravante sul contribuente.

In sintesi, queste norme prevedono che i dati e gli elementi attinenti a rapporti e operazioni di natura finanziaria, assicurativa e simili, sono posti a base delle rettifiche e degli accertamenti se il contribuente non dimostra di averne tenuto conto nella determinazione della base imponibile, ovvero non ne dimostri l’estraneità; alle stesse condizioni, se il contribuente non ne indica il soggetto beneficiario e sempreché non risultino dalle scritture contabili, sono posti come ricavi o compensi a base delle stesse rettifiche ed accertamenti, i prelevamenti nell’ambito dei predetti rapporti od operazioni.

Il più comune campo di applicazione delle presunzioni è, con tutta evidenza, quello dei conti bancari: indipendentemente dalla loro intestazione, le operazioni comunque effettuate da uno stesso soggetto vengono recuperate a reddito ai fini delle II.DD., ovvero a massa imponibile ai fini IVA, se non è il soggetto medesimo a provarne l’estraneità. E ciò non solo per le operazioni di natura attiva (es., versamenti in conto corrente), ma anche per le operazioni passive, quali prelievi o addebiti in genere, poiché per queste si presume la finalità di sostenere un costo in nero, non documentato dal contribuente proprio allo scopo di celare il relativo ritorno reddituale.

Sennonché, la pratica quotidiana insegna che l’eccessivo affidamento troppo spesso riposto negli accertamenti fiscali induttivi, ove fondati non sull’effettiva analisi delle operazioni di impresa, bensì sulla fallace efficacia presuntiva attribuita a rilevazioni in qualche modo ricondotte al contribuente, può condurre a un’esasperazione dello stesso meccanismo di inversione dell’onere della prova, laddove obbliga il contribuente a una probatio diabolica. Si pensi ai casi in cui al contribuente imprenditore vengano ricondotte operazioni bancarie estranee all’attività di impresa, estendendosi a rapporti in qualunque modo collegati: ad esempio, i conti bancari di familiari, la cui reale titolarità non interessa al verificatore fiscale, il quale si attiene alle presunzioni anzidette.

 

[1] Trib. Lodi, Sez. Pen., est. Lisciandra, sentenza 2 dicembre 2016 n. 940.



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