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La diffusione dei servizi di cloud, tra digital divide e normativa sulla protezione dei dati personali: criticità e prospettive

05 luglio 2017 -

Di Oreste Pollicino e Marco Bassini

 

1. Il digital divide: l’Italia nel confronto con l’Europa

L’Italia è un terreno fertile per lo sviluppo dei servizi dell’economia digitale, e in particolare di servizi di cloud computing? A questa domanda è possibile rispondere soltanto coniugando un’analisi delle peculiarità del mercato con l’esame delle caratteristiche dell’ecosistema legale di riferimento. Sotto quest’ultimo profilo, peraltro, occorre registrare come il terreno di gioco delle principali sfide sotto il profilo regolamentare si sia ormai spostato dagli Stati membri all’Unione europea.

Il divario digitale rappresenta un fattore cruciale di ostacolo alla crescita delle imprese italiane, in modo particolare in relazione alle PMI. La digitalizzazione ha infatti permesso la creazione di nuovi modelli di business fondati sul ricorso alle tecnologie dell’informazione e la disponibilità di banda larga e di connessione ad alta velocità costituisce al giorno d’oggi una condizione imprescindibile per la fruizione di alcuni servizi. La diffusione delle piattaforme di streaming di contenuti audiovisivi, per esempio, è stata alimentata dall’aumento nella disponibilità di banda larga. Anche le imprese che svolgono attività editoriali fanno oggi ampiamente ricorso, nel veicolare i propri contenuti informativi, a contenuti audiovisivi che richiedono, per la loro efficace fruizione, una connessione ad alta velocità.

Al contempo, Internet è divenuta, a ritmo crescente, una piattaforma per l’offerta, la ricerca e l’acquisto di servizi, oltre che di beni di consumo. L’attitudine dei consumatori e delle imprese a utilizzare mercati online è fortemente influenzata, tuttavia, dalla possibilità di utilizzare reti di nuova generazione[1].

Internet costituisce, dunque, un presupposto imprescindibile non solo perché gli individui possano avvalersi di una nuova cittadinanza digitale, ma anche affinché le imprese possano esercitare la loro libertà di iniziativa economica, sviluppando servizi innovativi e indirizzando agli utenti la loro offerta. Si tratta di un diritto fondamentale che ha assunto una rilevanza crescente nell’attenzione dei legislatori e delle corti: per un verso, ne fanno menzione sia l’articolo 41 della Costituzione italiana, sia l’articolo 16 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea; per altro, l’attività delle corti lo vede sempre più di frequente protagonista delle operazioni di bilanciamento[2].

Il collegamento tra Internet e lo sviluppo economico si fonda sulla moltitudine di impieghi e di declinazioni cui le nuove tecnologie possono prestarsi. Per le imprese, la disponibilità di un connessione a Internet di elevata qualità e affidabilità diviene un fattore competitivo essenziale. Nonostante i vantaggi offerti in termini di delocalizzazione dei servizi che Internet dischiude, soprattutto le PMI che operano su base territoriale o che presentano un forte legame con il territorio di provenienza tendono a mantenere radicata la loro presenza esponendosi al rischio di derivare, in alcune parti del paese, un nocumento in termini di divario digitale laddove la connessione a Internet non è assicurata secondo uno standard di qualità.

Le conseguenze del digital divide risultano peraltro assai più significative nel contesto di un mercato unico europeo che elimina barriere territoriali e mette in contatto tra di loro imprese e consumatori stabiliti in paesi diversi. In uno scenario globale, il deficit in termini di competitività conosce un sensibile incremento.

Pertanto, la disponibilità di una connessione veloce a banda larga rappresenta una condizione essenziale per il corretto funzionamento dell’economia digitale: la costruzione di un level playing field consentirebbe alle imprese di competere senza incorrere in apprezzabili divergenze di standard nell’accesso all’infrastruttura.

Nel contesto europeo, l’Italia conserva, pur conoscendo progressivi miglioramenti, una posizione di arretratezza che rende il nostro paese scarsamente attrattivo e inficia la competitività delle imprese[3].

Il divario in termini di banda larga non incide soltanto su quei servizi, come il cloud computing, che presuppongono una apprezzabile disponibilità di connessione, ma influisce in via generale sullo sviluppo e sull’espansione di tutti i servizi della società dell’informazione, penalizzando diversi settori dell’economia.

Il commercio elettronico, per esempio, continua a registrare percentuali che appaiono nettamente al di sotto degli standard europei. Secondo il report diffuso da BEM Research sullo stato dell’e-commerce nel 2016, consumatori e imprese italiani sono ancora poco propensi ad acquistare e vendere beni e servizi mediante Internet[4].

Al contempo, guardando al versante “sociale” dei servizi dell’economia digitale, la disponibilità di servizi la cui funzionalità riposa sempre più sulla disponibilità di connessione veloce rischia di incontrare una diffusione eterogenea, alimentando logiche di esclusione o di marginalizzazione rispetto alle fasce di popolazione sguarnite di un’adeguata connessione. Se dunque la possibilità di accedere ai servizi della società dell’informazione risulta circoscritta soltanto a una parte, ancorché maggioritaria, della popolazione, è forte il rischio che anziché ridurre le diseguaglianze l’uso del web sia ancora percorso da dinamiche di esclusione o di marginalizzazione. Il tema dell’accessibilità rappresenta pertanto una precondizione che merita attenzione particolare nell’agenda dei regolatori e dei decisori politici, non solo per lo sviluppo da parte delle imprese dei servizi dell’economia digitale ma affinché questi possano farsi effettivamente veicolo di eguaglianza e ridurre, anziché ampliare, il divario tra le diverse parti della popolazione.

 

2. Il cloud computing: diffusione e vantaggi per le imprese

Lo scenario di persistente arretratezza che emerge comparando la diffusione dei servizi e delle reti digitali in Italia con il trend europeo rappresenta un fattore di criticità che rischia di minare la possibilità di radicamento e di sviluppo di servizi innovativi fra cui spicca, indubbiamente, il cloud computing. Occorre sin d’ora domandarsi, tenendo conto delle condizioni di partenza nel mercato, se sussistano anche degli ostacoli regolamentari che rendono più complessa la diffusione del cloud computing.

Tale categoria di servizi merita una considerazione peculiare nel novero delle molteplici opportunità create dall’avvento della società dell’informazione in quanto, se per un verso presuppone un ecosistema tecnico-giuridico favorevole al suo sviluppo, per altro verso la possibilità per le imprese di avvalersene costituisce un fattore in grado di alimentarne la competitività, abbattendo importanti voci di costo e favorendo il lato degli investimenti.

L’attenzione alla rilevanza dei servizi di cloud computing non rappresenta peraltro una novità anche a livello legislativo e regolamentare. Nel settembre 2012, cogliendone l’importanza, la Commissione, in sede di definizione dell’Agenda Digitale Europea, ebbe a definire una strategia europea per il cloud computing, denominata “Sfruttare il potenziale del cloud computing in Europa”. L’obiettivo esplicito perseguito da questa strategia era di incentivare il ricorso alla “nuvola” in tutti i settori economici[5].

La stessa espansione che si registra nella diffusione dei servizi di cloud computing appare sicuro indice a conferma degli innumerevoli benefici che tanto le imprese quanto gli individui derivano dall’avvento di nuove modalità di interazione con servizi e contenuti fondate sulla delocalizzazione dei dati.

Ancora una volta, questi servizi giovano soprattutto alle PMI, che possono così ridurre il divario competitivo che le separa dalle imprese di maggiori dimensioni.

In Italia, secondo il Cloud Dividend Report del Center for Economics and Business Research redatto nel 2010, i servizi di cloud computing avrebbero dovuto generare, nel quinquennio 2010-2015, un valore economico complessivo pari a 35,101 miliardi di Euro. Lo stesso studio stimava in 177,295 miliardi di Euro i benefici economici complessivi tra Italia, Spagna, Francia, Germania e Regno Unito per il medesimo periodo.

Queste previsioni di favore sembrano aver trovato conferma, più di recente, nel documento di RightScale State of the Cloud Report, che documenta una capillarità sempre maggiore nella penetrazione dei servizi di cloud computingpresso le realtà imprenditoriali: il 93% degli intervistati ha dichiarato di fare uso di servizi di cloud, anche se le imprese appaiono refrattarie a delocalizzare in cloud una parte maggiormente consistente del loro portafoglio applicativo.

Le imprese italiane, pur scontando un gap tecnologico di non poco momento rispetto al resto d’Europa, sembrano aver colto la natura strategica dei servizi di cloud computingSecondo una ricerca di Eurostat del 2014, infatti, l’Italia è il secondo paese dell’Unione europea in cui le imprese sopra i dieci dipendenti fanno uso di servizi di cloud (circa il 40%).

Tra i fattori che costituiscono un incentivo all’adozione dei servizi di cloud, secondo le imprese, figurano l’elevata scalabilità, la rapidità di accesso all’infrastruttura, l’ampia disponibilità, l’affidabilità e la velocità. Gli elementi legati al risparmio di costi non appaiono una preoccupazione primaria nell’economia delle scelte delle imprese, ma come si dirà costituiscono senz’altro uno degli aspetti che depongono maggiormente a favore della diffusione dei servizi di cloud.

La diffusione dei servizi di cloud computing ha quindi portato alla luce l’esistenza di importanti opportunità, soprattutto per le imprese. La possibilità di attuare la migrazione di dati dai sistemi interni verso sistemi remoti nella disponibilità del cloud provider secondo logiche di outsourcing permette indubbiamente di realizzare rilevanti risparmi e di beneficiare di maggiori risorse senza un impiego diretto in attività quali, per esempio, la manutenzione, la sicurezza e la gestione dei dati.

Tre sono i versanti, in particolare, rispetto ai quali i servizi di cloud paiono offrire vantaggi sotto il profilo economico a beneficio delle imprese[6].

Il primo elemento, indubbiamente, si lega all’abbattimento dei costi dovuti alla gestione in house dei servizi di IT. In questo senso, il client potrà giovarsi di un ridimensionamento dei sistemi e delle applicazioni necessarie a processare dati internamente e destinare i corrispondenti risparmi a investimenti e, segnatamente, in attività di ricerca e sviluppo. La riduzione dei costi non deriva esclusivamente dalla possibilità di dispensare lo specifico personale tecnico dalla gestione dei processi informativi ma anche dal risparmio su voci di costo per aggiornamento software e acquisto di licenze. Inoltre, la gamma di servizi viene correlata alle effettive esigenze dell’impresa, permettendo ai client di guadagnare flessibilità e di evitare una dispersione di risorse.

Gli studi di matrice economica hanno evidenziato come il ricorso al cloud computing consenta di determinare una trasformazione dei costi fissi dovuti agli investimenti in componenti hardware software che sono tipicamente prodromici rispetto all’esercizio dell’attività imprenditoriale in costi operativi che hanno natura variabile, essendo il loro volume connesso alla domanda specificamente proveniente dal client (secondo una logica pay as you go).

Al contempo, le stesse imprese che offrono servizi di cloud possono beneficiare di una complessiva riduzione dei costi variabili favorita dalle economie di scala derivanti dalla diffusione del cloud computing. La formazione di data center e la gestione centralizzata di più server da parte di un amministratore favoriscono, infatti, un generale risparmio di costi e risorse.

Il secondo profilo il vantaggio si lega alla maggiore interoperabilità e flessibilità dei servizi di cloud computing, che rendono accessibili i dati da una moltitudine di devices e di punti di accesso, dispensando le risorse umane dalla necessità di ricorrere fisicamente all’uso di determinati terminali, potendo fruire di dati da qualunque luogo e da qualunque dispositivo a ciò abilitato. Il cloud favorisce, in questo senso, anche l’innovazione delle tradizionali modalità di organizzazione e di svolgimento dell’attività lavorativa e professionale, creando forme di condivisione e di mobilità inedite.



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