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L’ordine di esibizione documentale nel processo tributario

28 luglio 2017 -

di Antonino Russo

 

Con la Sentenza n. 4957 del 28 marzo 2012 la Corte di Cassazione rigettava un motivo di ricorso con il quale si contestava (evidenziando l’abrogazione dell’articolo 7 comma 3 del D. Lgs n. 546/92) l’acquisizione, da parte di una commissione di grado inferiore, dell’informativa (per estratto) dell’autorità turca circa la non autenticità  di un certificato Eur 1.

Gli Ermellini, nell’occasione, rigettavano tale doglianza argomentando come all’abrogazione della norma citata dal ricorrente non corrispondesse l’abrogazione degli articoli 210 e 213 del codice di procedura civile, secondo quanto affermato anche dal giudice delle leggi.

Pare opportuno richiamare la circostanza che l’abrogato articolo 7, comma 3, del D. Lgs n. 546/92, ai fini istruttori e nei limiti dei fatti dedotti dalle parti, consentiva alle Commissioni tributarie di poter «sempre» ordinare alle parti il deposito di documenti ritenuti necessari.

Tale previgente norma affidava (fino al momento della sua abrogazione, avvenuta nel 2005) una vera e propria opzione istruttoria ad una insindacabile decisione del giudice, indipendente dalla richiesta delle parti.

L’abrogazione[1] della norma è stata oggetto di una malintesa percezione operativa, tanto da essere considerata produttiva (come dimostrano le eccezioni sottostanti la descritta  sentenza n. 4957/2012 della Cassazione) degli stessi effetti di un divieto espresso di qualsivoglia acquisizione documentale per ordine del giudice.

In realtà, è facilmente comprensibile come tale teorema (anche in chiave di una lettura costituzionalmente orientata delle norme processuali) sia oltre modo azzardato; infatti, non si vede perché non possa essere acquisito un documento indispensabile per la decisione che la parte, senza colpa, non possiede o non può produrre.

Necessita, infatti, assicurare che il diritto alla prova non riceva nel processo tributario una tutela ingiustificatamente inferiore rispetto al processo civile, questo anche in ragione del fatto che un processo (come quello tributario) scritto e documentale, involto dal divieto di prova testimoniale, mal si concilierebbe con una preclusione assoluta alle iniziative probatorie documentali del giudice.

Deve peraltro considerarsi che sarebbe iniquo, in termini di giustizia sostanziale, inibire al giudice di venire in soccorso della parte impossibilitata ad assolvere il proprio onere o (il che è lo stesso) in soccorso della parte che si trovi in estrema difficoltà nel fornire la prova[2].

Articolo pubblicato in: Diritto tributario, Procedura civile


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Tribunale Bologna 24.07.2007,
n.7770 - ISSN 2239-7752

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