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Imposta di registro

Interpretazione degli atti 01 agosto 2017 -
Imposta di registro

L’articolo 20 D.P.R. 131/1986, rubricato «interpretazione degli atti», dispone che l’imposta di registro è applicata «secondo la intrinseca natura e gli effetti giuridici degli atti presentati alla registrazione, anche se non vi corrisponda il titolo o la forma apparente».

La regola è dichiaratamente interpretativa, quindi, si riferisce agli atti nella loro oggettività ermeneutica, prescindendo da qualunque riferimento all’eventuale disegno o intento elusivo delle parti.

Non è possibile qualificare la disposizione della legge di registro come disposizione antielusiva senza forzarne la struttura normativa, introducendovi un elemento estraneo, appunto, l’elusività fiscale, che viceversa corrisponde solo a un’eventualità della fattispecie.

Come norma interpretativa, l’articolo 20 D.P.R. 131/1986 è una norma di «qualificazione» degli atti, che non si sovrappone all’autonomia privata dei contribuenti, ma si limita a definirne l’esercizio insieme agli altri canoni legali di ermeneutica negoziale.

Dunque, seppur corrente nel lessico della prassi, l’espressione «riqualificazione» degli atti appare tecnicamente impropria ed accettabile soltanto in chiave descrittiva.

Individuata da una parte della dottrina come oggetto di critica in funzione garantistica, la «teoria della riqualificazione» non è altro che il portato applicativo di un criterio legale di interpretazione, ciò che dissolve il ricorrente timore di un qualche vulnus al principio di legalità nella distribuzione dei carichi pubblici.

La prevalenza interpretativa che l’articolo 20 D.P.R. 131/1986 attribuisce alla causa effettiva dell’atto rispetto alla causa cartolare non viola la riserva di legge sancita dall’articolo 23 Cost., né elude la garanzia fornita all’autonomia privata dall’articolo 41 Cost., poiché l’interpretazione opera soltanto in chiave qualificativa dell’agire negoziale (Cass. 19 giugno 2013, n. 15319, Rv. 627196).

La qualificazione interpretativa prescritta dall’articolo 20 D.P.R. 131/1986 ha ad oggetto la causa dell’atto, nella sua dimensione reale e concreta (“la intrinseca natura anche se non vi corrisponda il titolo o la forma apparente”).

Una parte della dottrina enfatizza il riferimento normativo agli effetti «giuridici» degli atti, aggettivazione mancante nel testo dell’articolo 8 r.d. 3269/1923, introdotta nella dizione dell’articolo 19 D.P.R. 634/1972 e confermata dall’articolo 20 D.P.R. 131/1986.

Con questa opzione terminologica il legislatore intese dirimere la controversia provocata dalla disposizione del 1923, la cui ambiguità aveva alimentato il dubbio che non gli effetti giuridici rilevassero ai fini dell’imposta di registro, bensì gli effetti economici, come sostenuto invero dalla scuola tributaristica pavese (c.d. teoria del sostrato economico).

Articolo pubblicato in: Diritto tributario


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