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Elenchi di abbonati telefonici: il consenso di un abbonato telefonico alla pubblicazione dei propri dati si riferisce anche all’utilizzo dei medesimi in un altro Stato Membro?

27 settembre 2017 -

Di Deborah Behar

Il 15 marzo scorso, nella sentenza C-536/15 (Tele2 (Netherlands) BV, Zigo BV, Vodafone Libertel BV c. Autoriteit Consument en Markt (ACM)), la Corte di Giustizia dell’Unione Europea si è pronunciata sull’interpretazione e la portata dell’articolo 25, paragrafo 2 della direttiva 2002/22/CE (cosiddetta “direttiva servizio universale”) relativa al servizio universale e ai diritti degli utenti in materia di reti e servizi di comunicazione elettronica.

I Fatti: Il caso origina dal rifiuto di tre società olandesi (Tele2 BV, Zigo BV, Libertel BV) di fornire dati sui loro abbonati all’European Directory Assistance (“EDA”), società belga che fornisce elenchi abbonati e servizi di consultazione. In particolare, tali società olandesi ritenevano di non essere autorizzate a trasmettere tali dati a paesi diversi dal paese in cui gli abbonati hanno prestato consenso all’utilizzo dei loro propri dati.

Adito dalla controversia, la Corte d’Appello del contenzioso amministrativo in materia economica dei Paesi Bassi (il College van Beroep voor het bedrijfsleven) ha sollevato due questioni pregiudiziali dinanzi alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea.

Una prima domanda della Corte dei Paesi Bassi verteva sull’interpretazione dell’articolo 25 della direttiva servizio universale, ossia se tale direttiva doveva applicarsi anche a “richieste” provenienti da paesi dell’Unione diversi dal paese in cui hanno sede le imprese che attribuiscono numeri ai loro abbonati.

Sul punto, la Corte di Giustizia dichiara che la direttiva servizio universale si applica anche alle richieste provenienti da imprese in paesi diversi rispetto al paese in cui ha sede l’imprese che attribuisce numeri di telefono ai suoi abbonati. Risulta infatti che dal testo dell’articolo 25 della sopra menzionata direttiva, tale disposizione riguardi qualsiasi richiesta ragionevole di rendere disponibili le informazioni necessarie, ai fini della fornitura di elenchi e di servizi di consultazione accessibili al pubblico” e ciò, “a condizioni non discriminatorie[1]. Una distinzione nell’applicazione della direttiva servizio universale a seconda che la richiesta di messa a disposizione dei dati degli abbonati venga da un’impresa che ha sede nello stesso Stato Membro in cui ha sede l’impresa a cui è destinata tale richiesta o che sia formulata da un’impresa con sede in uno Stato diverso dall’impresa destinataria di tale richiesta non solo violerebbe il principio di non discriminazione derivante dal sopra menzionato articolo 25 ma sarebbe altresì contrario allo scopo primario della direttiva servizio universale che, dalla lettera del suo articolo 1, mira a garantire la disponibilità in tutta l’Unione Europea di servizi di buona qualità accessibili al pubblico attraverso una concorrenza efficace e una disponibilità di scelta.



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n.7770 - ISSN 2239-7752

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