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Necessità della colpa e sacrificio dell’innocenza: tre storie italiane

10 gennaio 2018 -
Necessità della colpa e sacrificio dell’innocenza: tre storie italiane

 

 

 

 

 

 

 

 

I Parte

 

«A certi livelli non esistono innocenti,

esistono solo colpevoli non ancora scoperti»

Piercamillo Davigo

 

«Quanto al “garantismo”,

è quasi sempre una parola vuota,

un gargarismo insensato»

Marco Travaglio

 

«È un’innocenza particolare

quella che hanno le persone

quando non si aspettano di venir ferite.

Chi potrebbe violare questa innocenza

senza fare del male anche a se stesso?»
Hanif Kureishi

 

1) Introduzione

Alcuni, a leggere le prime due frasi che seguono al titolo, le giudicheranno vere e giuste.

Altri false e sbagliate (io tra questi, non voglio fingere un’ipocrita imparzialità) e, per una sorta di contrappasso, gli rovesceranno la qualifica di gargarismi cara a Travaglio.

La terza frase sta lì solitaria, muta testimone di un diverso punto di vista e dell’esistenza di qualcuno che ci crede.

Opinioni in tutti i casi, non molto utili per chi cerca oggettività.

Il punto di partenza è altrove, agevolmente individuabile nella storicità della posizione oggi espressa da Davigo, Travaglio e tanti altri con loro.

Il pensiero di cui si fanno portavoce è stato sempre presente e largamente rappresentato e condiviso nella storia umana.

Non da solo, non basterebbe a se stesso.

Il fastidio verso l’innocenza e le garanzie necessarie a difenderla perderebbe forza, capacità attrattiva e ragion d’essere se non fosse giustificato dall’incrollabile convinzione che la colpa, sua eterna antagonista, sia una caratteristica immanente della stragrande maggioranza degli esseri umani.

Quasi tutti, non tutti.

Perché, se tutti fossero colpevoli, nessuno potrebbe rimproverare niente agli altri e pretendere di considerarsi migliore dei suoi simili.

Mancherebbe la legittimazione alla differenziazione etica e quindi al giudizio e non si potrebbe produrre i suoi effetti tipici, che rassicurano i buoni e spaventano i cattivi.

Non basta ancora.

Se la colpa è così importante nella costruzione delle società umane, la sua definizione non può essere lasciata al caso né si può ammettere che chiunque vi concorra con visioni eccentriche.

Il compito è quindi affidato, in accordo alla più diffusa architettura istituzionale, al legislatore e al giudice.

La colpa si stabilizza in ciò che contraddice la legge, che si fa di vietato, che non si fa di imposto.

La legge, a sua volta, è ciò che i suoi interpreti autorizzati dicono che sia.

Si possono tollerare – talvolta sono addirittura indispensabili - vaghezze descrittive ma solo entro percorsi guidati e solo per assicurare tutta la flessibilità che serve a chi ha il compito di definire, scovare e sanzionare la colpa.

Chi fa le leggi ha ogni libertà in materia di colpa, tranne quella di negarne l’esistenza.

Chi applica le leggi ha la stessa libertà e lo stesso limite ed è tanto più coerente al sistema quanta più colpa scopre e punisce.

Non è indispensabile né richiesto che il rapporto tra legislatore e giudice sia sempre uguale.

È possibile che in alcuni periodi il primo assicuri meglio del secondo la chiarezza etica che la società pretende.

Ma è possibile anche il contrario.

Chi viene individuato come interprete meno efficace del bisogno di colpa perde autorevolezza e peso e transita nella vasta moltitudine dei colpevoli.

Un equilibrio instabile e mutevole che tuttavia non inficia né indebolisce l’essenzialità della colpa la quale vive di vita propria chiunque sia il suo temporaneo custode.

Occorre infine un’ultima condizione.

Che la colpa sia sì fondata sulla legge e applicata dai giudici che ne definiscono la portata, ma comunque desunta da una fonte che a sua volta legittimi la legge e il giudizio, riconoscendoli coerenti a valori che trascendono la contingenza e si iscrivono nell’in sé della umanità.



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Tribunale Bologna 24.07.2007,
n.7770 - ISSN 2239-7752

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