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Il referendum svizzero sul canone radiotelevisivo: una conferma della centralità del servizio pubblico

09 maggio 2018 -

Di Giulio Enea Vigevani

 

Il 4 marzo 2018, i cittadini svizzeri hanno respinto con il 71,6% una richiesta referendaria che mirava all’abolizione del canone radiotelevisivo nazionale [1]. In particolare, il quesito referendario mirava a modificare l’articolo 93 della Costituzione federale [2], introducendo i commi 3-6, secondo i quali:

«3. La Confederazione mette periodicamente all’asta concessioni per la radio e la televisione.

4. La Confederazione non sovvenziona alcuna emittente radiofonica o televisiva. Può remunerare la diffusione di comunicazioni ufficiali urgenti.

5. La Confederazione o terzi da essa incaricati non possono riscuotere canoni.

6. In tempo di pace la Confederazione non gestisce emittenti radiofoniche e televisive proprie».

 

Si prevedeva altresì che, alla data dell’entrata in vigore delle nuove norme, le concessioni con partecipazione al canone sarebbero state revocate senza indennizzo.

Agli svizzeri, in sintesi, si offriva un’opzione netta: il passaggio a un sistema dei media audiovisivi interamente fondato sul principio di concorrenza, senza possibilità per la Confederazione di sovvenzionare o di gestire emittenti radiotelevisive, se non in ipotesi del tutto marginali. Un’alternativa radicale, che avrebbe inciso in maniera profonda sul sistema mediatico e, di riflesso, sui processi di formazione dell’opinione pubblica in una democrazia caratterizzata dal pluralismo linguistico e dal ricorso sistematico a istituti di democrazia diretta.

Il risultato può sorprendere, anche per la onerosità dell’imposta su cui i cittadini elvetici erano chiamati a pronunciarsi; il canone in Svizzera ammonta a 451 franchi svizzeri annui, pari a circa 380 euro, anche se in prossimità della consultazione si è prevista per il 2019 una riduzione a 365 franchi.

Resta che i cittadini svizzeri, dopo un dibattito piuttosto approfondito e una notevole affluenza alle urne – ha votato circa il 54% degli aventi diritto – hanno a grande maggioranza ritenuto opportuno mantenere il ruolo primario della radiotelevisione pubblica nel sistema dei media audiovisivi.

Le ragioni di tale risultato vanno evidentemente ricercate nella radicalità del quesito – si tratta del primo caso in Europa in cui si chiede al corpo elettorale di decidere della permanenza stessa di una televisione pubblica nel sistema dei media – e nel peculiare contesto svizzero, ove le emittenti pubbliche hanno avuto un ruolo significativo nel preservare l’identità nazionale e il multilinguismo. Sarebbe, dunque, privo di senso trarre da tale consultazione referendaria valutazioni generali sullo stato di salute dei media pubblici in Europa; merita, comunque, di essere sottolineata la smentita di quella narrazione, diffusa in molti Paesi, secondo cui essi non sarebbero altro che “relitti del passato”, sopravvissuti nell’era digitale soprattutto in ragione della volontà dell’establishment politico di non perdere il controllo di un formidabile strumento di formazione del consenso.

Come si è accennato, l’oggetto del referendum era chiaro: era in gioco la sopravvivenza del servizio pubblico radiotelevisivo, considerato inter alia tra i più autorevoli e apprezzati nel panorama europeo.

Esso è esercitato dagli anni ‘30 dalla Società svizzera di radiotelevisione (SSR), un’associazione di diritto privato senza scopo di lucro che dispone di sette reti televisive e di diciassette reti radiofoniche che coprono le quattro regioni linguistiche e culturali svizzere e che è finanziata per circa il 75% dal canone.



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n.7770 - ISSN 2239-7752

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