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L’oggetto del giudizio di appello ed il requisito della specificità dei motivi: novum iudicium o revisio priois instantiae?

11 giugno 2018 -
L’oggetto del giudizio di appello ed il requisito della specificità dei motivi: novum iudicium o revisio priois instantiae?

Abstract

Una recente sentenza delle Sezioni Unite Civili della Corte di Cassazione n. 27199 del 2017, nella sua massima composizione di giudice nomofilattico, interpretando gli articoli 342 e 434 del Codice di Procedura Civile, anche a seguito della novella legislativa n. 134 del 2012, e chiarendo che l’atto di appello necessiti a pena di inammisibilità, di una “chiara individuazione delle questioni e dei punti contestati della sentenza impugnata e, con essi delle relative doglianze” sembra aver definitivamente concretato il passaggio da novum iudicium a revisio prioris instantiae in ordine alla qualificazione di siffatto mezzo di gravame.

Se è vero che con la proposizione dell’appello la causa passa alla piena cognizione del giudice superiore, ancorché nei limiti dei “motivi specifici”, l’effetto devolutivo però non può spingersi fino al punto d’investire automaticamente il giudice di secondo grado dell’intera causa già decisa in primo grado. Ne consegue che tanto l’indicazione delle parti del provvedimento appellate, quanto l’indicazione specifica e circostanziata dei motivi di impugnazione, insieme all’eventuale riproposizione delle domande, pongono un limite ai poteri del giudice.

 

Indice

1) Le impugnazioni in generale

2) L’appello

3) Natura dell’appello

4) La funzione dei “motivi specifici” secondo la dottrina

5) I chiarimenti apportati dalla giurisprudenza

6) Le eccezioni al dovere di individuare i motivi specifici di impugnazione

 

1) Le impugnazioni in generale

I mezzi impugnazione rappresentano il rimedio tipico e pressoché unico attraverso cui provocare il controllo sulla validità e sulla giustizia delle sentenze.

Essi costituiscono uno sviluppo del diritto di azione e del diritto di difesa costituzionalmente garantiti dall’articolo 24, primo e secondo comma della Costituzione. [PROTO PISANI]

Invero, il processo di cognizione allo scopo di accertare se esista o meno il diritto vantato in giudizio dall’attore e la sentenza, che ne rappresenta l’atto conclusivo, è potenzialmente idonea a fissare definitivamente la regola del caso concreto: tale idoneità diventa attuale quando la sentenza passa in giudicato, essendo a quel punto irretrattabile.  

Proprio in relazione alla capacità di fissare definitivamente la regola del caso concreto e considerata la fallibilità dell’attività di giudizio, in quanto attività umana, l’ordinamento prevede che tra la pronuncia della sentenza e il suo passaggio in giudicato vi sia la possibilità di uno o più ulteriori giudizi, tradizionalmente esperibili da soggetti diversi rispetto al giudice, ossia dalle parti e/ o dal pubblico ministero, che prendono il nome di impugnazioni.

Tenuto conto di tale esigenza, prima di sancire l’irretrattabilità della sentenza il nostro ordinamento ritiene ragionevole garantire - almeno di regola - un doppio grado di giurisdizione di merito ed una fase di controllo di legittimità.

Dal punto di vista oggettivo,

  • l’impugnazione rappresenta uno strumento di perfezionamento dell’accertamento giudiziale, affinché la regola del caso concreto contenuta nella sentenza passata in giudicato rispecchi quanto più possibile l’ordinamento giuridico sostanziale;

Da un punto di vista soggettivo,

  • La medesima impugnazione rappresenta una garanzia offerta le parti che intendono contestare la legittimità del procedimento giurisdizionale e/o della regola di diritto sostanziale affermata nella sentenza.
Articolo pubblicato in: Procedura civile


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Tribunale Bologna 24.07.2007,
n.7770 - ISSN 2239-7752

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