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Carpenter v. United Stated: un’importante sentenza-tassello nell’evoluzione della reasonable expectation of privacy doctrine

25 luglio 2018 -
Carpenter v. United Stated: un’importante sentenza-tassello nell’evoluzione della reasonable expectation of privacy doctrine

Di Monica Senor

 

Il 22 giugno 2018 la Corte Suprema statunitense ha pubblicato le motivazioni della sentenza Carpenter v. U.S., una pronuncia molto attesa in tema di accesso da parte delle forze dell’ordine ai dati di geolocalizzazione generati dalle comunicazioni cellulari attraverso le connessioni con le celle telefoniche e conservati dagli operatori di telecomunicazioni mobili. La Corte ha stabilito che per l’acquisizione di tali dati non è sufficiente un court order for disclosure di cui alla Section 2703(d) dello SCA (Stored Communications Act), ma è invece necessario un warrant in quanto si tratta di attività investigativa qualificabile come sequestro ai sensi del IV Emendamento della Costituzione americana.

Si tratta di una decisione assunta dalla Corte con una maggioranza risicata (5 giudici su 4) ma compatta in quanto non vi è nessuna cuncurring opinion, mentre le dissenting opinion sono state redatte singolarmente da ciascuno dei quattro giudici contrari.

 

Il caso, in sintesi 

Nell’aprile del 2011 venivano arrestate quattro persone sospettate di aver commesso a Detroit una serie di rapine a mano armata ai danni delle catene di negozi Radio Shack e T-Mobile. Uno degli arrestati confessava che il gruppo, grazie all’aiuto di altri occasionali concorrenti a cui era stato affidato il ruolo di “palo” ed autista, aveva perpetrato nei quattro mesi precedenti altre nove rapine in diversi esercizi commerciali in Ohio e Michigan. L’uomo collaborava con gli investigatori identificando ulteriori quindici soggetti che avevano partecipato al sodalizio criminoso, dei quali forniva all’FBI i numeri di cellulare. Sulla base di tali informazioni il pubblico ministero chiedeva un court order, ai sensi della Sezione 2703(d) dello SCA, al fine di ottenere i metadati di traffico telefonico dei sospettati. Con riferimento, in particolare, alla posizione di Timothy Carpenter, sulla base di due distinti order, venivano acquisiti dalle compagnie telefoniche MetroPCS e Sprint, oltre ad una serie di altre informazioni, 12.898 dati di localizzazione relativi ai movimenti effettuati dall’imputato nei 127 giorni oggetto di indagine.

Carpenter, accusato di sei rapine e di detenzione illecita di arma da fuoco, veniva condannato, sia in primo che secondo grado, sulla scorta (anche) delle prove ricavate dai dati CSLI (cell-site location information) che lo collocavano per quattro delle sei rapine contestate sul luogo e negli orari dei crimini.

In entrambi i gradi di giudizio la difesa di Carpenter sosteneva, senza successo, l’inutilizzabilità dei dati CSLI sostenendo che la loro acquisizione sulla base del court order fosse incostituzionale per violazione del IV Emendamento che esige, per le operazioni di perquisizione e sequestro sulla persona e sui beni di proprietà, un warrant (mandato), emesso dall’autorità giudiziaria e supportato dalla sussistenza della cd. probable cause.

Carpenter presentava ricorso alla Corte Suprema.

Varie associazioni per i diritti civili americane, tra cui l’ACLU (American Civil Liberties Union), l’ACLU del Michigan, il Brennan Center for Justice, il Center for Democracy and Technology, l’EFF (Eltronic Frontier Foundation) e la National Association of Criminal Defense Lawyers, presentavano un amicus brief a sostegno della tesi difensiva.

Il caso veniva discusso avanti la Corte Suprema in data 29 novembre 2017 e, come detto, la sentenza depositata in data 22 giugno 2018.

 

Il quadro normativo e giurisprudenziale di riferimento 

La Sezione 2703 del Titolo 18 dello U.S Code, introdotta dallo Stored Communications Act, disciplina la rivelazione, su base volontaria o coatta, da parte degli internet service provider (nello specifico, i fornitori di servizi di comunicazione elettronica o di servizi di computing da remoto) del contenuto e dei metadati delle comunicazioni elettroniche dei loro clienti, archiviate per ragioni commerciali per cinque anni.

L’accesso è variamente modulato a seconda delle categorie di dati.

In forza della Sezione 2703(c)(2) un’autorità governativa può chiedere ad un ISP l’esibizione dei dati anagrafici, di residenza, di pagamento, di durata e del tipo di servizi usufruiti e dei metadati delle comunicazioni effettuate, compresi IMSI, IMEI e IP, di ogni utente od abbonato con un semplice subpoena.

L’acquisizione di dati relativi al contenuto delle comunicazioni archiviate presso gli ISP [Sezione 2703(b)] necessita, invece, di un federal warrant, oppure di un court order for disclosure, se l’autorità governativa è disposta a notificare preventivamente la sua richiesta all’utente o all’abbonato. Parimenti necessario un court order for disclosure [Sezione 2703(c)(1)] per l’acquisizione di informazioni, relative ad un utente o ad un abbonato, diverse dai dati che si possono richiedere con un subpoena.

Un court order for disclosure può essere emesso dal tribunale competente solo se l’autorità governativa è in grado di offrire precisi ed articolati elementi atti a dimostrare che vi sono ragionevoli motivi (reasonable grounds) per ritenere che il contenuto di una comunicazione (nell’ipotesi residuale di cui sopra) o le altre informazioni richieste siano pertinenti e rilevanti per un’indagine penale in corso.

La motivazione che sorregge una richiesta di emissione di un court order è diversa e più lassa rispetto a quella necessaria per argomentare una richiesta di emissione di un warrant ai sensi del IV Emendamento: il court order, infatti, presuppone la sussistenza di una semplice reasonable suspicion, mentre un warrant può essere concesso dal tribunale solo in presenza di una probable cause,ovverosia di elementi tali da far ragionevolmente ritenere che in un determinato luogo si possano rinvenire le prove di un crimine.

Il minor grado di tutela accordato dallo SCA a determinate categorie di dati è espressione della cd. third party doctrine, una teoria sviluppatasi negli anni ’70, secondo cui se una persona volontariamente cede o condivide con un soggetto terzo i suoi dati personali, si ritiene che su tali dati la persona rinunci ad ogni aspettativa di privacy. I due precedenti caposaldo in materia sono rappresentati dalle sentenze U.S. v Miller del 1976 e Smith v. Maryland  del 1979: con la prima pronuncia la Corte Suprema ha sancito che non esiste alcuna ragionevole aspettativa di privacy in relazione alle informazioni personali contenute nei documenti bancari, mentre nel secondo arresto lo stesso principio è stato confermato con riferimento ai vecchi tabulati telefonici (e dunque ai meri elenchi delle telefonate in entrata ed in uscita). 



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