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Libertà d’espressione e pluralismo 2.0: i nuovi dilemmi

19 dicembre 2018 -
Libertà d’espressione e pluralismo 2.0: i nuovi dilemmi

Di Antonio Nicita

 

La recente affermazione di Jeff Bezos[1], Ceo di Amazon, che internet, nella sua attuale incarnazione, sia una macchina che conferma i pregiudizi è l’ultima di una serie di posizioni critiche[2] da parte di kingmaker digitali.

Il pregiudizio di conferma (confirmation bias)[3] è la nuova spina nel fianco di browser e social network.

Negli ultimi anni, si sono moltiplicati, a livello mondiale, studi empirici, tra i quali quelli del Prof. Walter Quattrociocchi e del suo team, che documentano la forza trainante dell’attenzione selettiva degli utenti del web, esclusivamente diretta verso quei soli contenuti che confermano i propri apriori e cancellano, dimenticano, sottovalutano tutto ciò che li falsifica. Un atteggiamento amplificato da fenomeni di groupthink e conformismo on-line[4] rispetto agli ‘amici’ sui social dei quali inseguiamo e cerchiamo i ‘like’.

Il risultato, anch’esso misurabile e misurato, è la crescente polarizzazione[5] pressoché su ogni argomento. Una sorta di ritorno delle ideologie, private tuttavia, nell’epoca del post-modernismo[6] e della post-verità[7], dei tipici riferimenti socio-economici e culturali novecenteschi e più simile al tifo da stadio, con urla, striscioni, provocazioni, rivincite, risse (non solo digitali). Una polarizzazione che, come ripetutamente ci aveva avvertito Cass Sunstein[8], si trasforma, nel tempo, nelle fighting words dell’estremismo, alla frontiera mobile tra free speech e hate speech.

Una recente ricerca Pew[9] mostra come le distanze tra repubblicani e democratici, nell’ultimo anno di presidenza Trump, abbiano ormai raggiunto dimensioni inedite. Con buona pace dell’elettore mediano ‘neutrale’[10] che non solo non è più decisivo nell’alternanza bipartisan, ma gode ormai di pessima salute.

Insomma, l’oceano-web nato per soddisfare la nostra libertà di ricerca, per navigare liberamente sul mare delle idee, si rivela pieno di banchine, rotte prestabilite, approdi e porti che sono, allo stesso tempo, il risultato della nostra libertà e il confine delle nostre scelte.

Ci appare così lontanissima quell’epoca iniziale di fiducia ottimistica nella rete per la quale Lawrence Lessig[11] poteva affermare che con internet gli Stati Uniti avrebbero esportato il primo emendamento – e la sacralità del free speech – in tutto il mondo. Inteso, nella tradizione del giudice Holmes[12], non soltanto come tutela della libertà di espressione ma come strumento[13] per far conseguire, a chi ascolta, nel marketplace of ideas, la verità. Ma il punto è che quella nozione di libertà di espressione era, in qualche misura, dimezzata.

L’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo caratterizza il diritto alla libertà di opinione anche con riferimento al diritto di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo. Si tratta di una libertà piena di rivolgere la propria espressione a un pubblico indistinto ma anche di ricevere, in quanto pubblico indistinto, le libere espressioni altrui. D’altra parte, lo diceva già Montaigne che “la parola è per metà di chi parla e per metà di chi ascolta”. Non a caso, in una interessante dissenting opinion nel caso Kleindienst v. Mandel[14](1972), il giudice della Corte Suprema Usa, Thurgood Marshall aveva opportunamente osservato che «[t]he freedom to speak and the freedom to hear are inseparable; they are two sides of the same coin». Tesi peraltro coerente con le due famiglie interpretative[15] del Primo emendamento: sia con quella sopra richiamata del giudice Holmes e quindi con l’impostazione milliana della (tutela della) libertà di espressione come strumento di conoscenza pubblica, sia con quella di Ronald Dworkin[16] della tutela della libertà di espressione (con particolare attenzione alle minoranze) come strumento di legittimazione democratica delle maggioranze.

Il punto è che, secondo l’articolo 19 della Dichiarazione universale [«ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere»], quella libertà di espressione ha una connotazione “sociale”. Essa cioè non dovrebbe manifestarsi solo come libertà positiva (nel digitare ciò che voglio), ma anche nella consegna della mia espressione all’indistinto public domain, libero da ostacoli, per chi ascolta e che si manifesta non solo nel ricevere (tutte) le informazioni, ma nel riceverle senza filtro (di contenuto, rankingframing) da parte di terzi. L’articolo 21 della Costituzione italiana esordisce cosi: «tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione». “Manifestare”, qui, non significa solo esprimere, ma appunto, “rendere noto” al pubblico. Non c’è solo la libertà di esprimere il proprio pensiero (libertà positiva), ma di esprimerlo senza vincoli (libertà negativa) rispetto alla destinazione a un pubblico indistinto.

D’altra parte, nessuno di noi crederebbe tutelata la propria libera manifestazione di pensiero, se ci fosse concesso di esprimerla solo in un’isola deserta o solo ad alcuni, scelti a caso. Se la parola è per metà di chi parla e per metà di chi ascolta, anche la libertà di parola è piena solo se capace di unire, almeno in potenza, quelle due metà[17]. Quando pregiudizialmente rivendichiamo la libertà d’espressione solo come libertà positiva, rischiamo di eliminare, dall’orizzonte della tutela, quella libertà negativa che pure la caratterizza con riferimento a chi ascolta. Insomma quella libertà di manifestare il proprio pensiero non ha che fare con la solitudine. Nessun uomo è un’isola, se è un uomo che parla. E così, quando discutiamo di regole, di limiti, di condizioni non basta chiedersi se essi intacchino la libertà positiva. Bisogna anche valutarne l’impatto sulla libertà negativa e sul loro reciproco bilanciamento.

Un recente esperimento condotto in Argentina dalla WWW Foundation[18],mostra quanto sensibile sia il news feed di un social network a variazioni marginali dei nostri comportamenti on-line: non solo nel selezionare le informazioni, ma nel determinare quale sottoinsieme di informazioni ci verranno mostrate. Non è cioè detto che io venga raggiunto da chi desideri parlare anche a me, se l’algoritmo ritiene che io non desideri ascoltare quella voce, selezionando un sotto-insieme di contenuti con maggiore probabilità di attrarre la mia attenzione e la mia condivisione (anche nel senso di on-line sharing).



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Tribunale Bologna 24.07.2007,
n.7770 - ISSN 2239-7752

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